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Appunti di tutte le lezioni di Televisione + lezione integrativa “la musica nelle serie tv” del prof. Gianni Sibilla Voto esame 30
Tipologia: Appunti
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Di cosa parliamo quando parliamo di tv? Media molto sviluppato dal punto di vista industriale. È senz’altro il mezzo di comunicazione che ha funzionato meglio di tutti gli altri, soprattutto nel periodo di pandemia; funziona anche meglio della rete dal punto di vista della diffusione (per via delle varie fasce d’età). È il mezzo di comunicazione più solido, più ricco e con i maggiori margini di crescita. Ambito straordinariamente vivace, molto ricco e molto strutturato dal punto di vista del business. Amanda Lox afferma che è probabile che continueremo a considerare televisione anche quei documenti che fruiremo anche anni dopo la pubblicazione; abbiamo tanti modelli di televisione e tante modalità di fruizione televisiva quanti sono i dispositivi per fruire un programma televisivo (piattaforme nelle quali vengono appoggiati e poi trasmessi; es. Netflix). La televisione nasce nel ’29 in Gran Bretagna, primo programma sperimentale, nel 1936 alla vigilia della seconda guerra mondiale la BBC inizia le trasmissioni e nel 1939 c’è la grande diretta dell’incoronazione di Re Giorgio: la diretta è un dato straordinariamente importante per quanto riguarda lo statuto comunicativo della tv. La televisione in questo modo diventa uno strumento potentissimo di coesione, di cultura e di aiuto per l’emancipazione dei cittadini. Negli stessi anni, in Germania, si trasmettono le olimpiadi di Berlino (la sua trasmissione fu un modo per Hitler di mostrare la sua potenza, facendo vedere l’apparato delle olimpiadi di Berlino). La tv dimostrò di essere un mezzo estremamente potente ma allo stesso tempo delicato da maneggiare, doveva essere gestito in maniera attenta. Nel 1939 negli Stati Uniti cominciano le trasmissioni sperimentali (in ritardo rispetto in Europa, ma non per tutta: in Italia la trasmissione sperimentale avviene nel ’39 solo nelle grandi città e poi esplode nel ’54). Dopo la fine del conflitto della seconda guerra esplode il fenomeno tv; in Italia la situazione è più lenta, perché nel dopoguerra fa una fatica incredibile a risollevarsi dai danni del conflitto (negli anni del dopoguerra in Italia il tasso di analfabetismo era altissimo). La televisione si fa carico di tutta una serie di doveri nei confronti della popolazione italiana: il tv era un lusso che potevano permettersi in pochi. Nel 1954 sono attivi 88mila abbonamento alla rai, 10n anni dopo gli abbonamenti salgono a 4milioni. Anche per la tv c’erano due modelli di sviluppo di broadcasting (che derivano dalla radio): modello commerciale (USA, raccolta pubblicitaria, finalità prettamente basata sull’intrattenimento) e modello statale (UK, con un canone mensile, orientata ad una finalità pedagogica). PALEOTELEVISIONE: primo periodo della storia della nostra tv, occupa un ventennio (1954-76), termine inventato da Umberto Eco, televisione delle origini. In questo modello ci sono tutti gli elementi che costituiscono la tv odierna. Periodo del monopolio (’54-’76): in Italia c’è un’unica emittente televisiva (rai), un unico centro di produzione e distribuzione dei contenuti, rete legata allo stato con funzione educativa con l’obiettivo principale di alfabetizzare la popolazione, di divertirla ma attraverso dei contenuti approvati dal punto di vista etico e culturale, la tecnologia nel monopolio era piuttosto basica. Il palinsesto era rigido: c’era molto poco nei primi anni, pochissimi orari fissi, la tv iniziava a metà pomeriggio con una piccola porzione di contenuto dedicata ai ragazzi dalle 17:30 in avanti per un’oretta; poi schermo nero e alle 20 telegiornale e dopo una porzione di pubblicità (carosello) e dopo partiva il “pezzo forte” della serata (non era diviso in prima serata ecc), durava 1h30, dopodiché schermo nero. I generi erano molto definiti: intrattenimento, fiction, informazione; non si contaminavano tra loro, era tutto molto impermeabile e rigido. Non c’era bisogno di misurare gli ascolti perché non c’era la concorrenza (solo RAI, canale unico); non c’era un indice in % degli ascolti ma con un indice di gradimento: faceva compilare a famiglie selezionate tra gli abbonati un diario, in cui i selezionati scrivevano cosa piaceva o meno rispetto quello che veniva trasmesso in tv in quel periodo, poi i diari venivano letti ed elaborati dai funzionari rai (necessità di controllare non i numeri, ma i contenuti). Carosello (finisce nel 1976, con la fine del monopolio RAI) Jean-Luc Godard diceva che era il prodotto più originale del prodotto audiovisivo italiano. Si doveva parlare del prodotto senza mostrarlo, mostrandolo il meno possibile, perché nel modello monopolistico il finanziamento
