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Appunti Linguistica Italiana Prof. Maccauro - Unifortunato, Appunti di Linguistica

Appunti Linguistica Italiana Prof. Maccauro - Unifortunato

Tipologia: Appunti

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Ci occuperemo innanzitutto di definire storicamente quelli che sono alcuni dei caratteri salienti della lingua
italiana, della sua storia e della sua evoluzione.
Perché fare questo transito all'interno della storia della lingua? D’altra parte la linguistica generale dalla quale
quella italiana proviene, tratta una serie di temi che non sempre hanno a che fare con la storia della lingua.
Vedremo tuttavia come gli aspetti più significativi dello studio linguistico generale hanno una ricaduta
particolarmente consistente anche sullo studio di quella particolare forma di lingua che è l'italiano.
Consideriamo alcuni aspetti di carattere generale che costituiscono il primo obiettivo del nostro discorso:
- la linguistica, cosa studia e perché è importante
- la storia della lingua italiana, il percorso attraverso cui si è formata così come la conosciamo oggi, il suo
excursus storico, ma innanzitutto i motivi per cui uno studio storico della lingua può essere utile per
mostrarci alcune sue caratteristiche salienti.
Innanzitutto bisogna giustificare lo studio e la ricostruzione storica della lingua: perché studiare storicamente
una lingua? cosa fare storia della lingua ci permette di fare e di dire in più sulla lingua stessa?
La linguistica nasce come disciplina che ci permette di studiare la lingua, e non il linguaggio. Quindi occorre
fare una distinzione tra il linguaggio inteso come facoltà dell’umanità come specie, e quindi come una
caratteristica che potremmo definire strutturale e che fa parte del DNA dell'essere umano e non è in qualche
modo riconducibile o delimitabile alla sola capacità di esprimersi attraverso le parole e attraverso la lingua per
l'appunto. Il linguaggio si definisce come facoltà e capacità umana di comunicare, è quindi l’insieme dei
fenomeni espressivi e di comunicazione che si manifestano nell’essere umano.
Il concetto di linguaggio comprende in effetti molte più cose, è un concetto molto più ampio perché il
linguaggio noi lo articoliamo ad esempio anche attraverso il linguaggio del corpo, attraverso le espressioni
facciali, attraverso la produzione di segni o suoni che non sono linguistici e non hanno quindi un significato
trascrivibile in parole. Sono espressioni che anche quando assumono particolare significato non sono
riconducibili alla lingua propriamente detta. la lingua è qualcosa di differente nella misura in cui essa realizza
solo una parte, sebbene molto consistente, della facoltà più ampia del linguaggio. Lingua e linguaggio quindi
non coincidono e hanno estensioni differenti: potremmo dire che la lingua è una parte del linguaggio. La lingua
è il modo concreto e storicamente determinato in cui il linguaggio si manifesta, è un oggetto difficile da
definire perché fluido, stratificato e complesso, non si tratta di qualcosa di misurabile, concreto,
tangibile. Inoltre, noi parliamo di lingua ma in realtà esistono tantissime lingue, ed esistono all’interno di ogni
lingua tantissimi modi di comunicare e livelli sociolinguistici diversi. Esiste una storia della lingua: noi italiani
sappiamo bene come, ad esempio, la nostra lingua non sia sempre stata così, ma sia frutto di un' evoluzione dai
dialetti indoeuropei, passando per il latino, l'italiano volgare fino ad arrivare a fenomeni di standardizzazione
anche attraverso accumulazioni di elementi provenienti dalle tante culture che sul territorio italiano nel corso
della storia sono passate e che in qualche modo hanno inciso anche sul nostro modo di esprimerci e di
comunicare. Da un punto di vista strettamente filosofico potremmo dividere in due teorie le prospettive
attraverso le quali leggere il problema della lingua e provare a fornire una risposta alla domanda che cos'è
una lingua.
Una prospettiva naturale = lingua come etichetta per descrivere il mondo: c'è una lingua e le parole di una
lingua sono etichette per la descrizione del mondo. In sostanza la lingua viene in questa prospettiva considerata
come un elemento fisso, immutabile, che in qualche modo si afferma perché richiama il suono o il rumore di
alcuni oggetti, una sorta di «onomatopea» del reale. C'è però un problema: l'idea che la lingua nasca come
onomatopea e come quindi trasposizione linguistica dei suoni del mondo rende particolarmente difficile in
questa prospettiva spiegare il perché le lingue si differenziano nel corso del tempo e perché le lingue si
differenziano in tanti diversi linguaggi anche all'interno della stessa comunità di parlanti. rende innanzitutto
difficile comprendere perché le lingue si siano trasformate. un suono onomatopeico dovrebbe a rigor di logica
andare bene sempre sia per l'uomo delle origini che per l'uomo moderno. inoltre non si riesce a spiegare
neanche il fatto che all'interno della stessa comunità linguistica possano esistere diversi modi di esprimere
lo stesso concetto.
c'è infine il problema relativo a quei termini che fanno riferimento a concetti astratti: Quasi mai in realtà
una lingua funziona come ripetizione dei suoni del mondo anche perché con la lingua esprimiamo tutta una
serie di concetti che non hanno suono e neppure colore e corpo si tratta cioè di concetti astratti e immateriali.
come possiamo allora descrivere questi concetti e in che modo questi concetti si sono formati e sono stati
individuati all'interno della lingua mediante una parola in particolare? evidentemente la prospettiva per leggere
il problema della lingua deve essere modificata.
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Ci occuperemo innanzitutto di definire storicamente quelli che sono alcuni dei caratteri salienti della lingua italiana, della sua storia e della sua evoluzione. Perché fare questo transito all'interno della storia della lingua? D’altra parte la linguistica generale dalla quale quella italiana proviene, tratta una serie di temi che non sempre hanno a che fare con la storia della lingua. Vedremo tuttavia come gli aspetti più significativi dello studio linguistico generale hanno una ricaduta particolarmente consistente anche sullo studio di quella particolare forma di lingua che è l'italiano. Consideriamo alcuni aspetti di carattere generale che costituiscono il primo obiettivo del nostro discorso:

  • la linguistica, cosa studia e perché è importante
  • la storia della lingua italiana, il percorso attraverso cui si è formata così come la conosciamo oggi, il suo excursus storico, ma innanzitutto i motivi per cui uno studio storico della lingua può essere utile per mostrarci alcune sue caratteristiche salienti. Innanzitutto bisogna giustificare lo studio e la ricostruzione storica della lingua: perché studiare storicamente una lingua? cosa fare storia della lingua ci permette di fare e di dire in più sulla lingua stessa? La linguistica nasce come disciplina che ci permette di studiare la lingua, e non il linguaggio. Quindi occorre fare una distinzione tra il linguaggio inteso come facoltà dell’umanità come specie, e quindi come una caratteristica che potremmo definire strutturale e che fa parte del DNA dell'essere umano e non è in qualche modo riconducibile o delimitabile alla sola capacità di esprimersi attraverso le parole e attraverso la lingua per l'appunto. Il linguaggio si definisce come facoltà e capacità umana di comunicare, è quindi l’insieme dei fenomeni espressivi e di comunicazione che si manifestano nell’essere umano. Il concetto di linguaggio comprende in effetti molte più cose, è un concetto molto più ampio perché il linguaggio noi lo articoliamo ad esempio anche attraverso il linguaggio del corpo, attraverso le espressioni facciali, attraverso la produzione di segni o suoni che non sono linguistici e non hanno quindi un significato trascrivibile in parole. Sono espressioni che anche quando assumono particolare significato non sono riconducibili alla lingua propriamente detta. la lingua è qualcosa di differente nella misura in cui essa realizza solo una parte, sebbene molto consistente, della facoltà più ampia del linguaggio. Lingua e linguaggio quindi non coincidono e hanno estensioni differenti: potremmo dire che la lingua è una parte del linguaggio. La lingua è il modo concreto e storicamente determinato in cui il linguaggio si manifesta, è un oggetto difficile da definire perché fluido, stratificato e complesso, non si tratta di qualcosa di misurabile, concreto, tangibile. Inoltre, noi parliamo di lingua ma in realtà esistono tantissime lingue, ed esistono all’interno di ogni lingua tantissimi modi di comunicare e livelli sociolinguistici diversi. Esiste una storia della lingua: noi italiani sappiamo bene come, ad esempio, la nostra lingua non sia sempre stata così, ma sia frutto di un' evoluzione dai dialetti indoeuropei, passando per il latino, l'italiano volgare fino ad arrivare a fenomeni di standardizzazione anche attraverso accumulazioni di elementi provenienti dalle tante culture che sul territorio italiano nel corso della storia sono passate e che in qualche modo hanno inciso anche sul nostro modo di esprimerci e di comunicare. Da un punto di vista strettamente filosofico potremmo dividere in due teorie le prospettive attraverso le quali leggere il problema della lingua e provare a fornire una risposta alla domanda che cos'è una lingua. Una prospettiva naturale = lingua come etichetta per descrivere il mondo: c'è una lingua e le parole di una lingua sono etichette per la descrizione del mondo. In sostanza la lingua viene in questa prospettiva considerata come un elemento fisso, immutabile, che in qualche modo si afferma perché richiama il suono o il rumore di alcuni oggetti, una sorta di «onomatopea» del reale. C'è però un problema: l'idea che la lingua nasca come onomatopea e come quindi trasposizione linguistica dei suoni del mondo rende particolarmente difficile in questa prospettiva spiegare il perché le lingue si differenziano nel corso del tempo e perché le lingue si differenziano in tanti diversi linguaggi anche all'interno della stessa comunità di parlanti. rende innanzitutto difficile comprendere perché le lingue si siano trasformate. un suono onomatopeico dovrebbe a rigor di logica andare bene sempre sia per l'uomo delle origini che per l'uomo moderno. inoltre non si riesce a spiegare neanche il fatto che all'interno della stessa comunità linguistica possano esistere diversi modi di esprimere lo stesso concetto. c'è infine il problema relativo a quei termini che fanno riferimento a concetti astratti: Quasi mai in realtà una lingua funziona come ripetizione dei suoni del mondo anche perché con la lingua esprimiamo tutta una serie di concetti che non hanno suono e neppure colore e corpo si tratta cioè di concetti astratti e immateriali. come possiamo allora descrivere questi concetti e in che modo questi concetti si sono formati e sono stati individuati all'interno della lingua mediante una parola in particolare? evidentemente la prospettiva per leggere il problema della lingua deve essere modificata.

