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SANATANA DHARMA E RELIGIONI HINDU, Sintesi del corso di Storia dell'India

riassunto dell'opera di Caracchi SANATANA DHARMA E RELIGIONI HINDU

Tipologia: Sintesi del corso

2023/2024

Caricato il 01/07/2024

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martina-rovedatti 🇮🇹

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SANATANA DHARMA E RELIGIONI HINDU
La complessità dell’induismo ha portato alcuni studiosi a negarne una
realtà unitaria, o a riconoscervene un’invenzione inglese per alimentare le
discordie fra hindu e musulmani. Ad inizi XIX s, la cultura indiana subì
l’influenza occidentale e si trasformò. La parola ‘hinduism’ è forse stata
coniata in questo secolo e avrebbe una connotazione geografica: ‘shindu’
= ‘fiume’ sarebbe divenuto ‘hindu’ in antico iranico, e poi utilizzato dai
conquistatori turchi per indicare gli abitanti del bacino dell’Indo che non si
convertirono all’Islam. ‘religione’ non ha un equivalente nelle lingue
indiane --> viene spesso tradotto con ‘dharma’, che non ha però
equivalente nelle lingue europee: indica un complesso di dottrine e culti.
‘sanatana dharma’ indica un ‘ordine universale e perenne’, una ‘legge
eterna’, che non ha data di fondazione o fondatore, esiste in ogni caso, è
perenne/sanatana, ha una visione olistica della vita (non c’è distinzione
fra sacro e profano). Il dharma applicato alla società è caratterizzato da
due aspetti: il primo è quello comune/samanya, valido per tutta l’umanità,
che consiste nell’osservare i princìpi etici più universali, il secondo è
quello ‘particolare0, che prevede norme differenziate sulla distribuzione di
diritti e doveri, che considera lo stadio della vita e la funzione di ciascuno
nella società (sistema castale).
Il corpo fisico corrisponde a solamente 1/3 dei corpi dell’uomo, quello
‘grossolano’ che ha fine con la morte. Un altro è il ‘corpo sottile’/sukshma,
che comprende l’energia vitale/prana e gli elementi psichici. L'ultimo
componente è il corpo ‘causale’/karana, fatto di ignoranza/avidya della
propria natura spirituale, è il male radicale, causa prima delle rinascite.
L'insieme di tutte le sfere dell’esistenza è il teatro del samsara: il
perenne scorrere insieme di ri-nascite e ri-morti, regolato dalla propria
legge del karman. Al karman è sottoposta ogni forma di esistenza, unite
da esso con un filo sottile. È la legge universale della retribuzione: ogni
azione fisica o mentale produce un risultato positivo o negativo in questa
vita o nelle future, è la somma di meriti e demeriti. La legge del karman è
una delle dottrine fondamentali nella visione indiana dell’uomo e
dell’universo, condivisa anche da jainismo, buddhismo e sikhismo. Una
delle condizioni per migliorare il proprio karman è accettare con distacco
vita e avvenimenti, nella consapevolezza che essi sono causati dalle
nostre stesse azioni passate. Accettare la propria condizione comporta
osservare ‘il proprio dharma’/svadharma, l’applicazione individuale del
dharma particolare. A volte queste norme possono entrare in conflitto con
il dharma comune. Il sistema delle caste e degli stadi di vita è regolato da
una serie di testi detti ‘dharmashastra’, il cardine della società
tradizionale hindu. La suddivisione in categorie dette ‘varna’/colore
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SANATANA DHARMA E RELIGIONI HINDU

La complessità dell’induismo ha portato alcuni studiosi a negarne una realtà unitaria, o a riconoscervene un’invenzione inglese per alimentare le discordie fra hindu e musulmani. Ad inizi XIX s, la cultura indiana subì l’influenza occidentale e si trasformò. La parola ‘hinduism’ è forse stata coniata in questo secolo e avrebbe una connotazione geografica: ‘shindu’ = ‘fiume’ sarebbe divenuto ‘hindu’ in antico iranico, e poi utilizzato dai conquistatori turchi per indicare gli abitanti del bacino dell’Indo che non si convertirono all’Islam. ‘religione’ non ha un equivalente nelle lingue indiane --> viene spesso tradotto con ‘dharma’, che non ha però equivalente nelle lingue europee: indica un complesso di dottrine e culti. ‘sanatana dharma’ indica un ‘ordine universale e perenne’, una ‘legge eterna’, che non ha data di fondazione o fondatore, esiste in ogni caso, è perenne/sanatana, ha una visione olistica della vita (non c’è distinzione fra sacro e profano). Il dharma applicato alla società è caratterizzato da due aspetti: il primo è quello comune/samanya, valido per tutta l’umanità, che consiste nell’osservare i princìpi etici più universali, il secondo è quello ‘particolare0, che prevede norme differenziate sulla distribuzione di diritti e doveri, che considera lo stadio della vita e la funzione di ciascuno nella società (sistema castale). Il corpo fisico corrisponde a solamente 1/3 dei corpi dell’uomo, quello ‘grossolano’ che ha fine con la morte. Un altro è il ‘corpo sottile’/sukshma, che comprende l’energia vitale/prana e gli elementi psichici. L'ultimo componente è il corpo ‘causale’/karana, fatto di ignoranza/ avidya della propria natura spirituale, è il male radicale, causa prima delle rinascite. L'insieme di tutte le sfere dell’esistenza è il teatro del samsara : il perenne scorrere insieme di ri-nascite e ri-morti, regolato dalla propria legge del karman. Al karman è sottoposta ogni forma di esistenza, unite da esso con un filo sottile. È la legge universale della retribuzione: ogni azione fisica o mentale produce un risultato positivo o negativo in questa vita o nelle future, è la somma di meriti e demeriti. La legge del karman è una delle dottrine fondamentali nella visione indiana dell’uomo e dell’universo, condivisa anche da jainismo, buddhismo e sikhismo. Una delle condizioni per migliorare il proprio karman è accettare con distacco vita e avvenimenti, nella consapevolezza che essi sono causati dalle nostre stesse azioni passate. Accettare la propria condizione comporta osservare ‘il proprio dharma’/svadharma, l’applicazione individuale del dharma particolare. A volte queste norme possono entrare in conflitto con il dharma comune. Il sistema delle caste e degli stadi di vita è regolato da una serie di testi detti ‘dharmashastra’, il cardine della società tradizionale hindu. La suddivisione in categorie dette ‘varna’ /colore

riflette quelle dei popoli indoeuropei, si fonda su un concetto rituale della società, che è incentrata sul sacrificio (fulcro della vita religiosa dell’India antica). varna e jati indicano gruppi sociali endogamici (ordinamento matrimoniale, basato su un obbligo di mantenersi all’interno dello stesso gruppo sociale): Più ci si avvicina al vertice della classe sociale e più aumentano obblighi, doveri, diritti e dignità. La vita ascetica costituisce il coronamento ideale dell’esistenza umana, ma per essere in grado di vivere il distacco dal mondo con consapevolezza, è necessario farne prima piena esperienza: è per questo stata elaborata una teoria di 4 obiettivi della vita/purushartha, che riguardano aspetti intimi e collettivi:

  1. Kama: amore, passione, erotismo
  2. Artha: acquisizione di beni materiali ed esercizio di potere
  3. Dharma: norme del corretto agire
  4. Moksha/mukti: liberazione dal ciclo di rinascite I veda sono i testi sacri su cui il sanatana-darma si fonda. Il termine deriva da ‘vid-’ = ‘conoscere’/’sapere’. Il complesso di testi vedici è ‘shruti’ = ‘ascolto’. Perno della religiosità vedica è il sacrificio, congiunzione fra cielo e terra, uomini e dèi, attraverso la mediazione del fuoco e del dio Agni, che tradizionalmente ardeva perennemente in ogni abitazione. Il sacrificio vedico ha, a sua volta, fondamento mitico nel sacrificio del Purusha /essere umano/maschio, uomo cosmico, dal cui smembramento rituale originario si sarebbe appunto originato l’universo con la società umana --> è l’archetipo di ogni sacrificio, che ripropone l’atto primordiale della manifestazione dell’universo, atto doloroso e cruento. La molteplicità è data dallo smembramento dell’unità primordiale. Gli insegnamenti più importanti sono contenuti nell’ultimo corpus di testi vedici, le Upanishad , detti anche ‘vedanta’/fine dei veda; si tratta di insegnamenti ‘segreti’ raccolti sotto forma di appunti dalla viva voce del guru/maestro spirituale, e sono volutamente incompleti e oscuri, perchè richiedono una guida per la comprensione. Nella filosofia indiana la verità è già data nella parola

SACERTODI CHE EBRAHMANI LEGANO TERRA E CIELO

GUERRIERI E DIFENSORI DELLA

SOCIETàKSHATRIYA : VAISHYA : PRODUTTORI DI BENI E RICCHEZZE SHUDRA : LAVORATORI SERVILI

PARIA : SENZA

CASTA, EMARGINATI E

IMPURI

Ogni ‘vita’ dell’universo consta di numerosi cicli di 4 ere/yuga (nominate secondo il punteggio del gioco dei dadi, dal più alto al più basso), durante le quali umanità e mondo attraversano un progressivo decadimento, fino all’era attuale, kali-yuga, l’ultima e peggiore delle 4, nella quale l’osservanza del dharma è sempre più trascurata, in cui aumentano corruzione ed empietà, le caste si confondono, la vita si abbrevia e diviene infelice. Esistono innumerevoli universi, tutti in stadi diversi di evoluzione. Nulla nell’universo si ripete in modo identico. ♦ La dottrina degli avatara è connessa in particolare alla figura luminosa e benevola di Vishnu, cui compete la funzione di conservare e mantenere l’universo. I suoi simboli regali e solari sono il parasole, la tiara, il disco, la conchiglia (che riproduce il suono primordiale da cui proviene la manifestazione dell’universo), la mazza (rappresenta la conoscenza che scaccia l’ignoranza), il loto (simbolo di purezza ed elevazione interiore). Una celebre iconografia ritrae il dio sul serpente Shesha/Ananta (senza fine), le cui spire sono gli infiniti cicli del tempo, e le acque intorno rappresentano il caos primordiale. È per eccellenza il datore di grazia, figura rassicurante. ♦ Diversa, inquietante e terribile è la figura del dio Shiva, connessa alla dissoluzione dell’universo, al suo riassorbimento nell’essere divino, la ricomposizione dell’unità. È venerato sotto l’aspetto terrifico di Bhairava. È anche yogishvara, signore degli yogin, che incarna l’ideale ascetico del distacco e della rinuncia dal mondo. È maestro divino, eternamente giovane, raffigurato mentre insegna con il silenzio l’inconoscibilità dell’Atman. È nataraja, re dei danzatori, la cui energia cosmica rigenera e distrugge senza posa l’universo. Per i devoti è benevolo, manifesta il mondo e lo riassorbe in sè come libera espressione del suo amore Le figure di Ishvara, Vishnu e Shiva compongono la ‘trimurti’, nozione che indica i tre aspetti divini. È una ‘triade funzionale’: per vishnaviti e shivaiti il volto personale dell’Assoluto/Ishvara sono Vishnu e SHiva --> la trimurti è una manifestazione. ♦ La manifestazione dell’universo è legata anche alla figura di Brahma. Non compete con il ruolo di Ishvara come gli altri due componenti della trimurti, Vishnu e Shiva ♦ Altro culto, maggiormente diffuso nel bengala e nell’India nord- occidentale, è quello degli shakta: coloro che adorano l’essere supremo sotto forma di madre divina, personificazione della shakti/potenza/energia, attraverso la quale il dio si manifesta, sostiene e riassorbe l’universo. Tale energia non è distinta

dall’essere supremo --> si verifica l’assenza di distinzione ontologica fra Ishvara e shakti (che ne è l’aspetto dinamico). La shakti è anche maya , perchè manifestare il mondo significa sprofondarlo nell’illusione della molteplicità e della separazione: da qui l’appellativo mahamaya/grande illusione. I due aspetti della grande dea/mahadevi più importanti sono quelli di Durga e Kali. Ogni figura divina è accompagnata dalla sua shakti, che nel linguaggio del mito è la sua sposa. ♦ Lakshmi, dea di prosperità e ricchezza, è la shakti di Vishnu ♦ Uma/sati/parvati sono i nomi della sposa di Shiva ♦ Durga, l’inaccessibile, è la devi guerriera raffigurata a cavallo di un leone mentre uccide un demone dal corpo di bufalo, che minacciava l’ordine cosmico, utilizzando le armi donatele dagli altri dèi ♦ Kali, la nera, è raffigurata con la lingua lorda di sangue, una collana di teschi e un gonnellino di braccia mozzate, mentre danza nuda sul corpo di SHiva cadavere --> simbolo di trascendenza e immutabile staticità dell’Assoluto. È anche tremenda allegoria del tempo, che distrugge tutte le cose nel suo fluire inesorabile, l’io debellato (perchè regge un corpo mozzato), gli attaccamenti inceneriti dal fuoco della conoscenza (spada insanguinata) ♦ Sarasvati, patrona di scienza – musica – arti è legata a Brahma. A ciascuna figura divina è connessa una ricca mitologia, la cui lettura simbolica si accompagna ad implicazioni teologiche – cosmogoniche – soteriologiche, sono tutt’ora presenti negli insegnamenti hindu. I miti esprimono l’inesprimibile, alludono a ciò che non può essere espresso con le rigidità concettuali. Le narrazioni mitiche sono fra i temi principali di una vasta serie di testi sacri: i Purana /Antichi, enciclopedie del sapere tradizionale: temi mitologici accompagnati ad argomenti filosofico- dottrinali, cosmogonie e cosmologie, prassi religiose. I 18 purana principali/mahapurana e i molti secondari/upapurana, insieme agli antichi trattati detti shastra e i tantra (ambienti shakta) formano il complesso della Smirti/testi della memoria. È dove le varie religioni hindu trovano i loro fondamenti dottrinali e mitologici, e le prescrizioni di pratiche religiose. Queste ‘religioni’ corrispondono a ciò che indica il termine sanscrito ‘sampradaya’, uniche vere forme di organizzazione religiosa hindu tradizionale. Ciascun sampradaya adora una divinità di elezione/ishtadevata, aderisce ad una scuola filosofica e propone una via di salvezza. Gli insegnamenti sono custoditi e tramandati da una catena di maestri. Molte sono le vie per raggiungere la divinità d’elezione, e ciascuno può scegliere quella che più si adatta alla sua sensibilità, alle sue capacità e

è anche il nome di uno dei 6 darshana: indirizzi classici del pensiero hindu, il cui testo fondamentale sono gli yoga-sutra di Pantanjali: la disciplina yoguca è codificata in ‘8 membri’/ashtanga, a partire dalle regole morali e di purità, passando poi alle posizioni del corpo e al controllo del respiro, fino ad arrivare a gradi sempre più profondi di concentrazione mentale, culminanti nel totale raccoglimento del samadhi. L'idea che sottostà alle discipline yogiche è che non si può giungere alla liberazione se non domando la mente, che è continuamente in balìa delle sollecitazioni provenienti dal mondo esterno attraverso i sensi, e da quelli provenienti dal subconscio, dove si trovano le ‘impressioni latenti’ prodotte dalle azioni passate. In questo stato di turbamento, l’uomo commette l’errore di scambiare la conoscenza (il suo vero sè eterno e immutabile) con i suoi stati mentali piacevoli e dolorosi, identificandosi con essi, questo errore provoca l’attaccamento all’esistenza e all’io psicofisico, mutevole e illusorio, che causa il perpetuarsi delle rinascite, e del dolore dell’esistenza. Lo scopo dello yoga è definito negli yoga-sutra come ‘l’arresto delle attività mentali’, ed è fare del tumultuoso mare della mente uno specchio terso e tranquillo in cui si rifletta solo la luce dell’Atman, che si presenta come unica realtà, dissolvendo l’ignoranza e ponendo fine alla falsa identificazione con il piccolo io, impermanente e ontologicamente inconsistente. La visione del fine da raggiungere varia nelle diverse scuole e correnti religiose. Lo yoga mira ad arrestare il flusso della mente, spostando l’attenzione dal mondo esterno verso l’interno, e procedendo poi con tecniche di concentrazione sempre più raffinate, che variano nelle diverse scuole. Richiede di essere appreso e praticato sotto la guida di un maestro, e ha quindi natura iniziatica: è una pratica d’èlite, anche se alcune tecniche hanno raggiunto una grande diffusione. IL JAPA: è una tecnica dello yoga che consiste nella ripetizione di una formula sacra/ mantra o semplicemente del nome del dio. Nella pratica del japa si utilizza un rosario/mala composto da 108 grani (numero sacro per eccellenza), che, all’occorrenza, può essere sostituito dalle falangi delle dita. Molte delle formule ripetute nel japa contengono il nome della divinità d’elezione, seguito o preceduto da ‘namah’/omaggio, e iniziano con una sillaba sacra, considerata il suo seme/bija. Fra le sillabe sacre, la più importante e comune è OM, considerata la matrice da cui ebbero origine tutti i suoni, e da cui si sprigionò la stessa manifestazione dell’universo: è l’espressione più alta dell’Assoluto sul piano fonico; è chiamata anche ‘shabda Brahman’/il brahman in forma di parola. L'incessante ripetizione del mantra aiuta a raggiungere lo stato di ekagrata/concentrazione in un solo punto, di fondamentale importanza in tutte le discipline yogiche. Nella pratica del japa la concentrazione è favorita dalla presenza di un intenso amore devozionale. Poichè la mente assume le caratteristiche dei suoi oggetti, divenendo il nome di dio, e in

seguito solo la vibrazione della sacra sillaba iniziale, si purifica fino a farsi trasparente alla luce divina. La ripetizione del nome di dio è efficace come esercizio di concentrazione ed è fonte di grande merito religioso: nei testi sacri si dice che la ripetizione, o la sola invocazione del nome divino, grazie al suo immenso potere attiri sul devoto grazia divina e gli permetti di espiare cumuli di peccati. Testimoniano l’importanza attribuita al nome divino anche gli innumerevoli ‘inni dei mille nomi’, dedicati a diverse figure divine e presenti soprattutto nei Purana. IL GURU: altra caratteristica comune alle diverse religioni hindu, ha un ruolo fondamentale come maestro spirituale. Il guru ideale è il liberato vivente/jivanmukta, ossia, nella versione dell’Advaita-vedanta, l’uomo che, trascesi i limiti dell’io, ha preso coscienza dell’essere l’Atman, da sempre libero e beato. Per chi aspira alla liberazione, non vi è fortuna superiore a quella di incontrare un simile maestro. In lui, l’Assoluto si manifesta sotto spoglie mortali. Egli è il ponte tra realtà e illusione. Nel Gurugita, un testo di ispirazione advaita, cantato in molti centri monastici, la figura del guru umano e del guru divino, che ‘abita’ nell’interiorità di ogni uomo, si identificano: il guru umano è venerato come rivelazione vivente della realtà divina. Un perfetto guru è estremamente raro da trovare; il maestro spirituale può essere chiunque abbia giù percorso un lungo tratto della strada verso la liberazione. Una delle doti principali di un vero maestro è quella di saper comprendere la natura e il grado di evoluzione spirituale del discepolo, per guidarlo adattando il proprio insegnamento alle sue capacità di recepirlo e metterlo in pratica. La guida del guru è indispensabile per la pratica di alcune discipline yogiche che utilizzano le forze sottili presenti nel corpo umano. La guida è necessaria per il loro carattere in parte ‘segreto’ e per la pericolosità insita nella pratica stessa, che, se mal impostata o non adeguata alle capacità del praticante, può, in casi estremi, portare alla pazzia. Anche i veda, in ambito tradizionale, possono essere appresi solo direttamente dalla voce del maestro, fedele depositario della tradizione, suo interprete e continuatore. In mancanza di una struttura unitaria, gerarchicamente organizzata, tutto l’induismo si fonda sull’autorità del guru. I diversi ordini monastici e le diverse correnti religiose sono tutte sorte intorno all’autorità di maestri/acarya che hanno aperto nuovi percorsi spirituali, pur presentandosi sempre come fedeli interpreti di una tradizione antica. Nell'induismo ‘ortodosso’, tutte queste diverse tradizioni hanno il loro comune fondamento nei veda. LA PRASSI RELIGIOSA - il culto attraverso le immagini sacre: il panorama delle dottrine e delle religioni hindu è vasto e complesso, con una grande diversificazione al suo interno; tale complessità caratterizza anche la sfera della pratica rituale e religiosa. Uno degli aspetti più appariscenti del culto

per la concentrazione yogica. Si tratta di figure astratte che attraverso una varia disposizione di forme geometriche esprimono complesse cosmologie e cosmogonie, che, sul piano individuale, corrispondono a precisi percorsi interiori, aventi per lo più carattere iniziatico. Di solito gli yantra sono collegati con determinate figure divine, ed esprimono con un linguaggio astratto la stessa simbologia che la statua sacra e il mito esprimono in forme più concrete. Lo yantra forse più celebre è lo Shri- cakra/Shri-yantra, collegato con la dea (Shri è uno dei suoi appellativi): la sua forma complessa rispecchia la complessità della teologia tantrica shivaita e shakta. ANIMALI E PIANTE SACRE: una delle caratteristiche della spiritualità hindu è l’attitudine ad adorare ovunque la presenza divina. Nella prospettiva dell’onnipresenza del divino e del sacro, si comprende come gli hindu abbiano individuato particolari manifestazioni divine anche nel regno animale, in quello vegetale e in diversi aspetti della natura. Per quanto riguarda il regno animale, è nota la venerazione della vacca, che, secondo l’ipotesi di molti studiosi, affonderebbe le sue radici nell’economia pastorale degli antichi indoeuropei. Nutrendo l’uomo con il suo latte, questa è simbolo per eccellenza della maternità, ed è sempre stata venerata nelle società hindu. Il rispetto per la vacca è parte integrante della cultura indiana, ed è talmente radicato che anche gli hindu lontani dalla dimensione religiosa della vita solitamente non si cibano di carne bovina. Fra gli altri animali sacri vi sono i serpenti (sacri a Shiva), le scimmie (sacre ad Hanuman), i tipi (sacri a Ganesha), e gli elefanti sacri. Nel mondo vegetale, il più importante fra gli alberi sacri è il pipal (ficus religiosa, in sanscrito ashvattha), venerato anche dai buddisti, perchè sotto le sue fronde il buddha ottenne il risveglio. Degna di speciale menzione è la tulsi, sacra a Vishnu, una specie di basilico con foglie piccole e tronco legnoso: nelle case die devoti vaishnava è oggetto di venerazione quotidiana, le sue foglie sono impiegate nel culto e con il suo legno si realizzano i rosari. L'espressione più sublime dell’Assoluto rimane l’uomo che ha attinto la perfezione e in cui risplende la luce dell’Atman: al liberato vivente, al santo, al guru, è tributati un culto analogo a quello delle immagini sacre. LO SPAZIO SACRO: per la tendenza a riconoscere ovunque la presenza del divino, lo spazi sacro e il tempo sacro rivestono dell’induismo una rilevanza particolare. L'India intera si presenta come spazio sacro, come la Punya bhumi/terra del merito/terra sacra, e come uno dei tanti aspetti della divina madre dell’universo: quello di Bharata Mata, la madre India, la terra dei discendenti del progenitore Bharata. Inoltre, dall’Himalaya fino all’estremità meridionale, è disseminata di luoghi santi/ tirtha /guadi, che

sono visitati da folle di pellegrini. Il tirtha più celebrato nei testi sacri e uno dei più frequentati è la città santa di Varanasi, chiamata anche Banaras/Benares. Si affaccia sulla sponda occidentale del Gange, che lì devia il suo corso verso il nord, così che dai suoi ghat/scalinate che conducono all’acqua è possibile assistere al sorgere del sole, durante il bagno sacro del mattino. Anche i fiumi sono considerati sacri: per eccellenza il Gange, venerato come dea Ganga, una dele forme della divina madre dell’universo, che si manifesta come potenza salvifica e purificatrice, capace di liberare dai peccati i fedeli che immergono o coloro che meditano sulla sua forma o ne ripetono devotamente il nome. La Ganga è particolarmente sacra a Benares, ma sono soprattutto i luoghi himalayani della sua sorgente ad affascinare quanti aspirano ad una vita dedita all’ascesi e allo yoga -> la montagna, regno di silenzio e solitudine, è da sempre luogo d’elezione degli yogin. IL TEMPO SACRO: si basa su un calendario lunare che tiene il passo con l’anno solare grazie all’introduzione periodica di mesi intercalari. Le feste religiose del calendario hindu sono molto numerose; alcune vengono celebrate solo dai devoti di una particolare figura divina o sono legate ad un particolare luogo santo, mentre altre sono comuni a tutti gli hindu. Le feste principali sono 4, ciascuna idealmente collegata ad una delle 4 categoria sociali:  Rakshabandhan: nel giorno della luna piena d’agosto, è la festa brahmanica per eccellenza. Le sorelle usano legare al posto dei fratelli un cordoncino rosso/rakhi, e i fratelli fanno alle sorelle un dono in denaro e si assumono il sacro impegno della loro protezione/raksha.  Dashahara o Vijaya-dashami: cade in ottobre, al termine delle ‘nove notti’, la novena dedicata al culto della devi, che costituisce uno dei periodi più sacri dell’anno. La festa è particolarmente solenne in Bengala, dove il culto della madre è più profondamente radicato. Celebra l’uccisione del demone-bufalo Mahisha da parte di Durga, le cui statue, dopo tre giorni di venerazione, sono portate in processione al Gange per esservi buttate, con canti, danze e musica. Nello stesso giorno si celebra anche la vittoria di Rama sul demone Ravana, il demone a 10 teste che aveva rapito la sua sposa, SIta. I fantocci in cartapesta che raffigurano Ravana e i principali demoni del suo seguito sono bruciati la notte con grandi festeggiamenti.  Dipavali o Divali: legata alla figura di Rama e al suo ritorno alla città di Ayodhya dopo 14 anni di esilio, festeggiato con l’accensione di migliaia di lumi. Il nome ‘dipavali’ significa ‘festa dei lumi’, che vengono usati per tornare soglie e davanzali, a rischiarare le

sociali superiori (esclusione degli shudra), oggi celebrata quasi solo dai brahmani; si tratta di un rito molto ricco di contenuti simbolici, che corrisponde ad una iniziazione e ad una rinascita spirituale: conferisce al neofita la dignità di ‘due volte nato’’/dvija, e lo rende idoneo all’apprendimento dei veda (nell’India antica segnava l’inizio dello stato di brahmacarya) e alla celebrazione dei riti vedici. Simbolo di questa rinascita è il sacro cordone, che dalla spalla sx scende sul fianco dx, e che ogni anno va rinnovato con un apposito rito nel giorno di Rakshabandhan. Complessi e suggestivi sono i riti del matrimonio/vivaha, i cui festeggiamenti di solito iniziano verso sera e possono prolungarsi per giorni. Il rituale vero e proprio generalmente si svolge in un padiglione aperto, allestito nel cortile della casa della sposa, sedendo attorno al fuoco sacro. Il rituale dura diverse ore, nel cuore della notte, e culmina con i 7 passi che i due sposi eseguono attorno al fuoco, legati tra loro per un lembo delle loro vesti. Per la celebrazione di un matrimonio tradizionale, ruolo fondamentale ha l’astrologo, consultato per fissare data e ora della cerimonia, e per esaminare le carte del cielo dei due per accettarsi che i loro oroscopi siano compatibili. Anche i riti funebri/antyesti sono complessi: il corpo del defunto, preparato e adornato di fiori, è portato in corte nel luogo di cremazione per essere bruciato su una pira. Al primogenito maschio, o parente più prossimo, spetta il compito di appiccare il fuoco, dopo aver compiuto per 3 o 7 volte una circoambulazione rituale intorno al cadavere. Le ceneri, se possibile, vengono disperse in un fiume sacro, e ai parenti rimane l’obbligo di celebrare periodicamente dei riti appositi/shraddha. L'antichissimo ruolo della cremazione sottolinea il carattere caduco e impermanente dell’esistenza. Il fuoco purificatore consente al corpo sottile di liberarsi più in fretta dai legami terreni e di avviarsi verso il nuovo destino. Alla radicata fede nella sopravvivenza dopo la morte, oltre che all’accettazione nell’ineluttabilità della sofferenza, è dovuto l’atteggiamento di dignitosa compostezza nei confronti della morte. CIBO E PURITA’ RITUALE: importanti nella vita e nei rituali hindu sono i principi di purità e contaminazione. L'ide adi purità solo in parte coincide con quella di igiene e pulizia, e si basa su presupposti diversi, di ordine rituale e religioso. Per essere puro nel corpo, un hindu deve iniziare la sua giornata col bagno, cui si accompagna un’accurata pulizia della bocca; è importante che il bagno sia fatto in acqua corrente. Senza aver fatto il bagno, un hindu tradizionale non può entrare nei templi, o può eseguire riti o cucinare, essendo il cibo una delle cose più facili a ‘contaminarsi’ e a ‘contaminare’. Il bagno, e talvolta altri riti di purificazione, sono necessari anche quando si viene in contatto con cose o persone ritenute impure, o in occasioni particolari, come nascita e morte. La morte è ritenuta fonte di

impurità, più della nascita: anche la semplice notizia della morte di un congiunto è contaminante, impura è considerata anche la donna durante il periodo mestruale: non può entrare nei templi e, talvolta, neppure in cucina, Innumerevoli sono le norme connesse col cibo e con l’alimentazione. Sono considerati impuri cibi e stoviglie venuti a contatto con la bocca, anche indirettamente --> largo impiego di piatti e stoviglie monouso. La purità del cibo è legata anche alla sua qualità. Sono molto puri il latte e la frutta, sono impuri carne, pesce e uova. L'impurità del cibo carneo non è l’unica ragione dell’alimentazione vegetariana: ha la sua motivazione più profonda nell’ aimsha , spesso esaltata come una delle virtù più importanti, e che comporta il rispetto della vita in tutte le sue forme. Tutte le interdizioni alimentari divengono più blande scendendo nella scala sociale. Il cibo non dovrebbe essere preparato da persone appartenenti ad una categoria sociale inferiore, ma una nromativa consente deroghe per alcuni tipi di cibo. INDUISMO OGGI – L'INDUISMO COME DHARMA: è un sistema normativo che, oltre alla sfera religiosa, riguarda anche tutti gli aspetti della vita sociale e individuale. La pratica del dharma deve oggi fare i conti con il processo di modernizzazione e di globalizzazione che sta trasformando la società indiana. Il processo di trasformazione è stato innescato dall’incontro con l’occidente coloniale, più che dall’incontro con l’Islam, presente in territorio indiano fin quasi dagli arbori della storia. L'islam mise a confronto due visioni di dio, del mondo e della società, ma si trattava di due mentalità accumunate da una netta impostazione tradizionale. Il confronto con l’occidente fu mediato dalla dominazione coloniale, con la sua arrogante pretesa di superiorità culturale, supportata da una effettiva superiorità sul piano tecnico – scientifico. I nuovi stili di vita, legati all’industrializzazione, stravolgono gli antichi ritmi tradizionali, e sostituiscono il prestigio della casta con quello del denaro. Il sistema delle caste non è scomparso ma è stato snaturato; è funzionale alla conservazione di privilegi, ma finisce per avvallare situazioni di sfruttamento e oppressione --> quello che oggi sopravvive dell’antica organizzazione castale, nella maggior parte dei casi, aumenta l’ingiustizia sociale. I novi movimenti fondamentalisti si presentano come difensori dell’induismo tradizionale, ma sono frutto del colonialismo --> si tratta di Negare i valori della tradizione, come la tolleranza e la capacità di accogliere il diverso, con atteggiamenti di fanatismo e intolleranza, quasi del tutto estranea alla mentalità hindu.