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Riassunto del libro "Buone prassi e responsabilità" di Matteo Villanova
Tipologia: Sintesi del corso
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BUONE PRASSI E RESPONSABILITA’ PROFESSIONALE – INTRODUZIONE: Entrare in relazione con l’altro vuol dire entrare in contatto con un’altra identità, cioè con qualcuno che è “diverso” da noi. In passato ma ancora ad oggi si tende ad annullare queste diversità perché risulta più facile lavorare sul collettivo che sull’individuo. La diversità viene interpretata spesso come sinonimo di negatività, come una minaccia alla propria identità, generando sentimenti di paura, ansia, ostilità, sospetto (es. nei disabili, stranieri, ecc.), quando invece dovrebbe essere vista come un valore e una risorsa in cui la scuola possa rivelarsi il luogo più efficace dove ognuno può affermare sé stesso, valorizzando quindi le differenze.
CAPITOLO 1: L’INSEGNANTE, L’EDUCATORE, IL PEDAGOGISTA E LE DISABILITA’: In generale la MENOMAZIONE è caratterizzata da qualsiasi perdita, anomalia o anormalità di strutture o funzioni psicologiche, fisiologiche o anatomiche che possono essere transitorie o permanenti e comprende la perdita a carico di arti, tessuti o altre strutture del corpo, incluso le funzioni mentali; la DISABILITÀ comprende qualsiasi restrizione o perdita(conseguente ad una menomazione) della capacità di svolgere un'attività nel modo o nei limiti ritenuti normali per un essere umano, come nella realizzazione dei compiti e nella espressione dei comportamenti; l’ HANDICAP è la condizione di svantaggio conseguente a una menomazione o disabilità che in un soggetto limita o impedisce l’adempimento del ruolo normale per tale soggetto in relazione all’età, al sesso, ai fattori culturali e sociali (quindi è una compromissione della capacità di sostenere funzioni della sopravvivenza).
LEGGE QUADRO 104/92 : “ Legge-Quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate”. L’obiettivo della Legge 104 è quello di superare gli ostacoli che si frappongono tra le persone con handicap ed una loro migliore integrazione agendo nel modo più mirato possibile, con benefici tendenti a favorire il più completo inserimento della persona con handicap nel contesto sociale e scolastico. Una parte dei benefici sono fruibili da tutte le persone con handicap mentre altri sono riconosciuti in relazione alla gravità dell’handicap. Tuttavia, questa legge quadro è stata criticata sia per il primato dato alla parola “ assistenza ” che precede l’integrazione e i diritti (tale approccio assistenzialistico all’handicap lo si tentava di eliminare da anni; l’handicap non dev’essere visto come una limitazione né una malattia dato che è l’ambiente a non essere adatto per un certo tipo di persone) sia perché appare semplicemente come un “ raccoglitore ” di leggi che colpiscono solo l’ambito scolastico senza nessuna novità e senza fornire idee utili negli altri settori emergenti.
NUOVI MODI DI ESSERE E DI PENSARE – DALL’ISOLAMENTO ALL’INCLUSIONE : In passato vi è stato un periodo in cui medici, psichiatrici, pedagogisti e psicologi utilizzavano termini come “idiota”, “imbecille”, “deficiente” ritenuti scientifici nei confronti di persone con diversi livelli di ritardo mentale. A partire dal 1980- essi venivano visti come atteggiamenti dispregiativi e si proposero invece espressioni diverse come bambino “ portatore di handicap ” o “… con handicap ” o ancora meglio “ diversamente abile ”, evidenziando la differenza qualitativa dell’uso delle abilità, questo termine è utilizzato per specificare che si raggiungono gli stessi obiettivi anche se con modalità diverse. Questo cambiamento venne effettuato per non utilizzare termini scientifici che avevano acquisito connotato semantico negativo e per valorizzare l’individualità della persona, evitando di indentificarla con la sua disabilità. Questa terminologia è positiva perché rivela che le abilità possedute da quel soggetto sono diverse ma che comunque questi possiede delle abilità. Vengono inoltre utilizzate etichette quali “caratteriale” (difficoltà relazionali causate soprattutto dal carattere della persona), “ disadattato ” (vi è una maggiore attenzione al rapporto con l’ambiente) e “ svantaggiato socioculturale ” (si dà importanza alla situazione di svantaggio in cui si trova una persona per cause sociali e/o culturali).
LEGGE 170/2010: Nel 2010 è stata approvata la legge che definisce i disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico quali: dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia e riconosce per tali persone con DSA le seguenti finali:
dell’ambiente sulla vita degli individui: la società, la famiglia, il contesto lavorativo possono influenzare lo stato di salute, diminuire le nostre capacità di svolgere mansioni che ci vengono richieste e porci in una situazione di difficoltà. Infatti, nel modello ICF assume valore prioritario il contesto, i cui molteplici elementi possono essere qualificati come “ barriera ”, qualora ostacolino l’attività e la partecipazione della persona, o “facilitatori”, nel caso in cui, invece, favoriscano le attività e la partecipazione. L’ICF cerca di descrivere non la persona disabile ma le situazioni e il contesto in cui vive, arrivando alla definizione di disabilità intesa come una condizione di salute in un ambiente sfavorevole. Ciò che importa è intervenire quindi sul contesto sociale costruendo reti di servizi che riducano queste disabilità, favorendo l’inclusione. L’ICF Children e Youth è volto a promuovere la salute, lo sviluppo e il benessere dei bambini e degli adolescenti, chiarendo anche aspetti funzionali di malattie croniche e di disabilità.
CAPITOLO 2: QUADRI CLINICI - RITARDO MENTALE : è un deficit dello sviluppo cognitivo e socio - relazionale con un livello intellettivo inferiore alla media (QI meno di 70) e due o più problemi adattivi insorti entro i 18 anni d’età.
Le difficoltà diagnosticate si presentano nell’ area della comunicazione, cura della persona, vita in famiglia, attività sociali, scuola, autodeterminazione, lavoro, tempo libero, salute, sicurezza.
Il ritardo mentale (RM) rappresenta una condizione di interrotto o incompleto sviluppo psichico, con compromissione delle abilità che solitamente si manifestano durante il periodo evolutivo (capacità cognitive linguistiche, motorie, sociali). Non si può parlare di ritardo mentale solo in base al quoziente intellettivo, deve sempre essere presente anche un deficit adattivo. Il deficit cognitivo produce una azione di distorsione complessiva della personalità del soggetto e delle sue possibilità di adattamento. I disturbi psichiatrici che più comunemente si associano al ritardo mentale sono i disturbi da tic, disturbi dell’umore, disturbi da movimenti stereotipati, disturbi generalizzati dello sviluppo.
