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Poeti della Terza Generazione: Attilio Bertolucci e Giorgio Caproni, Appunti di Letteratura

La fioritura dell'ermetismo nella poesia italiana negli anni '30 e '40, con un focus sulle generazioni successive a Ungaretti. In particolare, si analizzano le opere di Attilio Bertolucci e Giorgio Caproni, due poeti della cosiddetta 'terza generazione'. Il testo include informazioni biografiche sui due autori, analisi di alcuni testi e schemi metrici.

Tipologia: Appunti

2019/2020

Caricato il 26/10/2021

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Attilio Bertolucci
(cercare biografia)
L’anno in cui escono ‘Le occasioni’, di Montale (1939), comincia a diffondersi l’ermetismo,
ispirato alla raccolta Sentimento del tempo’ di Ungaretti, poiché proprio in questo periodo
inizia questa fase di imitazione ed emulazione verso questo corrente.
In questi anni fiorisce anche una nuova generazione di poeti che invece, con meno clamore
e ottenendo minori successi, non fa riferimento ad Ungaretti ma alla linea opposta (anti-
ermetica) rappresentata da Saba e dallo stesso Montale; questi poeti vengono detti ‘poeti
della terza generazione), chiamati così perché sono nati all’incirca negli anni ’10 del ‘900 e
che cominciano a scrivere poesie nel silenzio della critica, perché nessuno se ne accorge
troppo visto che si da più importanza alla voce degli ermetici. Questa corrente verrà
riconosciuta solo negli anni ’50-60, quando i sostenitori della linea anti-ermetica si
dovranno contrastare con le nuove avanguardie, come quella del “gruppo ’63”. Tra i ‘poeti
della terza generazione’, si affermano proprio Bertolucci e Caproni.
Attilio Bertolucci nasce nel 1911 in una piccola frazione vicino alla città di Parma ed è un
cognome portato alla ribalta da Bernardo Bertolucci, il figlio di Attilio e straordinario
regista italiano, autore di capolavori come il “Il Novecento”, “L’ultimo imperatore” ecc. Il
‘piccolo Bernardo’ sarà presente anche all’interno dei testi del padre.
Nella sua poesia si ha una divisione in due tempi: il primo tempo si condensa in una raccolta
“La Capanna indiana”, in cui si trovano esordi che appartengono agli anni prima della
guerra. In questa raccolta troviamo: ‘Sirio’ del ’29, ‘Fuochi di novembre’ del ’34, e ‘Lettere
da casa’ del ’51, anno in cui i testi vengono raccolti.
Il centro tematico della poesia di Bertolucci è un’ambientazione molto intima e familiare. Si
tratta quindi di una poesia di affetti familiari perché la sua famiglia era struttura e
consapevole del suo nome; erano grandi proprietari terrieri, discendenti di commercianti e
allevatori di cavalli. Questo primo tempo fatto di poesie bucoliche, si rompe nel secondo
tempo, ovvero nel ’71 con la raccolta ‘Viaggio d’inverno’. Si trasferisce a Roma per lavoro
con la famiglia, ci sono state anche una serie di lutti e difficoltà. È la prima testimonianza
della nuova poesia di Bertolucci, che dal punto di vista biografico affronta grandi problemi
di depressione per la quale andò anche in cura. Si ha completamente un altro stile, un
cambio di rotta di un uomo che si distacca dai valori a cui aveva creduto, contiene la
nostalgia di quel mondo che non esiste più. Questo cambio di rotta, dal punto di vista
stilistico si trasforma in introverso.
‘La camera da letto’ è un vero e proprio romanzo in verso autobiografico che ha avuto due
volumi (1984-1988). Questi componimenti venivano pubblicati a puntate su giornali e su
riviste, poi vennero raccolte e uscì il primo volume.
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Scarica Poeti della Terza Generazione: Attilio Bertolucci e Giorgio Caproni e più Appunti in PDF di Letteratura solo su Docsity!

Attilio Bertolucci

(cercare biografia)

L’anno in cui escono ‘Le occasioni’, di Montale (1939), comincia a diffondersi l’ermetismo,

ispirato alla raccolta ‘ Sentimento del tempo ’ di Ungaretti, poiché proprio in questo periodo

inizia questa fase di imitazione ed emulazione verso questo corrente.

In questi anni fiorisce anche una nuova generazione di poeti che invece, con meno clamore

e ottenendo minori successi, non fa riferimento ad Ungaretti ma alla linea opposta (anti-

ermetica) rappresentata da Saba e dallo stesso Montale; questi poeti vengono detti ‘poeti

della terza generazione), chiamati così perché sono nati all’incirca negli anni ’10 del ‘900 e

che cominciano a scrivere poesie nel silenzio della critica, perché nessuno se ne accorge

troppo visto che si da più importanza alla voce degli ermetici. Questa corrente verrà

riconosciuta solo negli anni ’50-60, quando i sostenitori della linea anti-ermetica si

dovranno contrastare con le nuove avanguardie, come quella del “gruppo ’63”. Tra i ‘poeti

della terza generazione’, si affermano proprio Bertolucci e Caproni.

Attilio Bertolucci nasce nel 1911 in una piccola frazione vicino alla città di Parma ed è un

cognome portato alla ribalta da Bernardo Bertolucci, il figlio di Attilio e straordinario

regista italiano, autore di capolavori come il “Il Novecento”, “L’ultimo imperatore” ecc. Il

‘piccolo Bernardo’ sarà presente anche all’interno dei testi del padre.

Nella sua poesia si ha una divisione in due tempi: il primo tempo si condensa in una raccolta

“La Capanna indiana”, in cui si trovano esordi che appartengono agli anni prima della

guerra. In questa raccolta troviamo: ‘Sirio’ del ’29, ‘Fuochi di novembre’ del ’34, e ‘Lettere

da casa’ del ’51, anno in cui i testi vengono raccolti.

Il centro tematico della poesia di Bertolucci è un’ambientazione molto intima e familiare. Si

tratta quindi di una poesia di affetti familiari perché la sua famiglia era struttura e

consapevole del suo nome; erano grandi proprietari terrieri, discendenti di commercianti e

allevatori di cavalli. Questo primo tempo fatto di poesie bucoliche, si rompe nel secondo

tempo, ovvero nel ’71 con la raccolta ‘Viaggio d’inverno’. Si trasferisce a Roma per lavoro

con la famiglia, ci sono state anche una serie di lutti e difficoltà. È la prima testimonianza

della nuova poesia di Bertolucci, che dal punto di vista biografico affronta grandi problemi

di depressione per la quale andò anche in cura. Si ha completamente un altro stile, un

cambio di rotta di un uomo che si distacca dai valori a cui aveva creduto, contiene la

nostalgia di quel mondo che non esiste più. Questo cambio di rotta, dal punto di vista

stilistico si trasforma in introverso.

‘La camera da letto’ è un vero e proprio romanzo in verso autobiografico che ha avuto due

volumi (1984-1988). Questi componimenti venivano pubblicati a puntate su giornali e su

riviste, poi vennero raccolte e uscì il primo volume.

Da Fuochi in novembre , 1934 (poi in La capanna indiana , 1951) La rosa bianca (sola lettura) Coglierò per te l’ultima rosa del giardino, la rosa bianca che fiorisce nelle prime nebbie. Le avide api l’hanno visitata Sino a ieri, ma è ancora così dolce che fa tremare. È un ritratto di te a trent’anni, un po’ smemorata, come tu sarai allora. Pagina di diario (sola lettura) A Bologna, alla Fontanina, un cameriere furbo e liso senza parlare, con un sorriso aprì per noi una porticina. La stanza vuota e assolata dava su un canale per cui silenziosa, uguale, una flotta d’anatre navigava. Un vino d’oro splendeva nei bicchieri che ci inebbriò; l’amore, nei tuoi occhi neri, fuoco in una radura, s’incendiò. Da Lettera da casa , 1951 (poi in La capanna indiana, 1951 ; lettura e commento) At home Schema metrico: due quartine di versi liberi, tutti di misura variabile (ottonari, decasillabi, dodecasillabi) con un solo endecasillabo (l’ottavo e ultimo verso). Gli ultimi due versi presentano assonanza della vocale tonica a (come abbiamo detto più volte, uno dei molti casi di rima imperfetta). Lo scorrere lento dei giorni, tema tipico di tutta la sezione, si unisce a quello della pazienza, alimentata dall’affiorare dei ricordi e degli affetti, antidoto all’inesorabile fuga del tempo. Controfigura dell’io lirico, riscaldato dal «mite calore» della memoria, è il cane che invecchia e trascorre la sua esistenza sul «mattone tiepido».