De Saussure per esempio si rifaceva ad una prospettiva che noi oggi definiamo SEMIOTICA e va quindi a individuare come elemento di nascita della lingua innanzitutto il problema del significato. semiòṡi s. f. [dall’ingl. semiosis , che è dal gr. σημείωσις «indicazione», der. di σημειόω «segnare, indicare»]. – Termine con cui negli studî di semiotica si indica il processo di significazione , cioè, secondo il filosofo del linguaggio Morris (1901-1979), « il processo in cui qualcosa funziona come segno », quindi la lingua intesa come convenzione e sistema di scambio storico-evolutivo di significati, è quindi un fatto sociale, uno strumento comunicativo che ha a che fare con la relazionalità e deve essere inquadrato dalla PROSPETTIVA DELLA RELAZIONALITÀ. la lingua permette relazioni, realizza una facoltà che è quella del linguaggio come capacità relazionale in cui non può esser vista per se stessa ma appunto come RETE e come elemento di raccordo tra più persone, con tutto ciò che rende tortuosa l'esistenza di questi raccordi. Il linguaggio : facoltà della specie umana di comunicare. Non coincide con la lingua, perché le possibilità di espressione sono molto più numerose e non si limitano allo scrivere e al parlare La lingua: strumento del linguaggio che possiede una struttura semiotica , ovvero permette la comunicazione attraverso l’uso di segni e significati. Ha carattere storico-sociale e si evolve in stretta relazione al contesto Perché «storicizzare» la lingua? Perché storicizzare la lingua?

  • Prospettiva storicistica vs prospettiva naturalistica: le parole non sono un’etichetta applicata sugli oggetti, ma un insieme in movimento e in costante trasformazione
  • La linguistica non analizza dei sistemi cristallizzati, ma la parte conclusiva di un percorso in fieri , spesso realizzatosi nel corso di secoli o di millenni
  • La lingua non è un elemento isolato rispetto a tutti gli altri che compongono la cultura di una comunità, ma è un sistema che concresce in stretto legame con quello culturale (economico, politico, sociale, ecc.) La lingua è innanzitutto scambio, comunicazione e veicolazione di significati, in tal senso è un oggetto complesso e non semplicemente un insieme di regole espressive, logico-formali, grammaticali che definiscono il modo in cui ci esprimiamo. Esprimersi correttamente non vuol dire automaticamente dire qualcosa o utilizzare dei significati comprensibili dagli altri o ancora veicolare messaggi che siano comprensibili all'orecchio di chi ci ascolta. Il significato, di cui la grammatica non si interessa, è un concetto estremamente complicato. All'interno della parola significato rientrano tutta una serie di questioni categorie e problemi molto più ampi: il significato rimanda per esempio alla dimensione sociologica in cui una comunicazione linguistica è calata, al contesto storico, all' abilità dei parlanti, ai rapporti sociali che esistono tra di loro… in sostanza il significato rimanda a una dimensione molto più ampia di quella delle regole grammaticali ed è una dimensione che non può che essere definita in termini storici : la lingua, e il significato dei messaggi che attraverso la lingua ci scambiamo, sono completamente calati all'interno della dimensione storica, una sorta di «universo generale» all'interno del quale diventano leggibili numerosi fattori che concorrono alla formulazione di una frase che abbia significato compiuto: fattori sociali psicologici evolutivi cognitivi … studiare storicamente una lingua significa quindi ripercorrere anche la storia di questi fattori e l'influsso che questi fattori hanno avuto sul percorso di formazione e standardizzazione della lingua. Pensiamo soltanto alla definizione di italiano standard e all'impossibilità di leggere questa definizione senza considerare tutti quegli aspetti contestuali e congiunturali che hanno reso possibile la formulazione, la nascita e l'affermarsi di un italiano standard. L’italiano standard si afferma relativamente tardi nel nostro Paese, quando in Italia si afferma la tv e quando cioè gli italiani possono essere esposti h 24 a questo flusso di informazioni che vengono veicolate attraverso una lingua che era molto diversa da quella locale dialettale e quindi dalle varietà che la popolazione italiana parlava. Ciò avviene al termine di un processo molto più lungo, che era cominciato con unità d'Italia, 100 anni prima che si diffondessero anche nel nostro paese i mezzi di comunicazione di massa. Dobbiamo quindi interrogarci non solo sulle caratteristiche e specificità di questo lungo processo di formazione linguistica ma anche su quello che c'è molto prima, perché in fondo la storia della lingua italiana non nasce con l'unità d'Italia negli anni 60 dell'Ottocento, ma è un problema molto sentito già molti secoli prima per motivi politici innanzitutto. L'unità linguistica fa da contrappunto in un certo senso all'ambita unità politica, che appunto si sarebbe raggiunta molto tempo dopo in italia, con ritardo rispetto a quella che era stata la grande storia politica degli altri stati europei, e dunque il dibattito intorno alla lingua diventava di fatto un appendice al dibattito sull’unità politica in un sistema molto differenziato di regioni e di popoli quale era il nostro Paese prima dell'unificazione.

