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Riassunto per punti del romanzo di Anna Banti, corredato degli appunti delle lezioni e del riassunto dei saggi in programma inerenti al romanzo (Manierismo, Binswanger)
Tipologia: Appunti
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ARTEMISIA di ANNA BANTI Lucia Lopresti 1895-
figlia di Orazio Gentileschi, pittore caravaggesco, gode degli insegnamenti del padre e del vivace ambiente pittorico della Roma di quegli anni. Ha altri tre fratelli machi, tra cui Francesco, che dipinge. Agostino Tassi, famoso per i paesaggi e le nature morte, diventa maestro della ragazza. Si sposta a Firenze dove lavora per Cosimo II, poi torna a Roma attorno al 1620, dove collabora col padre e gode già di buona fama, poi forse a Genova , sempre col padre ( Susanna con i vecchioni, Cleopatra, Lucrezia ). Fu probabilmente a Venezia , ma sicuramente nel 1630 fu a Napoli: la sua pittura venne vista come una novità e lei stessa si allontanò dai modi del padre e di Caravaggio (esempio ne è L’annunciazione di Capodimonte), fu madre affettuosa di due figlie e visse con il fratello. Lavorò con i pittori più importanti, divenne lei stessa Maestra Artemisia, le furono commissionati molti ritratti e mantenne i rapporti con figure d’interesse come Cosimo II. Quando il re Carlo I d’ Inghilterra la chiamò a Corte, nel 1637 vi si recò, e lavorò là con il padre, fino alla sua morte nel 1639 ( Autoritratto in veste di pittura). Degli ultimi 10 anni della sua vita non sappiamo molto: lavorò a Napoli per Antonio Ruffo di Messina , dipinse probabilmente La nascita di San Giovanni, Ester e Assuero. In ogni caso sembra essersi accontentata di essere pittrice ben pagata al servizio di nobili. Morì prima del 1653. Autoritratto di Artemisia: lei che dipinge un uomo, con la sua testa alla stessa altezza di quella dell’uomo=femminilità unita ad un carattere forte e virile.
Artemisia bambina, a Roma , stringe un rapporto d’amicizia con Cecilia Nari, figlia di famiglia nobile, paralitica, che continua a vedere fino all’età dello sviluppo. Poi la bambina, che provava una sorta di ammirazione per Artemisia, muore. Diventata grande e affascinante, comincia ad attirare le attenzioni degli uomini e per questo il padre la tiene lontana dalla società, licenzia tutti i servitori uomini della casa. Ma non riesce a sottrarsi alle attenzioni di Agostino Tassi, pittore che lavora col padre Orazio, e di Cosimo. I due, assieme alla comare Tuzia, vogliono fare in modo che Agostino si unisca ad Artemisia, che lo rifiuta molteplici volte. A 14 anni (in realtà 18), lasciata sola con Agostino in sala, viene chiusa da lui in camera, dove avviene la violenza. In seguito ad essa lei prende un coltello del fratello Francesco e lo minaccia di morte. Ma lui, per sfuggire all’insidia, le promette di sposarla. Poi scoprirà che aveva una moglie. Artemisia denuncia lo stupro e va a processo: la Banti racconta l’episodio attraverso le parole che la stessa ragazza utilizza durante il secondo appello, ma censura ogni particolare esplicito e violento, dandone una descrizione sintetica rispetto a quella fornita realmente da Artemisia in tribunale (R.W Bissel). In realtà la situazione fu più complessa: Artemisia era già una donna, e dunque è possibile che inizialmente si fosse lasciata sedurre da Agostino, che però l’avrebbe ingannata promettendole di sposarla quando aveva già una moglie. Infatti Artemisia accenna solo a questo inganno quando viene torturata dai giudici perché dica la verità. Inoltre è strano che Orazio Gentileschi abbia denunciato un anno dopo la violenza: probabilmente fu spinto dal furto di un quadro della figlia, Giuditta e Oloferne, ad opera di un certo Cosimo che era presente anche al momento della violenza. E’ probabile dunque che Orazio fosse stato spinto da un insieme di rancori nei confronti del collega, di gelosie per la figlia. In ogni caso al giovane Artemisia fu la vittima: il processo e la tortura la segnarono profondamente, portando alla diffusione di voci negative su di lei, acuite dal fatto che si dedicasse alla pittura, mestiere per uomini. La narrazione s’interrompe per una riflessione sulla libertà sottratta e mai più restituita alla ragazza. Gli amici di Agostino lo aiutano ad uscire indenne dal processo, dopo aver chiesto, invano, ad Artemisia di ritirare le accuse nei suoi confronti, in cambio del matrimonio (ma lei scappa nel buio della notte). L’episodio aumenta i pettegolezzi e le dicerie sulla condotta libertina di Artemisia, ed ella si convince di avere una colpa, che emerge soprattutto nei confronti del padre , colui fra i tre uomini (Oltre ad Agostino e al marito), che ha più potere su Artemisia (può decidere infatti riguardo al suo futuro). Verso di lui ella ha sempre provato un’immensa stima e ammirazione , ed è consapevole del fastidio che egli prova per le dicerie sulla figlia.
La vita di Artemisia continua a casa, dove ella vive ritirata e comincia a dedicarsi sempre di più alla pittura, usando oggetti e manichini del padre. In ciò talvolta può godere della compagnia del fratello Francesco. Attraverso la pittura ella cerca il riscatto della libertà sottrattagli con lo stupro, dunque la sua identità di artista è strettamente legata a tale episodio. Assapora questo riscatto quando il fratello Francesco le riporta l’ammirazione di un pittore modenese per la sua capacità artistica (nasconde infatti un sorriso) e lo ottiene quando il padre, avvicinandosi mentre dipinge, la osserva con sguardo benevolo (tutta la scena si costruisce sugli sguardi, non sul dialogo), e facendo una piccola correzione col pollice, la invita a proseguire. Il padre viene chiamato a lavorare a Firenze , chiamato dal Granduca le annuncia di volerla portare con sé solo a condizione che si sposi, in modo da far tacere le malelingue: la Banti salta subito alla sua vita a Firenze, poi la sua coscienza e il ritorno di un nuovo frammento di memoria la spinge a descrivere la partenza di Artemisia: eccitata ed agitata perché non si era mai mossa prima. Durante il viaggio sente un grande legame con il padre, poi si fermano a Siena, dove il padre beve in un’osteria. A Firenze comincia a costruirsi una fama, tanto che la granduchessa le commissiona Giuditta e Oloferne. La Banti descrive il profinnico nel momento in cui dipinge, cioè ciò che è intorno a lei:
R. Longhi: Impassibilità della pittrice rispetto alla violenza del quadro (sangue che sprizza da ogni parte): sembra che l’unico desiderio di Giuditta sia quello di scostarsi per non sporcarsi l’abito di seta gialla. E. Menzio: Ma forse cerca di discostarsi anche per uscire da quell’incubo, per non pensare più a ciò che le sue mani guidate dal destino hanno fatto. La padrona prende parte alla violenza non per odio verso Oloferne, ma per una ceca devozione nei confronti della padrona: forse Artemisia ha voluto sottolineare quella solidarietà femminile che a lei mancò.
La pittura può prestarsi ad infinite interpretazioni, a differenza della scrittura, ed il senso può restare sospeso fra tante possibilità: letterale, ma allo stesso tempo polisemica , dunque ambigua. Essa infatti rappresenta solo il momento culminante ( numen =manifestarsi del divino=gesto che fa Zeus quando muovendo il capo dà espressione della sua volontà, senza commentarla cfr. adnuo: decapitazione di Oloferne, genere di avvenimento assoluto che costringe l’interpretazione) dell’aneddoto, non sappiamo cosa avvenga prima e dopo di esso. Può avere un senso più definito solo in rapporto all’interpretazione diversa in quadri diversi (Oloferne senza testa di Botticelli vs interpretazione di Artemisia o Caravaggio). La storia di Giuditta e Oloferne è di per sé ambigua: erotica e funebre. Hebbel: Giuditta uccide Oloferne dopo aver ceduto a lui per debolezza sensuale Bernstein: uccide Oloferne per immortalare il suo nome Giraudoux: uccide Oloferne per amore
Delinea alcune sue caratteristiche interiori, avvicinabili alla fenomenologia del manierismo (analisi del manierismo dal punto di vista psichico di Binswanger: si basa sul principio che l’arte annuncia l’uomo e cjhe a partire dalle opere si possa non solo fare un’analisi sulla corrente artistica, ma anche della psiche dell’uomo, dunque lo storico dell’arte diventa psicologo del profondo ):
L’uomo singolo scompare e si nasconde dietro al rango o al ceto, si arma di uno scudo rispetto ad una paura della vita:
Ma alcuni particolari tradiscono la maschera: nervosismo delle mani
Difforme: il pittore si ritrae con smorfie
Sentimento passivo di compressione, pressione subita, oppressione sulla figura esercitato dall’infinito (opposto alla forza ridondante che spinge verso l’infinito del barocco). L’uomo non è nulla, le forze estranee sono strapotenti.
Contrazione dello spazio: scissione fra quadro e conformazione dello spazio: oggetti in primo piano sembrano staccarsi dalla superficie del quadro, e conferiscono quindi un effetto di distanza, e quelli sullo sfondo sembrano essere in primo piano. Le figure si staccano da tutto ciò che è reale e terreno.
Luce oscillante, sfuggente, fluente che come lo spazio stacca le figure dal reale
Si manifesta quando la classicità viene meno e subentra il barocco, come conseguenza dell’insicurezza e della precarietà dell’esistenza umana. Perciò si può manifestare in varie epoche (già nell’antichità vennero composte alcune Iliadi e Odissee prive di alcuni libri e in cui non si usano certe lettere cfr. lipogramma), ma ha dominato soltanto in momenti precisi. Emerge quando il contenuto temporale di un’epoca è stato esaurito: quando idee e valori non vengono più compresi e non soddisfano più i quesiti esistenziali dell’uomo, oppure perdono il loro senso perché le condizioni reali sono cambiate rispetto a quando tali valori sono stati creati. All’inizio l’uomo non si rende conto di questa consunzione di valori, ma quando la avverte, subentra l’angoscia.
L’arte del passato diventa oggetto di una scelta estetica: perciò viene ripresa e manipolata. L’artista sceglie i modelli e gli esempi da manipolare.
Manierismo e schizofrenia
A Genova è sopraffatta da nuovi costumi, nuove certezze di vita, nuovi nomi, un nuovo modo di dipingere: colori mordenti, sete chiare, metalli lucenti, rispetto ai chiaroscuri, ai corpi giganti, ai volti fieri di Napoli. Accolta da Pietra Spinola : la interroga e lei comincia a parlare di sé come non era avvenuto da anni e le confessa la ragione del viaggio: vuole chiudere la sua vita e le sue opere vicino a suo padre, ma tace riguardo alle sue deluzioni affettive (il marito che l’ha abbandonata, la figlia che non la ama). Lei tace e Artemisia è colpita dal modo con cui si pone di fronte a lei: forse è la prima persona a capirla, nemmeno il fratello ci riusciva. Fa tappa a Marsiglia: qui per la prima volta sente il bisogno di scrivere, che riteneva togliesse l’attenzione dal disegno. Sembra riconoscere in essa la stessa funzione della pittura: impedisce l’oblio di impressioni, immagini, scene (lettere scritte senza penna che le tenevano luogo di pennello e di compagnia). Si ammala ed è curata da Delfina, cameriera dell’osteria che ella ritrae e che quel giorno stesso viene licenziata e subisce la perdita del fratello. I commenti degli uomini all’osteria la infastidiscono enormemente e si stupisce di ciò, dato che aveva già avuto la vendetta contro Agostino dipingendo Oloferne sgozzato da Giuditta. Giunge a Parigi: qui attrae l’attenzione di alcune donne che la portano in giro per la città, ma ella, turbata dalla confusione del Louvre, s’innervosisce e se ne va. Non le piace la città: popolo indiscreto, strade da pezzenti, pane cattivo, attillature ridicole. A Londra ha pochi rapporti col padre, talvolta in silenzio si mette ad osservarlo, col pretesto di mettere in ordine guarda le sue lettere, i suoi quadri. Lui è sereno ma continua a tenersi distaccato dagli affetti famigliari (la saluta, le chiede per senso del dovere come stia il fratello e nient’altro). Fa una vita modesta: vive in una stanza di Somerset House, dove dipinge con fatica. L’annuncio del giorno in cui Artemisia dovrà incontrare la regina Enrichetta Maria di Borbone per farle il ritratto fa uscire il padre dal mondo di cui faceva parte solo lui stesso e la pittura e lo mette in agitazione: comincia a dare indicazioni alla figlia, vuole scegliere lui stesso i vestiti che indosserà: Il suo gesto di affetto la spinge a mostrargli la sua pittura: lui guarda, critica e elogia e lei sente che le è stato restituito l’onore e viene “battezzata” ufficialmente come pittore dal padre. Ha raggiunto lo scopo per il quale è venuta in Inghilterra. A corte comincia ad essere rispettata ed apprezzata, dialoga con Van Dyck, che parlando dei suoi viaggi le menziona Pietra Spinola e lei arrossisce, ma di notte continua a dolersi per il marito che l’ha abbandonata. Vede per la prima volta la regina in Chiesa e il giorno dopo si reca da lei per farle il ritratto, già convinta che come con tutti i ritratti non riuscirà ad essere soddisfatta del suo lavoro. Dipinge L’allegoria della pittura