CAUSE: Il RM è fortemente correlato con situazioni di lesione o malformazione cerebrale. Possono derivare da comportamenti materni in gravidanza come l’uso di alcool, droghe, fumo di sigaretta.
Nello specifico sono:
- Prenatali: agiscono intorno la 28° settimana di gestazione interferendo con i processi di morfogenesi (es.: aberrazioni cromosomiche); - Perinatali: agiscono dalla 29° settimana di vita intrauterina e alla 1° settimana di vita extrauterina (ad esempio: patologie materne, insufficienza placentare, meningiti, encefaliti, ecc.); - Postnatali: sopraggiungono alla 1° settimana come un evento traumatico cerebrale o un’encefalite; Ignote: sono un terzo dei casi, la causa più frequente.
Per quanto concerne invece i Fattori genetici : presenti nel 25% dei soggetti affetti da RM , prevalentemente sono attribuiti dalla Sindrome di Down o alla Sindrome dell’X-Fragile, la Sindrome di Williams, Sindrome di Angelman, Sindrome Padrer-Willi, Sindrome di Rett che oltre al ritardo mentale presentano dismorfismi caratteristici.
Il RM è considerato in diversi gradi:
quoziente intellettivo di 69 o meno a 50-55. È difficilmente evidenziabile nei primi anni di vita; fino alla maggiore età i soggetti affetti da questa patologia necessitano di un sostegno nell’adattamento scolastico e sociale; la comprensione è lievemente ritardata, alla fine del ciclo della scuola primaria sono in grado, in ambito linguistico di leggere e comprendere i nessi logici di un racconto semplice, hanno acquisito il concetto di numero e quantità e raggiungono le autonomie semplici. In età adulta raggiungono una autonomia lavorativa, sono quindi in grado di contribuire al benessere della società.
l’infanzia. L’età mentale si ferma ai 6/8 anni; questi bambini presentano discrete capacità comunicative e con supervisione possono provvedere alla cura della propria persona e allo svolgimento di lavori semplici; hanno una relativa autonomia nei luoghi familiari e possono discretamente adattarsi nel contesto sociale; nell’apprendimento scolastico sono lenti e hanno un vocabolario limitato con sviluppo disarmonico delle
prosodia (per quel che riguarda l’intonazione, il ritmo, ecc.), sona troppo formale e prende le cose troppo alla lettera per incapacità nel riconoscere i motti di spirito, i doppi sensi. Gli schemi comunicativi dei bambini sono caratterizzati da una marcata prolissità.
apparentemente normale nei primi 5 mesi di vita; tra i 5 e i 48 mesi la crescita del cranio rallenta insieme a una perdita delle capacità manuali finalistiche con successivo sviluppo di movimenti stereotipati delle mani che somigliano al torcersi o lavarsi le mani; l’interesse per l’ambiente sociale diminuisce ; col passare del tempo insorgono problemi nella coordinazione dell’andatura o dei movimenti del tronco; vi è una grave compromissione dello sviluppo della ricezione e dell’espressione del linguaggio, con grave ritardo psicomotorio.
apparentemente normale, almeno fino all’età di 2 anni. Dopo i primi due anni di vita e prima dei dieci, il bambino perde le capacità acquisite in precedenza in almeno due delle seguenti aree: espressione e ricezione del linguaggio, capacità sociali o comportamento adattivo, gioco o capacità motorie.
categoria dovrebbe essere usata quando vi è una grave e generalizzata compromissione dello sviluppo dell’interazione sociale reciproca associata con una compromissione delle capacità di comunicazione verbali o non verbali o con la presenza di comportamenti, interessi o attività stereotipati, ma non risultano soddisfatti i criteri per uno specifico disturbo.
DISTURBI BORDERLINE : Il termine significa “ limite ” o “ linea di confine ” soggetti che alternano periodi di normalità a periodi di rabbia, paranoia con una oscillazione tra normalità e follia, tendenza a perdere il contatto con la realtà, tentativi di suicidio, paura di essere abbandonati. Tale condizione che genera un significativo livello di instabilità emotiva ed è caratterizzato da una immagine distorta di sé, da sensazioni di inutilità e dall’idea di essere fondamentalmente. Altre caratteristiche sono la reattività umorale, contraddistinta da passaggi repentini tra uno stato dell’umore ad un altro, e l’impulsività che può degenerare in auto distruttività. Le relazioni sono intense ed instabili, accompagnate da una pervasiva e violenta paura dell’abbandono.
DISTURBI DELL’APPRENDIMENTO : Le difficoltà di apprendimento in età evolutiva rappresentano la motivazione più frequente di contatto tra scuola e neuropsichiatria infantile e sono in notevole aumento. Tali problemi interferiscono in modo significativo con i risultati scolastici o con le attività della vita quotidiana che richiedono capacità di lettura, di calcolo, di scrittura. Ne derivano la dislessia, la discalculia e la disgrafia. Nei soggetti affetti da:
contraddistingue per la lentezza ed errori di comprensione; di rado il disturbo viene diagnosticato prima della fine della scuola dell’infanzia perché l’insegnamento formale della lettura di solito non inizia prima di questo livello;
contare con precisione, ecc; il disturbo solitamente diviene evidente durante la seconda o la terza elementare;
difficoltà nelle capacità di comporre testi scritti, errori grammaticali o di punteggiatura nelle frasi, ecc; i test standardizzati in questo ambito sono meno sviluppati rispetto ai test di lettura o di calcolo; compiti in cui al bambino viene chiesto di copiare, di scrivere sotto dettatura e di scrivere spontaneamente possono essere tutti necessari per valutare la presente e l’entità di questo disturbo; questo di solito si manifesta in seconda elementare.
E’ importante sottolineare che un disturbo dell’apprendimento non coincide necessariamente con un basso livello d’intelligenza (motivo per il quale la diagnosi può essere ritardata in quanto il bambino può mostrare un QI alto complessivamente, peccando solo in un determinato ambito): per questo è necessario che gli interventi di recupero siano mirati anche alla sfera emotiva del fanciullo visto che frequentemente le difficoltà scolastiche creano un senso di inefficacia, scoraggiamento e inutilità; bisogna puntare su programmi individualizzati attraverso cui il bambino si renda conto di poter porsi degli obiettivi personali e di poterli raggiungere.
Invece si può porre diagnosi di disturbo non specifico dell’apprendimento (DNSA) quando il disturbo, nell’acquisizione di nuove conoscenze, è esteso a più settori come si riscontra ad esempio nel Ritardo Mentale , il ADHD , i disturbi d’ansia, ecc.
CAPITOLO 3: APPROCCIO ALL’AUTOLESIONISMO IN ETA’ EVOLUTIVA PER EDUCATORI E INSEGNANTI, OPERATORI SANITARI E DELLA SICUREZZA: Siamo ancora di fronte a un numero oscuro sui reali fenomeni di autolesionismo in età evolutiva perché la difficoltà più grande consiste nell’individuazione precoce dei fattori di rischio. Ecco perché tutti i soggetti adulti, non solo insegnanti e genitori, ma anche tutti coloro che interagiscono con i minori, devono essere in grado di riconoscere e prevenire il presentarsi di tali problemi. Il disturbo depressivo , se privato di attenzione ed intervento terapeutico, può orientarsi verso un Disturbo oppositivo-provocatorio, verso un Disturbo della condotta o della personalità. Secondo le statistiche i tentativi di suicidio sono aumentati notevolmente tra i 15 e i 19 anni.
Clinicamente possiamo distinguere vari quadri evolutivi:
Secondo il Modello Strutturale estetico biologico-MSEB (Villanova) caratteristica fondamentale è il bisogno e la ricerca di trasgressione (rispetto alla generazione precedente) quale aggressività esplorativa ma anche riproduttiva visto che comportamenti estremi, sprezzo del pericolo, rituali di annessione al branco, selezionano e rendono visibili e attraenti alcuni individui rispetto ad altri (sindrome del veterano che ostenta le cicatrici del sopravvissuto).
Cause possibili di condotte auto lesive in età evolutiva possono essere disturbi dell’umore, disturbi d’ansia, disturbi della condotta, disturbo depressivo, disturbo borderline della personalità, ecc.
In Europa , anche se in Giappone il fenomeno è presente da più tempo, soprattutto per motivi di salute, complessi legati al proprio corpo, l’invecchiamento e problemi socioeconomici e lavorativi, si sta diffondendo il SUICIDIO DI GRUPPO: sono soggetti che, una volta deciso di compiere l’estremo gesto, cercano e trovano dei “compagni” su internet con cui morire in compagnia; su questi siti si possono trovare anche suggerimenti sulle modalità più idonee ai propri “gusti” per suicidarsi. Esempi di “comportamenti da sfida adolescenziale” configurati come condotte a rischio sono: sdraiarsi sulle traversine dei treni togliendosi all’ultimo minuto; saltare da un edificio all’altro; darsi fuoco per sfida tramite liquidi infiammabili sparsi sul corpo; attraversare a piedi l’autostrada schivando gli autoveicoli, gioco del soffocamento ecc.
PERCORSI EDUCATIVI PER EQUIVALENTI AUTOLESIVI EMERGENTI IN ETA’ EVOLUTIVA: il fenomeno delle condotte auto aggressive ha subito negli ultimi anni un notevole incremento. Il termine aggressività deriva dal latino “ aggredi ” ( avvicinare ) nel senso di attaccare, è la forza biologica che garantisce la sopravvivenza della specie nel modello evoluzionistico. Il modello biologico ci insegna che l’aggressività interviene all’interno della specie per garantire la sopravvivenza (aggressività difensiva), l’evoluzione (aggressività riproduttiva), la conoscenza ambientale (aggressività esplorativa) e non si può inibire ma solo canalizzare. La personalità si struttura utilizzando elementi che dall’ambiente esterno vengono introiettati quali “traumi strutturanti”, spesso di entità minima, ripetuti nel tempo e considerabili quale apprendimento; infatti un trauma acuto di maggiore entità potrebbe avere un effetto destrutturante della personalità. Dietro ogni comportamento disadattivo c’è sempre un blocco dell’aggressività che non è stata espressa o che non si è riuscita a canalizzare; l’aggressività sfocia per conflitti non risolti.
Alla base delle condotte auto aggressive in adolescenza vi sono dinamiche inconsce in cui il soggetto tenta di controllare un dolore interno. Intorno agli 8 anni la forma prevalente di autolesionismo è di tipo mascherato con equivalenti auto lesivi che si possono considerare segnali di allarme, questi segnali possono essere il continuare a succhiare i pollici dopo i 2-3 anni, l’enuresi, balbuzie e alti disturbi del linguaggio, i tics del viso e di dondolamento (movimenti stereotipati) come l’abitudine di sbattere la testa. Nella forma manifesta dell’autolesionismo, dagli 8 ai 14 anni, cambiano molte cose: oppositività, ribellione, condotte antisociali e riduzione del rendimento scolastico; rompe e distrugge le cose che ama e desidera, perciò il quadro autolesionistico tende a divenire di tipo manifesto. In età scolare
che sono vittime. Le caratteristiche del bullismo sono: intenzionalità, persistenza nel tempo, simmetria della relazione. Ciò che li rende forti è l’agire in branco, il consenso da parte degli altri (da soli non hanno la forza di commettere azioni violente e temono l’isolamento) e l’indifferenza delle vittime, esse sono sensibili, calme ma anche insicure e ansiose, se attaccate si chiudono in sé stessi e piangono; soffrono anche di scarsa autostima ed hanno un’opinione negativa di sé e della propria situazione. Il bullismo è diretto (fisico, verbale) e indiretto (stalking, bullismo elettronico, bullismo allofobo con sfondo razzista, ideologico, omofobo ecc).
Da un’analisi del bullismo in ambito internazionale non si osservano relazioni tra bullismo e problemi psicologici ed è emerso che a scaturire tali fenomeni sono gli atteggiamenti fin troppo permissivi dei genitori, senza autorevolezza e che causano una crescita non equilibrata(infatti è solito attuare bullismo il ragazzo che vive in condizioni agiate, impulsivo, bisogno di far dominare il proprio punto di vista); in base alle statistiche: Maggiore incidenza del bullismo in Lituania e la percentuale più bassa è in Svezia.
INTERVENTI DI RECUPERO : Il bullismo è un disagio sociale strettamente collegato a fattori individuali, familiari, ambientali che può difetto/carenza di comunicazione può sfociare in dissocialità se non si interviene ai primi segnali di disagio dello studente. È importante concentrarsi sul vissuto del ragazzo, cercare di comprendere dapprima il suo punto di vista ascoltandolo e poi prenderlo in carico attraverso l’invio alla Neuropsichiatria infantile lavorando con l’equipe in modo da indicare l’intervento personale, intrascolastico ed intrafamiliare più efficace.
IL RUOLO DELL’EDUCATORE: E’ colui che realizza un’azione educativa e che contribuisce alla crescita umana della persona attraverso la programmazione di interventi educativi idonei ed efficaci.
Alcune caratteristiche fondamentali sono:
risultati in qualche modo previsti.
in grado di affrontare determinati problemi.
In un’ottica di prevenzione del bullismo è necessaria e fondamentale la: comunicazione efficace, aiutare il bambino ad esprimere le proprie emozioni, a riflettere, non inibire l’aggressività ma canalizzarla verso mete costruttive, dare regole chiare precise e motivate, insomma sapere e non punire (saper ascoltare, saper essere, saper fare, saper divenire).