La linguistica storica tuttavia lavora sui documenti e i documenti hanno la caratteristica di essere databili, in alcuni casi anche con una certa previsione precisione e dunque in alcuni casi c'è la possibilità attraverso l' approccio che la linguistica storica promuove di recuperare non tutti ma almeno alcuni dei riferimenti storico temporali che ci permettano in una certa misura di individuare di snodi temporali che hanno reso una lingua quella che è nel presente. Se è vero che non possiamo stabilire in modo assoluto il momento in cui una lingua nasce e si afferma è vero tuttavia che abbiamo alcuni riferimenti almeno in epoca storica e in epoca di scrittura attraverso cui siamo in grado di scovare elementi che in qualche modo ci consentano di valutare alcuni Snodi decisivi e di particolare importanza in corso di evoluzione storica. Per quanto riguarda la ricostruzione storico-linguistico dell'italiano, il testo che viene normalmente citato è quello del Placito Capuano, che è la prima attestazione dell’italiano volgare. E’ un documento ritrovato nel monastero di Montecassino che è stato scoperto nel diciottesimo secolo ad opera di Erasmo Gàttola. Chi ha vergato il Placido Capuano si è reso perfettamente conto del fatto che stava utilizzando due lingue diverse: il latino notarile da una parte e il volgare parlato dall’altra. Ha fornito sostanzialmente quella che noi oggi chiameremmo una traduzione. Abbiamo quindi la prova che già all'epoca in cui il Placito Capuano fu vergato c'è la netta sensazione che presso i contemporanei la coscienza di una divaricazione tra la lingua italiana e la lingua Latina fosse già perfettamente evidente e in qualche modo tangibile e fosse quindi chiaro che si era giunti ad una differenziazione decisiva molto netta tra due lingue che venivano percepite come due lingue distinte. L'estensore del Placito Capuano aveva quindi ritenuto necessario, su un documento ufficiale e un atto notarile, sottolineare per l'appunto questa differenza esistente tra il Latino e la lingua in cui si erano espresse le persone che avevano conferito davanti al vescovo in quel momento. Il Placito Capuano è un atto notarile che risale al 960 quindi prima dell'anno 1000 ed e scritto su pergamena. Si tratta appunto di un atto notarile relativo ad una trascrizione di una deposizione fatta di fronte a un giudice di Capua, Arechisi , circa i confini dei possedimenti di Montecassino. C'era un problema di confini tra due possedimenti limitrofi, appunto quello capuano e quello cassinese. Il motivo per cui il Placito Capuano fu vergato fu che un piccolo feudatario rivendicava il possesso di certe terre sulle quali invece l'abate di Montecassino invocava il diritto di usucapione: in sostanza l'abate voleva prendere e riteneva di fatto proprie queste terre di Rodelgrimo d'Aquino, i l quale decise di difendersi. Per dirimere la causa vennero quindi ascoltate le testimonianze di quattro persone, chierici e notai i quali pur conoscendo certamente il latino preferirono in quella circostanza esprimersi in lingua volgare. Durante la redazione del verbale fu compiuta una scelta abbastanza inconsueta nelle abitudini dell'epoca, insolita anche per confronto con altri documenti dell'epoca: il dibattito doveva essersi i svolto infatti in volgare, ma per la prima volta si è ritenuto opportuno presentare il volgare in traduzione Latina. Il latino era infatti la lingua impiegata per tutti i tipi di verbali ed era un linguaggio molto tecnico e quindi per questo abbastanza astruso, era una lingua di cultura e di prestigio e per questo era ancora ridosso dell'anno 1000 utilizzata per la scrittura dei verbali e degli atti ufficiali. Nel caso del Placito Capuano la verbalizzazione in latino arrivò a includere delle vere e proprie formule di testimonianza che però erano state fatte e pronunciate in volgare. Sono 4 le formule accolte del placito tra il 960 e il 963. La prima di queste trascrizioni è quella riportata nella slide che recita: So che quelle terre per quei fini per quello che contiene sono state possedute per trent'anni dal monastero di San Benedetto. I n un certo senso chi ha lasciato questa testimonianza sta dando ragione all' Abate benedettino. In realtà le testimonianze per l'avvicendarsi dal latino a volgare possono essere rintracciate anche altrove. E’ molto celebre ad esempio l'indovinello veronese che fu riesumato tra i documenti della Biblioteca Capitolare di Verona nel 1904 da Luigi Schiapparelli che riporta una utilizzazione del latino estremamente differente rispetto alla lingua cristallizzata dalla tradizione. Il testo recita: «se pareba boves/alba pratalia araba/et albo versorio teneba/et negro semen seminaba». La traduzione è: Teneva davanti a sé i buoi/arava bianchi prati/e aveva un bianco aratro/e un nero seme seminava. La soluzione dell' indovinello è la scrittura : teneva davanti a sé i buoi (le dita della mano) arava prati bianchi (foglio) e un bianco aratro teneva (piuma) e seminava un seme nero (inchiostro). È un testo che risale a un'epoca simile a quella del Placido Capuano, un testo vergato tra VIII e IX secolo, per quanto sia difficile la collocazione storica dell' indovinello, che non è un documento ufficiale ma un manoscritto a margine di un testo. Nasceva da una prassi che era abbastanza diffusa in effetti tra gli amanuensi. Essi erano soliti provare sui lembi puliti delle pergamene il proprio stilo facendo delle scritte. Qualcosa di simile aveva fatto anche l’amanuense estensore dell’indovinello veronese, regalandoci però un testo particolarmente indicativo. E’ quindi una scrittura di prova. Questo testo ha un ruolo particolarmente importante nella storia della lingua italiana per quanto si tratti di un testo molto piccolo. Sebbene mostri segni diretti di influenza del volgare sul latino classico, l'indovinello

non viene tuttavia considerato in modo unanime un testo in volgare italiano a tutti gli effetti. Questo lo differenzia moltissimo dal Placido Capuano. La differenza col Placido Capuano e che in effetti nell’indovinello veronese è molto difficile stabilire la percezione della distanza tra la lingua classica e la lingua volgare. D'altra parte va sottolineato un aspetto non secondario e cioè che gli amanuensi e i chierici in generale conoscevano benissimo il latino ed erano anzi tra i pochi custodi della cultura classica in epoca medioevale. Dunque è molto difficile pensare che chi ha vergato l'indovinello veronese non conoscesse perfettamente la lingua latina e non discriminasse in maniera abbastanza tranquilla il testo latino dal testo volgare. Questa è una caratteristica che il Placito Capuano non condivide con l’indovinello, in quanto esso è invece la volontà e l'intenzione di accorciare attraverso la traduzione la distanza percepita come ampia tra la lingua volgare e la lingua Latina. Da questo punto di vista il Placido Capuano costituisce una testimonianza di importanza straordinaria non solo del volgare nella sua forma e nel suo utilizzo corrente, ma anche e soprattutto del fatto che la differenza tra l'italiano e il latino venisse ormai percepita in maniera palmare e come un dato di fatto in qualche modo incontrovertibile Dopo un entusiasmo generale per il ritrovamento, i critici si sono divisi sull’interpretazione di questo documento. Responsabili di questi dubbi sono i caratteri tardolatini che non mostrerebbero ancora un volgare "maturo" affrancato dalla vecchia lingua. Si pensi alla coniugazione in -eba e in -aba , in cui la b non è ancora diventata v , al semen che è un nominativo/accusativo latino. Ciò che induce a guardare al volgare è la mancanza della -t finale nei verbi (si dice appunto pareva, arava ecc. in italiano), l'aggettivo negro (e non nigrum come vorrebbe il latino), in pratica già italianizzato per la -o finale, ecc. Perché una lingua possa essere definita tale, deve essere presente nel parlante una chiara coscienza linguistica. Ciò significa che se il copista che ha scritto l'indovinello fosse stato cosciente del suo uso del volgare in contrapposizione alla lingua latina, l'attestazione potrebbe essere considerata senza ombra di dubbio volgare. Secondo alcuni studiosi, prova di questa coscienza linguistica sarebbe la benedizione in latino scritta a margine dell'indovinello, la quale dimostrerebbe come nello scrivente fosse chiara la diversità tra la lingua latina e il suo volgare. Alcuni paleografi, però, sostengono che la terza riga del codice contenente la benedizione sia stata scritta da altra mano e in epoca più tarda rispetto a quella dell'indovinello. Ciò farebbe, se non cadere, quanto meno traballare ogni ipotesi di coscienza linguistica del copista e di conseguenza l'indovinello si collocherebbe non tra le prime attestazioni dell'italiano volgare, ma tra quelle del tardo latino. In conclusione:

  • abbiamo fornito una prima definizione di quello che è il carattere continuo della lingua : la lingua è sempre un processo. La lingua non smette mai di evolvere e se vogliamo anche il latino si è dovuto evolvere e si evolve tutt’ora, eppure è una lingua che definiamo morta: pensiamo ad esempio alle encicliche papali quando devono includere dei concetti o descrivere delle arti, delle pratiche che ovviamente non potevano essere possibili in epoca romana quando per esempio i problemi della tecnologia moderna: vi sono strategie di creazione di neologismi latini che servono proprio ad includere questa parte di mondo che in un certo senso non ha seguito lo sviluppo del latino c he viceversa si è molto rallentato nella sua evoluzione. Altre lingue come l'italiano proseguono questo percorso e talvolta superano e oltrepassano le potenzialità espressive delle lingue da cui provengono, soprattutto se queste lingue di provenienza smettono di essere lingue vive e parlate abitualmente. Ciò per dire che la lingua non deve essere identificata con un sistema fisso e mobile come un elemento «di natura». La lingua è invece un fatto di cultura e la cultura è sempre storica, è sempre processuale, è sempre un fattore di trasformazione e non ha il carattere del dato ma invece il carattere di ciò che è divenuto e diviene sulla linea del tempo. Quando possono invece apparire le discrepanze e quando invece un carattere delle lingua diventa discreto e diventa evidente la differenziazione tra una lingua e un'altra? Un esempio è il Placito Capuano in cui appare ben evidente come il trascorrere del tempo e il modificarsi delle condizioni storiche, culturali, politiche e sociali hanno in qualche modo interrotto il percorso di dialogo della lingua con la realtà e quindi che la lingua si sia trasformata in qualcosa di sostanzialmente differente. Questa differenza viene percepita evidentemente da chi ha vergato il Placito Capuano tanto da rendere necessario in qualche modo differenziare e quindi tradurre la dichiarazione in lingua volgare in latino o comunque contestualizzare all'interno di un contesto scritto in latino una dichiarazione che era stata rilasciata invece in lingua volgare, una lingua che già all'epoca, in un contesto di contemporaneità, veniva percepita come qualcosa di sostanzialmente diverso dal Latino stesso

