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Fu retore, maestro di retorica e funzionario dello stato, poiché fu preposto dall’imperatore Vespasiano alla formazione di futuri oratori, divenendo il primo insegnante stipendiato dal fiscus imperiale. Nella sua vita fu anche esperto pedagogista e si occupò approfonditamente di problemi relativi allo sviluppo e alla formazione dell’infanzia. La sua vita fu guidata da rigorosi principi: onestà intellettuale, rigore morale... questi principi non erano nuovi tra gli ideali formativi dei retori, sin dai tempi dell’antica Grecia l’oratoria si basava su questi. VITA E OPERE Quintiliano era ispanico, nacque a calagurris, ora calahorra, nella Spagna settentrionale Intorno al 35 d.c. Fu condotto a Roma per formarsi presso i migliori maestri di retorica, e dopo aver intrapreso la carriera di oratore in Spagna fu richiamato a Roma a causa della sua fama, e l’imperatore vespasiano convinto della necessità di una restaurazione della cultura a Roma gli affidò la prima cattedra statale di retorica. Conclusa l’attività di insegnante si dedicò alla composizione dell’ institutio oratoria, e morì qualche anno dopo. INSTITUTIO ORATORIA Quest’opera c’è rimasta per intero, delle altre opere non si sa molto ma è probabile circolassero degli appunti delle sue lezioni. L’institutio oratoria, la formazione dell’oratore, è divisa in 12 libri. Quintiliano volle realizzare un manuale sull’educazione e l’istruzione di un bravo oratore, facendo appello a fonti greche e latine e prendendo come modello e punto di riferimento Cicerone: sia sul piano teorico, rifacendosi al de oratore, sia come esempio di ideali, ma anche per l’esecuzione pratica. Il trattato è una guida per il futuro oratore, dalla nascita, alla scuola elementare per giungere col corso dell’istruzione una completa competenza retorica. Quintiliano infatti riserva particolare importanza alla cura e alla formazione del futuro oratore. Ne segue lo sviluppo dalla nascita, nella prima educazione domestica dell’istruzione primaria e dell’istruzione media, prima di arrivare all’ultimo stadio di istruzione cioè quello della scuola del maestro di retorica LIBRI: -Nei primi due libri si affrontano problemi di pedagogia, si tratta dell’educazione nei primi anni di vita nella scuola primaria con gli aspetti didattici e gli esercizi propedeutici alla composizione. -Dal terzo libro ha inizio la parte tecnica del trattato, con tutto quello che serve imparare per comporre un’opera oratoria, seguendo i canonici cinque momenti del lavoro dell’oratore
-Nel decimo libro infatti si riportano consigli sulle letture da fare, considerazioni di critica e di metodo ed un excursus nel quale si esprimono giudizi puntuali tra cui il giudizio assai critico sullo stile di Seneca. Queste letture erano consigliate per l’acquisizione di uno stile proprio e alto. -Nel dodicesimo libro, a conclusione, definisce la figura dell’oratore ideale al quale non deve mancare cultura generale e statura morale Pedagogo: Nella prima infanzia, quando si plasma il carattere, si imprimono, talvolta indelebilmente, vizi e virtù, è necessario quindi secondo Quintiliano, far acquisire al bambino buone abitudini insieme morali e linguistiche. Per questo le nutrici dovevano avere costumi onesti, ed era anche auspicabile che parlassero correttamente. Così anche i genitori dovevano interessarsi di cultura, occupandosi della formazione morale del proprio figlio sin dalla tenera età. Procedendo nella crescita, Quintiliano insisteva che i genitori ponessero altrettanta attenzione ai costumi anche del pedagogo, il maestro che guidava il bambino nei primi anni. Preferiva la scuola pubblica rispetto a quella domestica, per appunto il suo ruolo socializzante e stimolante ai fini dell’emulazione dell’apprendimento. I vantaggi apportati alla crescita sono enormi, e non solo culturalmente ma anche umanamente, per un ragazzo che abbia un intenso rapporto con altri coetanei. È certo consapevole dei pericoli che esistono nel contatto tra adolescenti, ma è appunto compito di un bravo insegnante guidare uno per uno gli allievi sulla via di una crescita sana ed equilibrata. Inoltre valorizza il gioco come momento altamente didattico, e ribadisce l’importanza e l’efficacia di stimolare l’entusiasmo e la gratificazione del bambino e del ragazzo, rifiutando la violenza. Queste pratiche pedagogiche sono tutt’oggi usate. CURSUS STUDIORUM: L’insegnamento a Roma era divisa in 3 gradi il letterator il grammaticus Il rhetor La scuola primaria era quella del primus magister. O ludi magister. O litterator. Era tenuta da maestri privati a classi di studenti, quando la famiglia non propendeva per insegnamento impartito da un precettore in casa. Veniva frequentata dall’età di sette anni, fino agli 11-12 anni e dava al bambino rudimenti della lettura della scrittura e del far di conto. Poi si passava alla scuola del grammaticus. Il cui compito era quello di indirizzare il ragazzo agli studi retorici (che erano il solo fine dell’educazione), attraverso la lettura e lo studio degli autori. Era la propedeutica del saper fare, cioè al saper comporre un’orazione compiuta. Il secondo grado scolastico era infatti l’adeguata conoscenza degli scrittori e soprattutto dei poeti e l’individuazione e la conoscenza di tutte le figure retoriche. Può sembrare strano che maestri latini ritenessero i poeti e non i prosatori, come esempi migliori per imparare a scrivere in prosa. In realtà nei testi poetici di più alto livello il maestro trovava in grande abbondanza tutte quelle figure retoriche ed argomenti attinenti al mito che venivano poi scelti come temi fittizi, su cui esercitarsi nella composizione della declamazione. Anche se Quintiliano raccomanda di non esagerare in erudizione inutile. Dopodiché l’allievo passava alla scuola del retor Qui imparava a comporre e a declamare le orazioni. Queste declamationes erano prevalentemente di due tipi:
Però, mentre per Cicerone quest’uomo oratore ideale era il protagonista di una realtà politica in cui si dibattevano liberamente idee, per Quintiliano si limita ad essere il buon avvocato, il buon funzionario imperiale. Il senso del ciceronianesimo in Quintiliano si può vedere piuttosto nel recupero dell’ordine, dell’armonia, dell’eleganza sobria, nell’equilibrio dell’uso dell’arte della parola, contro le esagerazioni del suo tempo. Quindi procedere il nome dell’equilibrio e del buon senso. Quella di Quintiliano quindi è una posizione di conservatore, benché non anacronistica. Soprattutto lo è nell’indirizzo stilistico, che si preoccupa di frenare le intemperanze dello stile contemporaneo e di scoraggiare i giovani a seguire i nuovi modelli, Seneca in primis. Egli ritiene che affinché un giovane sia appropri di una solida struttura stilistica debba guardare alla forma razionale del periodo, nella costruzione di questo. Deve essere nitida soprattutto nelle scelte lessicali e non ricorrere all’affascinante ma troppo comodo uso delle sententiae, pronte per ogni occasione, come quelle ricorrenti in Seneca e cariche di una potenzialità corruttrice. D’altra parte Quintiliano condanna anche, il nome dell’equilibrio e del buon senso, un’eccessiva arcaicità, che cominciava a diffondersi in opposizione al modernismo. LA FORTUNA: Dopo essere stato conosciuto nel medioevo solo per estratti, la fortuna di Quintiliano comincia in età umanistica, dove Quintiliano viene apprezzato tanto come maestro di retorica ciceroniana quanto come antesignano di un interesse pedagogico, che nel 400 si affermava con decisione. Il declino e venne solo nell’ottocento romantico.
1.Sumat igitur ante omnia parentis erga discipulos suos animum, ac succedere se in eorum locum, a quibus sibi liberi tradantur, existimet. Ipse nec habeat vitia nec ferat. Non austeritas eius tristis, non dissoluta sit comitas, ne inde odium, hinc contemptus oriatur. Plurimus ei de honesto ac bono sermo sit: nam quo saepius monuerit, hoc rarius castigabit; minime iracundus, nec tamen eorum, quae emendanda erunt, dissimulator; simplex in docendo, patiens laboris, adsiduus potius quam inmodicus. 1.Dunque, prima di tutto, (il maestro) si comporti (lett:ponga il suo animo) nei confronti dei suoi allievi come un genitore, e consideri che egli prende il posto di quelli che gli affidano i figli. Egli stesso non abbia vizi, né li tolleri. Il suo rigore non sia (troppo) severo, e la sua gentilezza non sia esagerata, per suscitare da una parte odio, dall’altra disistima. I suoi discorsi (lett:il suo discorso) vergano moltissimo sull’onestà e sul bene: infatti, più spesso ammonirà, più raramente punirà: non sia in alcun modo irascibile, tuttavia non trascuri quelle correzioni che saranno da fare; sia semplice nell’insegnamento, resistente alla fatica, costante piuttosto che incostante.