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Testi di Bertolucci e Caproni, Appunti di Letteratura Contemporanea

Poesie di Attilio Bertolucci e Giorgio Caproni

Tipologia: Appunti

2021/2022

Caricato il 06/12/2023

Rumet
Rumet 🇮🇹

13 documenti

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Attilio Bertolucci
Da Fuochi in novembre, 1934 (poi in La capanna indiana, 1951)
La rosa bianca (sola lettura)
Coglierò per te
lultima rosa del giardino,
la rosa bianca che fiorisce
nelle prime nebbie.
Le avide api lhanno visitata
Sino a ieri,
ma è ancora così dolce
che fa tremare.
È un ritratto di te a trentanni,
un po smemorata, come tu sarai allora.
Pagina di diario (sola lettura)
A Bologna, alla Fontanina,
un cameriere furbo e liso
senza parlare, con un sorriso
aprì per noi una porticina.
La stanza vuota e assolata dava
su un canale
per cui silenziosa, uguale,
una flotta danatre navigava.
Un vino doro splendeva nei bicchieri
che ci inebbriò;
lamore, nei tuoi occhi neri,
fuoco in una radura, sincendiò.
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Anteprima parziale del testo

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Attilio Bertolucci Da Fuochi in novembre , 1934 (poi in La capanna indiana , 1951) La rosa bianca (sola lettura) Coglierò per te l’ultima rosa del giardino, la rosa bianca che fiorisce nelle prime nebbie. Le avide api l’hanno visitata Sino a ieri, ma è ancora così dolce che fa tremare. È un ritratto di te a trent’anni, un po’ smemorata, come tu sarai allora. Pagina di diario (sola lettura) A Bologna, alla Fontanina, un cameriere furbo e liso senza parlare, con un sorriso aprì per noi una porticina. La stanza vuota e assolata dava su un canale per cui silenziosa, uguale, una flotta d’anatre navigava. Un vino d’oro splendeva nei bicchieri che ci inebbriò; l’amore, nei tuoi occhi neri, fuoco in una radura, s’incendiò.

Da Lettera da casa , 1951 (poi in La capanna indiana, 1951 ; lettura e commento) At home Schema metrico: due quartine di versi liberi, tutti di misura variabile (ottonari, decasillabi, dodecasillabi) con un solo endecasillabo (l’ottavo e ultimo verso). Gli ultimi due versi presentano assonanza della vocale tonica a (come abbiamo detto più volte, uno dei molti casi di rima imperfetta). Lo scorrere lento dei giorni, tema tipico di tutta la sezione, si unisce a quello della pazienza, alimentata dall’affiorare dei ricordi e degli affetti, antidoto all’inesorabile fuga del tempo. Controfigura dell’io lirico, riscaldato dal «mite calore» della memoria, è il cane che invecchia e trascorre la sua esistenza sul «mattone tiepido». Il sole lentamente si sposta sulla nostra vita, sulla paziente storia dei giorni che un mite calore accende, d’affetti e di memorie. A quest’ora meridiana lo spaniel invecchia sul mattone tiepido, il tuo cappello di paglia s’allontana nell’ombra della casa.

Da La camera da letto , vol. I, 1984 (sezione Romanzo famigliare ; lettura e commento) Capitolo XI, Il bambino che va a scuola, a sei anni Schema metrico: 35 versi liberi, tra cui prevalgono gli endecasillabi (ma troviamo anche ottonari, novenari, e versi di dieci, dodici e tredici sillabe: fino al verso finale, di sedici sillabe). La camera da letto è un «romanzo in versi», che racconta in due libri le vicende familiari (dagli antenati ai genitori) e autobiografiche fino al 1951 (quando Bertolucci si trasferisce a Roma) diviso in sei sezioni, ciascuna composta di un numero variabile di capitoli (in tutto sono quarantasei), che sono sempre titolati e numerati. Ogni capitolo è a sua volta suddiviso in parti (o segmenti) semplicemente separate da spazi bianchi. Il testo che leggiamo è il primo segmento dell’ultimo capitolo della prima sezione. Le vicende qui narrate si riferiscono alla fine dell’anno 1917, quando il poeta inizia quel processo non facile di allontanamento e separazione dalla madre e dall’ambiente familiare del podere di Antognano, vicino Parma (causato dall’inizio della frequenza della scuola elementare, poi proseguita presso il “Convitto Maria Luigia” della città emiliana). Il bambino che va a scuola, a sei anni muta profondamente la sua vita, si ferisce di continuo e guarisce da solo, i ginocchi e i polsi, prima intatti, fioriscono di croste che l’aria dei mattini d’inverno lustra come rubini o come quelle bacche per cui la siepe è ancora viva casa e dispensa al passero e ai suoi figli. Se l’anima gli si lacera, si cura nascondendosi agli altri e più a chi sino ad oggi gli ha dato gioie e affanni. Il tempo freddo e asciutto ha indurito la strada e a lui che cammina rivela nella distanza dei coltivi inerti case non conosciute prima perché perse a lungo nell’inganno delle foglie: il gelo ne scopre e fissa la presenza umile a cui s’aggira intorno

sempre un uomo freddoloso e assonnato o una donna svelta nelle sue faccende che non vedono soste e animano anche un’ora così incerta. Ma se il piccolo pellegrino comincia a sentire più caldo, non è soltanto l’esercizio del viaggio sul punto di conchiudersi, è il sole che alle nove, liberatosi dal basso orizzonte di bruma e fumo misti tocca tutte le cose visibili tingendole d’un rossore che inebria mentre voci e rumori diversi s’accrescono e confondono, esterno e interno uniti in una comunione vivace sino a che la porta della scuola si chiude.

Litania (sola lettura) Schema metrico: quarantaquattro quartine a rime baciate, per lo più di settenari e ottonari, chiusa da una sestina di settenari, ottonari e novenari, sempre a rima baciata. Il titolo e la struttura richiamano le litanie per i santi, le invocazioni o suppliche di solito consistenti in una o più formule pronunciate dal celebrante e ripetute dai partecipanti alla cerimonia, che possono anche pronunciare anche una diversa formula in risposta. In questo caso, l’invocazione a Genova si ripete all’inizio di ogni verso dispari, mentre le parti in corsivo, per lo più corrispondenti ai versi pari, costituirebbero la risposta. Genova mia città intera. Geranio. Polveriera. Genova di ferro e aria, mia lavagna, arenaria. Genova città pulita. Brezza e luce in salita. Genova verticale, vertigine, aria, scale. Genova nera e bianca. Cacumine. Distanza. Genova dove non vivo, mio nome, sostantivo. Genova mio rimario. Puerizia. Sillabario. Genova mia tradita, rimorso di tutta la vita. Genova in comitiva. Giubilo. Anima viva. Genova di solitudine, straducole, ebrietudine. Genova di limone.

Di specchio. Di cannone. Genova da intravedere, mattoni, ghiaia, scogliere. Genova grigia e celeste. Ragazze. Bottiglie. Ceste. Genova di tufo e sole, rincorse, sassaiole. Genova tutta tetto. Macerie. Castelletto. Genova d’aerei fatti, Albàro, Borgoratti. Genova che mi struggi. Intestini. Caruggi. Genova e così sia, mare in un’osteria. Genova illividita. Inverno nelle dita. Genova mercantile, industriale, civile. Genova d’uomini destri. Ansaldo. San Giorgio. Sestri. Genova di banchina, transatlantico, trina. Genova tutta cantiere. Bisagno. Belvedere. Genova di canarino, persiana verde, zecchino.

Genova di Caricamento. Di Voltri. Di sgomento. Genova dell’Acquasola, dolcissima, usignola. Genova tutta colore. Bandiera. Rimorchiatore. Genova viva e diletta, salino, orto, spalletta. Genova di Barile. Cattolica. Acqua d’aprile. Genova comunista, bocciofila, tempista. Genova di Corso Oddone. Mareggiata. Spintone. Genova di piovasco, follia, Paganini, Magnasco. Genova che non mi lascia. Mia fidanzata. Bagascia. Genova ch’è tutto dire, sospiro da non finire. Genova quarta corda. Sirena che non si scorda. Genova d’ascensore, patema, stretta al cuore. Genova mio pettorale. Mio falsetto. Crinale. Genova illuminata,

notturna, umida, alzata. Genova di mio fratello. Cattedrale. Bordello. Genova di violino, di topo, di casino. Genova di mia sorella. Sospiro. Maris Stella. Genova portuale, cinese, gutturale. Genova di Sottoripa. Emporio. Sesso. Stipa. Genova di Porta Soprana, d’angelo e di puttana. Genova di coltello. Di pesce. Di mantello. Genova di lampione a gas, costernazione. Genova di Raibetta. Di Gatta Mora. Infetta. Genova della Strega, strapiombo che i denti allega. Genova che non si dice. Di barche. Di vernice. Genova balneare, d’urti da non scordare. Genova di «Paolo & Lele». Di scogli. Fuoribordo. Vele. Genova di Villa Quartara,

patria della mia Silvana. Genova palpitante. Mio cuore. Mio brillante. Genova mio domicilio, dove m’è nato Attilio. Genova dell’Acquaverde. Mio padre che vi si perde. Genova di singhiozzi, mia madre, Via Bernardo Strozzi. Genova di lamenti. Enea. Bombardamenti. Genova disperata, invano da me implorata. Genova della Spezia. Infanzia che si screzia. Genova di Livorno, partenza senza ritorno. Genova di tutta la vita. Mia litania infinita. Genova di stoccafisso e di garofano, fisso bersaglio dove inclina la rondine: la rima.

Da Il seme del piangere La raccolta deriva il suo titolo da un passaggio della Commedia (Purg. XXXI, vv. 45-46: «udendo le sirene sie più forte, / pon giù il seme del piangere e ascolta», rivolto da Beatrice a Dante). I testi nascono da una «stagione di lutto», come lo stesso Caproni la definì: per l’esperienza della guerra, per la malattia del padre, per la morte dell’amata madre Anna Picchi, cui è interamente dedicata la prima sezione, Versi livornesi , splendido canzoniere dell’amore filiale. Per lei (lettura e commento) Schema metrico: una sola strofa di sedici versi di misura variabile dal senario all’endecasillabo, ispirata alla forma della canzonetta, componimento poetico derivato dalla canzone, con numero minore di versi (di solito più brevi dell’endecasillabo), d’argomento e di tono più leggeri e d’andamento ritmico mosso, in genere musicato per essere cantato da una o più voci. I primi otto versi e gli ultimi quattro sono a rima baciata. I quattro centrali a rima alternata. Per lei voglio rime chiare, usuali: in - are. Rime magari vietate, ma aperte: ventilate. Rime coi suoni fini (di mare) dei suoi orecchini. O che abbiano, coralline, le tinte delle sue collanine. Rime che a distanza (Annina era così schietta) conservino l’eleganza povera, ma altrettanto netta. Rime che non siano labili, anche se orecchiabili. Rime non crepuscolari, ma verdi, elementari.

(un nulla potrebbe bastare) di non lasciarti sviare da un’altra, sulla stessa strada. Livorno, come aggiorna, col vento una torma popola di ragazze aperte come le sue piazze. Ragazze grandi e vive ma, attenta!, così sensitive di reni (ragazze che hanno, si dice, una dolcezza tale nel petto, e tale energia nella stretta) che, se dovessi arrivare col bianco vento che fanno, so bene che andrebbe a finire che ti lasceresti rapire. Mia anima, non aspettare, no, il loro apparire. Faresti così fallire con dolore il mio piano, e io un’altra volta Annina, di tutte la più mattutina, vedrei anche a te sfuggita, ahimè, come già alla vita. Ricòrdati perché ti mando; altro non ti raccomando. Ricordati che ti dovrà apparire prima di giorno, e spia (giacché, non so più come, ho scordato il portone)

da un capo all’altro la via, da Cors’Amedeo al Cisternone. Porterà uno scialletto nero, e una gonna verde. Terrà stretto sul petto il borsellino, e d’erbe già sapendo e di mare rinfrescato il mattino, non ti potrai sbagliare vedendola attraversare. Seguila prudentemente, allora, e con la mente all’erta. E, circospetta, buttata la sigaretta, accòstati a lei soltanto, anima, quando il mio pianto sentirai che di piombo è diventato in fondo al mio cuore lontano. Anche se io, così vecchio, non potrò darti mano, tu mormorale all’orecchio (più lieve del mio sospiro, messole un braccio in giro alla vita) in un soffio ciò ch’io e il mio rimorso, pur parlassimo piano, non le potremmo mai dire senza vederla arrossire. Dille chi ti ha mandato: