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SANATANA DHARMA - FILOSOFIA DELL'INDIA, Appunti di Filosofia Indiana

Riassunto del libro SANATANA DHARMA -Università di Torino

Tipologia: Appunti

2019/2020

In vendita dal 06/05/2020

ESSEDUS
ESSEDUS 🇮🇹

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SANATANA DHARMA
INTRODUZIONE
L’autore nel primo capitolo prende le mosse, dall’idea stessa di religione propria degli
hindu e dalla definizione che essi stessi danno della propria esperienza religiosa,
illustrando le molteplici sfaccettature del concetto di dharma.
Il secondo capitolo intende offrire un profilo storico delle tendenze e delle scuole religiose
più importanti e, nel medesimo tempo, dare notizia delle principali fonti primarie alle quali
occorre fare riferimento in ogni ricerca sull’argomento.
I tre capitoli successivi, dal terzo al quinto, cercano di presentare una sintesi delle idee
fondamentali degli hindu su tre componenti essenziali di ogni concezione e di ogni
esperienza religiosa: Dio, il mondo e l’uomo.
Il sesto è dedicato alla prassi religiosa hindu, che è non solo l’aspetto più appariscente
della religione hindu, ma è spesso anche il principale, se non il solo criterio attraverso il
quale si può determinare l’appartenenza al cosiddetto “induismo”, esso è piuttosto un orto
prassi che un’ortodossia, quindi non è un “Dimmi in cosa credi e ti dirò chi sei”, ma più un
“Dimmi cosa fai e ti dirò chi sei”.
Vi è nel libro una sorta di partecipazione, coinvolgimento, e l’autore, pur conservando la
consapevolezza critica, dice che bisogna lasciarsi permeare e farsi conquistare dal mondo
con cui si entra in dialogo. L’autore presenta il cosiddetto “induismo”, precisando che
bisogna avere la consapevolezza che i nemici (religiosamente parlando) di ieri, sono in
realtà dei nuovi compagni di viaggio nel nostro cammino di oggi, poiché, dice l’autore, la
motivazione della loro ricerca, è la nostra stessa motivazione, perché la meta del loro
cammino è la nostra stessa meta.
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SANATANA DHARMA

INTRODUZIONE

L’autore nel primo capitolo prende le mosse, dall’idea stessa di religione propria degli hindu e dalla definizione che essi stessi danno della propria esperienza religiosa, illustrando le molteplici sfaccettature del concetto di dharma. Il secondo capitolo intende offrire un profilo storico delle tendenze e delle scuole religiose più importanti e, nel medesimo tempo, dare notizia delle principali fonti primarie alle quali occorre fare riferimento in ogni ricerca sull’argomento. I tre capitoli successivi, dal terzo al quinto, cercano di presentare una sintesi delle idee fondamentali degli hindu su tre componenti essenziali di ogni concezione e di ogni esperienza religiosa: Dio, il mondo e l’uomo. Il sesto è dedicato alla prassi religiosa hindu, che è non solo l’aspetto più appariscente della religione hindu, ma è spesso anche il principale, se non il solo criterio attraverso il quale si può determinare l’appartenenza al cosiddetto “induismo”, esso è piuttosto un orto prassi che un’ortodossia, quindi non è un “Dimmi in cosa credi e ti dirò chi sei”, ma più un “Dimmi cosa fai e ti dirò chi sei”. Vi è nel libro una sorta di partecipazione, coinvolgimento, e l’autore, pur conservando la consapevolezza critica, dice che bisogna lasciarsi permeare e farsi conquistare dal mondo con cui si entra in dialogo. L’autore presenta il cosiddetto “induismo”, precisando che bisogna avere la consapevolezza che i nemici (religiosamente parlando) di ieri, sono in realtà dei nuovi compagni di viaggio nel nostro cammino di oggi, poiché, dice l’autore, la motivazione della loro ricerca, è la nostra stessa motivazione, perché la meta del loro cammino è la nostra stessa meta.

CAP.1 La religiosità dell’India e il concetto di dharma

In India convivono più o meno pacificamente, ma di solito in perfetta armonia, le religioni più diverse; anche se l’India più autentica non corrisponde sempre a quell’immagine di modello di spiritualità che abbiamo costruito in occidente, tuttavia, l’impressione più forte che si prova in quel paese continua a rimanere quella di un India religiosa.  India religiosa Ogni cosa in India sembra essere sacra, dal suolo che si calpesta alle montagne, dai laghi ai fiumi, in India quasi tutto è sacro e l’uomo indiano manifesta il suo rispetto per la sacralità della natura con il gesto dell’ anjali. Si tratta di un gesto che oggi si esegue congiungendo le mani davanti al viso  Cos’è l’induismo? È noto che con il termine induismo non si indica una religione, bensì una intera cultura, un modo di essere e di vivere, di vestirsi e nutrirsi, amare morire, una serie di abitudini quotidiane che si tramandano da millenni. La parola induismo, deriva dal sanscrito sindhu , che significa fiume, e anche regione del fiume; al sanscrito sindhu , corrisponde l’antico iranico hindu , parola che venne usata per indicare la provincia più orientale del grande impero di Dario. Gli hindu preferiscono la denominazione sanscrita Bharata, o Bharat Mata , cioè la madre India. La parola induismo è un’invenzione degli occidentali, come lo è, anche se più antica, la parola India. Questa parola, è inadeguata a esprimere la realtà religiosa dell’India hindu, invece l’induismo è piuttosto un insieme di religioni, che si accettano e che si riconoscono a vicenda, e si propongono un fine ultimo unitario dell’intera religiosità. Esse non sono legate tra loro solo dalla condivisione di una serie di principi e di pratiche, ma anche da un patrimonio comune di culture di tradizioni e di civiltà. Nel ventaglio di fedi e di tradizioni più o meno antiche che caratterizza l’India hindu, si possono individuare tre grandi principali religioni: la vaisnava, la saiva e la saktra. Queste religioni poi si frammentano a loro volta in una serie assai numerosa e complessa di singole tradizioni. Tutti sono hindu, e lo sono anche le persone prive di sentimenti religiosi, o che non rispettano alcun precetto contenuto nei testi normativi della tradizione, insomma, in India è considerato hindu chiunque non dichiari di appartenere a una Chiesa o a una fede diversa, chiunque sia nato in una casta hindu, non si può quindi diventare hindu, né convertirsi all’induismo, e si può cessare di essere hindu soltanto convertendosi a una religione non hindu, come il cristianesimo o l’Islam.  Religione e dharma La parola utilizzata in India per indicare la religione è dharma , le definizioni del dharma sono innumerevoli; il concetto di dharma può essere associato con quello di ahimsa o innocenza, di solito chiamata non violenza, dharma è qualcosa di fisso, stabile, saldo che non muta, e la forma delle cose, la loro stessa natura, quella forza cioè che le fa essere così come sono e non altrimenti. Il dharma è qualcosa di simile a ciò che noi chiamiamo legge della natura, ordine sia del cosmo, sia della vita individuale e sociale degli esseri umani. Essere in armonia con il dharma di tutte le cose, e nel medesimo tempo vivere il dharma della propria coscienza, è per ogni hindu l’essenza stessa della religione, è il