arrivava attraverso il canone, quindi la pubblicità era minima, doveva essere relegata in una porzione specifica. Il prodotto doveva essere raccontato senza essere necessariamente venduto. Porzione del tempo televisivo che traghettava tutto il pubblico verso il programma della serata, era un quarto d’ora di trasmissione che veniva aperto e chiuso da una sigla, nella quale c’erano 4- 5 caroselli (spot) che duravano vari minuti: in questi minuti veniva raccontata una storia, molto spesso che non c’entrava nulla con il prodotto e alla fine negli ultimi secondi veniva mostrato (il prodotto). Il monoscopio è una grafica che mostra la struttura della televisione, l’immagine fissa che significava che non c’era nulla da vedere (quando finivano i programmi), segnale che non c’erano le trasmissioni. Il televisore nei primi anni era un oggetto del desiderio ma non tutti potevano procurarselo, quindi veniva utilizzato in maniera collettiva (es. nei bar, sale cinematografiche): per molti era diventato un rituale andare a vedere la tv fuori casa, perché si condivideva un’esperienza (era uno status symbol per chi aveva il televisore a casa, mentre per chi non lo aveva e lo guardava nei luoghi pubblici era un’esperienza collettiva). Si guardava quello che ogni serata, soprattutto in quelle legate all’intrattenimento (varietà, sceneggiato, quiz del giovedì sera), permetteva un’idea collettiva, permetteva di discutere i vari punti di vista. Mike Bongiorno è un caposaldo della televisione, è stato il primo ad andare in video ( 3 gennaio 1964 ), non con un quiz ma con un programma che si chiamava “ Arrivi e partenze ”, in cui Bongiorno intervista i passeggeri in transito all’aeroporto (idea di progresso, di futuro, di movimento, novità, innovazione: la tv si pone da subito come la testimone del tempo soprattutto grazie anche alla diretta, cosa impossibile al cinema). Bongiorno è fondamentale perché inventa un genere, ovvero quello del quiz : importa dagli Stati Uniti un format (che addirittura è diventato oggetto di un film abbastanza recente “Quiz Show”, con Robert Redford dove viene messo in scena un quiz, lascia o raddoppia). Nel quiz succede che c’è qualcuno che deve indovinare qualcosa non troppo difficile ma nemmeno banale; il livello era comprensibile ma non semplicissimo perché la televisione doveva anche insegnare qualcosa a chi la guardava quindi i concorrenti non erano delle persone ignoranti, ma delle persone che potevano “competere” insegnando qualcosa a chi stava a casa. Il quiz show prevede che ci siano dei concorrenti ma che a differenza del pubblico casalingo abbiano una conoscenza eccezionale, che li rende diversi dal pubblico a casa e li regna degni di discorso, degni di adorazione e ammirazione. Bongiorno rappresentava l’uomo comune, impersonava il pubblico da casa; il pubblico in studio nella paleotelevisione è l’immagine del pubblico in casa: a seconda del genere, il pubblico in studio ha un’immagine diversa a livello di vestiario (es. varietà, Sanremo, Uomini e Donne). Al giorno d’oggi il quiz cambia sembianze e diventa game show , dove la componente dello show è più importante del quiz stesso. “Non è mai troppo tardi” con Alberto Manzi, maestro di scuola elementare insegna in diretta alla sera a leggere e scrivere: alla fine di questo programma 35mila adulti prendono la licenza di 5° elementare. La televisione italiana si prende sulle spalle l’onere di far arrivare i grandi classici della letteratura mondiale ad una popolazione quasi del tutto analfabeta: la RAI prende i testi classici della letteratura italiana e non solo e li traduce per lo schermo (sceneggiato), prendendo spunto ad esempio dalla performance teatrale (quarta parete), dal cinema (inquadratura di spalle), dalla musica e dalla danza. Solo la comedy rompe la quarta parete, proprio perché ha bisogno di interloquire con lo spettatore (stessa cosa in televisione succede con il telegiornale, nei reality, nei talent, nel varietà); nella fiction la parete non si spezza quasi del tutto. Gli originali televisivi sono i primi esempi di fiction creati dal nulla, senza una traccia preesistente (es. Belfagor negli anni ’60, mandato in onda dopo il Carosello, interpretato da Juliette Greco, un’attrice molto famosa nel panorama cinematografico e teatrale francese). L’evoluzione dello
coprono però tutto il territorio nazionale: le tv private sono l’espressione di una volontà molto evidente di esprimere attraverso il mezzo televisivo qualsiasi cosa, di raccontare quello che accade intorno a chi parla: c’era la possibilità di raccontare l’Italia dal basso. Chiunque avesse a disposizione un minimo di strumenti tecnologici aveva la possibilità di appropriarsi di una piccola porzione dell’etere e dire la sua (periodo molto creativo, nascono addirittura delle televisioni di condominio). In questo quindicennio nasce il “duopolio”: dal 1980 si afferma la realtà più evidente per quanto riguarda l’emittenza privata (Fininvest); le televisioni private smettono di essere un pulviscolo di micro realtà e diventano grazie a Berlusconi un’alternativa reale al monopolio della RAI. Il cavaliere, allora imprenditore edile, acquista prima TeleMilano ingrandendola, e poco dopo percepisce anche Italia 1 e Rete 4: nel giro di pochi anni nasce il polo (allora Fininvest adesso Mediaset); contemporaneamente la RAI rafforza ed amplia la sua offerta: aumenta il numero dei programmi nei tre canali, migliora la tecnologia (colore nel 77) e amplia man mano la propria giornata televisiva. Nel decennio che va dal 19 77 al 19 87 la televisione italiana esprime una creatività notevole ma anche feroce (ànascono ad esempio dei programmi fotocopia, ovvero dei programmi simili, dove si cerca di rubarsi il pubblico); il genere che la fa da padrone in questo periodo è l’intrattenimento (poco budget), dove si giocano tutte le carte possibili per accaparrarsi il pubblico e gli inserzionisti pubblicitari. Aumentano le ore di trasmissione, si creano contenuti larghi per poter accontentare il maggior numero di telespettatori. Nel 19 86 nasce Auditel , che si occupa della misurazione del pubblico televisivo con lo scopo di determinare i costi della pubblicità per le aziende inserzioniste (anche la pubblicità in quel periodo viveva un momento di massima creatività). La televisione di flusso viene raccontata da Raymond Williams: nel 1970 teorizza l’idea di flusso, grazie ad un viaggio negli Stati Uniti, in cui non c’era una scansione di confini tra un programma ed un altro, ma era un flusso continuo. La televisione di flusso è appunto quella che annulla gli spazi e i tempi morti: non si interrompe mai, non ha pause; mescola i generi e copre le 24 ore su una pluralità di canali. Le caratteristiche fondamentali della neotv:
“Portobello” (condotto da Enzo Tortora) nel 19 77 è il primo programma che pone la centralità del telefono come mezzo di comunicazione tra il pubblico da casa e lo studio. La gente comune entra in tv da protagonista e da interlocutore. L’altro aspetto straordinario di Portobello è la capacità di inventare dei generi; Portobello riassume ed inventa tutti i generi che poi diventeranno autonomi e avranno dei programmi a sé (es. spazio per cercare persone scomparse= Chi l’ha visto): ha quindi aperto la strada a tutta la televisione successiva. Maurizio Costanzo è il Talk Show in Italia, è una pietra miliare della storia della televisione: nel ’7 7 “Bontà loro” (RAI), primo tentativo di creare un talk show in cui Costanzo (giornalista) intervista degli ospiti. Il ‘Maurizio Costanzo Show’ (1982) ha inventato la seconda serata; il programma era un modo per riflettere sul mondo in un momento della giornata tranquillo. Con Raffaella Carrà (“Pronto…Raffaella?”, 1983) entra per la prima volta in televisione il salotto, Gianni Boncompagni (regista) inventa una sceneggiatura del tutto nuovo, creata con il chroma key , un salotto come se fosse su una terrazza romana. La Rai nello stesso periodo, in una fase di creatività molto forte determinata dalla spinta della concorrenza, non solo spinge il suo palinsesto su tutta la fascia mattutina, ma anche durante la notte: esce dal perimetro della prima e seconda serata ed estende il limite delle programmazioni oltre: esempio è “Quelli della notte”, 1985 con Renzo Arbore e Gianni Boncompagni, dove la musica è la chiave principale (musica dal vivo) che interpunteggia le ospitate. Il programma ha inventato diversi personaggi che poi sono cresciuti al di fuori del programma, come ad esempio Nino Frassica. La legge Mammì del 1990 stabilisce che chiunque possieda una rete televisiva, debba avere delle determinate caratteristiche. Rai e Fininvest (che diventa Mediaset nel 19 96 e viene quotata in borsa), possono possedere 3 reti ma non possono possedere quotidiani (per regolamentare la gestione delle informazioni); tutte le reti che hanno la possibilità di trasmettere a livello nazionale, devono necessariamente trasmettere il telegiornale; anche le reti commerciali possono trasmettere in diretta ( questi sono i due punti a cui Berlusconi teneva di più perché di fatto sovrapponevano le due emittenti ); viene stabilito un tetto massimo per le pubblicità per ogni ora di trasmissione (Rai 12% ad ora, Fininvest 18%). Ancora oggi la percentuale di pubblicità della Rai è più bassa di quelle di Mediaset. La Fininvest aveva bisogno di più pubblicità perché a differenza della Rai che aveva il canone, la rete berlusconiana aveva bisogno di più introiti per finanziarsi. Quattro anni dopo la legge Mammì, Berlusconi scende in politica (1994, anni di “ Tangentopoli ”, “ Mani Pulite ”). GLI ANNI NOVANTA: L’ETÀ DELL’ABBONDANZA. È il periodo in cui la televisione italiana diventa oggettivamente un duopolio, con entrambe le emittenti che hanno egual peso. Di fatto gli anni ‘90 sono gli anni in cui la concorrenza tra Rai e Mediaset diventa ferocissima. Ci sono nuove tecnologie che entrano in campo, non è più una televisione generale, lineare. La legge Mammì legittima l’emittenza privata, la possibilità da parte di queste reti di trasmettere su territorio nazionale. Compare un palinsesto molto competitivo, uno dei primi effetti della legittimazione dell’emittenza privata è che i conduttori rai passano a Mediaset almeno per un periodo (Mike Bongiorno è il caso più eclatante); questo accade perché i cachet di Berlusconi erano particolarmente appetibili. La necessità di colonizzare più aree possibili del palinsesto scatena oltre alla caccia del conduttore più capace a portare ascolti alti, la necessità di sperimentare dei contenuti nuovi; questo accade ibridando dei generi (intrattenimento ed informazione, fiction e documentario). Insieme a tutto questo anche l’indice di ascolto viene affiancato dall’Auditel che diventa in questi anni il parametro fondamentale, l’elemento imprescindibile con il quale si misura il successo di un programma o di un conduttore. “Non è la Rai” nasce nel 1991 e va avanti per quattro edizioni, è un programma ideato da Gianni Boncompagni. È il primo esperimento della televisione privata in diretta, viene posizionato nella fascia del mezzogiorno (12:40, prima del tg, dopo la prima edizione viene
pagamento, che hanno a che fare con le generaliste che digitalizzano i loro contenuti (Mediaset Premium, Infinity, Rai 4, Rai Storia…); di conseguenza aumentano anche gli attori. Luca Barra scrive: “Negli anni duemila si moltiplicano le piattaforme, i contenuti e le possibilità di accesso, le tipologie di palinsesto e le logiche che li regolano, la modalità della fruizione televisiva. Auditel inizia a rilevare anche l’ascolto differito oltre a quello live. Ma le date chiave che sintetizzano e concludono il decennio sono il 2012 (switch off) e il 2013 (decennale di Sky).”se volessimo riassumere in quattro punti l’esplosione degli anni duemila televisivi potremmo dire: moltiplicazione dell’offerta; negli stessi anni esplode internet e il suo utilizzo si diffonde a macchia d’olio: l’utilizzo della rete parallelamente alla fruizione televisiva crea lo scenario del quale oggi siamo parte integrante, ovvero l’esplosione dei social network (la tv non può non confrontarsi con la rete, anche quella generalista); questione dei contenuti: la necessità, la fame di contenuti per popolare questa miriade di canali a costi il più possibile ridotti per poter far fronte alla domanda. Format e reality sono inoltre le parole chiave che spopolano in questo periodo: il format è la struttura di un programma che ha un valore economico: in un determinato contesto socio-culturale e industriale viene ideato un programma, viene immaginato un concept e viene sviluppata, viene prodotto e testato un numero zero che se funziona viene venduto; chi lo acquista lo può adattare al proprio contesto locale. È come se fosse una scatola per gli attrezzi che si usa per costruire un determinato tipo di programma. Questa logica è rappresentativa del nuovo millennio perché risponde alla necessità di riempire di contenuti. Il reality è un genere nuovo che ha a che fare con delle logiche legate al canale tecnologico diverso e alla necessità di avere dei format come base di appoggio per creare dei contenuti: è estremamente importante perché è un genere plastico, può avere un sacco di varianti. È un genere apparentemente semplice perché si basa sull’osservazione e sulla narrazione della realtà: il Grande Fratello è il punto di partenza del genere del reality che ancora oggi occupano (i reality) la maggior parte dei palinsesti mondiali. Grande Fratello è un caposaldo della televisione italiana e non solo perché riassume tutta la televisione e le innovazioni degli anni 2000: non c’è stato nessun altro contenuto che ha svolto il ruolo rivoluzionario che ha avuto il Grande Fratello (il suo concept è nato pensando all’Emisfero 2 progettata in Arizona qualche anno prima e dalla vita degli astronauti dentro la navicella spaziale). 30 paesi acquistano il format che ovviamente poi viene modificato in base ai gusti del pubblico nazionale: il 14 settembre 2000 è la data del debutto in Italia, preceduto dai mesi estivi popolate da grandi polemiche; dalle testate giornalistiche era considerato un programma di bassa qualità; un progetto inquietante che portava allo stremo l’etica umana; gli avevano dato massimo due mesi di vita. Ma, con lo stupore dei giornalisti restii, il Grande Fratello dilaga ben oltre la diretta in studio del giovedì sera, conquistandosi una striscia su canale 5 ogni giorno, canali dedicati, addirittura un sito web (Jumpy) che permetteva di gestire le 8 inquadrature a proprio piacimento da parte del voyeur casalingo. Le fasi della produzione: si possono suddividere in 4 parti fondamentali (ideazione, progettazione, preproduzione, post produzione). 1) L’ideazione di un programma è un passaggio abbastanza delicato: si tratta di trovare uno spunto, un’idea che può essere originale o una variante di un programma già noto. L’idea deve fare i conti da subito con alcuni paletti: quanto costa progettare quell’idea (budget), tempi di produzione, se quest’idea non è già usata in qualche altro posto (praticabilità tecnica o legale), se l’idea di conforma alle linee editoriali. 2) Progettazione operativa: questa fase inizia diversi mesi prima della realizzazione effettiva della produzione e comprende alcuni step fondamentali : pitch (la fase del pitch è la fase in cui chi ha avuto l’idea la presenta al suo possibile interlocutore: è una fase delicatissima in cui si gioca il tutto per tutto; è la fase in cui devi convincere l’interlocutore che la propria
idea vale la pena di essere realizzata. Questa fase rappresenta il cuore dei mercati televisivi, è un momento in cui tutti gli autori delle varie emittenti si incontrano e si scambiano/vendono le idee: solitamente chi vende sono le case di produzione (es. Endemol), studio di fattibilità , definizione dello staff , definizione del budget. 3) Preproduzione: in questa fase bisogna mettere nero su bianco tutti gli elementi che andranno a formare il programma: scelta dei mezzi tecnici e degli spazi (studi, sale di registrazione e di montaggio, sale prova, location esterne); allestimento dell’impianto scenico (scene fisse e variabili, pavimentazioni, arredi, macchine di scena ecc); allestimento dell’impianto tecnico (disposizione degli impianti luci, microfoni, telecamere, ecc); piano di produzione; stesura dei testi (scalette, copioni, sceneggiature); casting; acquisizione dei diritti per la produzione (ad esempio brani musicali, filmati); reperimento o creazione di tutti i contenuti originali necessari (musiche, effetti sonori, sigle, marchi e loghi, impaginazione grafica, costumi, oggetti di scena, software di supporto, ecc). 4) Produzione: questa fase coincide con il momento delle riprese, la figura chiave è il produttore (che non ha niente a che fare con il produttore cinematografico, perché in quel caso il produttore è colui che cerca i finanziamenti/finanzia lui stesso la produzione del film; nel caso dell’industria televisiva il produttore non mette assolutamente soldi suoi: il produttore di un programma televisivo è colui che amministra il budget e lo gestisce nel modo più profittevole possibile, si occupa di redigere il piano di produzione). Il produttore esecutivo è una figura diversa dal direttore di produzione: il primo è colui che ha in mano tutto il budget del programma e in alcuni casi nei grandi gruppi editoriali si occupa di un genere in particolare (es. reality). Il direttore di produzione è invece quello che rende operativo, che controlla, che si occupa di realizzare il budget che il produttore esecutivo ha dato per quel determinato programma. 5) Postproduzione: è la fase conclusiva del processo produttivo. È una fase molto affascinante e molto complessa, diversa anche questa volta dal cinema: nella fase di montaggio televisiva un bravo autore è sempre presente; non è una fase tecnica, perché il montaggio è scrittura, narrazione. Il bravo autore è quello che va in montaggio (montaggio audio e video; elaborazione delle immagini; inserimento delle grafiche, titoli e loghi; sonorizzazione; missaggio audio). “ C’è posta per te ” è la somma del modo di fare, dello stile di Maria De Filippi. È un programma molto longevo ed è un programma che riassume e condensa in sé quasi tutti gli elementi fondamentali del linguaggio televisivo. In questo programma si rivedono tutti gli elementi dell’intrattenimento degli ultimi venti anni (il programma debutta il 14 gennaio del 2000 ed ha fino ad oggi totalizzato 24 edizioni, nei primi anni aveva due edizioni annuale). Il programma è così importante perché ha una struttura, seppur semplicissima, tanto efficace, che ad oggi non ha stanchezza e continua a collezionare numeri altissimi di ascolti. Prende ispirazione da “Stranamore” (di Alberto Castagna). “C’è posta per te” è il racconto televisivo delle emozioni della gente comune che vengono raccontate dai protagonisti in prima persona. Il modo in cui il programma confeziona le storie della gente comune è lo scheletro del programma; è un programma seriale dove si vede qualcuno che racconta una storia e noi, come se stessimo guardando una soap opera possiamo mettere il naso e dare dei giudizi, schierarci dalle diverse parti, commentare. La scelta di utilizzare la palette del blu (nero, bianco, blu) all’interno dello studio è per mantenere una linea “seria” e per “raffreddare le emozioni” (l’altra palette molto utilizzata in tv è quella del rosso, in tutte le sue gradazioni che arriva fino al colore giallo). In un minuto Maria racchiude la storia che racconta, le sintetizza fornendo all’ascoltatore tutto ciò che c’è da sapere; quello che racconta dopo è un surplus, delle nozioni aggiuntive alla storia.
contenuti televisivi (nei cosiddetti upfront a maggio) e si presentano con due modalità: il pich, in cui in pochissimi minuti, un autore racconta in una fiera il concept della serie al suo interlocutore (è come uno speed date ); può capitare in una seconda modalità, non negli upfront ma in qualsiasi periodo dell’anno in cui un agente, un autore, presenti direttamente alle emittenti la serie ( spec script , una sceneggiatura, una specie di abbozzo della sceneggiatura della serie che viene proposto al posto del pilot che appunto è un video). Dopo il pitch può succedere che venga ordinata da una rete la creazione di una puntata pilota. Le reti durante l’arco dell’anno ordinano un certo numero di contenuti seriali, di puntate pilota. Negli anni ’80 i tre grandi network statunitensi (NBC, CBS, ABC) ordinavano circa 25 pilot ciascuna; nel 2017 questo numero si è ridotto drasticamente a 6-7 pilot all’anno; questo è dovuto ad una ragione economica, il pilot ha dei costi elevati. Il pilot non necessariamente dà origine alla realizzazione della serie, anzi, solo il 20% di questi arriva alla realizzazione finale (per la necessità di contenere un rischio). C’è un ulteriore passaggio che funziona da imbuito alla realizzazione di contenuti seriali: questo 20% non è detto che vada poi trasmesso in onda, ma solo il 6% circa: questo significa che una sceneggiatura ha il 98% di possibilità di non funzionare. Le serie di Netflix non hanno una puntata pilota, presentano la serie tutta insieme. Il vocabolario della serialità è monopolizzato da termini come binge watching , release delle stagioni, potere dell’algoritmo ecc. Accanto a Netflix persistono, e sono molto vitali, altri modelli di serialità: il modello dei network ( linear tv ); il modello HBO ( pay/cable ). Il modello dei network : la struttura seriale a 22 puntate copre l’intera stagione televisiva, con una puntata a settimana (e numerose stagioni). Velocità, trame multiple, colpi di scena, numerosi personaggi e stereotipati corrispondono ai generi azione, family drama, poliziesco, medical drama, procedural. Il cliffhanger nei modelli di serialità deve essere molto forte e potente per tenere lo spettatore sospeso con la voglia di scoprire cosa succederà nel prossimo episodio (anche stagione) così da avere già la certezza di avere un’audience anche alla prossima trasmissione. Il modello HBO : dalla fine degli anni ’90 la cable tv propone il modello a 13 puntate per stagione, con un massimo di 6 stagioni per serie; le stagioni brevi diventano interessanti per attori e registi cinematografici. Hbo ha un palinsesto, ha la stessa struttura di una televisione generalista ma ha un pubblico diverso. Quello che sceglie di fare dal ’90 on poi è dimezzare drasticamente il numero di puntate per stagione e anche ideare un numero massimo di stagioni per serie. Il modello a 13 puntate permette di proporre due serie per ogni stagione televisiva, proponendo più varietà al pubblico pagante. Il modello Netflix : elimina i costi di distribuzione: produce e manda direttamente in onda; questo significa avere un budget enorme per la realizzazione di serie. Il palinsesto settimanale non esiste più e il contenuto viene appoggiato sulla piattaforma in streaming e l’utente tramite un abbonamento ha un intero catalogo da cui scegliere (sulle orme dei blockbusters). Viene quindi istituzionalizzata la pratica del binge watching ( binge = abbuffarsi ). Questo comporta però una riduzione della durata delle stagioni, con mediamente 10 episodi per stagione, con ogni episodio con durata variabile nella stessa stagione; questo perché non è presente un palinsesto e non c’è di mezzo la pubblicità. Lo svincolo dal palinsesto permette una libertà massima agli attori di gestirsi il tempo. MODELLI, FORMATI E STRUTTURE NARRATIVE
- linear tv : centralità dell’azione; necessità del cliffhanger; scarsa profondità psicologica; - pay tv : rilevanza dell’estetica; centralità dei personaggi; focus su tematiche anche forti; - streaming : rilevanza della fluidità narrativa; depotenziamento del cliffhanger; focus sui personaggi (antieroi).
FORMATI E PRATICHE DI FRUIZIONE: binge watching, “abbuffarsi” e fruire la serie un episodio dopo l’altro, consumo immediato; all’altro estremo c’è tantric tv, estrema lentezza ed estrema concentrazione. Pratiche che non si fermano alla fruizione televisiva ma sono presenti nella vita di tutti i giorni (es. fast food e slow food, oppure allenamento costante, misurato e allenamento veloce, in cui si vuole vedere quasi subito un risultato). Queste due pratiche danno vita ad attitudini diverse da parte dello spettatore (es. quando si aspetta da tempo l’uscita di una serie e si cerca di decidere se guardare tutto subito o fare una visione più attenta e che richiede più tempo). Big little lies , serie HBO, mandata in onda una volta a settimana; il tema vede quattro donne molto belle, ricche, che vivono nell’ovest della California, che hanno apparentemente tutto ma sotto c’è un mondo molto sporco. La particolarità di questa serie è che non c’è cliffhanger, è una fruizione molto fluida episodio per episodio, il che sarebbe più adatto per un’emittente online piuttosto che per un’emittente televisiva con un palinsesto. The Crown , di Netflix è l’esatto contrario, ogni puntata ha così tanti particolari che non viene la voglia di avere la spinta del sapere come va, ma si ha la voglia di rimanere lì e godersi il momento. Il mercato inglese non guarda molto serie americane perché ha una produzione molto vasta; Netflix a tal proposito decide di produrre una serie che possa andare a toccare nel vivo la cultura, la storia della Gran Bretagna, così da accaparrarsi il pubblico inglese. Game of thrones : serie Hbo, viene considerata una degli eredi di Lost. Si possono rintracciare le ragioni della chiusura della serie con una stagione più breve per un fattore economico: il budget per la realizzazione era molto limitato. Si avevano meno soldi di quello che le storie che andavano chiuse necessitavano; si parla comunque di 15 milioni di dollari a puntata (il film oscar Nomadland è costato 3 milioni). Nonostante questo grande ammonto monetario i fan non hanno apprezzato il confezionamento dell’ultima stagione. È importante notare come una buona parte del budget sia stata utilizzata per la produzione al computer grafica (SGI). Inoltre, nell’arco delle 8 stagioni i protagonisti di GOT sono diventati molto più famosi di quello che erano nelle prime stagioni e quindi i loro cachet, i loro compensi sono cresciuti esponenzialmente (altro fattore di diminuzione budget per la produzione); se la stagione si fosse allungata di altre puntate, avrebbero dovuto pagare ancora di più gli attori. Gli elementi che hanno reso il programma molto famoso sono: la serialità settimanale, i cliffhanger forti ad ogni fine episodio, la sperimentazione dell’attesa, la durata variabile dei vari episodi o la rilevanza sociale dello spoiler , tema molto importante, si arriva quasi al punto di aver paura di parlare per non far trapelare nulla dell’episodio a chi ancora non ne ha preso visione. Elemento opposto allo spoiler è il watercooler effect , in italiano “macchinetta del caffè” ; in cui appunto ci si riunisce (idealmente in ufficio davanti ai distributori durante la pausa) e si commenta l’episodio (o il film) visto la sera precedente. LA FIGURA DELL’ANTIEROE : molti protagonisti delle serie tv contemporanee vengono definiti antieroi, personaggi complessi che violano continuamente dei principi morali. È un personaggio con tante sfaccettature e tanti lati della personalità e soprattutto la volontà di violazione abbastanza sistematica di principi di tipo morale. Dexter, Tony Soprano, Tirion Lannister, Don Draper, Frank Underwood, Walter Wilde, Hannibal Lecter, Savastano di Gomorra… tutti questi personaggi non sono uguali caratterialmente ma condividono la complessità di far nascere nello spettatore la “paura” nei loro confronti. Antieroe : “un personaggio principale moralmente imperfetto con cui lo spettatore è incoraggiato dalla narrazione ad entrare in sintonia, ad apprezzare e a parteggiare. La complessità morale dell’antieroe nelle serie tv comporta che lo spettatore lo apprezzi, ma chr possa anche arrivare a detestarlo attraverso una narrazione che lo provochi e lo sfidi. Generalmente le serie tv con un antieroe come protagonista sollecitano la simpatia verso di lui
CHE RUOLO SVOLGE LA MOGLIE DELL’ANTIEROE? Solitamente gli antieroi sono uomini, e le loro mogli sono abbastanza insopportabili, come Skyler White (Breaking Bad) che reagisce alle regole morali, si mette contro suo marito quando esce dai binari della moralità ma di fronte a questo ci risulta molto antipatica, ma per giusto dovremmo essere dalla sua parte; questo è dovuto al fatto che nei confronti dell’antieroe sviluppiamo una sorta di fedeltà (la moglie dell’antieroe ci sta antipatica perché fa le cose corrette). Quello che è interessante da punto di vista della narratologia è che la figura della moglie è quasi sempre fastidiosa perché impedisce all’antieroe di comportarsi come piace a noi, da antieroe appunto: ci da fastidio che lei sia dalla parte del giusto perché preferiamo vedere lui comportarsi male. Ci sono dei casi in cui la moglie dell’antieroe diventa abbastanza piacevole, come ad esempio quando si allea dalla parte del marito, va dalla sua parte assumendo dei comportamenti negativi, quando sfugge al ruolo conflittuale di fare il grillo parlante e accetta il suo ruolo di potere (esattamente come accade con Claire Underwood, House of Cards). Ci piace anche quando esce dal ruolo di vittima e svolge un ruolo secondario rispetto a lui (Carmela Soprano, I Soprano). Altro momento in cui la moglie dell’antieroe diventa piacevole è quando esce dalla cucina , smette di fare la casalinga, rompe le regole che la confinano nel ruolo di madre, buona moglie. Esistono anche degli antieroe donna , chiamate grossolanamente antieroine , come Imma Savastano o Piper Chapman. LE SERIE CHE HANNO CAMBIATO LA TELEVISIONE [la prima serie è “ Dallas” (“Rilassati, tesoro. Sei mia moglie ora. Fai parte della famiglia. Sei una Ewing.” Bobby Ewing, stag 1 ep 1 “La figlia di Digger”). In questa serie Bobby è il buono, JR è il cattivo che cerca di frodare chiunque (la moglie, Suellen, è un’alcolista). Dallas è una serie prodotta da Cbs, 14 stagioni dal ’78 al ’91, 357 episodi. Si tratta di un genere che cambia completamente pelle: in realtà Dallas è una soap opera ed è la prima ad essere stata trasmessa in prime time. Per la prima volta il protagonista è un cattivo; è il primo successo globale, viene trasmesso in 37 Paesi ed è il primo programma tv studiato nelle università. ] La prima serie che ha cambiato la televisione è Dallas, uscita nel 1978 (USA) e nel 1981 (ITALIA). La prima puntata sottolinea la freschezza di questa serie dal punto di vista del racconto. La frase che sintetizza questa serie è “Rilassati tesoro. Sei mia moglie ora. Fai parte della famiglia. Sei una Ewing.” J AR è il cattivo in questa serie, egli non cambia mai il suo atteggiamento negativo. È una persona scorretta, bada solamente ai propri interessi. La moglie di J AR è un’alcolista. È una serie composta da 357 episodi, 14 stagioni prodotto dal 1978 al
marketing forte ovvero una campagna di lancio composta da trailer. Questo porta una forte curiosità da parte degli spettatori. La seconda serie che ha cambiato la televisione è Twin Peaks. La frase che sintetizza questa serie è: “ È morta ... È avvolta nella plastica ”. Il tema sostanziale di questa serie è il tema del doppio che percorre questo prodotto seriale. È la prima grande serie d’autore; È una serie composta da tre stagioni, prodotta da ABC. Le prime due serie sono state prodotte da ABC nel 1990 - 1991. I primi otto episodi della prima stagione sono folli, sono un’ibridazione di generi tra soap opera, noir e horror. “Twin Peaks” diventa un fenomeno di culto perché si cerca di capire attraverso i primi vagiti della rete cosa vuol dire tutto ciò che si sta vedendo in televisione. Gli spettatori si confrontano e incominciano a nascere dei discorsi esterni alla televisione. Il cinema entra nella televisione utilizzando un formato prettamente televisivo ma inserendo un linguaggio del cinema. La sigla è basata sul fenomeno del doppio. La stessa logica del doppio ritorna nell’armonia, costituita da due livelli che la rendono quasi non cantabile. Questa serie è fondamentale perché introduce la firma dell’autore di cinema dentro una struttura televisiva. La seconda stagione televisiva di “Twin Peaks” non ha lo stesso successo della prima stagione. Una stagione costituita da 22 episodi. La terza serie è Beverly Hills 90210 , del 1996 (“la scuola, l’amicizia, l’università, il mondo reale, la morte, le droghe, la depressione. Tutti noi abbiamo affrontato questi problemi. Ma questo non ha cambiato le cose. Perché sappiamo che possiamo contare l’uno sull’altro e che potremo farlo sempre.” Brenda Walsh, protagonista di Beverly Hills 90210 insieme al fratello Brendon). Con questa serie nasce il teen drama , serie rivolta ad una classe di persone fino ad allora messa da parte. 296 puntate, 10 stagioni (1990-2000, Fox). La prima soap opera in prime time per adolescenti; fenomeno globale perché mette in evidenza nelle sue storie le caratteristiche non solo rosee della vita adolescenziale, ma comunica il fatto che l’essere giovani non è semplice. Sottolinea il fatto che anche durante il periodo dell’adolescenza vi sono dei problemi. Beverly Hills viene mandato in onda da Mediaset, Italia 1, con la cadenza di una puntata a settimana; il grande successo spinge i programmatori a raddoppiare il numero degli appuntamenti settimanali: il magazzino si esaurisce rapidamente, passa troppo tempo tra una stagione e l’altra. Il pubblico si disaffeziona e la nuova stagione stenta a decollare: allora viene cambiato l’orario (dal prime time passa al day time) e le puntate vengono trasmesse a cadenza quotidiana; infine la durata delle puntate viene addirittura dimezzata arbitrariamente: il programma viene “ucciso” dalla scorretta programmazione, non dalla stanchezza del pubblico; la trasmissione di questa serie tv sul territorio italiano è la dimostrazione di come la nostra nazione abbia fatto fatica a gestire la serialità. La quarta serie che ha cambiato la storia della serialità è E.R Medici in Prima Linea. Il medical drama insieme al legal drama era uno dei cardini della serialità perché evitava la necessità di avvalersi di set esterni. Il medical drama fino al 1994 era stato praticato parecchio. La frase che sintetizza è: “Maschio bianco, 45 anni, ferita da arma da fuoco, pressione 70/150, non respira, avverti di sopra la sala operatoria, stiamo arrivando … fate presto”. È una frase che mette in evidenza la necessità di fare presto. Nel genere del medical drama fino a quel momento non erano concepite queste frasi, non c’era l’ansia. Con questa serie si cambiano le coordinate del genere. È una serie prodotta da NBC tra il 1994 e il 2009. Sono molte le stagioni di E.R. Oltre al fatto di essere dentro ad un pronto soccorso, la differenza sta nella necessità di trovare un linguaggio visivo adatto a raccontare queste storie. Ciò che accade in E.R è una rivoluzione dal punto di vista dell’immagine: entra la steadicam. È una serie dove vi è un ritmo di montaggio molto serrato, voci che si sovrappongono, sangue, momenti di comedy e i specializzandi. E.R crea un divo del cinema ovvero George Clooney. Egli diventa molto famoso e amato grazie a
ma di budget, produttivi nel senso di modalità di produzione (come viene prodotta la serie), qualità del montaggio, sceneggiatura rispetto alla realizzazione La sesta serie è House of Cards “ amo quella donna più di quanto gli quali amino il sangue ” (Frank Underwood, stag. 1 ep. 1.). 6 stagioni, 73 episodi (2013-2019, Netflix). È la testa di ponte della streaming tv; è un nuovo modello narrativo: la serie-film; è l’esempio più chiaro della nuova serialità: tematiche, linguaggio televisivo, formula narrativa, modello produttivo e distributivo. Il tema è la pervasività del male, la rivisitazione della coppia “diabolica”. È la forte rilevanza del cast che fa esplodere la serie. Inoltre la serie è molto importante non quanto prodotto in sé ma come simbolo di una nuova televisione. La settima serie è The Young Pope “ lo so, sono molto bello. Ma la prego, ora cerchiamo di non pensarci ” (Pio XIII, stag. 1, ep.2). Questo prodotto è un modello nuovo di serialità perché non è una vera e propria serie ma un film in 10 puntate (1 stagione, 10 episodi. 2016-, Sky Atlantic- HBO-Canal +). Il genio di Sorrentino (rilevante all’interno della serie insieme al cast) ha la possibilità di espandersi su un arco temporale che nessun film gli permetterebbe: ha 10-15 ore in cui il suo immaginario si può scatenare. Prodotto sui generis, prodotto unico. È un modello forse non replicabile perché è legato alla poetica del suo regista che è il prodotto. Questa tecnica era già stata provata anni prima con David Lynch e Twin Peaks negli anni ’90, ma non ha avuto la stessa resa perché le regole della serialità negli anni ‘90 era differenti rispetto ad ora: Lynch si confrontava con un palinsesto, anche Sorrentino lo fa ma permettendosi delle possibilità narrative che non tutti riuscirebbero a sfruttare. Questo prodotto seriale è fondamentale non tanto per i contenuti quanto per il modello di serialità che può proporre. La sigla è un assolo di chitarra di Jimmy Hendrix accompagnata da una passeggiata di Jude Law accompagnato da una cometa che lui segue per arrivare all’ultima opera che è il Giudizio Universale di Cattelan; in quel momento si gira verso la camera e strizza un occhio. LA CANZONE NELLE SERIE TV: L’uso della musica pop nelle sigle e/o scene amplifica ed espande il significato delle storie; le lyrics espandono la narrazione. Il music supervisor è la figura chiave nel rapporto tra industria musicale e industria tv. La musica contemporanea nasce grazie ai media, a Elvis Presley negli anni ’50, ai Beatles negli anni ’60. Cos’è il “successo”? Oggi sono cambiati i parametri del successo: una volta il successo era determinato dalle classifiche (impostate sui dati di vendita); oggi i parametri di successo sono molteplici (classifiche spotify, instagram, youtube…). Golden age della serialità : quello che succedeva nelle serie classiche era che le canzoni comparivano ogni tanto, in maniera episodica, ma non in modo sistematico; la musica era una parte di montaggio, era importante il cosiddetto “ score” , ovvero la musica strumentale, inoltre l’utilizzo della colonna sonora si eseguiva in modo cinematografico. Distinzione tra canzoni diegetiche , ovvero le canzoni che ci fanno vedere chi la esegue ( extradiegetica non si vede chi canta) e Theme song : sono canzoni scritte apposta che esemplificano in maniera importante il tema della serie (il più delle volte è un “sounds like” preso da una canzone famosa e rieditata e riadattata al prodotto). Nella sigla , le lyrics funzionano come attivatori paratestuali : sono un importante elemento di riconoscibilità, ma con un possibile effetto-saturazione. Esistono diverse tipologie di sigla: la sigla-didascalia (es. “Orange is the new black”, You’ve got time , sequenza di personaggi identificati da diversi dettagli); la sigla-short movie (es. “Boardwalk Empire”, mini film di 90 secondi; non ha lyrics); la sigla-sound branding, sigla che definisce il suono del mondo (es. “The O.C.”, California , è un modo per dirci che la California raccontata da O.C. non è la California peace & love e nemmeno quella di Beverly Hills, la canzone qui ci aiuta a definire un mondo); la sigla-trailer/nascosta, ovvero le sigle che non sono delle sigle in cui c’è una soglia di entrata diversa ogni volta (“Game of Thrones”, dove la sigla è sempre la stessa ma
ogni volta viene inquadrato un pezzo diverso di cartina; oppure il primo episodio della prima stagione di “Peaky Blinders”, Red right hand di Nick Cave, in cui c’è una sequenza in cui una zingara che fa una magia al cavallo di Tommy Shelby e dopo diverse scene parte la sigla: la sigla non si può skippare perché è parte di una sequenza e non parte di una sigla tradizionale; la cosa che ci fa capire che stiamo entrando all’interno di un episodio è la visione sullo schermo dei nomi del cast e la scritta “Peaky Blinders”). Le canzoni nelle sequenze : l’inserimento di una canzone nella scena di una serie tv agisce come amplificatore del senso: le lyrics enfatizzano la narrazione (es. “Miami Vice”, In the air tonight di Phil Collins). Le canzoni nelle scene, una classificazione: