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botta e risposta e 50 discorsi ingannevoli, Appunti di Filosofia

schemi corso di teoria dell'argomentazione con Adelino Cattani

Tipologia: Appunti

2017/2018

Caricato il 20/12/2018

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carlotta-zoe 🇮🇹

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BOTTA E RISPOSTA - Adelino Cattani
CAP 1: “su ogni cosa vi sono due punti di vista”. Ovvero: il diritto di mettere tutto in dubbio.
-questa frase era il famoso motto di Protagora, per questo conosciuto come l’ inventore dei di
battiti
-Protagora insegnava l’arte delle antilogie, ossia la contrapposizione di argomenti di forza uguale
e contraria proprio in base alla sua tesi della duplicità
(è essenziale saper distinguere fra argomenti buoni e cattivi. Ma “buono” può significare sia valido
che persuasivo. Quattro sono le possibili combinazioni di validità e persuasività …)
-le idee sottostanti al principio di Protagora sono:
1. che gli opposti giudizi intorno ad un fatto non sono mai una ragione che si contrappone ad un
torto, ma due ragioni più o meno forti
2. divergenze e contraddizioni non sono forme patologiche o incidentali, ma l’anima del commercio
tra ragionanti
-spesso è proprio la coesistenza di due mentalità opposte a garantire che l’una e l’altra non
trapassino i limiti del ragionevole (il partito dell’ordine o della stabilità e il partito del progresso o
delle riforme sono entrambi necessari per una vita politica sana ed equilibrata). In una
situazione di dibattito reale ciascuno dei contendenti ha un parte di ragione e una di torto
altrimenti “le liti non durerebbero tanto a lungo se il torto fosse solo da una parte”
-un dibattito ha senso se ricorrono almeno due condizioni:
1. che esistano dei dubbi circa una affermazione, un attesi o una soluzione
2. che vi sia una ragionevole possibilità di rispondere a questi dubbi
-i conflitti esplodono quando si scontrano due ragioni opposte. Ciascuna delle tesi deve
presentarsi, se non forte, almeno sostenibile, meritevole di discussione, valida, ragionevole,
plausibile
-a volte la pluralità delle interpretazioni è determinata da un puro e semplice errore, da nostri
limiti -> la molteplicità delle interpretazioni è originata da un fenomeno equiparabile all’illusione
percettiva per cui non si sa se ad essersi messo in moto sia il nostro treno o quello del binario
parallelo: ma la realtà è una ed una sola.
-Oppure si hanno interpretazioni diverse perché uno stesso evento può essere visto da punti di
vista diversi -> ciascuna delle opinioni è sostenibile e reale, corretta e lecita, benché nessuna
sia imparziale ed esaustiva —> siamo nella situazione detta “prospettivismo”, metafora
percettivo- pittorica che indica la natura interpretativa della nostra conoscenza
-lo spirito di Protagora fa da contrappeso a due presunzioni:
1. che un’idea si imponga per merito proprio perché è in sé la migliore -> l’idea è connessa alla
convinzione che la verità sia evidente e che si automanifesti
2. qualificabile come il mito del Pensatore solitario -> le teorie esposte nei trattati filosofici moderni
sono il risultato della riflessione che un singolo pensatore ha elaborato le sue conclusioni, senza
confrontarsi con degli interlocutori che fornissero il loro assenso alle conclusioni, che avanzassero
le loro obiezioni o che replicassero (la maggior parte dei filosofi sono caratterizzati da un
atteggiamento monologico ed egocentrico)
-> perché la persistente tradizione solipsistica lasciasse posto ad un processo di dialogo
bisognava introdurre almeno un secondo personaggio accanto al pensatore singolo che svolgesse
il ruolo di antagonista
-elencare e contrapporre argomenti pro e contro è solo un’operazione preliminare se non si
riesce a trasformare l’abbinamento in un modulo pro o contro, tale che renda possibile
trasformare un “x vale quanto y” in “x è meglio di y perché”; che consenta cioè una valutazione
ponderata e quindi una scelta fra le due posizioni
-in ogni campo in cui è possibile una differenza di opinioni, la verità dipende dall’individuazione
dell’equilibrio tra due gruppi di ragioni contrastanti
-il diritto di mettere tutto in dubbio è un diritto che insieme è anche un dovere
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BOTTA E RISPOSTA - Adelino Cattani

CAP 1: “su ogni cosa vi sono due punti di vista”. Ovvero: il diritto di mettere tutto in dubbio.

- questa frase era il famoso motto di Protagora, per questo conosciuto come l’ inventore dei di

battiti

- Protagora insegnava l’arte delle antilogie, ossia la contrapposizione di argomenti di forza uguale

e contraria proprio in base alla sua tesi della duplicità (è essenziale saper distinguere fra argomenti buoni e cattivi. Ma “buono” può significare sia valido che persuasivo. Quattro sono le possibili combinazioni di validità e persuasività …)

- le idee sottostanti al principio di Protagora sono:

  1. che gli opposti giudizi intorno ad un fatto non sono mai una ragione che si contrappone ad un torto, ma due ragioni più o meno forti
  2. divergenze e contraddizioni non sono forme patologiche o incidentali, ma l’anima del commercio tra ragionanti

- spesso è proprio la coesistenza di due mentalità opposte a garantire che l’una e l’altra non

trapassino i limiti del ragionevole (il partito dell’ordine o della stabilità e il partito del progresso o delle riforme sono entrambi necessari per una vita politica sana ed equilibrata). In una situazione di dibattito reale ciascuno dei contendenti ha un parte di ragione e una di torto altrimenti “le liti non durerebbero tanto a lungo se il torto fosse solo da una parte”

- un dibattito ha senso se ricorrono almeno due condizioni:

  1. che esistano dei dubbi circa una affermazione, un attesi o una soluzione
  2. che vi sia una ragionevole possibilità di rispondere a questi dubbi

- i conflitti esplodono quando si scontrano due ragioni opposte. Ciascuna delle tesi deve

presentarsi, se non forte, almeno sostenibile, meritevole di discussione, valida, ragionevole, plausibile

- a volte la pluralità delle interpretazioni è determinata da un puro e semplice errore, da nostri

limiti -> la molteplicità delle interpretazioni è originata da un fenomeno equiparabile all’illusione percettiva per cui non si sa se ad essersi messo in moto sia il nostro treno o quello del binario parallelo: ma la realtà è una ed una sola.

- Oppure si hanno interpretazioni diverse perché uno stesso evento può essere visto da punti di

vista diversi -> ciascuna delle opinioni è sostenibile e reale, corretta e lecita, benché nessuna sia imparziale ed esaustiva —> siamo nella situazione detta “prospettivismo”, metafora percettivo- pittorica che indica la natura interpretativa della nostra conoscenza

- lo spirito di Protagora fa da contrappeso a due presunzioni:

  1. che un’idea si imponga per merito proprio perché è in sé la migliore -> l’idea è connessa alla convinzione che la verità sia evidente e che si automanifesti
  2. qualificabile come il mito del Pensatore solitario -> le teorie esposte nei trattati filosofici moderni sono il risultato della riflessione che un singolo pensatore ha elaborato le sue conclusioni, senza confrontarsi con degli interlocutori che fornissero il loro assenso alle conclusioni, che avanzassero le loro obiezioni o che replicassero (la maggior parte dei filosofi sono caratterizzati da un atteggiamento monologico ed egocentrico) -> perché la persistente tradizione solipsistica lasciasse posto ad un processo di dialogo bisognava introdurre almeno un secondo personaggio accanto al pensatore singolo che svolgesse il ruolo di antagonista

- elencare e contrapporre argomenti pro e contro è solo un’operazione preliminare se non si

riesce a trasformare l’abbinamento in un modulo pro o contro, tale che renda possibile trasformare un “x vale quanto y” in “x è meglio di y perché”; che consenta cioè una valutazione ponderata e quindi una scelta fra le due posizioni

- in ogni campo in cui è possibile una differenza di opinioni, la verità dipende dall’individuazione

dell’equilibrio tra due gruppi di ragioni contrastanti

- il diritto di mettere tutto in dubbio è un diritto che insieme è anche un dovere

CAP 2: la tradizione dei discorsi duplici

- se intorno ad ogni cosa vi sono due ragioni che si contrappongono fra di loro, ognuno si atterrà

al proprio vero. Ciò che è bene, bello, giusto per qualcuno, per un altro può essere male, brutto, folle. Se così stanno le cose, non solo è possibile, ma necessario criticare e discutere tutto

- LE CONTROVERSIE DI SENECA

- le controversie ipotizzavano casi giuridici, ispirati alla storia e alla vita quotidiana, che si

supponeva dovessero essere discussi dinanzi ad un giudice. Casi romanzeschi che mettevano in campo personaggi improbabili, tresche fantasiose, padroni spietati, demenze senili e giovanili

- a giudizio di Seneca, le argomentazioni sembrano inizialmente attraenti e intriganti, ma lungo

andare, se approfondite, diventano noiose

- guarda esempi pag 33

CAP 3: forme e funzioni della disputa

- la disputatio era un metodo per insegnare e ribadire la verità: era la disputa didattica

- le funzioni erano molteplici: serviva a insegnare ad analizzare e suddividere, ad addestrare

all’esposizione delle proprie tesi, ad affinare l’ingegno e a coltivare la prontezza nella replica, a dare fondamento argomentativo a cose già note.

- inoltre, era concepita come un metodo per scoprire la verità: un procedimento per dimostrare la

verità seguendo una metodologia scientifica, ovviamente secondo i canoni di scientificità dell’epoca

- una disputa era un processo che mirava all’armonia della verità a partire dal conflitto

- infatti la possibilità di disputa c’era solo dove non v’era dottrina normativa invalsa e le questioni

discutibili erano problemi che il magistero non bastava a risolvere.

- i temi soggetti a trattazione mediante disputa erano principalmente di natura teologica, logica o

giuridica

- la disputa poteva diventare un espediente per mettere in circolazione idee contrastanti evitando

l’accusa di incoerenza o per affacciare idee eterodosse evitando di incappare nei fulmini inquisitori

- una disputa, che poteva durare anche più giorni, si svolgeva secondo modalità rigorosamente

codificate -> vedi pag 43

- ai fini della vittoria contano di più la disciplina, la capacità di destreggiarsi fra tutti questi

distinguo e di rispondere alle difficoltà sollevate nel rispetto delle regole che la prontezza, la vivacità e la fantasia, doti che potrebbero invece essere determinanti in uno scambio meno formale, più libero e più rilassato

- le mosse procedurali più usate sono:

a. nego: se si ritiene falsa l’affermazione b. concedo: se la si giudica accettabile c. ammesso, ma non concesso: se si giudica l’affermazione non rilevante ai fini della tesi e quindi si ammette un punto senza impegnarvisi d. distinguo: se si individuano in un concetto sensi diversi e. nego la conclusione: se si rileva un vizio di forma e mancanza di nesso f. nego il presupposto: se si ritiene che l’argomento si fondi su una supposizione errata g. non crea problema: se si dimostra che l’obiezione non regge o non pone difficoltà h. passiamo ad altro: quando una delle parti ritiene di non avere più nulla da dire su quel punto particolare -> quella esaminata è la forma moderna, scolastica di disputa, basata sul metodo sillogistico mirante a costruire ragionamento utili a difendere o a contrastare la tesi in discussione -> esiste però anche una forma diversa, di stile socratico, basata sulla tecnica dell’interrogare: lo scopo è quello di provocare, con opportune domande, risposte contraddittorie da parte dell’interlocutore o di indurlo ad ammettere l’insufficienza della propria tesi e la superiorità della tesi di chi interroga

manifesta con segni comportamentali, procedurali e argomentativi (es, rivolgersi all’interlocutore chiamandolo con il suo titolo può essere una normale forma di cortesia, o una ostentazione di acrimonia)

- caratteristiche tipiche del dibattito di natura eristica sono in genere certe espressioni mimiche di

ostilità, gli attacchi personali diretti, quella che è stata chiamata interrogazione ostile e che si manifesta con interruzioni indebite, con sollecitazioni per avere una risposta secca e con distorsioni intenzionali del pensiero dell’antagonista

- significativi sono gli attacchi alla persona (argomenti ad hominem) la noncuranza per le idee

dell’avversario e la accentuazione delle divergenze -> il sintomo più frequente di aggressività verbale, è la tendenza ad attaccare la persona invece che le sue posizioni su un dato punto —> si rende colpevole di fallacia non solo che propone un ragionamento fasullo ma anche chi lo accetta CAP 5: cinque modi di dibattere

- i diversi modi di dibattere sono ciascuno riducibili ad un diverso modo di pensare, di vedere o di

sentire un dibattito, cioè a diverse immagini metaforiche -> è possibile chiarire ed esemplificare, sulla base d’una semplice rivelazione linguistica, quella del campo metaforico, questa solidarietà fra modo di esprimersi e modo di comportarsi in un dibattito

- la metafora funziona come una sorta di senso aggiuntivo, al pari della vista, dell’udito o del tatto,

in quanto ci fornisce un modo di percepire il mondo

- dibattere è uno dei modi di argomentare: concepire il dibattito come un processo di

argomentazione significa puntare l’attenzione sulle ragioni che proponente ed oppositore adducono a sostegno delle loro affermazioni

- un’argomentazione può essere infatti il processo o il risultato di una elaborazione svolta da un

pensatore che costruisce in piena solitudine concatenazioni inferenziali che partono e arrivano a quelle che per lui sono delle verità; oppure può essere una sequenza di tesi e di controtesi, di obiezioni e di repliche disposte lungo un andirivieni controversiale lessico del discutere e del dibattito

- la terminologia antagonistica prevale di gran lunga su quella cooperativa, indice che volontà di

competizione e di vittoria hanno la meglio sulla volontà d’intesa e d’indagine A strilla: “sta zitto che non capisci niente” B strilla: “sta zitto tu imbecille”

- i due argomenti coincidono. E’ sorprendente che i due interlocutori siano in disaccordo visto che

entrambi sostengono la stessa cosa per la stessa ragione

- nell’accezione normale discussione e dibattito indicano uno scambio discorsivo fra due o più

interlocutori che si confrontano sul medesimo argomento avendo due posizioni distinte o opposte

- perché si dia discussione o dibattito occorrono 3 componenti: un argomento da trattare, delle

persone interessate a farlo e a farlo avanzando delle ragioni, dei motivi, delle cause vedi pagina 64- tipologia degli scambi argomentativi

- nel dialogo una parte è pronta a modificare le proprie opinioni di partenza; nella polemica

ciascuna parte va alla ricerca dia argomenti atti a schiacciare l’avversario

- in genere, chi parteggia per una tesi lo fa nella convinzione sincera che sia la tesi giusta e quindi

una buona causa da far trionfare; inoltre, non vi sono dati obiettivi e stabili in base ai quali decidere se si è in uno o in un altro contesto dibattimentale, perché sono le interazioni dei partecipanti al dibattito a definire la natura, intenzioni che possono mutare nel corso del dibattito e grazie ad esso

- la tipologia dei dibattiti dovrà basarsi oltre che sui contenuti e sui rapporti visibili, anche sulle

intenzioni, sull’atteggiamento di chi partecipa al dibattito, ponendosi nella sua prospettiva

- le condizioni variabili che caratterizzano un dibattito sono: la situazione di partenza, gli obiettivi

generali del dibattito, gli scopi particolari dei partecipanti, i mezzi impiegati, il credito riconosciuto

all’interlocutore, il rapporto d’intesa con la controparte, l’accordo sui fatti, l’accordo sulle regole e sulle procedure, il possibile esito del dibattito. -> a partire da questi elementi è possibile delineare una classificazione dei dibattiti e per ciascuno individuare gli eventuali schemi argomentativi tipici e i criteri di valutazione

- è possibile prospettare due tipi di classificazione di dibattito, una morfologica e una funzionale.

- quella di natura morfologia è tripartita

  1. disputa palesemente autentica: le parti avverse si trovano in evidente ed esplicito disaccordo su una questione di fatto (una disputa di questo tipo implica sempre un disaccordo nella credenza)
  2. disputa puramente verbale: in cui la presenza di un termine chiave ambiguo lascia trasparire un disaccordo che in realtà non esiste (dispute di questo tipo si possono risolvere mostrando che lo stesso concetto è inteso in due sensi diversi)
  3. disputa apparentemente verbale, in realtà autentica: si trovano espressioni usate dai disputanti in accezione diversa, ma anche chiarendo l’ambiguità, il contrasto non viene meno perché si tratta di una disputa determinata da un disaccordo di fondo

- Aristotele distingue almeno 3 tipi di scambi a seconda della loro finalità.

  1. disputa didattica, se lo scopo è quello dottrinale di insegnare-imparare
  2. disputa agonistica, se lo scopo è quello di vincere
  3. disputa di ricerca, se lo scopo è quello di conoscere, di indagare, di provare servendosi del metodo dialettico —> partendo dalla duplice constatazione relativa alla funzione argomentativa della metafora ed alla pluralità dei campi metaforici, sembra possibile capire non solo perché si usano metafore ma perché si usa quella particolare metafora (metafora: bellica, mercantile, ludico-sportiva, esplorativa, edile perché dibattere è come: lottare, trattare, giocare, viaggiare, costruire)

- così, concepire il dibattito come una guerra significa non solo inserirlo in un campo metaforico

strutturato dei concetti di attacco, di contrattacco, di strategia, di difesa, ma anche agire come se fossimo in guerra -> il ricorso ad un vocabolario militaresco e bellicoso per descrivere uno scambio polemico, si spiega col fatto che anche la polemica, come la guerra, è un atto di forza per ridurre l’avversario in nostro potere

- la metafora ludica viene applicata in contesti diversi: gioco è la vita, gioco è il linguaggio, gioco è

la discussione (una discussione se è una sfida amichevole ha i tratti del torneo sportivo e della gara giocosa). In un dibattito vi sono certe regole che si devono rispettare se si vuole condurlo a termine senza essere squalificati, ma la condotta nel corso della discussione è estremamente libera e ciò che determina la vittoria non è solo la padronanza delle regole del gioco dibattimentale

- dibattito cooperativo (discussione tra ricercatori, medici, concordi sulle prospettive e sugli

obiettivi da raggiungere, rispettosi l’uno dell’altro e disposti a modificare le proprie opinioni alla luce di nuove acquisizioni

- l’idea di un dibattito inteso come viaggio implica che abbia un inizio e una fine, uno sviluppo che

ci conduce ad una meta

- la metafora edile è associata ad un tipo di dibattito che più si avvicina al dialogo, vale a dire di

interazione, di colloqui caricato di aspettative congiunte, di intenzioni costruttive, di scopi edificanti fallacie e dibattito

- il prevalere di certe fallacie permette di identificare il tipo di dibattuto. Per esempio:

- l’uso di argomenti ad hominem sta palesemente ad indicare la natura litigiosa del dialogo in

corso. Questo tipo di fallacia funziona bene nel contesto di un dibattito in presenza di un uditorio molto partigiano in quanto la parte di pubblico schierato apprezzerà l’aspetto maschio dell’intervento e ignorerà quello falloso

- l’uso di argomenti ad verecundiam trasforma il dialogo in uno scambio non paritetico, in cui la

competenza dell’esperto prende il sopravvento

- l’argomento ad misericordiam (appellarsi al senso di comprensione) e quello detto ad baculum

(o mi assecondi oppure..) segnalano che ci si trova o si sta scivolando in un dibattito-trattativa. Le minacce e le intimidazioni sono normali ed accettati di fare pressione sulla controparte in un

b. poteva rifiutare la scelta obbligata fra le due sole opposizioni prospettate dalla madre, allargandone lo spettro: uno può fare affermazioni in parte vere, in parte false, o può di volta in volta essere veritiero o menzognero. -> chi si trova di fronte ad un ragionamento cornuto, con i suoi corni può tentare di fare almeno tre cose:

  1. prenderli in mano ovvero contestarne gli esisti prospettati
  2. sottrarsi alle incornate, cioè dimostrare che si tratta di un falso dilemma che non contempla tutte le possibilità
  3. rovesciare i corni, cioè puntarli in direzione opposta
  4. proclamare l’autoevidenza: dichiarare autoevidente ciò che autoevidente non è affatto -> quanto più strana è la tesi che si vuole sostenere tanto più risolutamente la si introdurrà con una formula del tipo “come tutti sanno..” “persino i bambini sanno che..” “è risaputo che..”, a volte basterà un più blando “ovviamente” Dimostrando un argomento ovvio, scontato, evidente, ci si risparmia la briga di dimostrarlo II. come sottrarsi al gioco dell’avversario La seconda regola del perfetto polemista gli impone di non lasciarsi irretire nel gioco dell’altro. Non si fa mai prendere dall’ansia di giustificare. Attacca e rilancia. Quando uno parla, l’altro se vuole essere cooperativo e non vuole fare brutta figura, è tenuto a rispondere. -> Esiste un margine di libertà che consente di rispondere a tono o fuori luogo, in maniera da assecondare l’interlocutore e da soddisfare l’uditorio, senza subire tuttavia l’iniziativa dell’avversario. Questa libertà di movimento permette di: uscire dalla difensiva; prendere le distanze dai temi, dagli argomenti e dalla strategia dell’altro; svincolarsi dalla dipendenza che l’interlocutore tende ad instaurare; assumere o riprendere il controllo dell’interazione

- vedi pagina 95-96-97-98-99-

III. tira e molla logico

- il perfetto polemista si serve a piene mani di argomenti fasulli; gioca a tira e molla con la logica,

mostra quanto fallaci possano essere gli argomenti più logici e quanto persuasivi gli argomenti più fallaci IV. esempi contrari ed esempi assurdi

- il perfetto polemista dispone di un repertorio inesauribile di controesempi e di esempi assurdi

pronti da sparare contro i ragionamenti della parte avversa

- l’esempio è la risorsa più semplice e più efficace per chi vuole convincere. L’esempio non ha

valore di dimostrazione, le eccezioni sono sempre in agguato anche di fronte a molti esempi.

- Questo metodo di contestazione non presenta rischi perché due sono i casi: o il controesempi o

scelto è tipico e allora è legittimo ed efficace, o è una delle tante possibili eccezioni e allora perde solo di legittimità senza perdere di efficacia V. distinguiamo

- il perfetto polemista deve saper operare tutte le distinzioni, debite o indebite, del caso.

VI. inversioni di marcia e ritorsioni

- il perfetto polemista ha sviluppato l’arte della ritorsione, che è la capacità di piegare a proprio

vantaggio fatti ed affermazioni.

- l’operazione del ritorcere è particolarmente efficace in quanto prova che le ragioni invocate

dimostrano la verità della conclusione contraria. VII. dagli la pala e lascia che si scavi la fossa VIII. la messa in scena

- il perfetto polemista sa sorprendere con una scenata e avvincere con una messa in scena

- ma oltre alle tattiche di natura discorsivo-argomentativa ve ne sonori natura comportamentale e

procedurale -> esistono una serie di fattori non verbali che incidono in modo decisivo sull’esito del dibattito IX. tattiche dilatorie

- il perfetto polemista sa come guadagnare tempo in attesa della risposta giusta che non gli viene

subito in mente ( chi si sente scoperto sul terreno in cui è stato tirato a combattere può, senza scomporsi, rinviare lo scontro con un repentino cambio di argomento)

- una mossa che si può impiegare è imputare l’avversario di un fraintendimento delle proprie

posizioni. Che sia o meno davvero colpevole di una mancata comprensione o di un travisamento, si ottengono i seguenti vantaggi: a. se c’è stato un fraintendimento ciò depone a sfavore della sua capacità di intendere b. si guadagna un po di tempo, si prende fiato, senza correre eccessivi rischi X. rovesciare l’onere della prova

- se la risposta non arriva, il polemista che conosce il vantaggio di imporre all’altro l’obbligo di

rispondere, scarica continuamente sull’altro l’onere di provare le cose che dice

- se gli viene chiesto di dimostrare d’avere ragione, chiederà alla controparte di dimostrargli che

ha torto -> tattica basilare con cui si scarica della responsabilità e dell’obbligo di rispondere. Lo scopo e il risultato è sempre quello di scaricare sulla controparte l’obbligo di portare le prove di ciò che dice

- una tattica complementare consiste nello sfruttare la fallacia della prova negativa, che gli esperti

chiamano argomento ad ignoratiam. Nessuno è autorizzato a qualificare vero qualcosa solo perché chi lo nega non è riuscito a liquidarlo. Se qualcuno dubita delle tue capacità medianiche, chiedigli di dimostrare che non le possiedi CAP 7: il disputator cortese. Codice di condotta per una discussione cooperativa vedi pag 121-122-123-124-

- le regole raccomandate che dovrebbero rendere fattibile un dibattito decente sono:

  1. non ritenerti infallibile: non ritenere le tue idee intoccabili e i tuoi argomenti incontrovertibili. Mantieniti aperto al dubbio e sii disponibile a rivedere le tue posizioni di partenza
  2. crea un punto di partenza comune. E’ frustrante attuare una misurazione se si dispone di due metri diversi, e non c’è blocco più insormontabile di quello che si crea tra due che discutono a partire da criteri di giudizio diversi senza rendersene conto
  3. attieniti a ciò che credi vero. Non spaccare per oggettivamente vere affermazioni che sai false o soggettive
  4. porta le prove richieste. Se ti si chiede di dimostrare, fallo o dimostra che è una pretesa assurda
  5. non eludere le obiezioni. Nella disponibilità a rispondere alle contestazioni e alle critiche sta la ragion d’essere della discussione e quindi il sottrarvisi la fa naufragare
  6. non scaricare l’onere della prova
  7. cerca di essere pertinente. L’irrilevanza degli argomenti è una delle cause più diffuse di vizio logico
  8. sforzati d’essere chiaro. L’ambiguità è una grande risorsa per i comici, non per chi discute
  9. non deformare le posizioni altrui. Attieniti alla migliore interpretazione possibile delle posizioni altrui
  10. in condizioni di stallo finale si sospenda il giudizio a meno che questo non comporti un danno maggiore
  11. in presenza di nuovi elementi si accetti di riaprire e di rivedere il caso CAP 8: valutazione del dibattito

- poiché in un dibattito vi sono tre componenti fondamentali (tesi,fautori e destinatari) alterano tre

saranno gli oggetti e quindi i criteri primari di valutazione:

  1. la forza della tesi sostenuta, vale a dire l’integrità dell’edificio teorico

- se si vuole essere onesti, si ricordi che non si può vivere da onesti se non si è esperti nell’arte di

ingannare. L’accusatore impudente vince solo a condizione che abbia a che fare con un uomo onesto ingenuo. Se questo individuo onesto conosce i trucchi li saprà smascherare e se sa recitare discretamente, capovolgerà il risultato rimettendo le cose a posto. Si potrà utilizzare questo aneddoto per far fronte a situazioni imbarazzanti da cui è difficile uscire bene con la pura e semplice verità o con la suprema finezza della mezza verità CAP 10: come replicare

- di fonte ad un’accusa un avvocato difensore può imboccare 4 strade:

  1. cercherà di negare la sussistenza del fatto
  2. se non risulta praticabile 1, si impegnerà a ridefinire il fatto
  3. se l’episodio illecito è innegabile, provvederà a giustificarlo
  4. infine, come ultimo ripiego, proverà a contestare la legittimità o la competenza del soggetto giudicante -> la controparte può scegliere di compiere una delle seguenti mosse: a. può ignorarla se la giudica di scarsa importanza ai fini del dibattito i corso o terreno dis contro troppo rischioso. L’operazione può seguire due percorsi tattici, quello del disinteresse puro e semplice o quello della sostituzione del problema b. può accettarla, se la trova conforme ai propri principi o utile per le proprie conclusioni c. adottare adattando, quella di accettarla solo in parte. Anche se in questo caso si aprono due strade: l’incorporamento o la minimizzazione della tesi avversa d. se non si è convinti o si desidera guadagnare tempo o si vuole far esporre maggiormente la controparte, basterà chiederne ragioni o prove -> solo a questo punto quando la tesi è ritenuta inaccettabile e controproducente per i propri fini, converrà procedere alla contestazione diretta: il tipo di rifiuto o di confutazione dipenderanno dal tipo di argomento avanzato: se è un’induzione (si proverà a negarne il valore o a ridimensionare i fatti) ; se è una deduzione (si contesterà il principio o si negherà la validità inferenziale) ; se è un’analogia (si provvederà a contestare le somiglianze o se ne contrapporrà una diversa). Infine attaccare chi la sostiene, è l’estrema risorsa nel caso in cui non funzionino o non siano disponibili le precedenti manovre IGNORARE -> non tutto ciò che la controparte afferma merita comunque una risposta.

- non vale la pena replicare se la questione è marginale o troppo compromettente

- se si riesce a sorvolare, altrimenti si può ricorrere alla tattica dello spostamento del problema

“non si tratta di.. ma di ..” o “il punto è un altro”.

- -> Con questa mossa si ottengono due vantaggi:

- 1. si cambia l’oggetto del contendere

- 2. si fa apparire l’avversario inadeguato e incapace di afferrare il vero punto della questione

ACCETTARE: ovvero cedere per vincere

- in uno scontro la tendenza è quella di ribattere colpo su colpo: se l’avversario afferma qualcosa

ci si sente in obbligo di negarla e di sostenere il contrario

- però la mossa più saggia è chiedersi come sfruttare a proprio vantaggio ciò che sostiene

l’avversario

- la regola di trasformare gli argomenti dell’altro in propri argomenti, utilizzare le premesse

dell’antagonista per costruire il proprio discorso è l’equivalente discorsivo della tecnica delle arti marziali (aikido consiste nel far sbilanciare l’avversario in modo che rotoli a terra per la sua stessa foga)

- si simula accondiscendenza, benevolenza, accettazione per meglio assestare il colpo finale. Ci

si avvicina all’avversario per meglio centrarlo e il risultato può essere devastante

- il vantaggio di questa mossa consiste nel fatto che si continua a lottare presentandosi però

come distaccato, obiettivo

ADOTTARE ADATTANDO

- se non si può o non si vuole contestare un punto, lo si ammetta ridimensionando il tutto.

L’operazione si può realizzare in due modi: mediante integrazione, mediante minimizzazione CHIEDERE RAGIONI O PROVE:

- una tesi si può situare tra due certezze, quella della sua accettabilità e quella della sua

inaccettabilità.

- questa mossa ha una duplice funzione, dilatoria e provocatoria, serve cioè a guadagnare tempo

e a far scoprire l’avversario -> anziché mettere l’interlocutore alle corde lo si lascia giocare e si interpella o si finge di interpellarlo. Non lo si combatte, ma lo si contrasta ATTACCARE DIRETTAMENTE

- non c’è argomento che non abbia un suo punto debole; individuarlo è solo questione di

ingegnosità, ostinazione ed esercizio

- un argomento può essere respinto tranquillamente mettendone in discussione almeno quattro

aspetti: coerenza, rilevanza, completezza, verità

- c’è una componente di attacco diretto anche nel caso in cui si segua la via dell’aggressione

obliqua, quando gli argomenti avversi sono ignorati, accantonati, collocati nel novero delle cose che provano poco o nulla

- queste mosse costituiscono una vera e propria critica indiretta “e con ciò cosa hai provato?”

- se l’argomento con cui si pretende di sostenere la conclusione fa leva su fattori che non

c’entrano, lo si può qualificare come irrilevante -> ciò che è stato detto può anche essere vero, ma è privo di significato, di valore, d’interesse, rispetto alla conclusione; non serve né a sostenere una tesi, né a negare la tesi opposta

- l’imputazione di incompletezza è la più facile da avanzare. Limiti legati alle capacità o al tempo

impongono di selezionare i temi per cui è sempre possibile sostenere che la ragione invitata è solo una fra tante e che ne esistono altre, più importanti e decisive, che vanno prese in considerazione

- possibilità di contestazione della veridicità -> il bersaglio dell’attacco può essere il contenuto o la

forma. Di norma, chi avanza una tesi, lo fa o in base a dei fatti, o in base a un principio, o in base ad un’analogia. Questa procedura corrisponde alle tre modalità canoniche del ragionamento: induzione, deduzione, e argomento analogico.

- abbiamo una serie di dati e ne desumiamo una regola -> induzione

- partiamo da una regola e la applichiamo ad un fatto singolo -> deduzione

- si parte da qualche somiglianza fra due fatti o situazioni e se ne inferisce che potrebbero essere

simili anche per altri aspetti -> ragionare per analogia ATTACCARE FATTI E NUMERI

- sembrerebbe impossibile controbattere ad un fatto e ancor più impraticabile la contestazione di

un dato numerico (pag 172) ATTACCARE I PRINCIPI

- se inattaccabili sono i fatti, si metta in discussione il principio -> 4 modi per contestare un

principio:

  1. operazione di reductio ad absurdum per provarne la falsità
  2. portandolo alle estreme conseguenze, per farne emergere la pericolosità
  3. può succedere che il principio sia difficilmente attaccabile -> allora si può tentare di limitarne la portata e l’applicabilità, dimostrando che vale solo a certe condizioni o che in casi specifici ammette delle concrete eccezioni. Eventualmente si può indicare qualche caso in cui l’utilizzo del principio risulterebbe una fallacia d’accidente
  4. facendo appello da un principio d’ordine superiore, per dimostrare la subalternità La tattica consiste il più delle volte nel cambiare livello, passando dal generale al particolare, dal normativo al descrittivo …
  1. le risposte no risposte. Può capitare che uno risponda ma gli venga avanzata una contestazione del tipo “le si chiede una cosa precisa e lei sta rispondendo parlando di tutt’altro” Di fronte ad una contestazione di non avere risposto, ci si può comportare nei seguenti modi:

- ammettere che il proprio intervento non costituisce una risposta ma rigettarne la responsabilità

su chi ha fatto la domanda

- affermare che vi si è risposto magari accompagnando l’asserzione con un’argomentazione

giustificatoria “probabilmente lei si è distratta”

- difendersi reattivamente

  • guadagnare tempo per pensare ad una risposta -> tutta questa serie di tattiche con cui si dà l’impressione di rispondere senza in realtà rispondere veramente può essere paragonata ad una schivata Sottrarsi al gioco dell’avversario, cercando di imporre il proprio, oltre che un dovere è un diritto del disputante CAP 11: quando lo humour diventa un argomento

- una battuta di spirito ha molteplici funzioni:

a. serve a rasserenare il clima, riduce la tensione, sdrammatizza e attenua b. ravviva l’attenzione c. testimonia le doti di spirito di chi vi fa ricorso d. crea nell’uditorio un moto di simpatia e stabilisce un rapporto di complicità o connivenza tra il disputante spiritoso e il pubblico e. contribuisce a sminuire l’avversario, magari ridicolizzandolo

- strappare un sorriso è quindi strappare un pezzo di consenso e muovere un passo verso la

vittoria (in un dibattito serio c’è la tendenza ad irrigidirsi così l’uso dell’umorismo è assolutamente necessario)

- se il riso scaturisce un’asserzione tratteggiata come ridicola diventa un’arma letale in quanto

ridurre al ridicolo equivale a ridurre all’assurdo

- per diventare un’arguzia argomentativa o un argomento arguto lo humour dev’essere attinente

ed esplicativo, scongiurando ogni parvenza d’intempestività e di superfluità

- replicare, rivoltando un argomento contro colui che l’ha proposto, è una mossa quantomai

efficace, in quanto si serve del ragionamento stesso dell’interlocutore, conferendogli un significato diverso e trasformandolo in un boomerang inatteso, contro la parte avversa e a proprio vantaggio -> è la consueta tecnica del rivoltare l’arma contro chi l’ha puntata

- la tecnica della ritorsione arguta consiste nell’accettare inizialmente il ragionamento

dell’avversario per poi improvvisamente rovesciarlo, invertendone il segno valutativo, trasformando un’intenzione di apprezzamento in una censura o facendo diventare un motivo di scherno una ragione di lode CAP 12: la manipolazione retorica

- capita di dire cose inadeguate o inopportune -> occorre ritornare su ciò che si è

precedentemente detto per precisarne il senso

- è una gran bella cosa per noi dare alle parole il significato che si vuole, ma è cosa molto più

faticosa per le parole -> quando io uso una parola, la parola significa esattamente ciò che voglio farla significare

- se l’errore o l’imprudenza sono di poco conto, occorrerà valutare bene se vale la pena di

procedere a rettifiche, col rischio di sottolinearli, o se non sia meglio lasciar correre, augurandosi che lo scivolamento passi inosservato

- la natura convenzionale e la naturale imprecisione del linguaggio consentono facili manovre di

aggiustamento terminologico, che permettono di destreggiarsi, senza intervenire sui contenuti

- per far fronte ad un’obiezione si può cambiare il significato di un termine chiave. La cosa è

abbastanza facile quando si ha a che afre con concetti vaghi o ambigui. Ma quasi tutti i termini presentano una gamma di significati più o meno diversi e connotazioni che permettono restringimenti o ampliamenti a piacere -> l’operazione può consistere in una puntualizzazione o in una ridefinizione Puntualizzazioni

- voglio essere chiaro / ciò che intendevo dire con / le mie parole vanno intese nel senso..

- i “distinguo” della logica scolastica altro non sono che processi di differenziazione, risorse

prettamente linguistiche le quali anziché fondarsi sulla realtà la creano Ridefinizioni

- una delle prime e più importanti regole in un dibattito è quella di chiarire a se stesso e di

costringere l’antagonista a precisare il significato esatto da dare ai termini in questione -> è un’operazione di chiarificazione preliminare e indispensabile. Molte discussioni possono risultare vane e infruttuose proprio perché non si è definito con precisione il senso e il limite dei termini (del resto “delimitare” “tracciare il confine” è il significato etimologico di definire) -> il significato di quanto diciamo dipende molto dall’ordine in cui si dispongono i diversi elementi che compongono il nostro discorso. Anche la forza di argomentazione sta spesso nella organizzazione dei suoi elementi competitivi, la cui combinazione è variabile. Un accumulo di argomenti è come un mucchio di mattoni: se ne può fare una casa o può restare un ammasso di materiale inerte

- l’ordine può riguardare la successione degli interventi o la distribuzione degli argomenti:

- primo tipo d’ordine lo chiameremo procedurale, c’è del vero nel detto popolare per cui l’ultimo

che parla ha sempre ragione. La battaglia per avere l’ultima parola in una discussione rientra in questa logica da duello per cui l’ultimo colpo può essere decisivo

- vi sono diversi ordini possibili di intervento:

a. Esordi e conclusioni Prendere la parola per primo o avere la parola per ultimo è un falso dilemma in quanto è possibile mantenersi i vantaggi sia di chi apre, sia di chi chiude Si è detto che chi prende la parola per primo, avendo il privilegio di prendere in mano la situazione per primo, costringe chi replica ad adeguarsi. Ma è possibile sfuggire a questo obbligo di adeguamento ricorrendo all’enorme margine di libertà che consente la replica; inoltre, diventa una scelta vincente parlare per secondo se si riesce a modellare il proprio argomenti su quello dell’avversario -> questo tipo di vantaggio è connesso al fatto che è più facile attaccare che difendere. Chi da avvio al dibattito ha una doppia chance: quella di orientare il contraddittorio in una data direzione e quella di sfruttare la fase si massima ricettività del pubblico -> sia l’avvio che la conclusione sono quindi due momenti forti del discorso persuasivo, il primo per le opportunità di posizionamento che offre, la seconda per la possibilità di scoccare l’ultima freccia La conclusione si può formulare in qualsiasi momento della discussione e ribadirla quante volte si vuole. Ha però l’inconveniente non trascurabile che deve essere supportata da premesse convincenti e risultare da una dimostrazione valida b. la disposizione degli argomenti

- ordine degli argomenti: esporre i fatti nel loro ordine naturale se lo scopo è di evidenziare una

sequenza temporale o delle connessioni causali

- i manuali suggeriscono di dare il primo posto di un discorso al concetto più importante sulla

base di due considerazioni:

  1. perché maggiore sarà il suo impatto -> l’ordine in cui vengono esposti gli argomenti incide profondamente sull’importanza che viene attribuita ad un dato punto di vista e che gli argomenti presentati per primi tendono ad essere ricordati più a lungo e più facilmente ed essere più persuasivi ( quindi tutto ciò che è discutibile marginale e poco convincente va messo nel messo)

- non vi sono regole tassative per la scelta dell’ordinamento dei contenuti:

- ordine decrescente -> se l’uditorio ha un atteggiamento di rifiuto si inizia con l’argomento più

solido

  1. chi partecipa ad un dibattito può farlo con la disposizione di chi è alla ricerca della soluzione migliore per una questione controversa o con lo spirito dogmatico di chi ha certezze irrinunciabili
  2. la discussione può essere vista come un mezzo per far emergere la verità, ma anche come un mezzo per far emergere il dubbio

- si ritiene che sia cosa buona evitare che un mancato accordo si trasformi in uno scontro ->

invece è proprio dallo scontro di opposte opinioni che può derivare la soluzione migliore

- l’accordo è cosa buona solo quando costituisce una autentica conciliazione di divergenze

- il filo positivo del dibattito è intrecciato con il filo negativo. A volte si dimentica che quasi ogni

attività umana è di natura competitiva e che cooperazione e conflitto sono reciprocamente connessi -> dietro ad ogni conflitto c’è una componente di cooperazione e non si può discutere se non si è d’accordo su qualche base di partenza

- al termine si può anche non giungere ad una conclusione, ma questo non è necessariamente un

fallimento in quanto anche qualora non si approdi a nulla si sarà ottenuto un risultato

- avere dialogato o dibattuto non è mai vano -> anche in un dibattuto tra sordi in cui ognuno si

preoccupa solo del trionfo della propria tesi senza la minima disponibilità a rivedere le opinioni iniziali, ha un senso. Se infatti nessuno dei due antagonisti riesce a prevalere, può darsi che alla fine l’impasse induca ad una tolleranza che all’inizio era impensabile

- il modo in cui vengono affrontati i nodi problematici è più importante del modo in cui si risolvono.

Certamente il risultato conta, ma ancor di più conta l’atteggiamento con cui si tratta il problema

- il guaio del dibattito è che chi vi partecipa punta più alla vittoria che alla soluzione giusta e vera

- il dibattito è una forma di comunicazione che però si differenzia da tutte le precedenti in quanto

coinvolge altri due partecipanti, l’opponente e l’uditorio. L’importanza dell’uditorio è sottolineata da Roland Pennock: “i dibattuti più utili non sono quelli il cui proposito è che uno dei due contendenti convinca il suo oppositore, bensì quelli sorretti dall’idea di consentire ad una terza parte di giungere a più solide conclusioni che diversamente non potrebbe raggiungere”

- non tutti sono disposti ad ammettere con Protagora che tutto si possa mettere in discussione,

che ad ogni pro si possa opporre un contro e che per l’uno e per l’altro si possa trovare una giustificazione e una ragione. Vi sono alcuni fatti, alcune regole e alcuni valori che restano fuori discussione

- tre categorie di cose che non si discutono: i fatti, i gusti, gli ordini : “un fatto è un fatto” ; “de

gustibus non est disputandum” e “un ordine è un ordine”

- oggetto di discussione non sono nemmeno le tesi, gli enunciati che si possono difendere contro

tutti gli eventuali oppositori -> le tesi ritenute vere e quindi che possono essere difese di fronte a tutti coloro che volessero contestarle, non sono materia idonea per una discussione (tale nozione diventa base per la definizione di verità)

- non si discute una fede religiosa, i classici fanno parte di noi, neanche una credenza nella

misura in cui appartiene all’ambito del non dimostrabile

- non si può discutere su ciò di cui si è convinti in modo irrevocabile: se due non sono disposti a

smuoversi di un pelo dalle loro intime posizioni, discutere diventa un’insopportabile surplace, un dibattito immobile

- nessuna risposta appagherà mai completamente chi pone una domanda che supera la

comprensione umana. Una discussione non porterebbe a niente perché nessuna risposta sarebbe mai soddisfacente

- bisogna salvare dal dibattito la dimensione di confronto, anche quando si fa scontro: confronto

con qualcuno che la pensa diversamente, ma non per questo barbaramente -> è indispensabile la tolleranza e la sopportazione

50 DISCORSI INGANNEVOLI Adelino Cattani

Verità apparenti ed errori occulti

- i modi in cui si può sbagliare quando ragioniamo sono innumerevoli, ma due sono le strade che

inducono a commettere una sicura fallacia:

  1. partire da una premessa sbagliata e dedurre correttamente una conclusione inoppugnabile (argomento viziato nel contenuto)
  2. partire da una premessa esatta e dedurre erroneamente una conclusione, giusta o sbagliata che sia (argomento viziato nella forma)

- per imporre l’accettazione di un’idea vi sono molti modi. Si può tentare:

a. con la propaganda (facendo appello a richiami emotivi) b. con il rinforzo ( ricompense e punizioni alla Skinner) c. con la ripetizione (imponendo un’idea in modo martellante) d. con la forza (inculcando un’idea mediante violenza, lavaggio del cervello) -> l’argomentare differisce in quanto cerca di garantirsi l’accettazione connettendo la conclusione logicamente con altre credenze che sono già state accettate

- non è casuale che il rinnovato interesse per l’argomentazione sia storicamente associato ad un

rifiuto dell’autoritarismo e del fanatismo -> questo nesso è ben motivato da Popper per il quale non fu solo il diffondersi dell’irrazionalismo e dello scetticismo a mettere in crisi le idee che vi sia un’unica verità e che la verità sia accessibile e manifesta, ma soprattutto il fatto che sono convinzioni connesse a presupposti totalitari e portatrici di fanatismo

- la bontà di un ragionamento può essere valutata secondo criteri diversi: per qualcuno può

essere buono perché presentato con garbo, con sincerità, con eleganza ; per altri perché concorda con le proprie convinzioni

- la bontà di un ragionamento in questi sensi è diversa dalla bontà intesa come base di

accettazione razionale -> ogni ragionamento è costituito da due parti: tesi e dimostrazione

- di conseguenza, almeno due sono le condizioni da rispettare ai fini della accettabilità d’un

ragionamento:

  1. requisito di contenuto: che le ragioni poste come premesse siano accettabili (verità)
  2. requisito di forma: che le connessioni tra premesse e conclusione siano valide (validità)

- verità e validità, e premesse e conclusione, danno luogo a 4 possibili combinazioni

( pag. 26-27-28) sofismi, paralogismi, paradossi, fallacie

- sillogismi: ragionamenti intenzionalmente capziosi. Noi intendiamo per sofisma un caso

particolare di paralogismo, caratterizzato da consapevolezza e intenzione fraudolenta

- paralogismi: ragionamenti non deliberatamente ingannevoli

- fallacia è un termine latino derivato da “fellere” (ingannare) solitamente impiegato per tradurre

sia “sophisma” sia “paralogismos” e concettualmente include entrambi

- il campo semantico in cui gravitano tutti questi concetti è quello di falsità, inganno, menzogna,

errore, scorrettezza, slealtà -> SOFISMI : ragionamenti nei quali è insita una fallacia, diventano sofismi se proposti con l’intento di tendere un’insidia o di creare problemi all’avversario -> PARALOGISMO: designa un ragionamento viziato da un errore che però non è volontario, bensì indotto dalla natura stessa del nostro modo di ragionare —> possiamo chiarire la differenza tra sofisma e paralogismo:

- il sofisma è un ragionamento invalido / il paralogismo è un ragionamento valido ma costruito su

premesse soggettivamente certe, ma oggettivamente false

- l’uno e l’altro possono comportare una fallacia, ma nel paralogismo l’errore è compiuto in totale

buona fede, mentre nel sofisma è commesso in mala fede

- i paralogismi rientrano nel novero dei fenomeni “bias” o “illusioni cognitive” cioè quei meccanismi

d’inferenza logica attivati in situazioni complesse o in condizioni di incertezza i quali producono spiegazioni sistematicamente errore, ma credibili e psicologicamente accettabili, a cui è difficile sottrarsi ( vedi esempio pagina 32) -> PARADOSSO: il termine deriva da para+doxa (contro l’opinione) e significa “contrario all’opinione comune” a ciò che ci si aspetta Tutto ciò che è raro è costoso Un articolo a prezzo stracciato è raro

diventare un legittimo motivo di rigetto di ciò che il medico suggerisce, anziché un puro espediente diversivo

- pag. 65 situazioni A B C

- l’argomento ad hominem è un argomento che serve a contrastare non già l’argomentazione, ma

la persona che argomenta: può avvenire in 4 modi: legando il valore della tesi o alla personalità o alle motivazioni o alla coerenza oppure ai presupposti ammessi dall’interlocutore

- l’immagine completamente negativa annessa all’argomento ad hominem comincia ad attenuarsi

con Schopenhauer il quale lo presenta come uno dei due modi per confutare una tesi nell’ambito di una controversia: ad reo e ad hominem. Solo con i primi possiamo rovesciare la verità assoluta o oggettiva della tesi, in quanto dimostriamo che non corrisponde alla natura dell’argomento in questione. Con il secondo ne rovesciamo la verità relativa in quanto dimostriamo che contraddice altre affermazioni o ammissioni di colui che difende la tesi, oppure in quanto dimostriamo che i suoi argomenti sono insostenibili; sicché la verità oggettiva della cosa resta indecisa.

- sono ad hominem argomenti biblici addotti per confutare un avversario che ha precedentemente

introdotto analoghi argomenti durante una discussione di filosofia o di scienza

- sembra che nell’argomento ad hominem la conclusione che viene stabilita non è quella assoluta

e generale, bensì relativa e particolare; ossia non si conclude “questo è il fatto” ma che “quest’uomo è costretto ad ammetterlo, in conformità ai suoi principi di ragionamento o in coerenza con la sua condotta, situazione”

- pag. 71 72 73 74

LOGICA DELLE FALLACIE E FALLACIE DELLA LOGICA

- la logica è spesso definita come l’arte del ragionare correttamente e di conseguenza è

convinzione diffusa che i principi del ragionare bene siano di competenza della logica

- logica e pragmatica

- in un argomento è importante distinguere chiaramente validità e forza. Le due cose coincidono

solo in certi casi privilegiati, vale a dire nelle dimostrazioni formali, dove un argomento valido è necessariamente convincente e viceversa

- la tesi di Charles Peirce è che un argomento rimane logico, malgrado la sua eventuale

debolezza, a condizione che non pretenda di dimostrare più di quanto gli è concesso, a patto cioè che non gli si attribuisca una forza che non possiede; e viceversa, un argomento è fallace solo in quanto gli si attribuisce erroneamente, ma non illogicamente, una capacità inferenziale presunta e non effettiva

- Aristotele considerava pratico quel ragionamento che sfocia e si risolve in un’azione

- Aristotele è stato ripreso da Perelman, secondo il quale è teorico il ragionamento costituito da

un’inferenza che ricava una conclusione a partire da alcune premesse; è pratico un ragionamento che giustifica una decisione: “la prospettiva che conviene al ragionamento pratico è quella di un pensiero legato all’azione, che mira alla coesistenza pacifica di una pluralità di esseri liberi, ma ragionevoli” formale e informale

- le fallacie sono state abitualmente suddivise in due grossi blocchi, quelle formali e quelle

informali:

- fallacie formali

- si definiscono tali i ragionamenti che non rispettano i canoni di validità della logica classica, ma

sono dotati di una forma ingannevolmente simile a quella di un ragionamento valido (es. se piove la strada è bagnata, la strada è bagnata quindi piove” ha una forma deduttiva che gli conferisce una parvenza di logicità, mentre è una fallacia commessa da chi non sa che non è solo la pioggia a rendere umida la strada)

- un criterio di classificazione delle fallacie formali può essere ricavato dalle regole di costruzione

d’un sillogismo valido elaborate dai logici scolastici

- le regole codificate dai logici per la costruzione del retto sillogismo sono 8:

1. ogni sillogismo deve contenere non più di tre termini 2. l’estensione della conclusione non deve superare quella delle premesse. Un termine deve essere “distribuito” in modo uguale nelle premesse e nella conclusione; se è di portata generale nella conclusione deve esserlo anche nelle premesse 3. il termine medio deve comparire in entrambe le premesse e non deve comparire nella conclusione 4. il termine medio almeno una volta va preso in tutta la sua estensione 5. se entrambe le premesse sono negative, non se ne può inferire nulla 6. da premesse entrambe affermative segue una affermazione affermativa e non può derivare una conclusione negativa 7. se una premessa è negativa o particolare, anche la conclusione sarà negativa o particolare 8. la conclusione segue sempre la parte peggiorativa delle premesse

- l’inosservanza della regola 1 dà origine alla fallacia detta dei “quattro termini” che consiste nel

mutare il senso del termine medio in corso di ragionamento es. l’uomo è una specie. Pietro è un uomo. Pietro è una specie

- il mancato rispetto della regola 2 comporta un trattamento illecito del termine maggiore o minore

a seconda del termine distribuito nella conclusione e non distribuito nella premessa es. la donna è sensibile. L’uomo non è donna. Quindi l’uomo non è sensibile

- in base alla regola 3 il termine medio non deve mai essere incluso nella conclusione

es. tutti i padovani sono italiani. Alcuni padovani sono filosofi. Alcuni filosofi sono padovani (la conclusione corretta: alcuni italiani sono filosofi)

- infrazione della regola 4 genera la fallacia del medio non distribuito

significato di distribuzione: un termine si dice distribuito se afferma o nega qualcosa relativamente alla totalità degli oggetti che esso designa es. tutti i cani hanno la coda. Tutti i gatti hanno la coda. Tutti i cani sono gatti.

- un sillogismo che violi la regola 5 incorre alla fallacia detta delle premesse esclusive. Da due

premesse negative non si può inferire alcuna conclusione valida questo perché la base del nesso sillogistico sta nella relazione di due cose con una terza, la quale funge da base di appoggio comune

- regola 6: da due premesse affermative deriva sempre una conclusione affermativa

es. tutti gli animali hanno un’anima. Tutti gli uomini sono animali. Nessun animale ha un’anima.

- regola 7: se una premessa è negativa o particolare, anche la conclusione sarà negativa o

particolare es. qualche mammifero vive nell’acqua. Qualche volatile è mammifero. Qualche volatile vive nell’acqua

- regola 8: da due premesse particolari o negative non si può inferire nulla in quanto la forza d’un

ragionamento sillogistico sta nella possibilità di derivare un caso particolare da un principio generale o nell’applicare una regola generale ad una situazione concreta. Se manca la generalità manca pure la possibilità di concludere

- fallacie informali: es tipici di fallacia informale sono quella d’ambiguità, l’argomento ad

ignoratiam, l’argomento ad hominem e il ragionamento circolare. La loro capacità di persuasione è legata non alla forma dell’argomento ma ad altri fattori che possono essere di natura psicologica es. nulla è meglio della felicità. Un panino al salame è meglio di nulla. Un panino al salame è meglio della felicità -> è sufficiente sostituire il termine medio “nulla” con un sinonimo per scoprire dove sta il pasticcio. Nella premessa maggiore “nulla” sta per “nessuna cosa” ed equivale a ‘non c’è alcunché che sia preferibile ad x, nella seconda sta per ‘un non ente’ ed equivale ad ‘avere x è meglio che non avere niente’ BATTEZZARE, CATALOGARE E STUDIARE I DISCORSI INGANNEVOLI

- si noterà che la particella “ad” ricorrente in molte definizioni delle fallacie classiche, assume

significati diversi che possiamo ricondurre a quattro:

1. può indicare la fonte da cui si ricava l’argomento (ad ignoratiam = dall’ignoranza) 2. l’effetto che ci si ripromette di ottenere con quell’argomento (ad metum = suscitare timore)