Quando i romani colonizzavano, occupavano e annettevano un territorio all'impero, una delle prime modalità di appropriazione era l'imposizione della lingua e della cultura romana. In realtà quella della lingua non era necessariamente una coercizione violenta e quindi una imposizione forzosa del latino, ma chiaramente quando un nuovo territorio veniva conquistato Roma imponeva anche la propria legge e le leggi erano scritte in latino, Roma imponeva che venissero accettate e accolte pratiche ad esempio commerciali che portavano per esempio alla redazione di contratti e documenti che erano anch'essi redatti in latino, nella lingua del paese conquistatore. La produzione di documenti doveva avvenire in latino, l'amministrazione funzionava attraverso emissari di Roma o persone che dovevano scrivere i documenti ufficiali in lingua Latina: in qualche modo dall'alto il latino calava come un velo sulle varietà linguistiche locali, spesso afferenti anche a ceppi linguistici molto diversi da quelli da cui il latino proveniva. Questo processo può essere in qualche modo paragonabile con ciò che nel mondo è avvenuto o sta avvenendo con l'inglese: anche quando non c'è una influenza diretta e militare su popolazioni non di madrelingua inglese l'influenza culturale del mondo anglofono è tale che cala uno strato di «polvere» sulle vecchie forme alle quali si viene sostituendo questa lingua universale che è l’inglese. Le lingue romanze non sono l'esito esclusivamente della trasformazione del latino classico anzi se vogliamo il latino classico con la formazione delle lingue romanze ha poco a che vedere. E’ invece soprattutto il latino volgare ad avere un ruolo decisivo nella formazione delle lingue romanze. Quando parliamo di latino volgare , intendiamo ovviamente il termine volgare nella sua accezione etimologica originaria e quindi con riferimento al vulgus cioè il popolo : il latino cioè si trasfonde nelle lingue romanze soprattutto attraverso i canali aperti dal lessico colloquiale e dalla lingua parlata di tutti i giorni e non la lingua alta della produzione artistica. La nascita e l' affermarsi delle lingue romanze è innanzitutto l'esito di un processo di dissoluzione della precedenti unità politica dell'impero romano che si riflette nella frammentazione anche linguistica e dunque nella presa del sopravvento delle varietà locali sul latino dei dominatori. Un documento di particolare importanza è il giuramento di Strasburgo dell’843 : si tratta di un patto di non aggressione tra due fratelli: il sovrano dei Franchi, che governava nel territorio in un certo senso afferente a quello dell'antica Gallia, nell'attuale Francia, e il sovrano dei Germani. Il 14 febbraio dell' 842 i due fratelli Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico si incontrarono a Strasburgo per giurarsi fedeltà reciproca, e per promettere che nessuno dei due avrebbe stretto patti di alleanza con Lotario I (imperatore e fratello maggiore di Carlo e Ludovico). Questo giuramento venne pronunciato nella cattedrale della città. Era quindi un patto di non belligeranza firmato contro un terzo fratello che avrebbe potuto avanzare pretese per discendenza di potere. Il giuramento di Strasburgo dell’843 è considerata da una delle prime attestazioni delle lingue neolatine in Europa. Qual è la caratteristica principale del giuramento di Strasburgo? Trattandosi di un patto, di un foedus , di un accordo diplomatico tra due stati stranieri è redatto in due lingue diverse, la lingua parlata dalle popolazioni franche o una sorta di protofrancese come è stato definito, e l'alto germanico. Perché questa scelta? Il patto era stato suggellato attraverso la sua esposizione cioè la sua recita ad alta voce a beneficio dei presenti esponenti delle due fazioni che stavano stringendo l'accordo. Era necessario anche per l'importanza dell’evento che le due fazioni si capissero. Nel caso specifico il giuramento di Strasburgo fu recitato ad alta voce dalla parte tedesca in protofrancese, affinché il sovrano il generale e i soldati dell'esercito francese presenti al giuramento potessero comprenderne il contenuto, e viceversa i francesi recitarono in alto germanico alla controparte tedesca perché quest’ultima potesse comprendere il contenuto del giuramento. Si tratta sostanzialmente della stessa formula recitata quindi in due lingue diverse che non sono ovviamente il latino ma nelle quali possiamo invece riconoscere il primo decisivo accenno o il primo decisivo passo verso la differenziazione verso il francese e il tedesco, pur nel permanere di influenze latine ancora molto forti ed evidenti, ma non tanto da poter immaginare l'esistenza di una diretta discendenza dal latino. Non era cioè un testo scritto in latino, ed è per questo che viene considerata come la prima attestazione della frammentazione delle lingue neolatine in Europa. E’ molto significativo il fatto che la lingua sia un veicolo di comunicazione e la possibilità di comprendersi reciprocamente è uno dei principali o forse il principale elemento che deve caratterizzare una lingua è uno scambio linguistico. Quando si sceglie deliberatamente di non scrivere in latino per paura che i presenti non possano comprendere il contenuto di un testo importante come un patto diplomatico qual era il giuramento di Strasburgo questo significa che evidentemente il passaggio era stato avvertito in tutta la sua importanza e in tutta l' ampiezza della distanza che probabilmente separava il latino dalle lingue romanze. Di centocinquant'anni posteriore è il placito Capuano, che abbiamo già analizzato, e dove per chiarezza in un testo ufficiale viene trascritta una deposizione che è stata pronunciata in italiano volgare e non in latino,

laddove invece tutto il resto del documento viene prodotto nella lingua Latina, che normalmente si utilizzava negli atti ufficiali. Anche nel giuramento di Strasburgo come nel placito Capuano la possibilità di rendere comprensibile il testo è subordinata ad una scelta abbastanza netta: quella di utilizzare la lingua corrente e la lingua che sicuramente i due eserciti nel caso specifico avrebbero compreso. Il latino non era la lingua di nessuno In che modo funziona questa azione di reciproca influenza tra il latino e quelle che sono le lingue neolatine o le varianti locali sulle quali in qualche modo il latino si è innestato e ha interagito? La schematizzazione che stiamo per presentare non riguarda solo il latino ma ogni caso di due lingue che entrino in contatto tra di loro: in generale possiamo dire che il latino può agire come super strato o sostrato superstrato i n linguistica, in relazione a una determinata area, lo strato linguistico che, per motivi di conquista o di prestigio culturale o politico, si è in un certo periodo storico sovrapposto alla lingua indigena, senza riuscire a imporsi, ma determinando reazioni di entità più o meno notevole nelle strutture fonologiche, morfologiche, sintattiche e soprattutto lessicali di quella lingua. Il fenomeno implica due fasi: una coesistenza dei due idiomi e la scomparsa della lingua più recente, dopo aver lasciato un'impronta sulla lingua indigena. sostrato in linguistica, lo strato linguistico al quale, in una determinata area, si è sovrapposta e sostituita, in seguito a conquista o a predominio politico-culturale, una lingua diversa, quindi una lingua non più parlata su un territorio che però prima di sparire ha influenzato quella (o quelle) da cui è stata soppiantata. Un rapporto di super strato è quindi quello che è una lingua ha nei confronti di quella sottostante, sulla quale si innesta Il sostrato linguistico è invece la lingua originaria sulla quale una nuova lingua va ad innestarsi Il latino in questo senso ha avuto ruolo di super strato e sostrato linguistico a seconda di quelle che sono state le vicende storiche della dominazione romana. Possiamo dire che nella fase espansiva dell'impero romano il latino ha esercitato valore di super strato linguistico e quindi valore di lingua che si impone su un tessuto linguistico preesistente e successivamente ha assunto il ruolo di sostrato linguistico, quando cioè le lingue dei barbari i nuovi dominatori, hanno sostituito politicamente e linguisticamente il latino. Si parla inoltre di adstrato con riferimento al valore che una lingua confinante può avere, quindi influenze non provocate da una più o meno forzata sovrapposizione fra lo strato esistente uno nuovo ma fra una «tangenza» di due strati diversi che in qualche modo si influenzano pur senza rifondersi in una nuova entità linguistica. adstrato (o astrato) l’insieme degli influssi linguistici di vario genere esercitati da una lingua su un’altra lingua contigua. Quali sono le lingue romanze? E piuttosto difficile dare una risposta a questa domanda. Ferma restando la comune appartenenza alla comune radice del latino volgare possiamo individuare quelle che oggi sono più riconoscibili e parlate: l'italiano ma non solo, perché all'interno della penisola italiana possiamo parlare del sardo che con la sua specificità costituisce una discendenza del latino volgare, e quindi una lingua romanza, e poi naturalmente il francese, lo spagnolo, il rumeno, il portoghese, il catalano, che è una minoranza linguistica ma che ha una sua dignità di lingua e può essere quindi riconosciuta nella sua filiazione. Queste lingue hanno avuto un importante ruolo nello sviluppo di quella che in linguistica viene definita la cosiddetta Romània. Romània: territorio di diffusione delle lingue romanze

  • Romània continua : area europea in cui sono ancora parlate le lingue derivanti dal latino
  • Romània perduta : area europea in cui il processo di latinizzazione non ha prodotto la nascita di lingue romanze
  • Romània nuova : area extraeuropea in cui le lingue romanze sono state importante dai colonizzatori

nativi ha progressivamente e forzatamente sostituito lo spagnolo e il portoghese che sono le principali lingue parlate oggi in quelle terre. Analogo discorso può essere esteso a tutti quei territori africani che nel corso dell’800 sono stati colonizzati ad esempio dalla Francia: pensiamo ad esempio in quanti paesi dell’Africa sia diffusa la francofonia, proprio perché erano territori precedentemente sotto la giurisdizione francese. Ci sono stati decenni in cui l'italiano era una lingua molto diffusa e correntemente parlata nel Corno d’Africa proprio in virtù della colonizzazione italiana, ma queste esperienze linguistiche sono state abbastanza effimere. La vicenda politica di decolonizzazione è ovviamente passata anche attraverso una prevedibile politica di defrancesizzazione e deanglicizzazione e una riconversione e progressione della lingua autoctona a discapito della lingua dei conquistatori. Lo studio comparato delle lingue recente è una pratica relativamente recente. Esso permette di individuare in molti casi la parola originale dalla quale dalla quale sono poi derivati i differenti termini in lingue romanze. Uno dei compiti e dei meriti principali della linguistica che possiamo ascrivere alla comparazione in ambito linguistico è certamente quello di aver permesso di scoprire che nella stragrande maggioranza dei casi l'origine delle parole nelle lingue romanze non è il latino classico ma è nel latino volgare. Uno degli esempi più chiari e illuminanti di questa condizione è rappresentato dalla parola italiana «Cavallo». Chi ha avuto modo di studiare il latino sa che abitualmente nella poesia Latina e nella prosa Latina cavallo si dice equus. Un riflesso di questa parola lo abbiamo per esempio nell'aggettivo equino diffuso anche nell'italiano. Tuttavia noi identifichiamo l'animale con la parola cavallo , che non è una derivazione di equus ma di caballus, che è latino volgare. In latino volgare ci si riferiva al cavallo con la parola caballus e non equus. Va inoltre sottolineato come non solo nell'italiano cavallo ma anche nello spagnolo caballo e nel francese cheval effettivamente il riflesso non è assolutamente equus ma appunto caballus , segno appunto che è stato il latino volgare a darci questa parola Lo studio comparato permette di confrontare i vocaboli delle lingue romanze e di recuperare la loro comune radice. Lo studio comparato mostra tuttavia che il latino volgare è una entità frammentata e disomogenea Il latino volgare deve essere inteso studiato e interpretato secondo un duplice asse, duplice orientamento/ prospettiva: sincronica e diacronica. Quando parliamo di asse sincronico individuiamo i diversi livelli parlati del latino : sermo rusticus, provincialis, militaris … parliamo cioè del linguaggio agricolo, del linguaggio militare… si tratta di nicchie linguistiche o livelli della lingua che in realtà possiamo riconoscere perfettamente attivi in tutte le lingue vive, compresa quella italiana nel parlato più o meno colloquiale e nelle diverse occasioni sociali più o meno formali. Questo è uno degli aspetti che in qualche modo incide sulla formazione delle lingue romanze: se pensiamo l'esempio prima riportato di caballus e equus le due parole riportano a due ambiti della lingua completamente differenti , uno equus rimanda al discorso artistico e al latino quindi utilizzato dalle élite culturali, l'altro, caballus era il latino popolare e il cosiddetto sermo rusticus. Vi è un altro asse all'interno del quale la lingua Latina va letta e interpretata ed è il cosiddetto asse diacronico: è l'evoluzione sulla linea del tempo delle varie forme che abbiamo visto espresse sull’asse della sincronia e che per così dire viaggiano nel tempo contemporaneamente spostandosi avanti o indietro. Questo a significare la trasformazione dell'intero sistema e dell'intero complesso linguistico del latino. Una lingua che si trasforma, non si trasforma solo in una sua parte o meglio se potessimo osservarla sulla lunga durata ci accorgeremmo che essa si modifica nel suo complesso e nella sua interezza e complessità. Lungo l' asse diacronico i vari elementi che compongono l'elemento sincronico si trasformano e si spostano e si modificano Il latino volgare non si può considerare come un sistema unico. Questo potremmo dirlo di quasi tutte le lingue che conosciamo e vale per l'italiano non meno che per il latino, il francese, il tedesco, o l’inglese. Non può essere considerato un sistema unico per i motivi elencati in precedenza: esso si modifica nel tempo e nello spazio e le modificazioni nello spazio possono avere infinite sfaccettature e infinite precipitazioni. Il latino che si parlava in una determinata regione dell'impero era necessariamente diverso dal latino parlato altrove. Per comprendere meglio questo concetto possiamo fare una comparazione per ciò che avviene per le varietà locali dell'italiano e per le differenze che sono sensibili ed evidentissime tra un parlante di area milanese un parlante di area lombarda ed un parlante di area calabrese o siciliana: molto spesso storie diverse stanno dietro a queste così consistenti variazioni sull’asse dello spazio.

La storia politica, economica, sociale e culturale di un territorio come la Lombardia è stata molto differente rispetto a quella di territori come la Calabria e la Sicilia. Il latino su cosa si è innestato? Su cosa ha svolto azione di super strato? Che sostrato i romani hanno trovato al momento dell' annessione dei territori? Calabria e Sicilia ad esempio erano territorio della Magna Grecia ma non può essere stato lo stesso per un territorio come quello lombardo, che non era invece mai stato nell'area gravitazionale e nell'orbita della Grecia. Lo stesso latino non ha costituito la prima lingua per tutti i popoli dell'Italia e non solo, anche per tutti i popoli parlanti oggi e facenti parte oggi della cosiddetta Romania. Ci sono tanti sostrati su cui il latino si è imposto e ogni suo strato combinandosi con il super strato latino in qualche modo ingenera dei tratti che sono specifici, che sono particolari e che noi oggi ancora possiamo osservare nelle forme di variante locali Non si può considerare il latino volgare come un sistema unico: esso si modifica nel tempo e nello spazio, e si caratterizza in base alle varianti In conclusione:

  • le lingue romanze appartengono ad un area definita Romània: essa è la regione geografica in cui le lingue neolatine le lingue romanze sono diffuse, sono parlate e sono centri dai quali molto spesso le lingue romanze si sono irradiate verso il resto del mondo, talvolta partendo dalle azioni militari dei colonizzatori. Oggi parliamo di Romània anche quando ci riferiamo ad un territorio che non ha mai avuto a che fare con la storia dell'impero romano come l'America Latina.
  • la linguistica comparatistica è uno dei sistemi per la comparazione delle lingue romanze, il riconoscimento delle loro affinità e anche la chiarificazione di quella che è la natura e l'origine di alcune lingue. Abbiamo fatto l'esempio della parola cavallo/caballo/cheval che non proviene dal Latino aulico, colto, classico equus ma dal latino volgare. Esso è il vero progenitore delle lingue romanze. Il super strato barbarico quando si è dissolto l'impero romano non si è innestato sul latino classico ma sul latino volgare, cioè sul latino che veniva correntemente parlato dal popolo un latino che era già di per sé molto contaminato dalle varietà locali che i romani avevano trovato al momento della loro conquista. Ricostruire il latino volgare proprio per questi motivi è estremamente difficile, poiché dobbiamo immaginarcelo già estremamente differenziato all'epoca della massima espansione dell'impero romano. D'altra parte non è possibile immaginare il latino volgare nei termini di un sistema unitario e chiuso su se stesso che agisca in qualche modo quasi riferendosi ad un unico centro diffusore o un'unica norma. Vi sono sempre delle interazioni sostrato/superstrato/adstrato che caratterizzano in qualche modo una varietà locale sulla quale non necessariamente poi va a innestarsi una sola nuova lingua ma possono essere differenti le situazioni che si vengono a creare, dal momento che la lingua si intreccia nella sua storia evolutiva con la storia politica e culturale delle comunità dei parlanti  Le lingue romanze appartengono all’area definita romània , cioè all’area di diffusione del latino, che è più estesa dei confini europei  La linguistica comparatistica come sistema per la comparazione delle lingue romanze e riconoscimento delle loro affinità  Il latino volgare è la lingua genitrice delle lingue romanze. Ricostruire il latino volgare è estremamente difficile perché non dobbiamo immaginarlo come un sistema unitario Ci occupiamo della tematica della cosiddetta variazione o meglio variazione e varietà dell'italiano. Quando ci riferiamo al tema della variazione e della varietà della lingua, facciamo riferimento ad un tema che è strettamente affine alle più ampie questioni di linguistica generale. Il tema della variazione riguarda in realtà non soltanto la lingua italiana ma tutte le lingue, la lingua come fenomeno in senso lato e più ampio. Nello specifico ci interesseremo del problema di definire i cosiddetti assi della variazione linguistica. La disciplina che studia le variazioni della lingua è la cosiddetta sociolinguistica. Essa si occupa di definire le questioni relative ai modi in cui la lingua si trasforma all'interno del medesimo sistema. Un altro concetto fondamentale è quello di continuum linguistico, mediante il quale individuiamo un aspetto primario del fenomeno della variazione che permette alla variazione di realizzarsi all'interno di un sistema senza sconvolgere l'equilibrio del sistema stesso. In effetti vedremo occupandoci delle varietà dell'italiano che è possibile individuarne diverse in tutto 9 nello specifico, ma individuare nuove varietà dell'italiano significa evidentemente anche rilevare delle differenziazioni all'interno del sistema che però sono in un rapporto di continuità e non di differenza tra di loro. Una variazione eccessiva in un certo senso metterebbe in crisi l' unitarietà del sistema, oppure

notevole durante il ventennio fascista, il vero catalizzatore del processo di unificazione e di standardizzazione dell’italiano saranno in realtà i mezzi di comunicazione di massa: la radio e la televisione, che avranno il ruolo di omogeneizzare la cultura degli italiani e con essa al traino di omogeneizzare anche la lingua L'ultimo dei libri qui citati è quello di Glauco Sanga , un titolo francese, del 1980 , un testo particolarmente ispirato e attratto dalla definizione di uno standard e di una serie di varianti dallo standard che costituivano il complesso panorama della lingua italiana GLI ASSI DELLA VARIAZIONE Variazione diatopica: differenziazione geografica

  • Variazione diastratica: differenziazione sociale dei parlanti
  • Variazione diafasica: differenziazione del mezzo e del contesto N.B.: la variazione diatopica ha un ruolo determinante rispetto alle altre Occupiamoci ora degli assi dei variazione, cioè quelle che potremmo definire linee di scorrimento che in qualche modo rendono identificabili i movimenti della lingua e la formazione di varianti più o meno evidenti: si parla in particolare di:
    • variazione diatopica
    • variazione diastratica
    • variazione diafasica Mentre la variazione diatopica e quella diastratica formano una sorta di quadrante sul piano, sono quindi assi cartesiani, la variazione diafasica le interseca diagonalmente. La VARIAZIONE DIATOPICA, da topos greco che vuol dire luogo o spazio, identifica quella forma di variazione che forse è la più facilmente riconoscibile per il parlante italiano e che il parlante italiano normalmente riconosce ogni qualvolta all'interno del territorio nazionale si sposta dal nord al sud o viceversa. E’ la variazione che possiamo identificare con la differenziazione geografica e dunque con il fatto che determinati processi storici hanno provocato in determinati luoghi della penisola o comunque nel mondo italofono una particolare caratterizzazione della lingua italiana. La diastopia è dunque la variazione nello spazio Quando parliamo di VARIAZIONE DIASTRATICA facciamo invece riferimento alla realtà sociale. Questo è forse l'asse che ha maggiore pertinenza e attinenza con gli oggetti di studio della sociolinguistica. La variazione diastratica riguarda la differenziazione sociale dei parlanti perché effettivamente la lingua italiana varia, oltre che al variare dello spazio, anche al variare della collocazione sociale dei parlanti. E’ chiaro che una collocazione sociale elevata, sebbene questa non sia una regola fissa, porta con sé probabilmente un

tasso di istruzione più elevato e un tasso di istruzione più elevato molto spesso porta con sé anche una capacità, una facoltà e una competenza attiva e passiva della lingua italiana che è superiore rispetto ai casi in cui la collocazione sociale è più bassa. Il livello d'istruzione meno elevato può condurre a un livello di competenza e conoscenza delle regole della lingua più basso. Naturalmente anche in questo caso c'è un elemento di differenziazione anche da un punto di vista del luogo e dello spazio. Sono due rette che, come abbiamo visto, si intersecano. Per quanto riguarda invece la VARIAZIONE DIAFASICA, essa coincide con la linea che interseca in maniera obliqua lo spazio di atopico e diastratico. Essa riguarda il mezzo e il contesto. Normalmente un parlante la lingua italiana, nella piena consapevolezza delle regole sociali e di comportamento, sa che un determinato lessico è inappropriato in determinati luoghi: per fare un esempio, in famiglia ci esprimiamo in maniera molto informale, dal medico ci esprimiamo in maniera più formale… Oppure quando scriviamo siamo addirittura costretti a cambiare mezzo, non ci esprimiamo più con le parole ma con l'utilizzo della penna e la scrittura ha delle regole di espressione che sono molto spesso differenti dalla produzione orale. A queste regole dobbiamo attenerci per poter essere anche comprensibili. Occorre sottolineare che la questione della variazione diatopica ha un ruolo di preminenza rispetto alle altre: questa preminenza della dimensione diatopica, quindi legata alla differenziazione geografica sembra avere un' importanza superiore rispetto agli altri assi di variazione tant'è vero che nelle successive formulazioni di quelle che sono le forme e i modi della variazione della lingua italiana si è scelto di estromettere l'asse della diatopia per fare della diatopia non più uno degli assi e dei luoghi della variazione ma la cornice della variazione stessa , il piano sul quale altre rette si intersecano a definire quelli che sono i modi e le forme della variazione della lingua. Il linguista Gaetano Berruto ha proposto di considerare la variazione diatopica non come uno degli assi della variazione, ma come la cornice della variazione, all’interno della quale si realizzano:

  • Variazione diastratica: varietà legata all’ambito sociale dei parlanti
  • Variazione diafasica: variazione legata al contesto
  • Variazione diamesica: variazione legata allo strumento o mezzo della comunicazione In particolare è stato il linguista Gaetano Berruto a proporre di considerare la variazione diatopica non come uno degli assi ma come la cornice della variazione. Quali sono gli assi che si muovono e scorrono all'interno di questa cornice della variazione di atopica? Secondo Berruto possiamo individuare la variazione diastratica che abbiamo già definito in precedenza, e quindi la varietà legata all'ambito sociale dei parlanti, alla loro collocazione sociale; la variazione diafasica che è legata al contesto come già detto in precedenza (lingua scritta o parlata italiano formale o non formale), ma Berruto individua un terzo asse nella cosiddetta variazione diamesica che è stata inserita nella suddivisione vista in precedenza nell'ambito della diafasia. La variazione diamesica è quella che riguarda lo strumento o mezzo della comunicazione. Anche qui vi è la consapevolezza che a seconda che si parli in pubblico o che si parli in tv in radio o che si stia magari facendo una lezione ci sono delle differenze e delle scelte del parlante che sono compiute automaticamente (Sottolineiamo automaticamente perché molto spesso si tratta di scelte che vengono compiute in modo inconsapevole perché la competenza linguistica in un certo senso ci attraversa e non ne siamo consapevoli. Il processo di formazione della competenza linguistica che contiene tutta una serie di conoscenze anche non linguistiche ma semplicemente comportamentali è qualcosa di estremamente complesso ed estremamente differenziato. qualcosa che e quindi oltrepassa le nostre capacità di essere in qualche modo consapevoli di averla adottata) **Berruto individua 9 varietà della lingua italiana:
  1. Italiano standard
  2. Italiano neo-standard
  3. Parlato colloquiale
  4. Regionale popolare
  5. Informale trascurato
  6. Gergale
  7. Formale aulico
  8. Italiano tecnico-scientifico**

tratti tipici del linguaggio ad esempio l‘uso ironico o scherzoso mancano nell'italiano tecnico scientifico perché l' intenzione di chi si esprime con un linguaggio tecnico scientifico è quella della massima precisione. E’ per esempio il linguaggio utilizzato nei manuali di istruzione di tipo tecnico, in cui bisogna necessariamente far rispondere ad ogni parola un oggetto.

  • l'italiano burocratico che come il linguaggio tecnico scientifico è una variazione molto marcata in senso diafasico. Si tratta di un modo di esprimersi e un modo di selezionare le parole e le forme che è tipica di un determinato contesto. Uno degli aspetti più caratteristici è il fatto che l'italiano burocratico è una lingua quasi esclusivamente scritta controllatissima dal punto di vista del lessico , e anche in questo caso priva di qualunque elemento esornativo. E’ una lingua molto specializzata. Si configura anch'essa come variante dell'italiano tecnico scientifico ma è più precisamente la lingua nella quale si vergano le leggi IL CONTINUUM Assodato l’alto livello di differenziazione interna alle lingue, e all’italiano in particolare, occorre rispondere alla domanda: cosa rende possibile tenere tante varietà all’interno dell’insieme della lingua italiana? Il continuum linguistico: le varietà della lingua non sono discrete , ma fra di loro esistono delle sfumature che impediscono la frammentazione e la trasformazione della varietà in una nuova lingua Proviamo allora a rispondere a una domanda che tutto questo ampio excursus sulla lingua potrebbe aver generato. Assodato l'alto livello di differenziazione interna della lingua che cosa rende possibile tenere tante varietà all'interno dell'insieme della lingua italiana? e cioè: se in una lingua e nell'italiano in particolare è possibile riconoscere tante varianti, che cosa puoi permette a queste varianti di essere in qualche modo collegate tra di loro? come facciamo a individuare un elemento di continuità che impedisca ad esempio ad un linguaggio tecnico scientifico di trasformarsi letteralmente nella lingua inglese? Se pensiamo al lessico informatico o a un certo lessico della ricerca scientifica effettivamente c'è un livello di commistione che lascerebbe quasi intendere che la lingua italiana stia trasformandosi almeno per quel versante della sua variazione e stia trasformandosi o stia precipitando all'interno di un altro sistema che è quello della lingua inglese. Possiamo individuare un concetto che è quello di continuum linguistico che è riconoscibile laddove le varietà della lingua non sono discrete cioè differenziate tra di loro ma sono ancora anche al di là di certe difficoltà oggettive che si possono incontrare riconoscibili come variazioni all'interno di un unico sistema che è quello della lingua italiana. E’ chiaro che esistono delle sfumature e toni chiaroscurali talvolta anche molto accesi o particolarmente evidenti, tuttavia si tratta di sfumature che impediscono che la variazione si trasformi in frammentazione e che questa frammentazione porti al trasformarsi di un sistema linguistico in un altro che in qualche modo non comunichi o comunque non lo faccia in maniera chiara e semplice da quello originario da cui si è distinto
  • La variazione viene registrata dalla sociolinguistica e si sviluppa sugli assi della diatopia, della diafasia e della diastratia
  • Le varietà della lingua sono forme di oscillazione sugli assi della variazione, che costituiscono piccole differenziazioni all’interno di un sistema ampio, che le ricomprende tutte
  • Il concetto di continuum permette di individuare gli elementi di continuità all’interno della spettro di possibili variazioni di un sistema linguistico Approfondiamo il problema della lingua italiana oggi. Che cos'è l'italiano oggi? quali sono le caratteristiche della sua standardizzazione? Quando parliamo di storia della lingua italiana contemporanea ci riferiamo alla storia della lingua italiana nell'ultimo secolo e mezzo e i fenomeni che in qualche modo la hanno riguardata, fenomeni che come vedremo hanno un collegamento più o meno diretto anche con quelle che sono state le vicende politiche più importanti della storia dell'Italia postunitaria La lingua è stata uno dei principali problemi e una delle principali risorse e strumenti attraverso i quali si è cercato di operare il complicato processo di unificazione culturale di una popolazione quella italiana che, all' indomani dell'unificazione, era invece anche linguisticamente molto frammentaria. Questa frammentarietà del panorama culturale e linguistico italiano in un certo senso sopravvive ancora oggi sotto forma di varietà locali e dialettali della lingua italiana, ma un nuovo fenomeno si è affermato negli ultimi anni soprattutto in seguito alla

diffusione dei mezzi di comunicazione di massa : è un fenomeno che possiamo definire di standardizzazione della lingua Qual'è il posto che l'italiano occupa nella grande famiglia delle lingue che si parlano oggi nel mondo? L'italiano non è come possiamo intuire una lingua paragonabile per numero di parlanti all'inglese ad esempio o al cinese o al francese, è tuttavia una lingua molto importante perché lingua di cultura Accanto all'italiano standard si collocano le varietà locali. C’è quindi un doppio livello o doppio asse di scorrimento che in qualche modo caratterizza la storia della nostra lingua italiana: una lingua che ha visto negli ultimi decenni un processo molto evidente di standardizzazione, un processo che come vedremo è possibile anche registrare attraverso l'osservazione di alcuni indicatori che fanno dell'italiano standard una varietà ben riconoscibile e in questo senso anche studiabile, ma accanto alla quale sono presenti altre varietà. Dobbiamo qui considerare il vasto universo delle varietà locali della lingua, il vasto universo cioè dei dialetti e del modo in cui dialetti interagiscono in qualche modo con la lingua standard , con la lingua che cioè ci viene veicolata attraverso il linguaggio istituzionale o semplicemente quello dei mass media. DIFFUSIONE DELL’ITALIANO L’italiano all’estero ha seguito le traiettorie dell’emigrazione italiana (comunità italofone diffuse soprattutto in nord Europa, sud America e Australia)

  • L’italiano in Italia si sviluppa attraverso le vicende politiche della penisola dal ‘400 in poi. Caratteristica del parlante italiano in Italia è la diglossia (da non confondere col bilinguismo): competenza dell’italiano e del dialetto locale, cui ricorre in alcuni contesti E’ inevitabile richiamare alcuni dei principali momenti della storia della nostra nazione. L'italiano come problema linguistico si è posto molto presto se consideriamo con quanto ritardo l'unificazione nazionale è stata poi effettivamente raggiunta dal punto di vista politico. Quando nasce il problema della lingua italiana? Si tratta di qualcosa che viene fuori dalla cultura già rinascimentale e rimonta a Pietro Bembo e alle Prose della volgar lingua alle quali viene riconosciuta la paternità della lingua italiana. L'italiano viene percepito nella sua particolarità e specificità molto molto presto ma da un punto di vista numerico e meramente statistico qual è la situazione e la condizione dell’italiano contemporaneo? ci sono alcuni studi che calcolano intorno a 70 milioni il numero dei parlanti la lingua italiana. Si tratta di un numero che risulta da un più o meno elementare processo di addizione vale a dire sommando i 60 milioni circa di cittadini italiani e quella decina di milioni di connazionali che in tempi recenti si sono spostati all'estero. In un certo senso la lingua italiana ha seguito la traiettorie della migrazione italiana ed è per questo che troviamo delle più o meno numerose e fiorenti comunità italofone, cioè di parlanti la lingua italiana, soprattutto in quelli che sono stati i principali luoghi di destinazione dell'emigrazione: nord Europa, Sud America e Australia. Va anche precisato come queste comunità fossero probabilmente anche solo un decennio fa più numerose. E’ abbastanza normale che con il succedersi delle generazioni la lingua italiana scivoli in una condizione di seconda lingua, poiché chiaramente i nati da coppie di italiani emigrati 30, 40 o 50 anni fa hanno poi acquisito le abitudini culturali ed anche linguistiche della nazione in cui sono nati, della società e della cultura in cui sono cresciuti. Pensiamo soprattutto alla scolarizzazione e al grande impatto che ha avuto ad esempio sui parlanti di lingua italiana in Sud America: i loro figli avendo studiato nelle scuole nazionali in cui si parlava soprattutto lo spagnolo naturalmente hanno progressivamente dimenticato la lingua italiana e imparato a parlare lo spagnolo come lingua madre. Lo stesso discorso vale naturalmente per tutte le altre comunità italofone, molto numerose sono quelle del nord Europa: pensiamo ad esempio alla consistente flusso migratorio che dall'Italia si è spostato verso il Belgio, dove c'erano fiorenti attività di estrazione mineraria e una grande quantità di manodopera italiana è stata calamitata soprattutto dopo la seconda guerra mondiale verso quei territori. Non sono stati ovviamente gli unici: la storia dell'emigrazione italiana conta flussi molto consistenti dei nostri connazionali che si sono spostati quasi un secolo fa in Nord America e anche in Australia. Dunque a differenza di quanto accaduto ad esempio per lingue come lo spagnolo o il francese che sono lingue numericamente molto più diffuse dell'italiano, l'italiano non è stato una lingua coloniale, non è stato una lingua imposta da un esercito o una amministrazione vincitrice a delle popolazioni che ad essa sono state sottoposte tramite la guerra. L'italiano è una lingua di emigrazione perché la diffusione o meglio l'area di diffusione della italofonia non ha seguito le traiettorie dell'espansione coloniale dell'Italia che di fatto è stata molto molto marginale come esperienza politica, ma la più consistente questione migratoria : sono

sono parlati i cosiddetti dialetti mediani di transizione così chiamati proprio per la loro caratteristica di costituire un cuscinetto linguistico tra i dialetti mediani e i dialetti settentrionali.

  • L'area del Lazio dell'Umbria e delle Marche o almeno la parte settentrionale delle Marche che grosso modo confina con la Regione Abruzzo e quella dei cosiddetti dialetti mediani.
  • La grande fascia in rosa che dall'Abruzzo corre fino al confine con la penisola salentina e con la Calabria è invece l'area dei cosiddetti dialetti meridionali , quelli che sono stati nel corso del tempo particolarmente influenzati soprattutto dal napoletano : il prestigio di Napoli come capitale del Regno si riverberava in qualche modo sulla situazione linguistica di tutto il regno delle due Sicilie.
  • Infine i cosiddetti dialetti meridionali estremi in viola, calabrese salentino e siciliano.
  • Caso a parte è costituito dalla Sardegna e dal dialetto sardo che rientra tra i dialetti centro meridionali, anche se la Sardegna ha la particolarità delle isole alloglotte come ad esempio al Alghero dove le principali influenze sono addirittura del catalano. Un tema importante che possiamo accennare è quello della cosiddetta isoglossa La Spezia-Rimini , delimitata dalla fascia meridionale dell'Emilia Romagna, una sorta di immaginaria linea di confine linguistico che separa i dialetti settentrionali da quelli mediani e meridionali. Un confine quindi che idealmente corre dalla città di La Spezia quella di Rimini ricalcando sostanzialmente i confini tra Toscana ed Emilia e in un certo senso esse rappresenta una sorta di valico tra due varietà locali particolarmente riconoscibili nella loro differenza L’ITALIANO STANDARD L’Italiano nasce dal fiorentino cristallizzato nella prosa e nella poesia di Dante, Petrarca e Boccaccio ( le tre corone , Bembo). Nasce come lingua letteraria e di cultura, dunque una lingua già modellata secondo degli schemi precisi. Questo consente ancora oggi ai parlanti di accedere ai testi più antichi della letteratura. A differenza delle grandi lingue europee (inglese, francese e spagnolo) all’origine della standardizzazione non ci sono moventi politici, ma innanzitutto culturali Per giungere a comprendere l'italiano standard dobbiamo necessariamente ripercorrere un tratto della storia: abbiamo fatto riferimento in precedenza a Pietro Bembo che scrive Le prose della volgar lingua e individua in Dante Petrarca e Boccaccio nel 500 le cosiddette 3 corone, vale a dire i tre esponenti di quell’italiano, cioè l'italiano volgare, che dovrebbe costituire e rappresentare in un certo senso il modello al quale ispirarsi per la letteratura. Questo ha fatto della lingua italiana per molti secoli anche e soprattutto una lingua di cultura. Cosa significa italiano lingua di cultura? Per comprenderlo meglio facciamo un raffronto con quelli che sono stati le storie e i percorsi di standardizzazione delle grandi lingue europee come il francese o lo spagnolo. Il francese e lo spagnolo sono state lingue che si sono imposte sulle varietà locali anche e soprattutto in forza di una unità politica che era stata già raggiunta molti secoli prima rispetto all'Italia. Sebbene in epoca rinascimentale non fosse ancora così sentito e percepito il concetto di Stato nazione e il concetto di unità nazionale, il fatto che questi stati si siano dotati di imponenti apparati burocratici nazionali ha chiaramente favorito l'innestarsi sulle varietà locali di un modello linguistico che chiaramente aveva l'autorità del modello dominante perché era imposto dalle elite politiche e culturali del paese. Questo imporsi sulle varietà del momento dominante e standard ha costituito un primo importante momento di sintesi ed omologazione delle differenti varietà regionali e locali che in un certo senso hanno avviato prima che altrove o meglio prima che in Italia il loro processo progressivo di riassorbimento della loro specificità all'interno dello standard nazionale. Questo in Italia è avvenuto molto in ritardo. Anzi, per un periodo molto lungo non è avvenuto affatto, nonostante la raggiunta unità politica. La lingua italiana che raggiunta l'unità nazionale si è imposta era anzi proprio la lingua letteraria e non una lingua della burocrazia, non era una lingua dell'apparato ma una lingua appunto letteraria quindi già di per sè molto cristallizzata, molto legata a degli schemi ben riconoscibili perché era stata individuata e celebrata molti secoli prima dai filologi e da Bembo in particolare. Questo è uno dei motivi per cui, ad esempio, il lettore il parlante italiano ha una facilità di accedere ai testi anche trecenteschi e storicamente anche molto lontani dal nostro periodo attuale come i testi di Dante in maniera molto meno complicata rispetto a quanto non avvenga per esempio per i parlanti francesi: il francese antico è molto difficile da leggere per un parlante odierno, a differenza di quanto avviene per l'italiano del ‘300 che è ancora quasi interamente fruibile da un italiano del ventunesimo secolo, e questo appunto perché è stato proprio quel modello linguistico a fare da archetipo per così dire della lingua italiana che attualmente parliamo. Tipo linguistico italiano:
  • Importanza delle vocali
  • Libertà di posizione dell’accento tonico
  • Ricorsività del meccanismo della alterazione dei sostantivi
  • Meccanismo della composizione delle parole per creare nuovi sostantivi
  • Non obbligatorietà della espressione del pronome personale
  • Preferenza per la sequenza determinante + determinato
  • Relativa libertà nell’ordine della frase Abbiamo visto nella precedente elezione alcuni tentativi da parte degli studiosi di linguistica in particolare Berruto di isolare alcune caratteristiche della lingua italiana e individuare una precisa collocazione dell'italiano standard nel panorama delle varietà della lingua italiana. Oggi possiamo individuare uno standard perché siamo in grado di cogliere alcuni tratti che lo rendono facilmente riconoscibile. Fra i vari elementi che sono stati individuati come tipici dell'italiano standard e dunque di questa varietà della lingua italiana che noi chiamiamo standard, possiamo citare:
    • l'importanza delle vocali , ad esempio nella differenziazione dei sostantivi
    • la libertà di posizione dell'accento tonico e dunque la relativa libertà che viene lasciata al parlante di individuare quelli che sono gli accenti tonici e di posizionarli nella parola con una certa libertà e una certa possibilità di movimento. L’ accento tonico è l’ elevazione del tono della voce nella pronuncia di una sillaba di una parola rispetto alle altre sillabe della parola.
    • ricorsività del meccanismo dell' alterazione dei sostantivi : l'alterazione dei sostantivi e ad esempio l'utilizzo e il ricorrere a degli accrescitivi o a dei diminutivi per appunto accrescere o diminuire l'estensione di un determinato termine. noi possiamo dire mano e poi da esso trarre manina o manona senza dover andare a scegliere individuare o selezionare una nuova parola che serva a descrivere una mano più piccola e differenziarla da una mano più grande
    • meccanismo della composizione delle parole per creare nuovi sostantivi : il fatto che ad esempio in italiano siano state inventate parole come asciugamano o asciuga capelli o cassapanca …questa è un'abitudine tipica dell' italiano standard cioè il fatto che le parole vengano utilizzate per comporre dei nuovi significati e delle parole nuove che servano a individuare nuovi concetti
    • non obbligatorietà della espressione del pronome personale : questo è un aspetto che colpisce inevitabilmente quanti ad esempio studiano le lingue straniere come il francese e l’inglese. In italiano e ad esempio possibile dire «piove», a differenza dell' inglese dove per esempio necessario esprimere il pronome dicendo it rains e lo stesso in francese il pleut: c'è sempre necessità di esprimere il pronome anche quando si fa riferimento ad un azione impersonale. Il pronome è obbligatorio mentre l'italiano non lo ritiene obbligatorio neppure nello scritto
    • la preferenza per la sequenza determinante più determinato : come in altre lingue romanze, a differenza degli inglese, ad esempio noi possiamo dire il libro di Paolo anziché paul’s book , In Italia non esiste qualcosa di simile al genitivo sassone. In italiano il genitivo per esprimere il possesso viene messo sempre dopo e mai prima, non c'è possibilità di esprimere diversamente il possesso.
    • La libertà relativa nell'ordine della frase , che è tipica della lingua italiana che è una lingua con caratteristiche flessive. Proprio perché esistono anche gli articoli è possibile strutturare la frase la medesima frase in molti modi diversi, ad esempio io posso dire: Giovanni ha parlato oppure ha parlato Giovanni. Altro esempio: la prossima settimana Maria verrà a Roma oppure a Roma Maria verrà la prossima settimana oppure Maria verrà la prossima settimana a Roma e via discorrendo. L'italiano essendo una lingua flessiva ed essendo una lingua abbastanza precisa permette di individuare il significato della parola all'interno della frase anche senza ricorrere a un suo posizionamento specifico particolare L’italiano standard diventa riconoscibile a partire dal ‘900, quando intervengono fattori decisivi quali la scolarizzazione di massa, la leva di massa, la strutturazione dell’apparato burocratico dello stato, la diffusione dei mass media. La standardizzazione può essere considerata come un fenomeno di progressiva semplificazione della lingua letteraria, che costituisce il modello dell’italiano attuale L'italiano standard diventa riconoscibile del ‘900 quando intervengono fattori decisivi come:
    • la scolarizzazione di massa
    • la leva obbligatoria