Vi sono poi diversi tipi di dharma , anche se la tradizione brahmanica più antica tende a parlare del dharma come di un principio unitario al quale deve conformarsi l’intero umano agire, ma le fonti tradizionali, ci presentano un quadro ben diverso, il dharma non appare come qualcosa di unitario, ma si articola in varie tipologie, definite in base alla condizione di chi agisce, al fine per cui agisce, e alle molteplici e differenti situazioni nelle quali agisce. Gli esegeti dei principali trattati sul dharma , elencano cinque tipi di dharma: 1. Varna-dharma , che comprende l’insieme delle regole del comportamento a seconda delle categorie sociale alla quale ciascuno appartiene sulla base della purezza rituale. 2. Asrama-dharma , che comprende le regole dei quattro stadi di vita (studentato religioso, vita di famiglia, ritiro e rinuncia). 3. Varnasrama-dharma , che è l’insieme dei due precedenti. 4. Guna-dharma, il complesso delle norme da seguire a seconda delle proprie caratteristiche e qualità. 5. Naimitika-dharma, il complesso dei doveri religiosi occasionali, distinti da quelli obbligatori e opzionali. A queste cinque categorie, aggiungiamo quella del sadharana-dharma, cioè l’insieme dei doveri o delle virtù morali che sono comuni a tutte le categorie sociali, quindi comuni a tutti gli uomini. Vengono definiti due livelli di dharma vengono definiti e delineati dal rapporto tra il dharma e i supremi valori religiosi e morali: il primo livello è quello comune, detto sadharana , cioè si definiscono l’insieme dei principi etici generali che si considerano validi per tutti gli uomini anche di coloro che non sono nati nel suolo dell’India; è su questa base che Madelein Biardeau ha chiamato “la sua universalità di fatto”. Hindu si nasce non si diventa, ma rimanendo fedeli ai principi del samanya-dharma , anche i barbari, quale noi siamo, possono sperare di rinascere sul suolo sacro dell’India”. Dagli elenchi spesso molto lunghi delle virtù universali, la purezza la castità, il perdono, la compassione e così di seguito, emergono quei principi che vengono considerati l’essenza stessa del dharma : l’innocenza/ non violenza, rispetto per ogni forma di vita dono della libertà dalla paura e la fedeltà alla parola data, intesa come coerenza di parola e azione. Di queste due virtù, la verità diventa nel Mahabharata un valore assoluto, su cui si fonda non solo il dharma, ma l’intero comportamento morale, in nome della verità si pronunciano i più solenni giuramenti. Alle due virtù cardinali del dharma se ne aggiunge una terza che è il dono ( dana ), ed è una grande virtù che non si esaurisce nella pratica della generosità e dell’elemosina, ma comporta anche un livello interiore che è il dono dell’assenza di paura che le divinità hindu fanno ai loro devoti e che viene rappresentato nell’iconografia dalla mano alzata con il palmo in avanti. Il dono è innanzitutto un atteggiamento interiore, non violento, che consente agli altri di riposare tranquillamente nelle verità. Esistono delle “norme particolari”, vi è lo sva-dharma , il quale comprende le regole per ciascuna casta o jati. Il Vayu-purana divide tali norme in srauta-dharma e smarta-dharma a seconda che riguardi il sacrificio e lo studio del Veda, oppure le regole di vita, in particolare i doveri religiosi che variano a seconda della casta (jati), della categoria sociale ( varna ), e dello stadio di vita ( asrama ) al quale ciascuno appartiene (studente religioso, capofamiglia, eremita, rinunciante). Tali atti rituali possono essere obbligatori oppure occasionali (come la nascita, l’iniziazione, la morte, ecc.), oppure opzionali. Ma i testi normativi che illustrano i molteplici aspetti del dharma , non si limitano a descrivere il corretto compimento dei riti per sottolineare i momenti salienti della vita, al contrario

stabiliscono nei più piccoli dettagli le regole alle quali deve uniformarsi il comportamento delle persone in tutti i loro aspetti. Ovviamente detto questo, non può esserci un solo sva- dharma , ma c’è ne sono molti, esiste un dharma per ciascun individuo, una via propria per raggiungere l’armonia con la natura e con la società umana, appagamento e perfetta quiete, questo il fine ultimo di tutte le religioni hindu. I principi dello sva-dharma costituiscono un insieme di norme che sono mutevoli e relative: il giusto e l’ingiusto, due termini interscambiabili, dal momento che ciò che è giusto per un brahmano, oppure per un monaco, può essere giusto per un principe o viceversa; o ancora quello che è giusto in un’era cosmica, può non essere giusto in un'altra era. Similmente, la violenza che è sicuramente ingiusta come sentimento soggettivo, può essere giusta come fatto oggettivo, per riparare l’iniquità e l’oltraggio compiuti dal malvagio, non solo, un atto che appare ingiusto in tempi normali, può apparire giusto, per esempio, in tempi di sventura o di avversità. Bisogna però ricordare che l’adempimento del dharma , cioè dei doveri rituali, non conferisce alcun merito a chi è moralmente impuro e la pratica della virtù è una condizione necessaria anche della vita religiosa impostata sui riti. Nel seguire “le regole del proprio stato”, si possono verificare delle situazioni capaci di determinare un contrasto tra i comandamenti del dharma comune (la pratica della virtù) da una parte e le norme del proprio stato, rituali e non dall’altra; combattere e uccidere sono, per fare un esempio, doveri che appartengono allo sva-dharma del principe e sono evidentemente contrari alla norma comune che impone un comportamento non violento. Il primato del dovere di casta sulle problematiche individuale e personale è assoluto; la persona umana, nella cultura tradizionale hindu, non ha un valore in sé stessa, ma solo in rapporto alla funzione che svolge in società. Le esigenze del gruppo (la casta) prevalgono su quelle della persona (l’individuo), il principe deve combattere e uccidere, a volte deve mentire. Il dharma è il valore attraverso il quale, l’uomo si sente l’uno con il tutto, consapevole che la propria piccola realtà terrena è l’immagine di una realtà più vasta. Vedremo come all’uomo spetti un grande privilegio, quello di essere l’unica creatura capace di salvezza, cioè di liberarsi dal ciclo continuo della rinascita (samsara), ponendo fine alla sua permanenza nel divenire. Vedremo come la liberazione ( moksa ), sia per l’uomo il fine ultimo. Fin che vive nel mondo deve saper conseguire e armonizzare tre obiettivi: il Kama (il piacere), l’ Artha (ricchezza e successo) e il dharma (ordine giustizia e moralità). Possiamo dire che il Dharma sovrasta in qualche modo gli altri due, dal momento che esistono delle “norme”, davanti a sé l’uomo deve sempre avere il suo “dovere”, ed il dharma è il suo stesso esistere. Vi è però una cosa che trascende totalmente la convivenza ordinata degli uomini del mondo è il moksa , una dimensione di libertà assoluta che si può realizzare soltanto con una radicale rinuncia alla vita.