IL BULLISMO DI MATRICE TRANS/OMOFOBICA: Il bullismo si esercita spesso a danni di persone facenti parte di gruppi socialmente stigmatizzati (persone grasse, minoranze etniche, ecc.). Il bullismo mette in pratica le discriminazioni senza un’elaborazione che la giustifichi: “i neri puzzano”, non necessitano di argomentazioni, hanno una teoria e una dimostrazione, si assumono in maniera irrazionale attraverso l’esempio dei pari. Il bullismo può assumere forme differenti, vi possono essere comportamenti di tipo verbale come deridere, insultare, ecc; oppure prepotenze come escludere qualcuno dai gruppi di aggregazione; oppure si può giungere alla violenza fisica.
Spesso le vittime non sono colpite per il loro orientamento sessuale, ma perché il loro modo di essere risulta inadeguato per il genere d’appartenenza. Rispetto al bullismo tradizionale, il bullismo omo/transfobico non attacca solo il soggetto, ma si rivolge anche ad una dimensione privata come la propria sessualità. L’aggressore sente l’appoggio di una parte della società, dei pari e in casi estremi, anche di qualche insegnante; il clima culturale infatti può portare gli stessi insegnanti o genitori ad avere pregiudizi e reagire alle richieste di aiuto dell’adolescente con negazione sottostimando l’evento o con una preoccupazione per l’”anormalità” del ragazzo.
EFFETTI PSICOSOCIALI DEL BULLISMO TRANS/OMOFOBICO: Gli stessi insegnanti tendono a considerare le aggressioni fisiche o verbali nel contesto scolastico, o fuori da esso, come delle ragazzate. Ciò fa capire come questi siano inconsapevoli rispetto la reale gravità di questo fenomeno. Quando le aggressioni però giungono alla forma di bullismo i danni psicologici sono molto importanti. Gli atteggiamenti di bullismo possono far sorgere nelle vittime sentimenti di omofobia/trans fobia interiorizzata, poiché portano loro a sensi di colpa e vergogna (non devo atteggiarmi in quel modo; sono un errore della natura); l’autostima crolla con conseguenze pesanti in termini di depressione. Vi è
una progressiva diminuzione del rendimento scolastico dovuta ad una generale disaffezione del sistema scolastico (alcuni ragazzi riferiscono di non riuscire a tornare a scuola per timore di essere aggrediti o molestati, oppure di avvertire disagio e angoscia quando suona l’ora di ricreazione). Raramente gli adolescenti denunciano episodi di bullismo poiché non sentono attorno a loro un ambiente abbastanza comprensivo sulla propria “diversità”, oppure perché temono ritorsioni da parte dei molestatori. L’esposizione ripetuta ad atti di bullismo concorre per il rischio di suicidio o tentativo di suicidio. Le conseguenze negative del bullismo non riguardano solo la vittima, bensì lo stesso aggressore. Questo può tendere a sviluppare problemi comportamentali cronici, orientandosi verso condotte delinquenziali in età adulta. Come le vittime, anche gli aggressori tendono ad avere un ridotto rendimento scolastico.
STRATEGIE DI INTERVENTO AL BULLISMO NELLA SCUOLA PRIMARIA E SECONDARIA DI PRIMO GRADO: Bisognerebbe promuovere nella scuola un clima di rispetto per le diversità. Gli interventi dovrebbero riguardare sia il piano personale scolastico che gli studenti. Per favorire un ambiente di sicurezza che comunichi a ragazzi e famiglie che la scuola non è disposta a tollerare forme di violenza, le politiche scolastiche dovrebbero prevedere l’educazione sanzioni per chi compie atti di bullismo: es. individuazione da parte degli insegnanti di quei ragazzi con possibile disagio legato all’identità sessuale; maggiore sorveglianza da parte del personale adulto di quegli spazi e momenti della vita scolastica nei quali più spesso avvengono atti di bullismo; promozione di laboratori di tematiche della diversità sessuale per favorire la corretta informazione e operare cosi per la decostruzione dei pregiudizi; spiegare ai ragazzi le difficoltà e i sentimenti che possono provare le persone omosessuali e transessuali nella società.
INIZIATIVE IN AMBITO DELL’EDUCAZIONE ALLE MINORANZE SESSUALI EFFETTUATE NELLA SCUOLA ITALIANA: Negli ultimi anni, in Italia, sono state realizzate alcune iniziative nell’ambito dell’educazione alle diversità sessuali nelle scuole superiori di I e II grado. Da tali iniziative è emerso come i ragazzi abbiano un sentito interesse rispetto queste tematiche ed è stato espresso tramite atteggiamenti quali la curiosità, l’adesione, esigenza di sapere e di capire al di là dei condizionamenti sociali.
BULLISMO E AUTO-ETERO-LESIONISMO, SUICIDIO MASCHERATO E MANIFESTO: L’aggressività può scaturire forme di autolesionismo o auto soppressione; siamo di fronte a un grande numero scuro e di difficile quantificazione; il punto più complesso consiste nell’individuazione precoce dei fattori di rischio (prevenzione primaria).
ASPETTI APPLICATIVI PROPRI E RISCHIO DI RESPONSABILITA’ PROFESSIONALE DELLA PROFESSIONE EDUCATIVA: Esiste un elevato rischio che riguarda l’errata individuazione di quei segnali d’allarme all’interno del contesto scolastico, dove spesso vengono erroneamente interpretate situazioni di disagio manifestate da turbe della condotta (condotte oppositive-provocatorie, autolesionistiche…) e/o disinvestimento scolastico (improvvisa riduzione del rendimento scolastico, distraibilità). In tali comportamenti sono a volte nascoste delle depressioni reattive o “mascherate”, segnali di una richiesta indiretta di aiuto, di una condizione di grave sofferenza psicologica che lo vede vittima di relazione patologiche familiari (abbandono, maltrattamenti emotivi). La scuola, proprio perché deve rapportare l’azione educativa alle potenzialità individuali di ogni allievo, appare la struttura più appropriata per far superare la condizione di emarginazione di determinate categorie come i bambini handicappati o quelli omosessuali, ecc.
GLI STRUMENTI DI PREVENZIONE: L’OSSERVAZIONE SISTEMATICA E LA SEGNALAZIONE AGLI ENTI PREPOSTI: Da sempre l’uomo per arrivare alla verità e comprendere la realtà che lo circonda ha utilizzato strumenti di conoscenza quali la logica, tramite cui cerca di dare delle risposte a interrogativi importanti, e l’intuizione, tramite cui il processo cognitivo invece appare spontaneo e non razionale. Un altro metodo di conoscenza efficace è l’osservazione, suddivisa in scientifica (obiettiva, nel senso che chi osserva non mette nulla di suo limitandosi a descrivere il fenomeno) e ripetibile (le caratteristiche del fenomeno possono essere osservate e descritte in modo identico anche da altri ricercatori). Dopo l’osservazione succede la spiegazione. L’osservazione sistematica, a differenza di quella occasionale (usata quotidianamente ed abitualmente), viene intenzionalmente utilizzata all’interno di un preciso progetto di ricerca e di studio e in questo caso dell’individuazione di atteggiamenti e/o comportamenti che potrebbero indurci nel pensare ad eventuali disagi e condurci successivamente all’ipotesi di psicopatologie o disturbi. L’osservatore/ricercatore deve limitarsi ad osservare i fenomeni che sono oggetti di studio, senza farsi coinvolgere né fare diagnosi, tralasciando la sua personalità e le sue impressioni in base alle sue esperienze, ai suoi pregiudizi, ai suoi
immodificabile. Alla base della sua teoria vi è la visione ottimistica della straordinaria capacità dell’essere umano di modificarsi, di cambiare e, anche nelle situazioni di maggiore svantaggio, di poter trasformare il proprio potenziale intellettivo; ciò però poteva essere raggiunto solo con l’ausilio di un’altra figura umana che viene definita “mediatore dell’apprendimento”: questi lo accompagna nel processo che la sua mente percorre per percepire, definire e risolvere i problemi facendogli prendere coscienza delle strategie che segue, degli eventuali errori che commette, della necessità a volte di allargare il campo mentale per raggiungere l’obiettivo.
Lo scopo del PAS è:
CAPITOLO 5: INVIO EFFICACE, INTERVENTO GIUDIZIARIO (ART.25 R.D.L) E RISCHIO DI MANIPOLAZIONE TRAUMATICA: Il Tribunale dei Minori (TM) è di notevole importanza: l’obiettivo è quello di intervenire il più possibile sulla prevenzione primaria (riduzione del rischio) anziché secondaria (riduzione del danno) o addirittura sul fallimento delle prime due (riduzione delle conseguenze del danno) cercando di offrire un’adeguata attenzione diretta sul bambino e indiretta su genitori/famiglia e scuola.
Il Tribunale per i minorenni è una grande risorsa per la tutela e l’attenzione all’ infanzia essendo un organo specializzato nell’ amministrazione della giustizia, ha competenza su tutto il circondario della corte d’appello e le decisioni non sono prese dal singolo giudice ma da tutto il tribunale costituito in collegio, proprio per garantire la specializzazione dell’organo giudicante. Il Tribunale dei minori si avvale della collaborazione dei servizi socioassistenziali territoriali, dei servizi delle aziende sanitarie locali e di tutti gli organismi del terzo settore. Il minore mediante un ascolto competente ed efficace dovrebbe essere inserito in una rete di rapporti sociali diversi da quelli che lo hanno portato al disagio: tali interventi non possono essere imposti ma è necessario sviluppare forme adeguate di presa in carico per giungere prima alla consapevolezza del disagio e poi alla motivazione, al cambiamento sia da parte del minore che del nucleo di appartenenza. Il ragazzo che vive in condizione di disadattamento raramente esprime volentieri il consenso soprattutto se la proposta arriva da un’istituzione forte come il tribunale dei minori. Il rifiuto di un minore non deve ostacolare l’intervento ma rafforzarlo per lo sviluppo di nuove competenze maggiori per affiancarlo e motivarlo, disponendo modalità idonee per agire in fretta.
I principi ispiratori nei confronti del minore trovano il loro fondamento legislativo negli artt. 2,3 e 38 della Costituzione italiana e cioè su un aiuto al cittadino minore in difficoltà, perché possa superare quelle condizioni negative che ne impediscono il pieno ed armonico sviluppo della sua personalità individuale e sociale. Nello specifico l’art. 25 R.D.L n°1404 dispone che “nei casi in cui un minore degli anni 18 dà manifeste prove di irregolarità della condotta o del carattere, il procuratore della repubblica, l’ufficio di servizio sociale minorile, i genitori, il tutore possono riferire i fatti al TM il quale a mezzo di uno dei suoi componenti designati dal Presidente, esplica approfondite indagini sulla personalità delle minore e dispone con decreto motivato una delle seguenti misure: affidamento del minore al servizio sociale minorile o collocamento in Comunità”.
I casi in cui si effettuano gli interventi di art.25 riguardano: la situazione di rischio con grave pericolo per il minore, il cui comportamento comporta situazioni gravemente pregiudizievoli per la sua salute psico-fisica(uso di alcool e stupefacenti, fughe di casa..); una situazione di manipolazione negativa da parte degli adulti, con necessità di intervento su paura e violenza che impediscono al minore di agire secondo volontà(organizzazioni criminali, sfruttamento sessuale..); situazione ove i reati già commessi dal minore esprimono un elevato rischio criminale.
Il giudice dispone di un decreto per approfondire la personalità del minore per indicare il provvedimento più adatto per lui attraverso l’azione di indagine svolta dai servizi; il giudice al termine di esse esprime con una motivazione l’affidamento a servizi sociali e consiste nella presa in carico del minore e nella stesura di un programma educativo con affiancamento della famiglia se le condizioni dell’ambiente familiare lo permettono. Il tribunale decide le prescrizioni alle quali il minore dovrà attenersi.
ITER : I minori giungono al Tribunale dei minori segnalati dai servizi sociali territoriali e sanitari, dalla scuola, dalla famiglia stessa; sono giovani adolescenti prevalentemente italiani che vivono in una qualche condizione di disagio, disadattamento; i comportamenti assunti da questi ragazzi sono un modo di esprimere un disagio, di comunicare un malessere e una richiesta di aiuto; tali difficoltà sono da ricondurre a disturbi neuropsichiatrici dell’età evolutiva ,
ritardo mentale, DSA, ADHD , depressione in preadolescenza/adolescenza , stress post traumatico, disturbi che determinano dispersione scolastica.
Le famiglie dei minori che giungono in tribunale sono problematiche per la maggior parte (vissuti traumatici, degrado sociale, divorziati con affido condiviso, livello basso di istruzione, disoccupazione). In udienza del tribunale sono convocati anche gli operatori territoriali che hanno preso in carica il minore. Nel caso in cui il contesto familiare risulti pregiudizievole per la salute e la sicurezza del ragazzo, quest’ultimo sempre con decreto del giudice, può essere allontanato dalla casa paterna. I servizi sociali coordinano i vari interventi e sostengono direttamente il minore, svolgendo una funzione anche di osservazione, trattamento e controllo. Può essere disposto anche il collocamento del minore in case di rieducazione o in un istituto medico-psico-pedagogico.
È importante che all’esterno del Tribunale dei minori vi siano ottime figure professionali in grado di prevenire, riconoscere e sanare queste condotte devianti, l’ideale sarebbe avere una maggiore precocità d’intervento. Osservare “buone prassi” di affiancamento, ascolto, comprensione, individuazione di segnali di rischio, invio efficace e competente consentirà di promuovere qualità ed efficienza dell’intervento, in modo da non solo prevenire, che è meglio di curare, ma anche da risparmiare sia costi sociali che inutili sofferenze umane: l’adulto delinquente infatti è un bambino al quale in passato si sono negati diagnosi e progettualità educativa individualizzata.
CAPITOLO 6: SCUOLA E BURN-OUT (CAUSE E INTERVENTI PSICOPEDAGOGICI) – LA FIGURA DELL’INSEGNANTE: la famiglia educa sempre meno e delega sempre più la scuola, cioè gli insegnanti. Questi, passando attraverso il burn-out , scivolano nella psicopatologia. È possibile stilare una sorta di identikit dell’insegnante a rischio: ha bassa autostima, è costantemente preoccupato e si sente incompreso; tende ad isolarsi, possiede una vita priva di stimoli, manifesta comportamenti ossessivo-compulsivi; è tipicamente ansioso, nevrotico, litigioso, ambizioso, ostile.
MOTIVAZIONE E COMPORTAMENTO : La motivazione può essere definita come la spinta interiore che porta l’individuo ad applicarsi con impegno; una sorta di forza interna che stimola e regola le principali azioni compiute dalla persona in relazione al bisogno(obiettivo) da soddisfare; essa è intrinseca all’individuo e non può essere indotta dall’esterno, ma solo sollecitata o più o meno alimentata.
TEORIE:
La motivazione al lavoro risulta essere un elemento protettivo nei confronti delle sindromi da stress, infatti alcune ricerche testimoniano che sono vulnerabili al burn-out gli insegnanti che hanno scelto tale professione come un ripiego,
dispendio di energia in quanto il contatto con l’utenza è più carico di emotività ed è più difficile da gestire).
Non è possibile individuare un “modello tipo” di soggetto a rischio burn-out, ma si ritiene che alcune caratteristiche possono rendere in determinate circostanze l’individuo più vulnerabile allo stress: eccessivo bisogno di aiutare gli altri, impulsività, dedizione professionale eccessiva rispetto alle soddisfazioni ottenute, ecc.
CAUSE INDIVIDUALI : si distinguono in:
degli uomini è più esteriore e viene espresso con alti livelli di depersonalizzazione;
e relazioni che non conoscono bene e non sono ancora in grado di padroneggiare, invece quelli più anziani sebbene siano più abili nel gestire la situazione lavorativa l’avanzare del tempo li può portare a uno scarso coinvolgimento e a un distacco motivazionale legato alla routine e alla noia);
personale e quindi vivono con minore conflittualità il divario tra ciò che essi desiderano essere come insegnanti e ciò che realmente sono.
CAUSE PSICOSOCIALI : sono il risultato dell’interazione tra individuo e ambiente; legate a:
specifiche (il continuo dispendio di energie fisiche e mentali può provocare non solo stanchezza ma anche un crollo della propria spinta motivazionale);
(se il rapporto è sereno ed è improntato sulla collaborazione, indirettamente aumenterà l’autostima degli insegnanti, se invece è confuso e conflittuale, costituirà ulteriore fonte di stress);
che siano meno soggetti allo stress rispetto a chi vive solo o in una famiglia in crisi; una soddisfacente vita sociale, con interessi diversi dal lavoro può essere una fonte di sostegno emotivo e di gratificazione, al contrario di chi investe tutto ciò nella sola attività lavorativa.
CAUSE STORICO SOCIALI : legate alla paura di sentirsi sempre sotto esame dai dirigenti scolastici e dai colleghi, alla paura di sentirsi giudicati e collocati in ruoli differenti anche economicamente all’interno di strutture in cui tutti erano uguali, all’enorme crescita della domanda di competenze e alla costante necessità di doversi sempre aggiornare, ecc.
L’INSEGNANTE “BRUCIATO”: la professione dell’insegnante viene definita “di aiuto” perché questi, relazionandosi con l’alunno deve mirare alla sua crescita intellettiva e psichica; il burn-out colpisce gli insegnanti quando viene a mancare in loro il coinvolgimento emotivo e il carattere relazionale di aiuto specifico della professione, finirà cosi che si distaccherà emotivamente e fisicamente dall’allievo, svolgerà un lavoro superficiale di routine oppure abbandonerà il proprio posto di lavoro.
LE CONSEGUENZE DEL BURN-OUT DELL’INSEGNANTE – SEGNI E SINTOMI: Il burn-out vissuto da un insegnante implica notevoli conseguenze negative anche per gli alunni e la stessa scuola, dal momento che il docente
esausto riduce al minimo indispensabile l’investimento delle proprie risorse professionali provocando cosi un peggioramento inevitabile della qualità dell’insegnamento stesso.
LE CONSEGUENZE DEL BURN-OUT E RIPERCUSSIONI SULL’ETA’ EVOLUTIVA: Il burn-out si propaga dagli utenti all’equipe, da un operatore all’altro, dall’equipe agli utenti: quindi lo possiamo definire coma una contagiosa malattia che non ha frontiere.
INTERVENTI PSICOPEDAGOGICI DEL BURN-OUT: In base alle condizioni di salute psicofisica in cui versano, i docenti possono essere rappresentati come tre stadi di un’unica piramide:
giudizio e critica con la conseguente esclusione sociale);
stress per tempo altrimenti la situazione può degenerare e toccare l’apice);
- STRATEGIE INDIVIDUALI : Propongono cambiamenti messi in atto dal singolo soggetto; migliorare l’autostima, organizzare il proprio tempo, mantenere interessi extraprofessionali, la decompressione (non portare i problemi della scuola in casa propria, cercando di tracciare un confine tra lavoro e ambiente familiare). - STRATEGIE ORGANIZZATIVE E ISTITUZIONALI : Riduzione del numero degli allievi per classe, gestire i comportamenti problematici degli alunni, costituire gruppi di lavoro insegnanti che aiutano il confronto e la collaborazione; formare gli insegnanti in campo pedagogico, psicologico e didattico in modo che questi riescano ad affrontare con una certa sicurezza il proprio lavoro, capacità di sapersi relazionale emotivamente con gli alunni, avviare corsi di formazione sul Burn-out. L’insegnante che riesce a condurre una vita equilibrata nell’ambito lavorativo, familiare, sociale correrà meno rischi di cadere nel Burn-out. - GESTIONE DELLO STRESS : Per gli insegnanti vittime dello stress è molto importante saper gestire e razionalizzare le proprie emozioni in modo da contenere le tensioni emotive; alcuni esempi di cattiva gestione dello stress sono: vedere gli obiettivi come obblighi, l’esagerare gli aspetti spiacevoli degli eventi quando invece non sono irrisolvibili, la bassa tolleranza alla frustrazione, la svalutazione globale di sé o degli altri(nel momento in cui non si è riusciti a raggiungere un obiettivo viene visto come un fallimento totale). - E.M.D.R. : “ Eye Movement Desensitization and Preprocessing ” è una forma di psicoterapia sviluppata per risolvere lo sviluppo di un trauma o di un’esperienza stressante. Essa utilizza i movimenti oculari o altre forme di stimolazione alternata destro/sinistra, per ristabilire l’equilibrio eccitatorio/inibitorio (necessario per elaborare l’informazione), provocando così una migliore comunicazione tra gli emisferi cerebrali. Secondo l’ EMDR c’è una componente fisiologica in ogni disturbo o disagio psicologico e la patologia è vista come un’informazione immagazzinata in modo non funzionale.
STRESS LAVORATIVO E COPING : Coping è un termine inglese che significa “modalità di fronteggiamento degli eventi”. Secondo Latack vi sono vari atteggiamenti che permettono all’individuo di esercitare un controllo sulle situazioni lavorative stressanti e il Coping si rivela la modalità più efficace ed utile nel fronteggiare i problemi, e lo distingue in due modalità:
gestione adeguata del problema;
suggeriscono un atteggiamento di fuga, di evitamento dei problemi.
CAPITOLO 7: MOBBING PRIMARIO E SECONDARIO: Con la parola Mobbing intendiamo una forma di terrore psicologico sul posto di lavoro, esercitata attraverso comportamenti aggressivi e vessatori ripetuti, da parte di colleghi o superiori (mobber), contro una “vittima” (mobbizzato). Lo scopo del soggetto che esercita Mobbing è quello di escludere una persona che è ritenuta o divenuta in qualche modo scomoda, attaccandola psicologicamente e
MOBBING ED IMPATTO SULL’ETA’ EVOLUTIVA : La famiglia è un contesto che può essere più o meno ottimale. Le forme attraverso le quali si manifestano in famiglia gli effetti “secondari” del Mobbing sono molteplici. Nella famiglia il dialogo e l’ascolto, ma soprattutto il confronto, rappresentano un mezzo fondamentale per creare quel senso di fiducia, quei sentimenti di affetto e di appartenenza che i figli ricercano nei genitori. Fra le ripercussioni più comuni che un genitore vittima di Mobbing può riportare nel contesto familiare c’è la compromissione di queste dinamiche, causata da una serie di comportamenti che generano un clima di costante freddezza (specialmente nella diade genitore-figlio) che si alterna con accesi e violenti conflitti verbali. Il bambino, non in grado di comprendere le disattenzioni o la non disponibilità del genitore verso di lui, avrà come prima difesa l’isolamento. I bambini sono i maggiormente colpiti dagli effetti del Mobbing Secondario. Le piccole vittime di questo fenomeno sono tutte accomunate da gravi carenze nelle relazioni con le figure genitoriali, da un’immagine negativa di Sé, da sfiducia, incertezza e fragilità emotiva.
Si possono presentare disturbi come disturbi specifici dell’apprendimento, del linguaggio, dell’evacuazione (enuresi), dell’umore, d’ansia, ecc. È importante individuare subito la presenza di segnali patologici nello sviluppo della prole. Un intervento tempestivo psicologico impedisce che il disturbo interferisca con lo sviluppo cognitivo, relazionale e affettivo del soggetto. La prevenzione primaria ha particolare importanza perché ogni intervento terapeutico può essere individuato prima, e non soltanto in concomitanza con il manifestarsi del disagio o peggio, all’insorgere del sintomo. Molto importanti sono le terapie comportamentali: l’applicazione di tecniche volte ad aiutare i soggetti a modificare condotte e aspetti del proprio comportamento che procurano disagi (es. disturbi alimentari, controllo degli sfinteri, ecc.). In questi casi la modificazione dei comportamenti potrebbe portare ad un alleviamento o scomparsa del disturbo stesso.
CAPITOLO 8: PERCORSI EDUCATIVI E RESPONSABILITA’ PROFESSIONALE PER LE PROFESSIONI DELL’ETA’ EVOLUTIVA: Il percorso educativo in età evolutiva impegna più professionisti che incidono sullo sviluppo maturativo della Personalità. Sapere, Saper Fare, Saper Essere e Saper Divenire, divengono strumenti professionali preziosi, trasmissibili attraverso il coinvolgimento diretto. Nell’attuale panoramica di evoluzione sociale, si sta delineando una nuova categoria di interessi nella rivendicazione del danno alla Persona: la Responsabilità professionale.
Inizialmente si diceva che l ’educatore fosse colui dedito all’istruzione e al governo dei fanciulli, colui che conduceva fuori le potenzialità del minore e le sapeva indirizzare; solo con l’ultimo secolo la sua figura ha assunto una competenza sempre maggiore:
L’educatore di sostegno, quando è pienamente inserito nell’organizzazione della scuola, può svolgere la sua azione non solo con il minore disabile, ma la esplica anche nel lavoro con la classe, fungendo da mediatore della realtà dell’alunno con handicap e i compagni.
L’assistente sociale , invece, opera nell’ambito dei servizi sociali e sociosanitari. Compito principale dell’assistente sociale è quello di individuare casi di vulnerabilità e bisogno nella popolazione di una data area territoriale o sociale e di intervenire per la loro soluzione predisponendo gli interventi più idonei ed utilizzando le risorse istituzionali e comuni. Ha anche la funzione di consulenza socioassistenziale, per i soggetti più vulnerabili, come anziani, minori, persone affette da grave handicap psico-fisico, tossicodipendenti, malati mentali, ecc.
RESPONSABILITA’ GIURIDICA DELL’INSEGNANTE : È essenzialmente disciplinata dall’art.61 della L. 312/1980 ; l’ultimo comma prevede la responsabilità civile diretta dell’amministrazione scolastica, la quale esercita il diritto di rivalsa nei confronti dell’insegnante, che abbia tenuto comportamento colposo o doloso nella causazione del danno. I genitori e gli insegnanti hanno l’obbligo di vigilare sui soggetti sottoposti alla loro tutela: il mancato adempimento concorre al compimento del danno commesso dal minore o dall’alunno. Nello specifico e secondo il codice penale, il dolo o la colpa sono l’elemento psicologico essenziale del fatto illecito: è doloso l’evento dannoso o
pericoloso, risultato dall’azione od omissione, voluto e preveduto dal soggetto; è colposo invece l’evento che, anche preveduto o non voluto dal soggetto, si verifica a causa di negligenza, imprudenza, inosservanza di regole. Nelle ipotesi di dolo o colpa grave dell’insegnante, l’amministrazione scolastica, qualora sia stata condannata al risarcimento dei danni in favore del danneggiato, si deve rivalere nei confronti del medesimo insegnante, dinanzi alla corte dei conti.
Non può esistere una responsabilità se non vi sia una colpa. C’è da dire però che l’affidamento del minore alla custodia di terzi(insegnanti) solleva il genitore dalla presunzione di culpa in vigilando, ma non dalla culpa in educando (devono dimostrare di aver fatto tutto il possibile per impartire al minore stesso un’adeguata e responsabile educazione). I docenti rispondono in tutti i casi in cui i singoli alunni o gruppi di alunni, provenienti anche da classe diverse, sono ad essi espressamente affidati per svolgere attività curriculare o extra-curriculare. Il minore capace di intendere e di volere potrebbe essere ritenuto responsabile in modo esclusivo del fatto illecito, qualora in base alla maturità psico-fisica raggiunta, fosse ritenuto in grado di badare a sé stesso. Nel procedimento civile l’insegnante non è parte (l’azione risarcitoria va’ promossa nei confronti della P.A. che è la sola legittimata passiva); perciò, egli non partecipa ad un processo in cui si decide sulla sussistenza o meno della responsabilità della P.A. che ha come suo presupposto la colpa dell’insegnante.
CAPITOLO 9: BUONE PRASSI NELL’ALLEANZA TRA FAMIGLIA E SCUOLA: La presa in carico affettiva nei confronti della prole da parte di un adulto significativo comincia con l’attenzione materna rappresentata dalla permanenza dello sguardo diretto alla nascita, si attiva al livello limbico un sistema di riconoscimento psico-neuro- trasmettitoriale e da quel momento quella donna riconoscerà quel bimbo come prole riservando accudimento e protezione; importanza dello sguardo materno; si è dimostrato che madri che non hanno guardato negli occhi i figli alla nascita hanno più rischio nella possibilità di commettere in un futuro infanticidio e/o maltrattamento fisico.
Il bambino può sentirsi oggetto di attenzione, quindi di amorevolezza e comprensione da parte dell’adulto significativo dotato di autorevolezza genitoriale; se invece qualcosa non funziona si sente non accettato, rifiutato e questo abbatterà l’autostima del bambino, ciò potrà incidere nella strutturazione evolutiva e sfociare in un disturbo oppositivo- provocatorio. Infatti, senza un affiancamento pedagogico adeguato il bambino potrà sfociare in atteggiamenti come il bullismo per i maschi e una competizione estetica di iperseduttività per le bambine per garantire controllo nella gerarchia sociale e manipolazione attraverso il ricatto seduttivo intersessuale.
Un bambino quindi è una persona unica, irripetibile, importante, meravigliosa, degna di tutto l’amore possibile, fragile, bisognosa di sostegno, di aiuto e di una guida certa. Per tale ragione è importante che vi sia:
alla vita, a valide relazioni interpersonali, rispetto reciproco, rispetto della diversità;
bambini che conosce, coinvolge, stimola, richiama, loda, per la crescita sempre migliore come persona.
Le Istituzioni scolastiche sono invitate ad offrire al bambino ambienti educativi più idonei possibili al raggiungimento degli obiettivi prefissati con attrezzature all’avanguardia e docenti preparati;
I due piloni della nostra società, scuola e genitori, attualmente purtroppo non sempre sono ambienti sani, preparati e adeguati ad affrontare e risolvere i problemi della crescita dei bambini, della loro formazione e del loro corretto inserimento nella società del domani. È importante insegnare al bambino che “la propria libertà finisce quando inizia quella di qualcun altro”, nelle varie generazioni si è diffuso infatti l’errato concetto del “siccome sono libero posso fare
ulteriore disagio);
loro”);
Spesso i problemi dell’educazione sono sottovalutati e passano in secondo piano soprattutto da quei genitori che accusano tutti tranne che loro stessi; la scuola può tamponare sbagli familiari creando un ambiente sano, gestito da persone di qualità, preparate per dare risposte concrete perché nessun genitore trascorre tanto tempo con i figli come gli insegnanti.
Rischi possibili nella scuola primaria :
specialisti vari;
genitori di bambini in difficoltà, difficoltà di leadership di fronte alla classe.
Una buona scuola dovrebbe fornire servizi di alta qualità con: proposte educative di notevole livello; un regolamento e un organizzazione valida, coinvolgente e rispettata; una grande empatia famiglia-scuola ;un corpo docente preparato e costantemente aggiornato; un coinvolgimento dei genitori negli organi collegiali al fine di renderli partecipi di tutte le iniziative atte a migliorare l’ambiente educativo; ampia disponibilità degli ambienti scolastici per attività integrative pomeridiane, atte a offrire possibilità di crescita, di relazioni, di integrazione, di sano divertimento con l’attenzione di chi si assume l’onere di gestire nel migliore dei modi il personale e gli ambienti, coinvolgendo e responsabilizzando costruttivamente i ragazzi.
APPENDICE: In ambito nazionale : I più recenti studi condotti nel nostro contesto nazionale fanno riferimento al modello strutturale proposto da Maslach, Leiter e Schaufeli che ha il merito non solo di aver ampliato la prospettiva di studio del burn-out dall’individuo al contesto lavorativo ma anche quello di aver formulato un modello causale che si basa sullo studio delle dinamiche di adattamento reciproco tra la persona e i sei domini del proprio ambiente lavorativo(carico di lavoro, senso di controllo, riconoscimento, senso comunità, equità-giustizia, valori).
Lo studio Getsemani ha evidenziato, nelle statistiche, che i docenti italiani risultano essere sensibilmente più soggetti a patologie di tipo psichiatrico rispetto ad altre categorie di lavori del pubblico impiego; emerge una discrepanza conflittuale tra il proprio Sé reale (ciò che siamo e come veniamo percepiti dagli altri) ed il proprio Sé ideale (ciò che vorremmo essere). Lo studio Golgota ha evidenziato che la sindrome dà luogo a patologie psicologiche di tipo fisiologico, tra le quali neoplasie; in particolare, tra le patologie psichiatriche rilevate negli insegnati, i disturbi dell’umore e i disturbi di ansia rappresentano il 71,5% delle patologie più conclamate.
In ambito internazionale : in Francia il tasso di suicidi tra gli insegnanti è altissimo; in Giappone sono in notevole aumento le assenze per malattie psichiche; in Germania e Regno Unito sempre più docenti ottengono il prepensionamento per analoga diagnosi. La Francia ha emanato una serie di strategie pratiche per prevenire i disagi lavorativi (tra cui la formazione pluridisciplinare rivolta a docenti, dirigenti scolastici e medici); inoltre è stato costituito” La Verriere ”, un istituto per maestre e professori affetti da patologie psichiatriche, insegnanti “bruciati”