proseguita presso il “Convitto Maria Luigia” della città emiliana). Il bambino che va a scuola, a sei anni muta profondamente la sua vita, si ferisce di continuo e guarisce da solo, i ginocchi e i polsi, prima intatti, fioriscono di croste che l’aria dei mattini d’inverno lustra come rubini o come quelle bacche per cui la siepe è ancora viva casa e dispensa al passero e ai suoi figli. Se l’anima gli si lacera, (parla del bambino) si cura nascondendosi agli altri e più a chi sino ad oggi gli ha dato gioie e affanni. Il tempo freddo e asciutto ha indurito la strada e a lui che cammina rivela nella distanza dei coltivi inerti case non conosciute prima perché perse a lungo nell’inganno delle foglie: il gelo ne scopre e fissa la presenza umile a cui s’aggira intorno sempre un uomo freddoloso e assonnato o una donna svelta nelle sue faccende che non vedono soste e animano anche un’ora così incerta. (È un riferimento temporale reale, in riferimento al momento in cui il bambino vive la scena ) Ma se il piccolo pellegrino comincia a sentire più caldo, non è soltanto l’esercizio del viaggio sul punto di conchiudersi, è il sole che alle nove, liberatosi dal basso orizzonte di bruma e fumo misti tocca tutte le cose visibili tingendole d’un rossore che inebria mentre voci e rumori diversi s’accrescono e confondono, esterno e interno uniti in una comunione vivace sino a che la porta della scuola si chiude.

Giorgio Caproni Anche Giorgio Caproni fa parte dei poeti della terza generazione, nato nel 1912 a Livorno, in Toscana, presto però trasferitosi a Genova. Anche lui comincia a scrivere versi tra il ’32 e il ’42, quindi negli anni della fioritura dell’ermetismo, ma scegliendo la strada totalmente opposta: La prima raccolta si intitola ‘Come un’allegoria” ed è una raccolta segnata da un evento triste, cioè la morte improvvisa della sua fidanzata di allora che si chiamava Olga Franzoni. Tutti i testi dal ’ fino al ’55 sono raccolti in “Il Passaggio d’Enea” che ha al suo interno una chiara indicazione poetica: la poetica dell’oggetto, la scelta dell’anti-ermetismo. Nel mondo di Caproni vive l’immaginario genovese, con tutti i suoi luoghi tipici e reali, anche se mescolati ad elementi della mitologia e al tema del viaggio. Caproni si è sempre sentito un pellegrino, si è spostato più volte, sia per la partecipazione alla seconda guerra mondiale e anche per essersi trasferita con la moglie. Un’altra sua importante raccolta è “Il seme del piangere” (1959). È una raccolta che contiene una sezione che si chiama “Versi livornesi” e dedicata interamente alla madre. Si tratta di uno struggente canzoniere di amore figliale nei confronti della madre. Emerge una ripresa degli affetti familiari che si ha in Bertolucci, ma qui si prende una visione concreta della realtà. Ha scritto molti più testi rispetto a Bertolucci. [Cercare biografia] Da Il passaggio di Enea Sirena Schema metrico: sonetto di endecasillabi a rima ABAB, ABAB; CDD, DCC. Datato 1952, il componimento è pubblicato l’anno dopo, ed entra poi in Il passaggio di Enea (1956). La mia città dagli amori in salita, Genova mia di mare tutta scale e, su dal porto, risucchi di vita viva fino a raggiungere il crinale di lamiera dei tetti, ora con quale spinta nel petto, qui dove è finita in piombo ogni parola, iodio e sale rivibra sulla punta delle dita che sui tasti mi dolgono?... Oh il carbone a Di Negro celeste! oh la sirena marittima, la notte quando appena l’occhio s’è chiuso, e nel cuore la pena del futuro s’è aperta col bandone scosso di soprassalto da un portone.

mattoni, ghiaia, scogliere. Genova grigia e celeste. Ragazze. Bottiglie. Ceste. Genova di tufo e sole, rincorse, sassaiole. Genova tutta tetto. Macerie. Castelletto. Genova d’aerei fatti, Albàro, Borgoratti. Genova che mi struggi. Intestini. Caruggi. Genova e così sia, mare in un’osteria. Genova illividita. Inverno nelle dita. Genova mercantile, industriale, civile. Genova d’uomini destri. Ansaldo. San Giorgio. Sestri. Genova di banchina, transatlantico, trina. Genova tutta cantiere. Bisagno. Belvedere. Genova di canarino, persiana verde, zecchino. Genova di torri bianche. Di lucri. Di palanche.

Genova in salamoia, acqua morta di noia. Genova di mala voce. Mita delizia. Mia croce. Genova d’Oregina, lamiera, vento, brina. Genova nome barbaro. Campana. Montale. Sbarbaro. Genova di casamenti lunghi, miei tormenti. Genova di sentina. Di lavatoio. Latrina. Genova di petroliera, struggimento, scogliera. Genova di tramontana. Di tanfo. Di sottana. Genova d’acquamarina, aerea, turchina. Genova di luci ladre. Figlioli. Padre. Madre. Genova vecchia e ragazza, pazzia, vaso, terrazza. Genova di Soziglia. Cunicolo. Pollame. Triglia. Genova d’aglio e di rose, di Prè, di Fontane Marose. Genova di Caricamento. Di Voltri. Di sgomento.

Cattedrale. Bordello. Genova di violino, di topo, di casino. Genova di mia sorella. Sospiro. Maris Stella. Genova portuale, cinese, gutturale. Genova di Sottoripa. Emporio. Sesso. Stipa. Genova di Porta Soprana, d’angelo e di puttana. Genova di coltello. Di pesce. Di mantello. Genova di lampione a gas, costernazione. Genova di Raibetta. Di Gatta Mora. Infetta. Genova della Strega, strapiombo che i denti allega. Genova che non si dice. Di barche. Di vernice. Genova balneare, d’urti da non scordare. Genova di «Paolo & Lele». Di scogli. Fuoribordo. Vele. Genova di Villa Quartara, dove l’amore s’impara.

Genova di caserma. Di latteria. Di sperma. Genova mia di Sturla, che ancora nel sangue mi urla. Genova d’argento e stagno. Di zanzara. Di scagno. Genova di magro fieno, canile, Marassi, Staglieno. Genova di grige mura. Distretto. La paura. Genova dell’entroterra, sassi rossi, la guerra. Genova di cose trite. La morte. La nefrite. Genova bianca e a vela, speranza, tenda, tela. Genova che si riscatta. Tettoia. Azzurro. Latta. Genova sempre umana, presente, partigiana. Genova della mia Rina. Valtrebbia. Aria fina. Genova paese di foglie fresche, dove ho preso moglie. Genova sempre nuova. Vita che si ritrova. Genova lunga e lontana, patria della mia Silvana.

Per lei (lettura e commento) Schema metrico: una sola strofa di sedici versi di misura variabile dal senario all’endecasillabo, ispirata alla forma della canzonetta, componimento poetico derivato dalla canzone, con numero minore di versi (di solito più brevi dell’endecasillabo), d’argomento e di tono più leggeri e d’andamento ritmico mosso, in genere musicato per essere cantato da una o più voci. I primi otto versi e gli ultimi quattro sono a rima baciata. I quattro centrali a rima alternata. Per lei voglio rime chiare, usuali: in -are. Rime magari vietate, (banali) ma aperte: ventilate. Rime coi suoni fini (di mare) dei suoi orecchini. O che abbiano, coralline, le tinte delle sue collanine. Rime che a distanza (Annina era così schietta) conservino l’eleganza povera, ma altrettanto netta. Rime che non siano labili, anche se orecchiabili. (Facili) Rime non crepuscolari, (non tristi) ma verdi, elementari. Ultima preghiera (lettura e commento) Schema metrico: canzone di nove strofe, di misura variabile, e una quartina di congedo. I versi sono per lo più brevi, prevalentemente settenari, ottonari e novenari. Le rime sono quasi sempre baciate o alternate, e frequenti le assonanze. Dice Caproni: «[...] dopo un viaggio a Livorno [...] [t]ornato deluso a Roma pregai la “mia anima” d’andarla a cercar lei. Nacque così Il seme del piangere, che appunto tenta di ritrarre Anna Picchi, prima che si sposasse e oltre». Il testo si lega al componimento iniziale della sezione, intitolato Preghiera. Entrambi fanno evidente riferimento. nei temi e nei toni. a una celebre ballata di Guido Cavalcanti («primo de li miei amici», per Dante), poeta stilnovista vissuto nella seconda metà del Duecento (anche se la distanza che separa qui il poeta dalla donna amata è più temporale che spaziale). La ballata, con la canzone e il sonetto, rappresentano i metri lirici per eccellenza della tradizione letteraria italiana antica (e la ballata è in fondo una forma derivata della canzone, detta infatti anche canzone a ballo ). Anima mia, fa’ in fretta. Ti presto la bicicletta, ma corri. E con la gente (ti prego, sii prudente) non ti fermare a parlare smettendo di pedalare. Arriverai a Livorno vedrai, prima di giorno. Non ci sarà nessuno ancora, ma uno per uno guarda chi esce da ogni portone, e aspetta (mentre odora di pesce e di notte il selciato) la figurina netta, nel buio, volta al mercato.

Io so che non potrà tardare oltre quel primo albeggiare. Pedala, vola. E bada (un nulla potrebbe bastare) di non lasciarti sviare da un’altra, sulla stessa strada. Livorno, come aggiorna, col vento una torma popola di ragazze aperte come le sue piazze. Ragazze grandi e vive ma, attenta!, così sensitive di reni (ragazze che hanno, si dice, una dolcezza tale nel petto, e tale energia nella stretta) che, se dovessi arrivare col bianco vento che fanno, so bene che andrebbe a finire che ti lasceresti rapire. Mia anima, non aspettare, no, il loro apparire. Faresti così fallire con dolore il mio piano, e io un’altra volta Annina, di tutte la più mattutina, vedrei anche a te sfuggita, ahimè, come già alla vita. Ricòrdati perché ti mando; altro non ti raccomando. Ricordati che ti dovrà apparire prima di giorno, e spia (giacché, non so più come, ho scordato il portone) da un capo all’altro la via, da Cors’Amedeo al Cisternone. Porterà uno scialletto nero, e una gonna verde. Terrà stretto sul petto il borsellino, e d’erbe già sapendo e di mare rinfrescato il mattino, non ti potrai sbagliare vedendola attraversare. Seguila prudentemente, allora, e con la mente all’erta. E, circospetta, buttata la sigaretta, accòstati a lei soltanto, anima, quando il mio pianto sentirai che di piombo è diventato in fondo al mio cuore lontano. Anche se io, così vecchio, non potrò darti mano, tu mormorale all’orecchio (più lieve del mio sospiro, messole un braccio in giro alla vita) in un soffio ciò ch’io e il mio rimorso, pur parlassimo piano, non le potremmo mai dire senza vederla arrossire. Dille chi ti ha mandato: suo figlio, il suo fidanzato. D’altro non ti richiedo. Poi, va’ pure in congedo.