CAP. 2 Profilo storico della Religione dei Brahmani

barbari, venne assegnato il solo compito di “servire” le tre più elevate categorie. Vi è una ben precisa gerarchia delle categorie. Dalla bocca i Brahmana , dalle braccia gli Ksatriya , dalle cosce Vaisya e dai piedi Sutra. Ne risulta che il Brahmana è, in base al dharma , il signore di tutto il creato, giacche Colui che esiste di per sé stesso lo emise in origine dalla sua bocca, dopo aver praticato l’ascesi per la protezione di tutto questo mondo. è quindi perfettamente naturale che la religione in India sia di competenza della casta brahmanica. Analizziamo gli stadi della vita ( asrama ) dei nobili, quindi delle tre categorie viste prima, la regola degli asrama ( asrama-dharma ) contempla tre stadi di vita attraverso i quali ogni maschio deve passare dopo la fanciullezza, cioè dopo la cerimonia dell’iniziazione, detta upanyana , che comporta l’imposizione del cordoncino sacro quale simbolo di una seconda nascita in seno alla società degli Arya. Si celebra nell’ottavo anno di vita per i brahmana, nell’undicesimo per i Ksatriya e nel dodicesimo per i Vaisya. I maschi delle tre categorie vengono chiamati Dvija (= due volte nati), il primo degli stadi di vita è quello in cui il giovane dvija vive come studente religioso, nella casa di un maestro per apprendere i testi sacri, questo primo periodo è caratterizzato dal celibato, e della pratica della castità. Questo stadio prende il nome di brahmacarya. Nel secondo stadio, ormai adulto, lascia la casa del maestro e inizia la vita in famiglia come marito e padre ed esegue regolarmente i riti prescritti, in questo stadio della vita, il dvija , si dedica a qualche attività che gli consenta di procurare il necessario per la famiglia, questo stadio prende il nome di garhasthya , e deve in questo stadio compiere ogni giorno la triplice abluzione ( snana ) che fa di lui uno snataka. Il terzo è quello che prende il nome del vanaprasthya (vita nella selva), dove il dvija divenuto vanaprastha si ritira, insieme con la moglie, dal mondo, frequentando luoghi appartati e silvestri (vana=selva), lontani dai centri abitati, dedicandosi alla meditazione, così che imboccando la via del distacco graduale dal mondo, il rinunciante è un monaco che vive in solitudine totalmente proteso verso il suo fine ultraterreno. Il più antico documento letterario dell’India e uno dei più antichi dell’umanità, è un insieme di testi auto rivelati, che sarebbero stati misteriosamente uditi nello spazio del cuore, durante la meditazione da una serie di poeti, vari o veggenti, tradizionalmente divisi in sette famiglie principali e da quelli trasmessi ai loro discendenti, i brahmani, che li avrebbero così ascoltati e poi raccolti nelle collezioni (samhita), che costituiscono il nucleo della sapienza che prende il nome di Veda (parola che ha radice indoeuropea il cui significato è conoscere, vedere). Si parla dunque del Veda alludendo all’insieme delle categorie di opere letterarie che costituiscono la rivelazione, la cui redazione si dovette presumibilmente compiere intorno al 1200 e il 1500 a.C. il Veda è un imponente corpus di letteratura religiosa creato dalla fantasia e dalle doti speculative delle popolazioni indo-arie nel periodo del loro stazionamento nell’India Nord-occidentale. Gli Arya per creare i loro inni religiosi, si servivano di uno strumento espressivo straordinario, molto simile al persiano antico, e di altre lingue indo-europee; si tratta della lingua che si suol denominare “vedico” e dalla quale si sviluppò, con un processo di elaborazione erudita, il sanscrito classico. Secondo la tradizione, gli antichi poeti religiosi, chiamati rsi racchiusero la verità della parola sacra in inni e preghiere segrete aventi un valore magico (mantra) che diventò patrimonio esclusivo della classe sacerdotale brahmanica. Le diverse scuole brahmaniche delle sakha o branche, si incaricarono della trasmissione scrupolosamente fedele.

Il Veda , l’insieme dei testi rivelati, costituisce tutto il sapere degli indo-ari. La sua origine è divina, il Veda fu prodotto senza intervento umano, come una sorta di autorivelazione della verità, il Veda comprende quattro raccolte: il Rg -veda (la sapienza espressa in versi sacri) Sama-veda (la sapienza espressa in canti), Yajur-veda (la sapienza espressa in formule liturgiche), Atharva-veda (la sapienza espressa in testi magici), queste collezioni, vengono completate da testi esegetici detti brahmana , e da libri di meditazione detti aranyaka e di speculazione filosofico-religiosa, detti Upanisad (sedute presso il maestro) che contengono insegnamenti segreti privati e confidenziali. Le prime tre raccolte, note come triplice scienza, costituiscono il nucleo dell’intero Veda e fra esse il Rg-veda è oltre che la più antica (1200 a.C.), è anche la più importante, perché con i suoi 1028 inni distribuiti in 10 cerchi ( mandala ) ha fornito quasi tutto il materiale per la compilazione della raccolta dei canti e dei versetti. Le Upanisad , sono dette nel loro insieme anche Vedanta , le quali costituiscono la parte conclusiva del Veda , e si propongono di scoprirne il significato profondo o segreto, costituiscono un vero e proprio genere letterario, le più importanti e le più antiche (VIII – III secolo a.C.), sono quattordici. Queste Upanisad , costituiscono quella parte del Veda che viene chiamata “sezione della coscienza introspettiva” e che si contrappone a tutto il resto, cui si dà il nome di “sezione sui riti” ( Karma-Kanda ). Sono infine collegati al Veda, anche se non fanno parte della rivelazione, ma della tradizione sacra, i manuali che costituiscono il Vedanga (Membra del veda) ed espongono in prosa aforistica ( sutra ), le regole della fonetica ( siksa ), della grammatica, dell’astronomia, dell’etimologia e di rituale solenne e mestico. Oltre a queste sei scienze del Vedanga , i sutra illustrano le tecniche di misurazione dell’area sacrificale e codificano le regole del corretto comportamento religioso e sociale ( dharma-sutra ). I dharma-sutra sono importanti per ciò che riguarda la prassi religiosa hindu, queste raccolte di aforismi, fornirono i materiali per la stesura dei trattati dottrinali ( Sastra ) che costituivano l’ossatura normativa del brahmanesimo classico. Due parole sono usate nel Veda per indicare la divinità: Deva , che significa “essere luminoso, celeste”, e Asura che significa “essere spirituale”. Il sacrificio è il centro della religione vedica e del brahmanesimo antico. Tra le molte parole usate per indicare il sacrificio, la più importante è Karman , il cui primo significato è azione, e indica proprio quell’azione sacrificale. Il rito è l’ordine e garanzia della stabilità dell’universo; il mondo ebbe origine da un sacrificio, e corrisponde al ritmo e al ciclo del nascere e del morire. L’atto sacro garantisce il frutto che il committente desidera ottenere compiendolo, in quanto se perfettamente eseguito, sprigiona una forza magica capace di vincolare gli dei. Ci sono riti solenni fatti celebrare dal sovrano per il bene di tutti, e ci sono riti domestici celebrati dal capo famiglia per ottenere grazie dagli dei. La visione religiosa dell’uomo vedico, era luminosa solare e ottimistica; i riti eseguiti correttamente erano considerati strumenti efficacissimi per ottenere l’esaudimento dei desideri, sia durante la vita sulla terra che dopo la morte nel cielo ( svarga ). La tripartizione della società con l’aggiunta del quarto stato costituito dagli sutra , che assicurava il servizio delle classi nobili, determinava chiaramente i diritti e i doveri di ciascun gruppo, e garantiva uno svolgimento ordinato della vita sociale, specchio di quell’ordine universale di tutto il creato che, nel mondo vedico, prende il nome di rta , un concetto che anticipa quello classico di dharma. Nel Rg-veda , la parola rta denota l’ordine cosmico dal quale sono governati gli dei e

dolore, non si giunge alla conclusione che tutto sia assurdo nella vita, ma viene affermato il principio della giustizia, che è uno dei significati della parola dharma , e di una retribuzione, valori tanto grandi da non rendere necessario postulare l’esistenza stessa di Dio; il problema del giusto che soffre, viene risolto distribuendo la logica della retribuzione delle azioni, non su una vita soltanto, ma su molte vite. L’indagine degli asceti, fin dall’epoca delle prime Upanisad (VIII secolo a.C.), si spostò dal mondo esteriore a quello interiore, tesa a scoprire un sacrificio nuovo, celebrato nell’intimo del cuore. Tale indagine prese le forze psicofisiche e cosmiche, si assimilavano per esempio, il respiro al vento, la parola al fuoco, la vista al sole, la mente alla luna. Gli asceti presero consapevolezza del respiro, come soffio vitale, e proseguendo nella loro indagine, vollero scoprire il fondamento permanente della vita. Giunsero così a concepire l’idea del Sé, come essenza spirituale, principio cosciente della persona, e lo chiamarono atman. Nelle Upanisad , che sono i testi fondamentali di questa ricerca, l’atman è puro soggetto di conoscenza ed è egli stesso inconoscibile; presente nell’intimo di ogni uomo, come pura coscienza, testimone impassibile di tutti i moti mentali, questo atman è l’unica realtà, è il Brahman , e quanto affermano i quattro enunciati assiomatici denominati “grandi detti” che costituiscono l’essenza dei quattro Veda , e che Sankara avrebbe lasciato come retaggio ai monasteri da lui fondati. Per conseguire la conoscenza dell’inconoscibile, bisogna desiderare di conoscere la verità e per dire la verità occorre la conoscenza; la conoscenza non sussiste senza pensiero, e non c’è pensiero senza fede. Si ha la fede se si compie il proprio dovere, che consiste nel celebrare il sacrificio, si compie il sacrificio quando si desidera la felicità e in verità ciò che è l’infinito è la felicità. Non c’è felicità nel finito, solo l’infinito è felicità, ma bisogna desiderare l’infinito, e l’infinito si ha dove non si discierne nessun’altra cosa, nessun’altra si ode nessun’altra si conosce, e dove si scorge, ode o si conosce qualche altra cosa, si ha il finito. L’infinito è immortale. Nient’altro meglio della sofferenza può insegnare all’uomo il senso della sua finitezza; gli antichi saggi dell’India, intuirono che la ricerca dell’infinito non poteva compiersi con successo indagando quel che fosse altro dal sé, e scoprirono che l’infinito alberga nel cuore di ogni uomo. l’infinito altro non è che l’ atman , e l’ atman è tutto l’universo, l’atman è il Brahman e questa consapevolezza è considerata una conoscenza liberatrice. Le Upanisad , sviluppano un'altra idea molto importante, che è quella dei tre stati di coscienza: quella di veglia, quello di sogno e quello di sonno profondo. Nello stato di veglia il Sé esiste a livello del mondo sensibile esteriore, legato al divenire; nello stato di sogno fa esperienza di un mondo interiore che ha ancora legami con quello esterno; nello stato di sonno profondo il Sé fa l’esperienza con l’unità, in quanto vien meno la dualità tra soggetto cosciente e oggetto. La Mandukya-upanisad individua ancora un altro stato, il quarto che è invisibile, inafferrabile, indescrivibile, impensabile e la cui essenza è l’esperienza di sé stesso. Mentre i primi tre stati corrispondono ai tre suoni che costituiscono la sillaba OM, sintesi dell’essere e del divino, il quarto stato, è il prolungarsi della vibrazione sonora, l’essenza stessa dell’intera sillaba sacra; è l’atman la sola e intera realtà. Una volta affermata nelle Upanisad , la dottrina dell’esistenza di un principio cosciente della persona, che non solo sopravvive alla morte fisica, ma che esiste da sempre, è stata quasi universalmente riconosciuta dalle diverse tendenze dottrinali del cosiddetto induismo.

Al problema della sofferenza e dell’apparente assurdità della vita la riflessione degli antichi saggi risponde, con la risposta della liberazione ( moksa ): l’uomo può liberarsi dalla vita, non da una vita, ma dallo scorrere di innumerevoli vite al quale dà il nome di samsara , questa parola nella tradizione hindu consiste in un duplice principio: non si vive una sola volta su questa terra e ogni esistenza è determinata dalle azioni ( Karman ) compiute in un’esistenza precedente. Le prime esplicite enunciazioni di questa dottrina si trovano nelle Upanisad , questi testi utilizzano la simbologia del sacrificio, illustrando il percorso dell’elemento vitale dell’uomo, individuato nella fede a partire dalla pira funebre, fino al formarsi di una nuova creatura. Due sono le vie attraverso le quali la fede, che sopravvive all’uomo, giunge nell’aldilà: quella degli dei e quella dei padri. Successivamente sacrificata in cinque fuochi sacrificali che sono il cielo, l’atmosfera, la terra, l’uomo e la donna, produce il soma, la pioggia il cibo il seme maschile e l’embrione di una nuova creatura. Non solo le religioni hindu, ma in generale tutte le religioni che hanno avuto origine in India, hanno sempre creduto nel samsara , cioè che il principio vitale dell’uomo, deve passare attraverso una serie indefinita di esistenze, rivestendosi di svariati corpi che possono appartenere al mondo animale, minerale, vegetale, oltre a quello degli uomini, demoni, dei, finché non sia esaurita la forza vincolante del Karman. Ogni hindu sa che qualsiasi cosa gli accada è imputabile alle azioni che egli ha precedentemente compiuto. Egli può modificare il suo Karman compiendo opere buone, che lo fanno rinascere in una condizione sempre migliore, finché, nato in un corpo di un brahmano maschio, potrà percorrere le tappe della progressiva rinuncia e realizzare il fine ultimo e supremo, il moska , la liberazione, esperienza di libertà senza più ritorno. Fin dall’origine del pensiero brahmanico, e in special modo a partire dalle Upanisad, l’uomo indiano ha cercato una via d’uscita ( marga ) dalla finitezza del divenire, dai limioti del modo, e lo ha fatto avvertendo l’ineluttabilità dell’agire e indicando nell’atto sacrificale l’azione ( Karman ) che produce meriti in questa e nell’altra vita, ed è questo il Karma-marga , la via dell’azione e del sacrificio. I sapienti delle Upanisad , fecero la scoperta di una seconda via: l’uomo soffre perché è preso nel vortice del samsara , perché non ne è consapevole, come non è consapevole che ci sia una realtà trascendente che non muta e che ciascuno può scoprire nell’intimo di sé stesso. Una simile consapevolezza è vera conoscenza (jnana), è come una luce che libera, la via della conoscenza il jnana-marga , non solo colui che agisce (con il sacrificio), ma anche colui che sa è salvo, una sapienza che è conoscenza della verità e la verità è enunciata nel Veda. L’autorevolezza del Veda come fonte di tutto il sapere religioso dell’India è il criterio per definire l’appartenenza alla comunità degli hindu. Il primo nucleo di una tendenza teistica (il credere nella divinità) si trova già nelle parti più antiche del Rg-veda e precisamente in una serie di passi che inneggiano al Sole e al suo meraviglioso splendore; ne costituisce un esempio la più celebre preghiera dell’intero Veda, ancora oggi recitata ogni mattina al levar del sole da milioni di hindu, la gayatri. Ed è proprio dalla contemplazione dello splendore del sole che si fa strada nella mente dei più antichi esegedi del Veda, l’idea di una divinità unica, concepita come vivificatrice, secondo l’immagine dello svilupparsi della visione del sole, che al tramonto penetra le acque fecondandole. A questa immagine, sembra ricondursi l’origine di tutte e tre le principali figure divine del cosiddetto induismo: Brahma , Visnu e Siva. La nuova tendenza si manifesta in alcune Upanisad , come la Isa il cui titolo significa dal signore; il processo di

(aforismi), ai più recenti dharma-sastra (trattati dottrinali). Nel suo valore più comprensivo, il corpus della Smrti comprende anche il Mahabharata (il grande poema dei Bharata), i Purana (antiche recitazioni), mentre un posto a parte spetta al Ramayana (il viaggio di Rama).

I trattati dottrinali sul dharma

I dharma sastra sono delle esposizioni sistematiche versificate delle antiche norme contenute nei diversi dharma-sutra vedici, che hanno assunto con il tempo un’importanza sempre maggiore per quanto concerne la vita religiosa; redatte dall’inizio dell’era cristiana, queste opere assunsero un valore normativo per l’intera società hindu, dettando le regole di vita dei singoli gruppi e l’insieme dei loro doveri per quanto concerne non solo le pratiche religiose, ma anche il comportamento in seno alla casta e più in generale alla società. Questi testi quindi sono degli autentici codici di diritto tradizionale e consuetudinario, che continuano ancora oggi ad avere un certo peso nella gestione dei rapporti sociali e interpersonali. Fra questi libri sul dharma il più antico è il Manava- dharma-sastra che risale probabilmente al II secolo d.C. tratta delle fonti del dharma, delle regole che riguardano i maschi dei quattro Varna nei quattro stadi diversi di vita (asrama), i diritti e i doveri del sovrano, le colpe e le pene, le caste e sotto caste, le elemosine e i riti espiatori, concludendo con l’esposizione delle leggi del Karmane del Samsara e delle vie che conducono lo spirito dell’uomo alla liberazione. Il Mahabharata è certamente l’opera più importante dell’intera cultura indiana, questa gigantesca epopea redatta in sanscito , è una narrazione ( itihasa ) di miti e di gesta di eroi, di storie del passato, costituisce un’autentica enciclopedia di tutto il sapere tradizionale brhamanico. Il mito centrale di questa opera, illustra una situazione di crisi alla fine di un’era cosmica attraverso la guerra tra due famiglie di cugini della stirpe lunare di sovrani, i Kaurava e i Pandava , discendenti gli uni e gli altri del mitico eroe Bharata. L’esito della lotta che vede schierati i principali re della terra, dipende da un altro principe, alleato dei Pandava , il suo nome è Krsna e in lui si cela una misteriosa presenza divina. Egli è un’incarnazione, o meglio una discesa terrena del dio Visnu per garantire il trionfo del dharma. Dopo la salita al cielo dei cinque Pandava, rimane sulla terra un solo eroe, superstite, il principe Pariksit , che era nato morto ma era stato risuscitato da Krsna , per evitare che si estinguesse la stirpe alla quale lo stesso Krsna apparteneva. Pariksit, eredita il trono di Hastinapura , capitale del Kuruksetra , e il figlio di lui fa celebrare un grande sacrificio, durante il quale egli ascolta l’intera storia dei suoi antenati, cioè il Maharabarata. È impossibile attribuire una data di composizione a questa grandiosa epopea, gli studiosi ritengono, che la redazione sia stata fatta nel corso di diversi secoli, forse a partire dal IV secolo, e che il poema abbia assunto la forma in cui ci è pervenuto attorno al IV secolo d.C. una caratteristica che non può non essere notata, è che l’insieme delle parti aventi carattere didattico (il libro della pace, degli insegnamenti, il libro della foresta) costituisce quasi la metà dell’intera opera e gli insegnamenti che vi sono contenuti, riguardano i la visione globale dell’uomo propria della cultura brahmanica. Il dharma è il principale oggetto di insegnamento nel Mahabarata , prendendo in considerazione il re, le norme di vita da seguire nei periodi di sventura e pericolo, e conclude con un amplissimo discorso sulla liberazione finale dal ciclo delle rinascite

( maksa-dharma ), con un’ultima sezione dedicata al dono e all’elemosina ( dana-dharma ). I Purana , di cui parleremo tra poco, considerano il dana come il miglior strumento di salvezza nella presente e infausta età del mondo. Il dharma governa non solo la sfera del sentire religioso, ma anche quella del godimento dei beni del mondo, che comprende il piacere e il soddisfacimento dei desideri ( Kama ) e il successo derivato dalla ricchezza e dal potere ( artha ); è una vita vissuta in armonia con il dharma proprio e con il dharma di tutte le cose che offre la possibilità di superare la logica del rinascere e del rimorire ( samsara ), spezzettando i legami costituiti dalle motivazioni dell’agire ( karman ) e aprendo all’uomo le porte della salvezza, che consiste nella liberazione ( moksa ) dal divenire, in un passaggio come annuncia la celebre preghiera della Brhadaranyaka-upanisad , dalla morte all’immortalità. Ed è proprio sul tema di questi quattro obiettivi, dharma , artha , kama e moksa , o scopi della vita umana che il Mahabharata pretende di essere esaudiente. Nel mondo religioso del Mahabharata il problema dei quattro scopi della vita si risolve nella duplice prospettiva di azione e inazione, impegno nel mondo e rinuncia al mondo; la tendenza è privilegiare la rinuncia e a rifiutare non solo il ritualismo dell’ortodossia vedica, ma anche la logica della successione dei quattro stadi di vita brahmanici. Nell’intero Mahabharata , l’idea di un Dio personale di grazia, affacciatasi per la prima volta in alcune Upanisad (come avevamo visto precedentemente), diventa decisamente dominante; si afferma anche compiutamente l’idea di un Dio che si riveste di un corpo di carne, che discende per ristabilire sulla terra il corretto ordine delle cose e per soccorrere i propri devoti. Soprattutto Visnu il protagonista di queste discese che prendono il nome di avatara; si tratta di personaggi divini (l’elenco classico ne comprende 10) assumendo una tale importanza tanto da finire per diventare altrettanti Nomi di Dio. Questo è almeno il caso di Krsna , presentato dal Mahabharata , e di Rama il divino protagonista del Ramayana di cui parleremo fra breve. Anche il legame che il devoto stringe con questo volto più accessibile a Dio si fonda con un nuovo modo di sentire la fede come un rapporto di amore e partecipazione è l’idea della bhakti , già annunciata nelle Upanisad e che trova nella Bhagavad-gita la sua più autorevole enunciazione. La divinità personale per eccellenza è, nel Mahabharata , Visnu-Krsna , la sua capacità di amare è infinita, non più un privilegio per pochi, ma un bene a cui tutti, anche coloro che sono esclusi dal Veda possono aspirare. Nella situazione di crisi degli antichi valori presentatoci dal Mahabharata, quello che Madeleine Biardeau ha chiamato il mestiere del principe comincia a mostrare i suoi aspetti dolorosi, è la tensione fra la norma comune ( samanya-dharma ) e la norma peculiare di ciascuno ( visesa-dharma ). È in questo mistero celato tra le diverse sfaccettature del dharma che affonda le sue radici la sofferenza di Yudhisthira , il più anziano dei cinque fratelli Pandava. Egli è un principe, un nobile, nato in una stirpe di re, non gli piace la guerra e non è in grado di mentire, si sente attratto da ideali di pace, di compassione, di pietà, ma questi sono ideali della vita ascetica a cui egli non è chiamato. La risposta agli interrogativi vengono forniti da Dio stesso fatto uomo, il glorioso Signore della Bhagavad- gita , questo vangelo di milioni di hindu, si presenta come un insegnamento segreto, che di fronte alla sofferenza, cerca la risposta in una delle tradizioni più antiche del pensiero

Upanisad vediche, diventa sinonimo di bhakta , devoto, così come il raccoglimento interiore, yoga, diventa sinonimo di amore di Dio. Lo Yoga insegnato da Krsna , non è solo azione/sacrificio e raccoglimento/amore di Dio, è anche vera conoscenza, la conoscenza consente di vedere il proprio sé dimorare in tutti gli esseri e tutti gli esseri dimorare nel proprio sé, vedere ovunque la stessa cosa, ed è conseguibile solo attraverso la fede, perché non è altro che conoscenza del Signore, e la conoscenza di Dio è conoscenza del tutto, Egli è l’origine e la fine del mondo; il Signore assiste immobile, come uno spettatore, al continuo processo di manifestazione e riassorbimento del mondo. Egli è il dharma, la caratteristica intrinseca di ogni cosa. Pregato da Arjuna , (Arjuna è un mitico eroe che compare nel Mahābhārata, nonché uno dei protagonisti di questo importante poema epico indiano. Arjuna è Il terzo dei sei fratelli Pandava), gli offre la possibilità di contemplare la sua forma cosmica e gli appare come un essere immenso suscitando meraviglia e paura, nella quale Krsna appare come Visvarupa , colui la cui forma è tutto, colui che ha tutte le forme. Dopo aver nuovamente assunto il suo aspetto benevolo e rassicurante, Krsna parla ancora al principe Arjuna , e gli affida un messaggio universale di speranza, colui che ama il Signore non si perde, ma percorre una via la cui meta finale è la pace, una pace suprema che ha in Dio il suo compimento. Attorno al IV –III secolo a.C. cominciò ad acquistare sempre maggiore importanza e popolarità un altro avatara di Visnu , il cui nome è divenuto il più importante nome di Dio in India, Rama o Ramacanda , il quale nella sua discesa terrena, è un principe della dinastia solare. Le sue gesta terrene sono narrate nel Ramayana , il viaggio di Rama , attribuito al veggente Valmiki , si tratta di un poema di mole assai ridotto rispetto al Mahabharata , ma che comprende tuttavia 24000 strofe distribuite in sette sezioni. La vicenda terrena di Rama , è la seguente: un terribile demone dotato di dieci teste e venti braccia dominava l’universo grazie a una invulnerabilità concessagli da Brahma , propiziato da lui con diecimila anni di ascesi. Visnu , pregato dagli dei di intervenire per porre fine a questa situazione di disordine, e ristabilire il dharma , decide di discendere nel grembo di ciascuna delle tre mogli del re Dasaratha che generano quattro figli: Rama , Bharata e i gemelli Laksmara e Satrughna. Visnu è presente, tuttavia soltanto in Rama. A causa di una promessa fatta da Dasaratha alla propria seconda moglie, Rama , pur essendo il designato successore, deve partire per un esilio di 14 anni, durante il quale la moglie Sita viene rapita per vendetta da Ravana e condotta a Lanka. Rama , capeggiato da un esercito di scimmie, uccide il demone, libera la moglie, e ritorna trionfante nella sua capitale. Molti anni dopo, i figli di Rama, narrano al vate Valmiki, l’intera vicenda, che si conclude con il ritorno di Sita in seno a sua madre, la Terra, mentre Rama sale al cielo dove torna ad essere tutt’uno con Visnu. Il processo di divinazione di Rama , avviato nella sezione, le più tarde del Ramayana , diventa completo nel Mahabharata, che espone l’intera storia in una sezione del terzo libro) e nei Purana , diventando una presenza divina sulla terra, fatta oggetto di culto come supremo Signore del mondo. Fra Ramayana e Mahabharata , c’è una differenza, per quanto concerne le concezioni religiose, infatti mentre il grande itihasa dedica molto spazio ai quattro fini dell’esistenza, dove ha il sopravvento il moksa, cioè il fine ultrattereno, il Ramayana , non parla affatto del

moksa, la sua visione è limitata al mondo terreno, dove la condizione preferibile è la vita di famiglia, e dove si deve realizzare la giustizia ( dharma ). Esistono indubbiamente delle analogie tra le due grandi epiche soprattutto riguardo la struttura del mito, ma anche grandi differenze nell’impostazione delle tematiche religiose. Il dharma è l’obiettivo supremo delle due grandi opere, ma nella visione del Ramayana, la realizzazione del dharma, consente di conseguire l’immortalità nel cielo. Quand’anche non si tenga conto che nella succesione degli avatara, quello di Rama precede quello di Krsna, appare tuttavia chiaro che la visione religiosa del Ramayana è più arcaica, ponendo la prima redazione dell’opera di Valmiki attorno al IV-III secolo a.C. (Vālmīki, traslitterato in passato anche Valmici, è stato un poeta indiano autore dell'epica induista Rāmāyaṇa. La storia di Vālmīki è immersa nella leggenda. Secondo una versione egli era un brigante paria di nome Ratna che viveva nella foresta per depredare i viaggiatori; un giorno passò dalla foresta il saggio Nārada, e quando Ratna lo attaccò Nārada gli chiese la ragione delle sue azioni malvagie, al che Ratna replicò che era per prendersi cura della sua famiglia, cioè i suoi anziani genitori, sua moglie e i suoi figli. Il saggio gli chiese allora se essi sarebbero stati disposti a condividere con lui la punizione per i suoi misfatti, e sebbene Ratna fosse sicuro che lo fossero, seguì il consiglio del saggio, e dopo averlo legato a un albero tornò a casa per porre loro la domanda; la sua famiglia diede però una risposta negativa, sostenendo che fosse suo dovere prendersi cura di loro, e che non erano responsabili per il modo che egli aveva scelto per farlo. Deluso, tornò dal saggio, che gli disse di pentirsi dei suoi peccati e abbandonare la strada che aveva scelto, e cantare il nome di Śrī Rāma. Secondo la leggenda egli meditò lì per tanto tempo che su di lui si formò un formicaio senza che se ne accorgesse, da cui il nome Vālmīki, e divenne un maharṣi). I grandi poemi epici e specialmente il Mahabharata , non solo delineano il nucleo dei principali cicli mitici e i tratti essenziali delle maggiori figure divine del pantheon hindu, ma testimoniano anche una fase della riflessione filosofica brahmanica, destinata a concretizzarsi in una serie di visioni ( darsana ) della realtà. Alcune di tali visioni costituiscono il fondamento dell’impianto teoretico non solo della Bhagavad-gita , la cui dottrina prende il nome di Yoga , che è anche il nome di uno dei darsana , ma anche delle maggiori religioni hindu. Si possono individuare tre coppie di tali visioni, che esprimono altrettanti punti di vista: il punto di vista sperimentale, che studia l’universo con particolare attenzione al suo aspetto percettibile, il suo metodo è la logica che si occupa della corretta argomentazione; il punto di vista cosmologico che enumera le categorie del mondo fisico e psichico, sulla base di un dualismo, che prevede due principi fondamentali, la Natura e una molteplicità di entità spirituali, questa dottrina che prende il nome di Samkhya- darsana (enumerazione dei principi della realtà), costituisce la base della cosmologia di molte scuole religiose hindu, e per questo motivo ci soffermiamo a esporre le sue linee essenziali. Il Samakhya-darsana , ammette l’esistenza di due sostanze eterne: le anime infinite, semplici e intelligenti, e la Natura che è unica complessa e attiva. Nella natura operano i tre modi di essere, il sattva , il rajas , e il tamas. Tra queste componenti esiste un equilibrio, che viene meno nel momento in cui il principio spirituale, viene avvolto in un corpo sottile, e coinvolto dai processi psichici a tal punto da rendersi responsabile di un’attività alla quale in realtà ne rimane estraneo, e nel medesimo tempo la psiche tende

cioè al Veda: le donne e i sudra , che non potevano godere dei privilegi riservati, come avevamo visto, agli dvija. I brahmani decisero di mettere ordine, nell’immensa categoria di miti cosmogonici, leggende di dei, e veggenti, creando con la loro paziente opera durata diversi secoli (dal IV-V secolo d.C.), un “quinto Veda”, destinato a quelle categorie che occupano un livello più basso nella gerarchia sociale. Nacque una nuova categoria di testi sacri che ricevettero il nome di Purana , che significa antica recitazione. Lo scopo principale di questi libri sacri dai contenuti antichi, è quello di conservare, trasmettere e promuovere le verità religiose contenute nel Veda, rendendole accessibili alle persone più umili e non istruite dal punto di vista religioso. La figura di Krsna , è stata la principale ispiratrice dei grandi movimenti devozionali hindu, che ebbero inizialmente successo nel meridione dell’India, e diffondendosi in seguito a nord. Come abbiamo già visto in alcune delle recenti Upanisad vediche, e nella nuova rivelazione della Bhagavat-gita , l’atteggiamento religioso della bhakti , si affermò a partire dai primi secoli della nostra era, sia nell’India settentrionale dove i devoti di Visnu-Krsna , mantennero vivo il messaggio della Gita, sia nell’India meridionale, dove gruppi di mistici espressero la propria devozione traboccante d’amore per Dio in canti non in sanscrito ma nella lingua comune. Questi poeti religiosi cantarono tra il VI e il X secolo d.C. il loro amore per Siva o Visnu-Krsna. Ancora oggi, quegli antichi cantori dell’amore divino sono fatti oggetto di culto, diventando il motivo dominante dell’intera religiosità hindu. le tappe di questo cammino fondato sull’amore, che al suo livello più alto, finisce per coincidere con la conoscenza sublime dell’amato divino, vennero illustrate nei Bhakti-sutra risalenti agli anni intorno al 1000 d.C.la cui composizione è attribuita a due personaggi mitici, Sandilya e Narada. In particolare i Narada-bhakti-sutra , illustrano i diversi aspetti della bhakti , fatta di supremo amore per Dio, che si esprime per l’attaccamento al culto mediante le immagini, ora nella narrazione, delle storie che esaltano la grandezza di Dio, ora in uno stato interiore di grazia che caratterizza la contemplazione del Sé, ora infine nel completo abbandono a Dio, ed è questa l’opinione di Narada. Sempre secondo Narada , la bhakti, si sviluppa dall’ascolto e dal canto delle qualità sublimi del Signore, e conduce a un rapporto d’amore simile a quello di un servo o di una sposa. Nella comunità di devoti ( bhakta ), non esistono distinzioni basate sulla casta, la bellezza, la ricchezza, la professione o altre cose, ed essi devono praticare la virtù della non violenza, la purezza, la compassione e la fede. Narada conclude con un elenco di undici tipi di bhakt i. Questa letteratura si sviluppò lungo due direttrici principali: la scuola saguna , che cantava un Dio personale, e quindi dotato di qualità e la nirguna che rivolgeva la devozione amorosa dei suoi cantori non tanto a una persona divina o un avatara, ma al Brhaman delle Upanisad , privo di forma e di qualità. La scuola della bhakti-saguna , si divise a sua volta in due orientamenti (Rama- bhakti , e Krsna-bhakti ) facenti capo ai due principali avatara, di Rama e di Krsna. Ai primi si deve la versione in hindi del Ramayana di Valmiki che ha fatto conoscere anche alla gente illetterata e semplice il mito del celebre avatara di Visnu , diventando l’opera di letteratura religiosa più largamente nota nell’area di lingua hindi. La Krsna-bharkti , i cui temi ruotano attorno al gioco d’amore di Krsna e Radha , ha ispirato intensi movimenti devozionali in tutta l’India centro-settentrionale.

Le principali religioni hindu

Parallelamente alla diffusione della bhakti , si verifica lo sviluppo delle maggiori religioni hindu; le caratteristiche delle tre religioni maggiori hindu sono chiaramente delineati nei Purana. In essi trionfa l’idea di Dio come essere supremo, personale, unico signore dell’universo; ha infiniti nomi, e i diversi nomi, non comportano, secondo i Purana, nessuna distinzione, solo gli uomini il cui animo è smarrito, a causa dell’ignoranza, vedono delle distinzioni. Le tre religioni principali hindu sono: la religione vaisnava , la religione saiva, la religione sakta. La religione vaisnava si ispira alla figura di Visnu , divinità solare del Veda, Signore del sacrificio e del dharma , fondamentale in tutte le tendenze della religione vaisnava è la dottrina degli avatara. Ed è proprio agli avatara, specialmente a Rama e Krsna , che si rivolge maggiormente la preghiera i devoti di Visnu. Le origini storiche di questa religione risalgono al IV secolo a.C; la Bhagavad-gita , di cui abbiamo parlato precedentemente, non è solo un punto fermo per tutti gli hindu, ma è il testo sacro fondamentale del Bhagavata che costituisce la corrente principale della religione vaisnava. Predominano in essa gli aspetti devozionali che caratterizzano una scuola del visnuismo antico, quella dei Pancaratra (le cinque notti, durante le quali cinque sapienti illustrano gli aspetti fondamentali di questo sistema religioso). Un'altra scuola vaisnava, Vaikhanasa, si distingue da quella dei Pancaratra, per aver conservato tradizioni vediche, i suoi sacerdoti fanno uso del sanscrito nel culto, sono di casta brahmanica e i suoi seguaci non si imprimono sul corpo i simboli di Visnu. La religione saiva, si ispira alla figura di Siva, una delle maggiori divinità del pantheon hindu, il cui nome che significa beneficio è usato nel Rg-veda per invocare il dio delle tempeste Rudra , allo scopo di placarne la collera. Siva si presenta come una figura ricca di contraddizioni, nella quale si compendiano le opposte esperienze della vita umana. Ebbe origine nello stato del Kashmir, nell'India settentrionale, ed era caratterizzato dal rituale e dall'uso dei mantra, più che dalla bhakti ("devozione"). Col diffondersi di altre tradizioni, le tradizioni tantriche moniste (IX-XII sec.), e con l'invasione musulmana poi (XII sec.), la religione saiva finì per scomparire del tutto da quella regione. Nel contempo la dottrina si era però già diffusa anche in altre parti del subcontinente indiano, e in particolare nelle regioni meridionali, dove aveva preso nuova vita fondendosi con le correnti religiose devozionali locali. Fu in particolare nello stato del Tamil Nadu che lo Śaivasiddhānta si espanse notevolmente, anche grazie all'appoggio delle dinastie reali. Questo contesto religioso locale aveva espressione in forme poetiche molto sentite dal popolo, che così manifestava la propria fede verso Dio, Śiva. Gli inni mettono in risalto un legame ben diretto e personale col Signore, il devoto si dichiara pronto anche a infrangere le barriere sociali e abbandonare ogni interesse al fine di poter esprimere il proprio amore per la divinità e ricevere la Sua grazia. Autori di questi inni devozionali sono i 33 nāyaṉār , personaggi considerati santi. Questa componente finì per sovrastare le altre forme di espressione religiosa del movimento, e ancor oggi costituisce un elemento peculiare dello Śaivasiddhānta. Nei numerosissimi templi del Tamil Nadu e regioni limitrofe, tutt'oggi sono i discendenti di cinque famiglie brahmaniche, gli ādi-śaiva , a officiare i culti e tutelare lo Śaivasiddhānta in India e all'estero. Lo Śaivasiddhānta contempla tre categorie ontologiche[1]: