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appunti lingue e linguaggio, Appunti di Linguistica

Riassunto del manuale di Linguistica Generale.

Tipologia: Appunti

2017/2018

Caricato il 22/05/2018

MariaFedericaN
MariaFedericaN 🇮🇹

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LE LINGUE DEL MONDO CAP. 1
Quante lingue ci sono al mondo? La rivista Ethnologue, spesso citata e utile fonte in ambito di repertori
linguistici, rilevava 6.909 lingue viventi nel 2008. Quanto è affidabile un dato come questo?
Tenendo conto che tali conteggi non si basano su una definizione rigorosa e condivisa del concetto di
lingua, ma considerando che altri repertori forniscono cifre simili, si può far affidamento su questo dato
tenendo conto però di diversi fattori:
La distribuzione delle lingue rispetto al numero di persone che le usano (I PARLANTI) non è
affatto omogenea: le comunità linguistiche hanno dimensioni molto varie [cinese mandarino è
parlato da più di un miliardo di persone vs lingua nativo americana (cayuga statunitense) è parlato da
una decina di persone] e il rapporto tra numero di lingue e numero di parlanti è anch’ess molto
vario (8 lingue al mondo hanno più di 100 milioni di parlanti: cinese, spagnolo, inglese, arabo, hindi,
bengalese, portoghese, russo, ciò significa che più del 40% della popolazione mondiale parla come
lingua madre una di queste 8 lingue [Italia al 20° posto con 62 milioni] vs circa il 52% delle lingue
del mondo usate come lingue madri da comunità di meno di 10.000 parlanti).
Esistono lingue usate non solo da parlanti nativi ma anche da milioni di parlanti come seconda
lingua o come lingue straniere (arabo, inglese, spagnolo): tali lingue transglottiche sono chiamate
superlingue essendo utilizzate per la comunicazione tra nazioni e Stati linguisticamente molto
diversi (inglese per mondo occidentale, arabo per quello islamico); esistono lingue ufficiali, ossia
quelle lingue che servono allo stato come lingua di riferimento per l’amministrazione, la giustizia, la
cultura ufficiale ecc. e spesso il numero di lingue ufficiali (comprese le superlingue se ne contano
225 dall’UNESCO) coincide con quello degli stati ma è anche vero che esistono stati, spesso a causa
di colonizzazioni, che utilizzano più lingue per usi ufficiali. (per es. nell’isola di Santa Lucia nelle
Piccole Antille dei Caraibi, la lingua materna è il kweyol ed è usata per la comunicazione ma la
lingua ufficiale è l’inglese).
Il numero delle lingue è molto superiore a quello degli Stati: gli stati nazionali membri dell’ONU
sono oggi 191, l’Ethnologue ne conta 226 e si potrebbe ancora salire tenendo conto di entità
politiche piccole o difficilmente definibili come Stati ufficiali o non da tutti riconosciuti
diplomaticamente o solo autoproclamati (Vaticano, Palestina, Kosovo) arrivando a 250 circa. Il
rapporto tra Stati e lingue rimane superiore a 1:27. Ciò significa che gran parte della
popolazione mondiale usa normalmente più di una lingua. Ciò non è intuitivo per un europeo da
un punto di vista storico, l’800 è stato il secolo della nascita degli stati nazionali e la lingua ufficiale
è spesso stata identificata come simbolo di quella nazione: l’idea manzoniana di uno stato = una
lingua non è affatto naturale. Per esempio nonostante si pensi all’Italia come ad una nazione
monolingue, il monolinguismo non è una condizione naturale per uno Stato ed accanto all’ufficiale
italiano, le minorazione linguistiche riconosciute ufficialmente in Italia sono circa una 15ina,
esistono piccole comunità alloglotte (che parlano una lingua diversa da quella ufficiale dello stato
come in Trentino e in Veneto il cimbrico) recentemente riconosciute (1999) e lingue da sempre
riconosciute come il francese in Valle d’Aosta o il tedesco nella provincia di Bolzano. [ma le lingue
effettivamente parlate in Italia sono molte di più se si tiene conto dei flussi migratori degli ultimi 30
anni.
Un altro motivo per cui siamo propensi a pensare una nazione, una lingua, è la poco omogenea e casuale
collocazione geografica delle lingue del mondo: la maggior parte delle lingue viventi sono parlate in Asia
e Africa (2/3 CIRCA) mentre il continente meno ricco di varietà linguistica (solo 239, il 3,5%) è l’Europa.
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LE LINGUE DEL MONDO CAP. 1

Quante lingue ci sono al mondo? La rivista Ethnologue , spesso citata e utile fonte in ambito di repertori linguistici, rilevava 6.909 lingue viventi nel 2008. Quanto è affidabile un dato come questo?

Tenendo conto che tali conteggi non si basano su una definizione rigorosa e condivisa del concetto di lingua, ma considerando che altri repertori forniscono cifre simili, si può far affidamento su questo dato tenendo conto però di diversi fattori:

  • (^) La distribuzione delle lingue rispetto al numero di persone che le usano (I PARLANTI) non è affatto omogenea: le comunità linguistiche hanno dimensioni molto varie [cinese mandarino è parlato da più di un miliardo di persone vs lingua nativo americana (cayuga statunitense) è parlato da una decina di persone] e il rapporto tra numero di lingue e numero di parlanti è anch’ess molto vario (8 lingue al mondo hanno più di 100 milioni di parlanti: cinese, spagnolo, inglese, arabo, hindi, bengalese, portoghese, russo, ciò significa che più del 40% della popolazione mondiale parla come lingua madre una di queste 8 lingue [Italia al 20° posto con 62 milioni] vs circa il 52% delle lingue del mondo usate come lingue madri da comunità di meno di 10.000 parlanti).
  • Esistono lingue usate non solo da parlanti nativi ma anche da milioni di parlanti come seconda lingua o come lingue straniere (arabo, inglese, spagnolo): tali lingue transglottiche sono chiamate superlingue essendo utilizzate per la comunicazione tra nazioni e Stati linguisticamente molto diversi (inglese per mondo occidentale, arabo per quello islamico); esistono lingue ufficiali , ossia quelle lingue che servono allo stato come lingua di riferimento per l’amministrazione, la giustizia, la cultura ufficiale ecc. e spesso il numero di lingue ufficiali (comprese le superlingue se ne contano 225 dall’UNESCO) coincide con quello degli stati ma è anche vero che esistono stati, spesso a causa di colonizzazioni, che utilizzano più lingue per usi ufficiali. (per es. nell’isola di Santa Lucia nelle Piccole Antille dei Caraibi, la lingua materna è il kweyol ed è usata per la comunicazione ma la lingua ufficiale è l’inglese).
  • Il numero delle lingue è molto superiore a quello degli Stati: gli stati nazionali membri dell’ONU sono oggi 191, l’Ethnologue ne conta 226 e si potrebbe ancora salire tenendo conto di entità politiche piccole o difficilmente definibili come Stati ufficiali o non da tutti riconosciuti diplomaticamente o solo autoproclamati (Vaticano, Palestina, Kosovo) arrivando a 250 circa. Il rapporto tra Stati e lingue rimane superiore a 1:27. Ciò significa che gran parte della popolazione mondiale usa normalmente più di una lingua. Ciò non è intuitivo per un europeo da un punto di vista storico, l’800 è stato il secolo della nascita degli stati nazionali e la lingua ufficiale è spesso stata identificata come simbolo di quella nazione: l’idea manzoniana di uno stato = una lingua non è affatto naturale. Per esempio nonostante si pensi all’Italia come ad una nazione monolingue, il monolinguismo non è una condizione naturale per uno Stato ed accanto all’ufficiale italiano, le minorazione linguistiche riconosciute ufficialmente in Italia sono circa una 15ina, esistono piccole comunità alloglotte (che parlano una lingua diversa da quella ufficiale dello stato come in Trentino e in Veneto il cimbrico) recentemente riconosciute (1999) e lingue da sempre riconosciute come il francese in Valle d’Aosta o il tedesco nella provincia di Bolzano. [ma le lingue effettivamente parlate in Italia sono molte di più se si tiene conto dei flussi migratori degli ultimi 30 anni.

Un altro motivo per cui siamo propensi a pensare una nazione, una lingua, è la poco omogenea e casuale collocazione geografica delle lingue del mondo : la maggior parte delle lingue viventi sono parlate in Asia e Africa (2/3 CIRCA) mentre il continente meno ricco di varietà linguistica (solo 239, il 3,5%) è l’Europa.

Inoltre attraverso alcuni metodo di misurazione della diversità linguistica,1 si è messo in luce come alcune aree del globo sono, non casualmente ma regolarmente, le zone più ricche di lingue , quelle vicino all’equatore: la zona equatoriale dell’Africa, il sud Est asiatico, le isole del Pacifico e l’America Centrale.

Alcuni studiosi hanno messo in relazione la glottodiversità e la biodiversità , affermando che ambo le caratteristiche risultano legate a precisi fattori economici e climatici, per cui le aree dove il clima è relativamente stabile tutto l’anno e in conseguenza a ciò, la produzione alimentare è continua, gruppi più piccoli di popolazione sono diventati autosufficienti e la popolazione si frammenta in molte lingue, spesso di pochi parlanti. Laddove invece la variazione climatica è maggiore, aumenta la dimensione necessaria del gruppo sociale e il numero di parlanti di ciascuna lingua. Il rapporto tra biodiversità e glottodiversità in relazione a fattori climatici, sociali e economici è ancora oggi ipotetico. Ma è più saldo il rapporto tra fattore sociale, politico e economico e lo sviluppo in senso divergente o convergente delle lingue. Per esempio la fine dell’impero romano d’Occidente ha comportato, oltre che a una frammentazione politica e sociale anche ad una frammentazione del latino, che era la lingua che aveva costituito la base di quell’unità statale e amministrativa che aveva contatti linguistici di lungo raggio, dando vita a una molteplicità di altre lingue ( le 6 lingue letterarie maggiori, portoghese, spagnolo, provenzale, francese, italiano e rumeno) e i vari dialetti neolatini o romanzi succedutesi nei secoli. (esempio di divergenza linguistica )

Un esempio invece di convergenza linguistica si è manifestato negli anni della rivoluzione industriale. L’urbanizzazione e la crescita della mobilità personale all’interno dello Stato ha promosso l’imporsi delle lingue nazionali e ufficiali a discapito di quelle minori. In Italia dopo il 1861 si è promossa la convergenza linguistica attraverso l’industrializzazione, l’istruzione elementare obbligatoria e gratuita, i media nazionali cosicché negli anni 50 l’italiano divenne la lingua nativa. Nei paesi in cui la convergenza è un fenomeno ormai stabilizzato si cerca spesso di favorire la sopravvivenza delle lingue minori, progetto di salvaguardia, del basco, dell’irlandese ecc.

Nelle aree in via di sviluppo invece, la convergenza è un fatto di estrema attualità per cui spesso si incentiva l’uso di una lingua unica per le funzioni amministrative ufficiali piuttosto che pensare alla convivenza e sopravvivenza tra le varie lingue di quell’area (spesso difficile e legata a problemi di convivenza etnica): in africa le lingue accademiche sono le lingue coloniali (francese, inglese e portoghese) mentre in Italia L’uso dell’inglese nei corsi universitari ha dato vita a vivaci dibattiti.

RAPPORTO TRA LINGUE E DIALETTO? Per ragioni storiche, noi italiani abbiamo molto presente la distinzione tra lingua e dialetto, questo perché a seguito dell’unità e fino agli anni 50 la lingua madre di molti italiani era un dialetto, mentre l’italiano era appreso a scuola o lavoro come seconda lingua.

Il dialetto viene genericamente definito come una lingua, propria di un numero limitato di parlanti, che si trovi a convivere con un’altra lingua dagli usi più estesi. Inoltre sono ristretti geograficamente, non scritti o comunque privi di una letteratura rilevante e non utilizzate in situazioni formali. (religione, amministrazione, istruzione ecc.) La definizione è generica anche perché la parola italiana ‘dialetto’ ha come corrispondenti nelle lingue europee parole che non hanno propriamente lo stesso significato di dialetto, in inglese non è tanto dialetto in senso geografico ma sociale, si parla di social dialect. Più che pensare al dialetto bisogna analizzare un singolo dialetto sempre in relazione alla lingua corrispondente (più ampia, scritta, formale ecc.). Questo perché lo statuto di dialetto non è qualcosa di fisso, una lingua non nasce come dialetto ma lo diventa, nel momento in cui viene ampliata la sua zone di parlanti e viene usato in determinate situazioni formali, l’italiano è una minima variazione del fiorentino del 300, e da quel momento in poi i dialetti delle

1 Quello adoperato da Ethnologue, forse il più semplice, è stato proposto negli anni 50 da Joseph Greenberg e consiste nel misurare la probabilità totale di scegliere due persone della stessa lingua prelevandole a caso all’interno della popolazione di una data area geografica. Ma anche questo è una indicazione approssimativa, i risultati sono grezzi se si considera che gli individui difficilmente parlano una sola lingua e che molte lingue hanno un basso grado di distanza tra loro, per esempio spagnolo e catalano, motivo per cui si è cercato di affinare il metodo. Nonostante però l’acquisizione di nuovi criteri il proposito stesso di contare le lingue si scontra con alcuni limiti, primo tra tutti il fatto che in assenza di un criterio per definire l’oggetto “lingua, la scelta egli oggetti da contare è arbitraria. (alcuni repertori considerano solo alcuni dialetti italiani e ne escludono altri). Infatti è nello studio dei dialetti, la dialettometria inaugurata negli anni 70 dal francese Jean Séguy, che si sono sviluppate metodologie oggettive e attendibili di misurazione della diversità.

del greco antico ma anche dell’induismo ecc. Rispetto ad alcune lingue preistoriche, di cui non si è lasciata alcuna traccia, molto spesso è lo studio delle lingue storiche che permette di risalire alla forma di alcune parole preistoriche in maniera ipotetica. Ovviamente la più grande difficoltà nello studio di queste lingue è il fatto che se la scrittura, nei suoi primi esempi, risale a circa 5.000 anni fa o poco più, gli studi di paleontologia hanno rivelato che già l’Homo Sapiens (200.000) possedeva i presupposti anatomici per parlare una lingua (la discesa della laringe). Sarebbero presumibilmente esistite dunque lingue, parlate dal cosiddetto Homo loquens , di cui non abbiamo strumenti di accesso, che permetto invece di risalire a lingue attestate non molto oltre l’epoca dei testi più antichi.

Esistono inoltre diverse centinaia di lingue minacciate ( endangered languages ) e alcune che fino a dieci anni fa era viventi, seppur parlate da poche decine di parlanti, e oggi sono del tutto estinte. Inoltre non va dimenticato che ci sono state epoche durante cui le superlingue internazionali e intercontinentali si sono frammentate in decide di lingue minori (british vs americano) e anche la varietà regionale di italiano si sta consolidando come modelli linguistici di riferimento.

Come si classifica una lingua? Spesso si sono classificate le lingue a seconda della provenienza etnica- geografica (i vari volgari che Dante classifica nel De vulgari Eloquentia) ma oggi, sebbene la classificazione è diventata un argomento recente della linguistica, si classificano le lingue secondo due criteri, entrambi basati su una analisi di tipo linguistico interno:

  • Classificazione genealogica: analisi di tipo storico-diacronico (l’esame di come le lingue imparentate si sono sviluppate) che divide dunque le lingue in base al loro grado di parentela creando dei modelli che risalgono tutti alla fine a quello 800esco dell’albero genealogico (STAMMBAUM) di August Schleicher. Le lingue sono confrontate per individuate i tratti comuni e successivamente raggruppate in famiglie, gruppi e sottogruppi. (Italiano: gruppo neolatino, famiglia linguistica indoeuropea vs inglese: gruppo germanico, stessa famiglia).
  • Classificazione tipologia: analisi di tipo descrittivo-sincronico (l’esame di come sono fatte le lingue) che distingue le lingue in base alle loro caratteristiche interne, raggruppandole in TIPI. Ci sono vari tipi linguistici a seconda del livello di descrizione della lingua che si prende di volta in volta in considerazione (tipologia sintattica, morfologica, fonologica ecc.). Per esempio la sintattica distingue le lingue a seconda degli elementi che ne costituiscono normalmente le frasi, distinguendo lingue SVO (soggetto verbo oggetto) da lingue SOV come il turco o VSO come l’irlandese e studi di tipologia linguistica hanno constatato come queste differenze inducono altre differenze sintattiche (rapporto nome aggettivo, in italiano solitamente l’aggettivo è dopo).

Ce n’è una terza, detta classificazione areale , che unisce criteri di tipo linguistico con partizioni geografiche, e dunque studia le caratteristiche comuni che lingue non imparentate, ma coesistenti o contigue nello spazio geografico, hanno sviluppato nel tempo. Per esempio rumeno e albanese facente parti della famiglia indoeuropea ma di gruppi diversi usano l’articolo determinativo posposto che non è dovuto alla famiglia (non c’era in latino né in altre lingue slave) ma si ipotizza a causa della contiguità areale e spesso si parla di SPRACHBOUND ossia di lega linguistica per indicare un gruppo di lingue che hanno elementi in comune per la contiguità areale. Non va confuso criterio genealogico, areale e geografico: non esiste un sottogruppo balcanico genealogicamente e parlare di lingue balcaniche geograficamente è diverso da parlare di lega balcanica arealmente.

Che cos’è una lingua? LA LINGUISTICA studia le lingue. Una definizione di base : definiamo lingua ciascuno dei sistemi simbolici, propri della specie umana ma diversi da comunità a comunità e anche per un verso da individuo a individuo, trasmessi culturalmente e non ereditati biologicamente, basati su simboli vocali, o in alcuni casi, su simboli gestuali, tramite cui gli appartenenti alle società umane conoscono la realtà, la categorizzano, sviluppano pensieri e comunicano conoscenze e propri pensieri.

Dunque, ad eccezione dell’aspetto semiologico (la natura dei simboli linguistici) alcuni aspetti di una lingua fondamentali sono:

  • TRASMISSIONE NATURALE E ACQUISIZIONE NATURALE: Ferdinand de Saussure, linguista svizzero, parlava di una facoltà di linguaggio per indicare la capacità di ogni essere umano, fin dalla

nascita, di acquisire in maniera naturale e senza uno specifico addestramento la lingua materna , ossia quella usata nell’ambiente familiare e sociale in cui si nasce e cresce. È una facoltà trasmessa per via ereditaria ma ciò che non fa parte del corredo biologico è la specifica lingua che impareremo, le lingue si acquisiscono nell’ambiente in cui il bambino è inserito. Questa è una differenza principale tra lingue umane e sistemi di comunicazione animale, che per la maggior parte sono ereditati per via esclusivamente biologica. Le lingue umane sono dette storico naturali : ossia apprese in modo naturale e spontaneo ma allo stesso tempo legate alla comunità storica.

  • SPECIFICITA’ DELLE LINGUE UMANE: anche altre specie animali comunicano secondo diverse forme comunicative specifiche (zoosemiotica studia i sistemi comunicativi degli animali) ma se è comune la capacità comunicativa nessuna specie animale ha sviluppato lingue che si avvicinano alle lingue umane, specifiche sia in senso biologico (Esclusive della specie homo sapiens sapiens) che tipologico (sensibilmente diverse dalle altre forme di comunicazione animale).
  • DIVERSITA’ DELLE COMUNITA’ LINGUISTICHE: se la facoltà di linguaggio è specifica della specie, le lingue umane sono molteplici e diverse. Ci sono due spiegazioni in merito a ciò: da un lato vi è una condizione generale, ossia che i segni linguistici hanno un carattere arbitrario , proprietà che permette ad una stessa realtà (referente) di essere espressa tramite segni diversi, il rapporto tra realtà e espressione linguistica è culturale e non naturale, arbitrarietà che non riguarda solo le parole ma anche strutture sintattiche e grammaticali (per esempio uso dell’articolo). Dall’altro e dipendente dal primo, la facoltà di acquisire una lingua è uguale per tutti ma può essere attivata solo tramite l’esposizione a frasi, testi, prodotti in una comunità linguistica concreta. Ciò fa sì che le lingue avranno in comune i tratti dipendenti dall’esistenza di una facoltà specifica di linguaggio (tutte le lingue hanno suono consonantici e vocalici), quelli connessi con caratteristiche universali della cognizione umana (tecniche per distinguere uno da molti) ma differiranno per motivi storici e evolutivi nei tratti legati alle varie comunità. (che per anni sono state geograficamente distanziate). C’è da dire però che il concetto di comunità linguistica non è ben definito e spesso la stessa comunità viene definita in relazione alla lingua, rendendo la definizione circolare. (lingua è il codice di una comunità, la comunità è il gruppo che usa una lingua). È una definizione operativa ma ci sono casi rari in cui comunità in senso sociologico o storico non coincide con quello linguistico.
  • LINGUA INDIVIDUALE E LINGUA COMUNITARIA: il problema della definizione di comunità è superabile se si considerano lingue in base agli individui e non alle comunità. Non esistono infatti due individui le cui rispettive lingue individuali dette IDIOLETTI non presentino minime differenze. L’idealismo crociano credeva che la lingua esistesse solo come espressione individuale e non come sistema simbolico autonomo. Ma anche nel campo della linguistica, la grammatica generativa di Noam Chomsky distingue una lingua individuale (INTERNAL LANGUAGE) e una comunitaria (EXTERNAL) condivisa dagli appartenenti a una società. Secondo tale teoria un bambino è esposto agli stimoli di varie lingue individuali non a quello della lingua comunitaria e il suo idioletto sarà simile a quelle lingue individuali più di ogni altre e aiuterà a consolidare o innovare la lingua comunitaria che è composta dall’intersezione di tutte le lingue individuali di una comunità.

La linguistica studia indubbiamente le lingue. Ma non è l’unica disciplina: il filologo, il filosofo, il letterato, l’interprete, il militare, studierà le lingue per comunicare a qualche livello e in quale ambito professionale. Utilizzando lo studio della lingua per altri scopi. Infatti la linguistica come branca diversa da queste studia le lingue in sé e per sé, le lingue sono il suo oggetto, il suo fine (l’objet saussuriano) e non come altre discipline come mezzo per altro.

Per studiare il funzionamento dei sistemi linguistici il linguista non guarda alla lingua in sé ma parte dai prodotti (testi orali e scritti) e dai giudizi dei parlanti su questi prodotti. Per testo intendiamo qualsiasi cosa detta o scritta in qualsiasi lingua, dal balbettio di un bambino a un discorso colto, questa è la MATERIA saussuriana della linguistica. L’inclusione dei giudizi è una acquisizione moderna della linguistica che utilizza Chomsky. Ognuno di noi è capace di giudicare come accettabile nella propria lingua un testo appena letto, tale competenza è un dato scientifico da spiegare come vedremo.

  • Lo strato della sostanza del contenuto è costituito da tutto ciò che in una situazione comunicativa il parlante intende dire e l’ascoltatore capisce, cioè dal senso di una certa espressione nel contesto particolare in cui è usata. (se dico ‘attento al cane’ può essere pericolo o avvertimento)
  • Lo strato della forma del contenuto è costituito dal significato astratto che ha una certa sequenza di fonemi usata come espressione, in una data lingua. La parola cane significa tutti i cani dicibili: il contenuto associato alla parola o espressione è detto significato del segno. Anche le accezioni, (sottosignificati) fanno parte della forma del contenuto: cane significa anche attore incapace ma è solo quando si passa all’uso concreto che quella parola acquista un senso determinato dipendente dal contesto.

LA MATERIA DEL SEGNO è un argomento che esula dalla lingua in sé ma gli elementi materiali costituiscono un presupposto del segno:

  • (^) Materia dell’espressione: il supporto fisico tramite cui si realizza un atto comunicativo (i tratti delle grafie per quanto riguarda la lingua scritta, il corpo per il linguaggio dei segni, tutto ciò che l’apparato fonatorio potenzialmente produce e quello uditivo ascolta)
  • Materia del contenuto: insieme delle esperienze, nozioni, conoscenze che fanno parte della realtà in cui vivono gli esseri umani. (materia che può essere espressa linguisticamente ma anche tramite forme d’arte, linguaggi matematici o restare inespressa).

Arbitrarietà del segno : il fatto che lingue diverse articolino diversamente espressione e contenuto è una manifestazione del principio di arbitrarietà che caratterizza i segni delle lingue storico naturali. (Saussure e poi Benveniste). Essa può essere assoluta, ossia non ci sono ragioni naturali, logiche o psicologiche per far sì che un dato segno sia così com’è e che giustifichino la relazione contenuto espressione. Dimostrazione di ciò non è solo il fatto che un contenuto è espresso in modo diverso nelle lingue ma anche il fatto che alcune sostanze dell’espressione (suoni) in una lingua esprimono un contenuto e in una lingua un altro (platano non è banana come per gli spagnoli).

Tale nozione può essere applicata all’interno dei piani stessi:

  • Arbitrarietà formale: malgrado gli esseri umani hanno un apparato fonatorio simile per produrre i suoni linguistici e di un medesimo sistema percettivo per riceverli, i sistemi di suoni delle lingue umane sono diversissimi. (in alcune lingue africane suoni in italiano non linguistici come lo schiocco di un bacio sono usati come fonemi, è diversa la sostanza stessa dell’espressione). Più frequente è il caso in cui una sostanza fatta fisicamente di suoni simili è formata diversamente da lingue diverse, ossia è ritagliata diversamente in fonemi: per esempio in italiano per alcune consonanti la differenza di lunghezza consente di differenziare due parole come dita e ditta.
  • Arbitrarietà semantica: il rapporto tra forma e sostanza del contenuto è arbitrario ossia ciascuna lingua ritaglia la materia del contenuto formandola in maniera propria e spesso diversa dalle altre: italiano distingue tra braccio e mano e gamba e piede ma in russo no. Oppure rispetto all’evoluzione linguistica vi sono alcune lingue che nel corso del tempo hanno articolato diversamente le forme del contenuto: per esempio lo zio in latino era differenziato tra fratello del padre e della madre, differenza che nelle lingue neolatine è scomparsa. (diacronia)

Le differenze al livello del piano del contenuto mostrano come l’arbitrarietà non consista nell’accoppiare significanti diversi a medesimi concetti ma le lingue si differenziano tra loro anche perché la sostanza del contenuto si organizza in significati in modo arbitrario e spesso diverso da lingua a lingua.

Ovviamente è impossibile che una lingua sia totalmente arbitraria 3: la comunicazione viene facilitata attraverso somiglianze di suono e di senso: per esempio parliamo di benzinaio e benzina in italiano. Infatti lo stesso de Saussure dopo aver enunciato il principio di arbitrarietà sostiene l’importanza di valutarne e studiarne i limiti. Nelle lingue esistono dei gradi di arbitrarietà: esistono segni totalmente arbitrari (benzina esprime un contenuto senza alcun legame logico, fisico ma solo convenzionale) e segni motivati 3 Limiti: iconicità nella lingua (es. ideofoni come tic tac, onomatopee come beee), procedimenti iconici (es. raddoppiamento come mommò in napoletano), iconicità sintattica (veni,vidi,vici).

(conosco il significato di benzina e dunque anche se sento per la prima volta benzinaio posso intuirne il significato), spesso tali parole sono segni composti, come apribottiglie. (ovviamente la motivazione è per lo più relativa, posso campire il contesto della parola ma non il significato preciso, posso pensare che apribottiglie sia un mestiere).

La motivazione è quindi la relazione tra i diversi componenti riconoscibili nell’espressione di un segno e i rispettivi componenti del contenuto. Più è forte la relazione e tanto più il segno si dice motivato.

CRITERI DI MOTIVAZIONE basati su due principi:

  • Trasparenza: un segno è tanto più trasparente quanto più è facile riconoscere e segmentare i suoi componenti sul piano dell’espressione (trasparenza morfotattica: creazione più di pressione) e quanto più è facile assegnare loro un significato sul piano del contenuto (morfosemantica: accendisigari più di accendino).
  • (^) Diagrammaticità: il segno è tanto più diagrammatico quanto più è facile mettere in relazione i componenti della sua espressione con i componenti rispettivi del contenuto. (cani più di radio come identificazione del plurale).

Spesso la motivazione era maggiore nelle lingue originarie rispetto a quelle motivate (domina, donna da dominus, padrone), dove l’evoluzione del significante ha oscurato le motivazioni e reso i segni totalmente arbitrari.

LINGUA E P AROLE (COMPENTENZA ED ESECUZIONE)

Per la comprensione tra parlanti è necessario che il suono delle parole prodotte sia ricondotto a immagini acustiche astratte (s ignificante ) e che i singoli sensi concreti delle parole che produciamo siano riconducibili a classi astratte di sensi ( significato ). È il livello astratto che permette la comunicazione, dove espressioni e contenuti sono invariati. Tale sistema astratto non è osservabile direttamente ma tramite le realizzazioni concrete (le conversazioni) e le conoscenze dei parlanti su quelle realizzazioni.

Abbiamo tre livelli:

  • (^) Sistema linguistico: sovraindividuale e non delineabile concretamente.
  • Enunciati: frutto della concreta comunicazione linguistica e direttamente osservabili ma continuamente rinnovabili e modificabili, ossia inutilizzabili come base per una categorizzazione e comprensibili sono in virtù del sistema che li accomuna.
  • I parlanti: gli individui che usano la lingua.

De Saussure: distingue le concrete sostanze individuali di contenuto ed espressione che costituiscono il parlare ( parole , i concreti atti del parlare) dalle rispettive forme invarianti e condivise, che costituiscono la lingua. ( langue, sistema linguistico astratto che fa funzionare gli atti del parlare)

È fondamentale ricordare che le due nozioni sono complementari, non esiste l’una senza l’altra. Gli atti di parole si giustificano all’interno della langue , sistema astratto. Ma la langue esiste a partire da quegli atti.

Chomsky: distingue in maniera abbastanza simile tra competenza:

  • Competence : conoscenza delle regole di una lingua, conoscenza che come parlante natio acquisisco per la mia lingua materna in modo inconscio ed intuitivo: NB non è la conoscenza grammaticale, ossia la capacità di descrivere esplicitamente le regole di funzionamento della propria lingua. Il concetto di competenza si articola su due livelli: competenza grammaticale, conoscenza delle

anche i morfemi di un’unità hanno dei rapporti paradigmatici: per esempio in can-e il suffisso singolare -e è in rapporto con altri morfemi come pan- mal- ecc.).

Ogni atto di parole è il risultato di scelte e operazioni compiute sulla base di due assi distinti, paradigmatico e sintagmatico, che regolano la produzione linguistica.

Livelli dell’analisi linguistica:

  1. Fonetica: livello relativo alla sostanza dell’espressione, al modo in cui i suoni linguistici sono prodotti, trasmessi nell’aria e percepiti.
  2. Fonologia: livello relativo alla forma dell’espressione, la fonologia analizza quindi il significante linguistico tramite procedure previste dalla seconda articolazione, la sua unità minima è detta fonema.
  3. Morfologia: livello di analisi definito dalla prima articolazione e pertanto comprendente delle unità di significante e significato (unità minime sono i morfemi mentre i lessemi (le parole) le massime).
  4. Sintassi: definita dalla prima articolazione ma si trova su un rango superiore rispetto alla morfologia, la sua unità minima è il lessema, la frase la sua unità massima.
  5. Semantica: livello relativo all’interno piano del contenuto in tutti i suoi aspetti tanto formali che sostanziali. Le unità minime secondo alcune sono i NOEMI, tratti semantici pertinenti che differenziano il significato di una parola da quello di un'altra.

Sono categorie di riferimento, non rigide: per esempio il passato prossimo italiano è un’unità morfologia (significato e membri di paradigmi morfologici) eppure l’unità massima è la parola e qua sono due.

LA FONETICA (CAP.3)

La fonetica è il livello di analisi relativo alla sostanza dell’espressione. Ogni atto comunicativo linguistico orale presuppone che un parlante emetta dei suoni, una serie di onde sonore che si trasmettono nell’aria e che un ascoltatore li percepisca. Per cui la disciplina che studia il processo fonetico si suddivide metodologicamente in 3 settori:

  1. Fonetica articolatoria: studia il modo in cui il parlante produce l’espressione linguistica.
  2. Fonetica acustica: si occupa della trasmissione dei suoni nell’aria.
  3. Fonetica uditiva (percettiva): osserva il processo di ascolto e percezione dei suoni linguistici da parte dell’ascoltatore.

L’unità minima della fonetica è il fono, il segmento minimo individuabile negli atti comunicativi orali.

La fonetica articolatoria è nata alla fine del 700 con la nascita di un metodo per la classificazione dei suoni linguistici a partire dal modo in cui sono prodotti anche in Oriente la grammatica sanscrita indiana se ne interessava già dal VIII sec a.C. mentre la fonetica acustica, nata già a fine 800 ma sviluppatasi nella prima metà del 900, ebbe un grosso studio durante la seconda guerra mondiale durante la quale l’uso civile delle tecnologie delle telecomunicazioni fu sviluppato per scopo militare. Molto più recente è l’uditiva a causa della necessità di attrezzature specifiche per l’analisi dell’apparato uditivo. (neuroscienze).

La maggiore importanza storica dell’articolatoria, nonostante molti dei risultati odierni della fonologia sono il risultato di studi comparativi tra i 3 settori, fa sì che il suo studio sia quasi del tutto preliminare e necessario alla comprensione delle altre 2. (è anche la più semplice da capire).

FONETICA ARTICOLATORIA: meccanismo di produzione dei suoni linguistici: gran parte dei suoni linguistici sono prodotti attraverso il turbamento del flusso d’aria sospinto dai polmoni all’esterno del nostro corpo (suoni detti polmonari, ci sono alcune lingue africane per esempio che usano suoni non polmonari).

Come è creato il flusso d’aria che produce i suoni polmonari? Dalla pressione dei muscoli intercostali sui polmoni, OSSIA il medesimo meccanismo normalmente usato per la respirazione. (prova di ciò è il fatto che durante la pronuncia di una sequenza sufficiente mente lunga come aaaaaaa non è possibile contemporaneamente ispirare). Ma mentre durante la respirazione il tempo di ispirazione (ingresso dell’aria) ed espirazione (uscita) hanno durata più o meno simile, durante la produzione di suoni linguistici polmonari vi è spesso una dissimmetria tra i due momenti: inspirazione è molto veloce (1 secondo o poco più), espirazione è molto lenta (flusso d’uscita dell’aria fino a 15 sec).

Nel momento di espirazione, l’aria è incanalata nella rete dei bronchi fino a essere convogliata nella trachea che lega polmoni e tratto vocale. Il tratto vocale è l’ultimo percorso compiuto dal flusso d’aria prima di uscire all’esterno: la sua parte più interna è la laringe , la più esterna le due labbra (e a volte le narici).

Mentre la trachea non è modificabile nel suo volume interno (è un mero canale), nel tratto vocale possono essere creati in modo volontario o istintivo numerosi diaframmi4 al flusso d’aria. Difatti molte superfici del tratto vocale sono mobili e dai loro movimenti dipende l ’articolazione , ossia la capacità di differenziare tra di loro i suoni del linguaggio. Pertanto gli organi che articolano i diversi suoni sono detti articolatori:

  • (^) Laringe: situata sopra la trachea (dall’esterno è visibile come il cosiddetto pomo d’Adamo) è un complesso di cartilagini e tessuti muscolari.
  • Glottide: parte della laringe situata tra due le pliche vocali che possono essere completamente distanziate e lasciare aperto il condotto laringeo (fase di respirazione) o essere accostate. In questo caso danno vita al meccanismo laringeo (VIBRAZIONE) di una rapidissima apertura e chiusura provocate dalla pressione dell’aria in uscita. Il ritmo dei cicli di apertura e chiusura dipende dalla conformazione individuale e può essere controllato volontariamente tramite la maggiore o minore tensione di muscoli vocali e della laringe. Diversa distribuzione della tensione comporta diverse qualità della voce realizzate dal meccanismo laringeo (modale, mormorata,

cricchiata).

  • Faringe: situata sopra la laringe, ha un volume interno molto variabile poiché la sua parete anteriore coincide con la radice della lingua e quando questa è spinta in avanti la faringe si dilata e viceversa.
  • Lingua: organo di grande mobilità composto da una RADICE, la parte posteriore, DORSO e CORONA (parte anteriore mobile e ulteriormente divisa in apice, la punta, e lamina, la parte superiore).
  • Velo palatino: organo che pende dal palato dure e che divide la parte superiore della faringe dalla cavità orale. Quando la muscolatura è rilassata il velo è in posizione quasi verticale mettendo in contatto cavità orale, nasale e faringale. In tensione esso è sollevato e aderisce alla faringe e isola cavità nasale e il restante tratto vocale.
  • Ugola: situata alla fine del velo palatino l’ugola è un piccolo rigonfiamento.

4 Restringimento o chiusura del tratto vocale che si realizza mediante il contrapporsi di superfici opposte (lingua e palato, labbro inferiore e labbro superiore, ecc.) in un punto qualsiasi del canale, lungo tutto il tratto che va dalla glottide alle labbra, determinando così una o più cavità di risonanza.

  1. Modo di articolazione: dipende dal tipo di diaframma a seconda di cui si distinguono due macrogruppi di consonanti: ostruenti (il diaframma ostruisce il flusso d’aria e determina un forte innalzamento della pressione nella parte del tratto vocale che precede il diaframma) e sonoranti (il diaframma non determina una differenza rilevante di pressione nel flusso d’aria). Le ostruenti si suddividono in occlusive (al cui interno vi è il sottogruppo delle AFFRICATE) e FRICATIVE. Le sonoranti in nasali, vibranti, laterali e approssimanti.
  2. (^) Luogo di articolazione: dipende dagli organi articolatori: consonanti bilabiali, labiodentali, dentali, alveolari, retroflesse, postalveolari, palatali, velari, uvulari, glottidali. Ciò significa che gli organi mobili responsabili sono 5: labbro inferiore, la corona della lingua, il dorso, la radice e le pliche vocali.
  3. Coefficienti laringei: le articolazioni consonantiche possono essere accompagnate o no dal meccanismo laringeo: sonore (glottide in vibrazione, sonoranti sempre sonore e non aspirate, ossia quelle sonore realizzate con voce mormorata) e sorde (glottide aperta).

Vedi libro pp. 83-90.

DITTONGHI: la differenza con lo iato è che quest’ultimo è una successione di due vocali stabili (mio, zio, aereo, paura) mentre il dittongo è una porzione vocalica che cambia il suo timbro nel corso dell’articolazione facendo sì che uno dei due almeno non abbia una porzione stabile. (noi, mai, fuori,fiori). (anche se durante l’analisi del parlato tale differenza tende a scomparire quasi).

Dunque in un dittongo uno dei due elementi prevale sull’altro tramite una maggior durata, un’articolazione più distinta e maggiore energia. I dittonghi ascendenti (elemento debole prima) discendenti (elemento debole dopo). In italiano sono possibili anche porzioni di 3 elementi (trittonghi) che o sono debole+forte +debole (miei) oppure due deboli e uno forte (quiete).

CARATTERISTICHE PROSODICHE: la rappresentazione della sostanza dell’espressione è una serie di caratteri a stampa allineati, una serie di segmenti ciascuno caratterizzato da un certo numero di coefficienti articolatori che intervengono simultaneamente e è detta SEGMENTALE. Ovviamente è una approssimazione a fini pratici dove non è possibile descrivere alcune proprietà che avvengono simultaneamente e che sono dette caratteristiche prosodiche (inglese e europa) o soprasegmentali ( tradizione americana). La descrizione di tali caratteristiche è difficoltosa in quanto esse dipendono in parte da fattori exstralinguistici e variabili nel tempo legati soprattutto al parlante come

  • la lunghezza dei segmenti (che di solito è per segmento tra i 20 e i 500 millisecondi a seconda della velocità di eloquio del parlante) ma che è anche linguisticamente determinata in alcuni casi (e sono gli unici casi in cui la differenza di durata del segmento svolge un valore linguistico che esso viene rappresentato nella trascrizione fonetica) e l’IPA DISTINGUE TRA 5 LIVELLI DI LUNGHEZZA sebbene solitamente le lingue distinguano solo tra segmenti brevi e segmenti. lunghi. Come sono rappresentati i gradi brvi e quelli lunghi? Ci sono diverse convenzioni la prima è quella che riguarda solo i suoni vocalici ed è usata dalla filologia classica e dalla linguistica storico comparativa (suono breve o non segnalato o con la linea ricurva con le estremità verso l’alto detta mikron mentre i lsuono lungo linea dritta orizzontale detta makron); un’altra convenzione segnala solo le lunghe raddoppiano il simbolo IPA (a = aa; p= pp) e vale sia per vocali che consonanti; nel terzo il grado lungo è segnalato mediante due puntini posti dopo il simbolo).
  • La sillaba è l’unità fonetica minima che il nostro organismo è in grado di produrre e percepire. In ogni sillaba c’è un picco di sonorità, detto NUCLEO, che ha un volume maggiore rispetto agli altri elementi della sillaba e su cui essi si appoggiano (possono precederlo o seguirlo). Il margine (gli elementi marginali) che precede il nucleo è detto ATTACCO SILLABICO mentre quello che segue è detto CODA sillabica. Se in una sillaba c’è la coda la sillaba viene detta CHIUSA (o implicata) se è assente è detta APERTA (o libera). Confine sillabico in IPA è indicato con u punto in basso ma nelle sillabe toniche (dove l’accento indicato da un apice ‘) il punto può essere omesso. Una sillaba può essere composta anche solo dal nucleo. A formare il nucleo può essere un qualsiasi fono che abbia una certa sonorità quindi vocali ma anche sonoranti e a volte fricative mentre le occlusive non

possono mai trovarsi nel nucleo della sillaba (non sono producibili o percepibili isolatamente senza un nucleo sillabico. Un’altra differenza tra iato e dittongo è che lo iato comporta sempre vocali collocate in sillabe diverse mentre il dittongo è tautosillabico ossia è sempre in un’unica sillaba).

  • L ’accento è la maggiore prominenza di una sillaba sulle altre che ocmpongono una parola. Tale prominenza è ottenuta grazie al volume all’altezza e alla durata del nucleo sillabico tonico rispetto ai nuclei atoni. (in italiano è più la lunghezza mentre in inglese l’altezza). Le lingue inoltre si distinguono anche in base alle regole di assegnazione dell’accento all’interno di una parola. Per esempio i distingue tradizionalmente tra lingue ad ACCENTO LIBERO E LINGUE AD ACCENTO FISSO. In quelle ad accento fisso si fa ricorso ad una serie di regole più o meno complessa tramite cui prevedere la posizione della sillaba tonica (come il turco sempre sull’ultima e il cèco sulla prima). L’italiano è una lingua da accento libero che prevede la tonica come una delle ultime tre sillabe della parola: 3 tipi di parole rispetto all’accento: se sull’ultima sono dette ossitone o tronche se sulla penultima piane o parossitone se sulla terzultima proparossitone o sdrucciole. Ci sono alcune eccezioni in cui è accentata la quartultima (bisdrucciola) nella coniugazione di verbi come scivolare In IPA l’accento è indicato mediante un apice alto posto prima della sillaba tonica es. ca’pito.
  • Tono e intonazione : alcune variazioni dell’altezza della voce non dipendono da fattori extralinguitici (caratteristiche fisiche e abitudini del parlante) ma hano valore linguistico. Si distingue perciò tra LINGUE TONALI e LINGUE NON TONALI: nelle lingue tonali l’altezza varia rispetto alla sillaba o alla parole e i diversi torni permettono di distinguere tra diverse parole motivo per cui in tai lingue i toni sono prescritti dal lessico che associa precisamente sillabe e toni o sequenze di toni e parole. (cinese mandarino o comune). Nelle lingue non tonali la variazione di altezza è costituito dalla frase: si parla perciò di intonazione rispetto al movimetno della frequenza di vibrazione della glottide. L’INTONAZIONE è perciò una linea melodica che acompagna tutta la frase e fornisce informazioni grammaticalmente rilevanti. L’intonazione contriuisce a evidenziare le sillabe accentate ma anche a segnalare la cosiddetta MODALIT DELLA FRASE se è interrogativa dichiarativa o non. in italiano è solo intonazione a permettere tale distinzione.

Capitolo 4 LA FONOLOGIA

La fonologia è il livello della lingua relativo alla forma dell’espressione. Se la fonetica si occupa di ciò che è prodotto con fine linguistico sonoramente rispetto alla produzione trasmissione e percezione linguistica (come è articolato ad esempio) la fonologia analizza il modo con cui i diversi sistemi linguistici disciplinano il piano dell’espressione quali sono le proprietà fonologiche tipiche di una determinata lingua. (come il fatto che d’avanti a consonante la’rticolo indeterminativo uno perda la vocale se non in alcuni casi specifici).

Come si è detto la teoria linguistica ipotizza due strati dell’espressione:

  • La forma (o rappresentazione) fonologica (o lessicale) cioè la rappresentazione dei singoli elementi lessicali ( nelle diverse forme flesse che questi assumono in un paradigma).
  • La realizzazione fonetica (o postlessicale) che può essere definita come l’insieme delle proprietà dell’espressione di una sequenza concretamente realizzata e dunque la sostanza dell’espressione.

MODELLO DI RELAZIONE TRA GLI STRATI: la fonologia opera dinamicamente ricorrendo a PROCESSI FONOLOGICI POSTLESSICALI che collegano la forma fonologica dei singoli lessemi (dopo che essi sono stati inseriti nella frase). Rispetto a tale modello c’è stata una distinzinoe negli orientamenti teorici della fonologia: da un lato, chi vede il rapporto tra i diversi strati in maniera dinamica e positiva, la relaizone tra raprpesentaizoni fonologiche e realizzazioni fonetiche avviene tramite processi che operano sotto forma di REGOLE, dall’altro chi utilizza i processi fonologici descrivendoli mediante vincoli o restrizioni: da un determinato elemento A della forma lessicale può manifestarsi un ampia varietà potenzialmente infinita di elemente della realizzazione fonetica a seconda della specifica gerarchia di vincoli operanti in una determinata lingua.

ALLOFONIA CONDIZIONATA E VARIAZIONE LIBERA: quando le varianti di realizzazione di uno stesso fonema sono determinati dal contesto linguistico e quindi ogni parlante seleziona una variante lalo stesso modo. Spesso tale allofonia si verifica quando i due allofoni sono in distribuzione complementare.

Quando invece la scelta delle varianti non è dovuta al contesto linguistico ma sono mutuamente sostituibili in tutti i contesti. Tale allofonia è detta libera o variazione libera. (la scelta dipende da fattori come le abitudini del singolo parlante, a sua proveniena geografica, il suo gruppo sociale ecc.).

I TRATTI: si è definito il fonema l’unità minima della forma dell’espressione linguistica. Tale costituente minimo in realtà è ulteriormente scomponibile: ogni singolo fonema come /s/ è un insieme simultaneo di proprietà diverse che permettono la differenziazione con gli altri fonemi. Tale proprietà sono dette TRATTI. Il tratto NON è UN’UNITà DELLA LINGUA in quanto non possono mai rappresentarsi isolatamente nella sequenza dell’espressione ma devono essere sempre combinati in un fonema.

COSTITUENTI PROSODICI DELLA FONOLOGIA se sul versante segmentale troviamo i fonemi, le unità prosodiche della struttura fonologica di una lingua sono invece la sillaba ma nache l’acecnto e la parola prosodica. Struttura fonologica della sillaba è rappresentata con un diagramma ad albero: è costituita da’attacco e dalla rima, un costituente intermedio formato da nucleo e coda. (il legame tra nucleo e coda ma non tra nucleo e attacco è provato dall’ALLUNGAMENTO DI COMPENSO) Il nucleo è l’unico elemento necessario e ogni lingua possiede poi delle regole di costituizione delle sillabe e delel sue componenti.

Nella struttura sillabica la costituzione delle componenti rispetta una SCALA DI SONORITA’ secondo cui gli elementi può a sinistra hanno una sonorità minore di quelli collocati a destr. Inoltre per quanto riguarda l’ordinamento degli elementi interni l’attacco deve avere sonorità crescente e la coda discendente. Così la sillaba è una sorta di curva di sonorità che partendo da un minimo giunge fino al massimo nel nucleo e eventualmente discendere con la coda. Tale sillaba così costituita è detta OTTIMALE anche se ci sono variazioni nelle singoel lingue. La scala di sonorità è una tendenza generale che può essere violata poi nei sistemi particolari.

L’accento: le lingue si dividono in lingue ad accento fisso (prevedibile non distintivo e fonologia incorpora regole di assegnazione della prominenza) o a accento libero dove la posizione dell’accento non è prevedibile ma è specificata nel lessico e in queste lingue la posizione dell’accento ha VALORE DISTINTIVO e possono formarsi coppie minime esclusivamente determinata da tale posizione come prìncipi e princìpi.

Parola prosodica o fonologica: si intende una sequenza d isillabe organizzata attorno a un solo accento principale e generalmente nelle lingue si distingue tra parola morfosintattica e parola fonologica, la prima costituente delal morfologia la seconda un costituente prosodico. Ad esempio in italiano un caso di mancata coincidenza tra parola fonologica e parola morfologica è costituito dalla presenza di più lessemi in un'unica parola fonologica, come quando ci sono parole atone.

Le parole atone si distinguono tra PROCLITICHE (che gravitano attorno all’accento della parola seguente come l’uomo o con me) e ENCLITICHE (paroal precedente come guardami parlaci).

Oppure è possibile che in un unico lessema vi siano più parole fonologiche ome avviene in italiano nei composti in cui ogni membro ha un accento distinto come portacenere fendinebbia ecc.

Ci occupiano DEI PROCESSI FONOLOGICI solo POSTLESSICAI ossia di quei processi che mediano tra FORMA FONOLOGICA o lessicale e realizzazione fonetica o postlessicale. Le regole di descrizione di tali processi sono dette regole fonologiche che nella storia della fonologia sono state rappresentante in due modi:

REGOLE DI RISCRITTURA: REGOLE fonologiche come regole di riscrittura di un elmeento con un altro. Il processo fonologico diventa una sorta di calcolo logico rappresentato formalmente: A → B ossia A è riscritto come B indica che un certo elemento collocato nella raprpesentazione fonologica diviene B enlla realizzazione fonetica.

REGOLE MULTILINEARI: seocndo metodo di raprpesentare le regole fonologiche si è impoto con la fonologica autosegmentale. Una regola autosegmentale è intesa come mutamento da uno strato all’altro della raprpesentazione fonologica, delle linee di associazione tra posizioni segmentali e tratti fonologici.

LA MORFOLOGIA CAPITOLO 5

La morfologia è lo studio della struttura interna delle parole. Ma cosa sono le parole? Il termine è gergalmente usato in modo ampio per riferirsi a concetti che la linguistica invece accuratamente descrive.

Anzitutto presa una frase: anno nuovo, vita nuova potremmo dire che essa è composta da 4 parole se contiamo le PAROLE GRAFICHE ossia le sequenze di lettere separate da spazi bianchi oppure se la frase è pronunciata oralmente se pensiamo alle sequenze di fonemi potenzialmente separabili tra lor oda pause nell’enunciazione orale.

Ma possiamo dire anche che ci sono solo 3 parole: intendendo per parole i Lessemi dell’italiano ossia degli elementi di un livello più astratto. Perciò noi comunemente designamo come parola ciò che lingusticamente è un lessema (sul dizionario non cerchiamo parole grafiche ma lessemi).

CRITERI DI CLASSIFICAZIONE DEI LESSEMI

  • (^) In base alla funzione sintattica che i lessemi svolgono in una frase: PARTI DEL DISCORSO 5ossia classi o categorie in cui sono suddivisi i lessemi (dette anche classi di parole o di lessemi o categorie lessicali o categorie sintattiche) e sono suddivise in due gruppi: PARTI VARIABILI E PARTI INVARIABILI. La suddivisione dipende poi dalla lingua: in italiano le parti variabili sono articolo nome aggettivo pronome e verbo mentre le invariabili avverbio preposizione congiunzione interiezione ma l’articolo in inglese è invariabile! Oppure momlte lingue non distinguono così evidentemente tra verbi e aggettivi come l’italiano poich èpovere di lessemi aggettivali i quali di solito denotano proprietà stabili nel tempo come grandezza e colore. In generale rispetto alle parti del discorso esse sono divisivili tra i lessemi che fungono da argomenti e da lessemi che fungono tra predicati fondando l’opposizione tra la categoria dei nomi e quella dei verbi e una tera categoria riconosciuta a quei lessemi che fungono tipicamente da modificatori dei predicati (avverbi) o degli argomenti (aggettivi).
  • Criterio di ordine semantico (spesso però porta a una classificazione simile) secondo cui i lessemi sono divisi seconda se si riferiscono a oggetti individuali, azioni o stati o se si riferiscono a propeirtà degli oggetti e propriet delle azioni o stati.
  • (^) Criterio morfologico: i lessemi sono distinti in base al tipo di flessione che presentano: ad esepio i lverbo camminare è un lessame con flesione per il tempo. Tale classificazione varia dalle lingue: i nlatino un nome si flette per caso e numero in italiano solo epr numero.
  • Criterio distribuzionale: ossia l’insieme di contesti in cui il lessame può apparire anche tale classificazione vria da lingua a lingua: in italiano per esempio i nomi si presentano accompagnati quasi sempre da un articolo mentre i verbi no.

COSA SIGNIFICA CHE UNA PARTE DEL DISCORSO è VARIABILE?

Che esso può presentarsi in forma diversa ( 2 occorrenze) in frasi diverse come ad esempio l’aggettivo nuovo che può presentarsi sotto la forma nuova in questo caso la forma a cui si fa riferimento per nominare il lessema è detta FORMA DI CITAZIONE ed è quella tramite cui i lessemi sono elencati nei vocabolari. Per i nomi in tialiano si usa il singolare per gli agettivi il amschile singolare e per i verbi l’infinito. (in latino e greco invece la prima eprsona singolare del presente indicativo attivo) di solito il lessema è indicato in maiuscoletto mentre le forme in corsivo.

Rispetto alle forme:

  • (^) Come si è detto vi sono aprti del discorso variabili e parti invariabili ma se gli avvrbi sono invariabili come è possibile troavre in alcune frasi diverse forme di un avverbio (pian piano caso

5 Tale espressione è una traduzione poco felice di formula utilzzate dai grammatici antichi: in greco mère tou logou e partes orationis in latino, ossia parti della frase. Lo si usa, anche se scorretto, poiché è quello più in uso.

dei casi pricnipali di ciascun sistema) sistema nominativo-accusativo e sistema ergativo-assolutivo. In un istema del primo tipo i nomi che hanno la funzioen di soggetto di un verbo trans o intrans ricevono il valore nominativo mentre i nomi che svolgono la funzione di oggetto dei verbi trans ricevono il valore accusativo. Nel secondo sistema invece il caso assolutivo è assegnato al soggetto dei verbi intransitivi e all’oggetto dei verbi transitivi, mentre il soggetto dei verbi transitivi riceve il caso ergativo. Mentre il valore di caso assegnato ai nomi che hanno la funzioen di oggetto indiretto è detto dativo mentre il valore asegnato a nomi modificatori di altri nomi è detto genitivo. Tra ivalori di caso che non segnalano o non solo il ruolo sintattico di un nome ma il loro ruolo semantico si hanno lo strumentale e i diversi casi che esprimono valori locativi.

Carattere di universalità dellla categoria del caso è ancora discusso tra i linguisti: da un lato per essere universale il caso dovrebbe essere una categoria presente in ogni lingua o meglio non può essitere una lingua senza caso. Ci che è certo è che se il caso è universale i vari casi nelle loro manifestazioni concrete sono IDIOLINGUISTICI ossia language specific. (genitivo in greco indica funzioni in parte diverse adl latino) inoltre non è possibiie prestabilire n inventario chiuso dei casi. È vero che molte lingue utilizzano gli stessi nomi di casi ma è a conseguena di un processo culturale che non a a che fare con le funzioni linguistiche come i nomi dei casi della tradizione linguistica occidentale mutuati dalal trad greco latina. È difficile anceh stabilire l’inventario dei casi di una singola lingua o lingue dove il caso è riferito solo ad alcune parti de discorso in italiano i pronomi personali (caso soggetto a uno non soggetto o obliquo (io vs me, tu vs te ecC egli vs lui) scala di animatezza: si è nonato che la presenza del caso ristretta lo è oltre che ai pronomi ad alcuni nomi rispettivamente nomi propri e di parentela, nomi indicanti esseri uani, nomi indicanti essere animati mentre ci sono meno distinzioni tra i casi per quelli inanimati: per esempio il latino non differenzia soggetto o oggetto al neutro ma al mashiel e femminile si.

GENERE: terza categoria in relazioni ai nomi è il genere che ha uno statuto diverso da quello di numero e caso. Infatti nelle lingue che hanno tali categorie mentre per numero e cao un mone ha forme flesse per tutti i diversi valori esistenti in quella lingua (un nome italiano che è flesso solo per numero ha semrpe due forme singolare e plurarale e un nome latino che è flesso per numero e caso ha forme per ciascuno dei valori di caso e di numero (12 totali)) i nomi non hanno forme flesse per i diversi valori di genere. L’informazione di genere è informazione inerente nei lessemi di categoria nome ma è contestualmente determinata su lessemi di diverse categorie che entrano in accordo con i nomi, quali gli aggettivi. Per cui nelle lingue dove c’è tale categoria, i lessemi che hanno diverse forme flesse per i diversi valori di genere sono quelli che sono target di accordo e non i nomi. In italiano sono target di accodo gli articoli e gli aggettivi e alcunin pronomi di terza persona singolare. I nomi hanno due forme flesse tipicamente (per numero) mentre gli aggettivi 4, per numero e per genere. È UN ERRORE PENSARE CHE ALCUNI NOMI che indicano esseri umani presentino forme flesse per genere: in realtà nomi come “zia, cugina” non sono forme flesse per genere del singolare maschile del nome zio cugino come invece la forma flessa femminile singolare dell’aggettivo NUOVO è nuova. Infatti non tutti i nomi dell’italiano hanno forma femminile singolare né i nomi femminili hanno una forma maschile (bicchiere no bicchiera forchetta no forchetto). Per cui zia è un LESSEMA DIVERSO da zio. Tale equivoco è tipico dell’italiano e di altre lingue a causa di una caratteristica de sistema di genere dell’italiano ossia che la dimensione cognitiva su cui poggia tale sistema è fondata sulal distinzione degli esseri animati in due sessi. In realt non necessariamente la dim cognitiva su cui le lingue basano l’organizzazione della categoria di genere è quelal del sesso a volte la dimensione è quella dell’animatezza (genere animato e inanimato non maschile e femminile che invece sottostanno sotto il genere animato). Inoltre i criteri semantici di assegnazione e genere sono interni alle singole lingue e non sono riducibili a proprietà oggettive dei referenti: in alcune lingue delle tribù indiane i nomi di albero sono classificati nel genere aniamto per esempio. Inoltre come accande anch in italiano la natura del referente non è l’unico criterio utilzzato per determinare il genere di un nome: in italiano se per i referenti umani o animati per lo più vale la regola per cui i nomi che designano maschi sono mascili e quelli che designano femmine sono femminili, per i nomi che indicano oggetti asessuati spesso il genere è assegnato in base a caratteritistiche fonologiche del nome. Vengono trattati come maschii i nomi che terminano in -o femminili in -a. ma il fatto che si parli di genere maschile e femminile è una terminologia tradizionale determinata dai pochi casi in cui il genere è assegnato in base al sesso del referente per cui è una terminologia abbastanza forviante seppur radicata nell’uso. Ci signiica che ilf atto che kimono sia maschile non vol dire che ognitivmente ci sia una relazione tra mascolinità e il capo di abbigliamento giapponese: è l’organizzazione

arbitraria della categoria del genere italiano a determinare tale asegnazione e tale organizzazione è bassata in parte su criteri semantici in parte fonologici. La parola kimono è mutuata dal giapponese, lingua dove è assente la categoria di genere).

LE LINGUE CHE PRESENTANO LA CATEGORIA DI GENERE SI DIVIDONO IN DUE TIPI: da un lato, come l’inglese conteporaneo, si usano solo criteri semantici per dividere i nomi nei diversi generi; dal’altro lingue che usano come l’italiano, sia criteri semantici che fonologici e a vole morfologici (basati sulla classe di flessione cui il nome appartiene). In una lingua del primo tipo conoscere il significato di un nome basta per dedurne il genere, mentre in una lingua del secondo tipo non basta: se in inglese girl ragazza è in virtù del referente femminile, in tedesco conoscere il significato di madchen ragazza non aiuta poiché il nome è neutro in tedesco. Infatti nonostante in inglese e tedesco ci siano gli stessi tre generi, maschile, femminile e neutro, nella prima lingua i nomi si ripartiscono rispetto al referente, maschili e femminili sono solo i nomi che indicano esseri umani, in tedesco possono essere maschili e femminili anche nomi di oggetti inanimati.

LA PERSONA: categoria inerente ai nomi e ai pronomi determinata contestualmente per accordo nei verbi è la categoria della persona. La dimensione cognitiva su cui tale cateoia è basata è quella dei partecipanti all’atto comunicativo infatti in ogni atto comunicativo c’è un emittente o parlante CONCETTUALIZZATO come prima persona, e un ricevente o destinatario o ascoltatore concettualizzato come seconda persona; inoltre nei messaggi vi può essere riferimento a altri individui (umano e non) ocncettualizzati come terza persona. La categoria della persona si combina di solito con quella del numero. La cosiddetta prima persona plurale italiana, il NOI, è una forma molto interessante poiché nella lingua italiana non vi è distinzione tra l’associaizone dell’emittente con altri individui INCLUSO il destinatario O escluso il destinatario. ALCUNE LINGUE nominano diversamente una prima persona plurale inclusiva del destinatario e una esclusiva.

CATEGORIE realizzate SUL VERBO:

  • TEMPO: organizzata concettualmente intorno a tre valori cognitivi: passato presente e futuro (che però non coincidono necessariamente con altrettanti valori della categoria grammaticale di tempo (?) a esempio nelle lingue europee si distingue molto tra passato e non passato ma non tanto tra futuro e non futuro (soprattutto tra futuro e presente) la cui distinzione è espressa invece con meze lessicali: come quando dico? ‘domani non vado a scuola’ invece di non andrò. La grammatica inglese conserva quanza secondarietà del futuro infatti l’ausiliare che marca il futuro, will, in altre costruzioni conserva la sua origine modale, il signficato di “volere”.
  • MODO: distingue almeno tra eventi o azioni reali (INDICATIVO) e eventi o azioni non reali ma possibili, auspicabili o giudicate necessarie.
  • (^) ASPETTO: distingue tra eventi o aioni in corso di svolgimento escludendo la visualizazione del loro momento finale (ASPETTO IMPERFETTIVO) e eventi o azioni determinati temporalmente con la visualizzazione del momento terminale (aspetto PERFETTIVO).

SOLITAMENTE LA TERMINOLOGIA TRADIZIONALE CHIAMA tempi verbali l’insieme di forme flesse che realizzano determinate combinazioni di queste tre categorie (es. imperfeto indicativo, valore di passato e un valore di aspetto imperfettivo; passato remoto vaore passao ma perfettivo). ALCUNE COMBINAZIONI sono semanticamente implausibili: il modo imperativo (non ancora reale ma giudicato necessario) non può cominarsi con il valore di tempo passato.

C’è un'altra categoria realizzata sui verbi: la DIATESI: detta anche nella grammatica tradizionale VOCE. La voce è la categoria che segnala il tipo di ruolo semantico che gli argomenti del vero hanno nella frase: ad esempio in una frase con il vero in forma attiva il soggetot ha il ruoo di agente e l’oggetto di paziente mentre in una frase con il verbo in forma passiva il soggetto ha ruolo di paziente e l’argomento che avrebbe il ruolo di agente può anche essere non espresso (Il panino è stato mangiato… da marco).

un valore di una certa categoria grammaticale può dover essere obbligatoriamente espresso dalle forme flesse di un lessema, appartenente a una certa categoria lessicale o parte del discorso, secondo 3 sensi: