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Sintesi vita, pensiero, opere di Catullo e analisi dei singoli componimenti
Tipologia: Dispense
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Gaio Valerio Catullo (^2)
monimenta magni,/ Gallicum Rhenum horribile aequor/ ultimosque Britannos... ", " quod Comata Gallia/ habebat uncti et ultima Britannia? "), i tumulti fomentati da Clodio, comandante dei populares, fratello della sua celebre amante Lesbia ed acerrimo nemico di w:Marco Tullio Cicerone, che verrà da lui spedito in esilio nel 58 a.C. ma poi richiamato, i patti di Lucca ed il secondo consolato di Pompeo. Una nota da sottolineare è il Carme 52 dove, per usare le parole di Alfonso Traina, " il disprezzo della vita politica si fa disprezzo per la vita stessa ":
( LA )
emori? sella in curuli struma Nonius sedet, per consulatum peierat Vatinius:
( IT )
Sulla sedia curule siede Nonio lo scrofoloso, per il consolato spergiura Vatinio:
(Carme 52)
Il poeta Catullo legge uno dei suoi scritti agli amici, da un dipinto di Stefano Bakalovich.
Catullo è uno dei più noti rappresentanti della scuola dei neoteroi (cioè "poeti nuovi"), i quali si richiamavano direttamente al poeta greco Callimaco, il quale creò un nuovo stile poetico che rappresenta una netta censura verso la poesia epica di tradizione omerica. Sia Callimaco che Catullo, infatti, non descrivono le gesta degli antichi eroi o degli dei (eccezion fatta, forse, per i carmina 63 e 64) ma si concentrano su tematiche legate ad episodi semplici e quotidiani. Da questa matrice callimachea accresce anche il gusto per la poesia breve, erudita e stilisticamente perfetta. Si sviluppano, originari dell'alessandrinismo e nati da poeti greci come Callimaco, Teocrito, Asclepiade, Fileta di Cos ed Arato, generi quali l'epillio, l'elegia erotico-mitologica, l'epigramma, che più sono apprezzati e ricalcati dai poeti latini.
Catullo stesso definì il suo libro expolitum (cioè "levigato") a riprova del fatto che i suoi versi sono particolarmente elaborati e curati. Inoltre, al contrario della poesia epica, l'opera catulliana intende evocare sentimenti ed emozioni profonde nel lettore. Catullo apprezzava molto anche la poetessa greca Saffo, vissuta nel VI secolo a.C.: del resto, gli stessi carmina del poeta romano costituiscono una fonte grazie alla quale è possibile conoscere l'opera della poetessa greca. In particolare, il carmen catulliano numero 51 è una traduzione della poesia 31 di Saffo, mentre i carmina 61 e 62 sono con tutta probabilità ispirati a lavori perduti della poetessa di Lesbo. Questi ultimi due componimenti sono degli epitalami , cioè poesie d'amore dedicate al matrimonio. Saffo, del resto, era molto famosa per i suoi epitalami (questa forma poetica, tuttavia, cadde poi in disuso nei secoli successivi). Catullo, inoltre, recuperò e diffuse a Roma un particolare tipo di metro detto "strofe saffica", molto usato da Saffo.
Gaio Valerio Catullo (^3)
[1] Secondo un'indicazione di Apuleio nell' Apologia, 10 , la donna a cui si riferisce Catullo rimase vedova nel 59 a.C. di Quinto Metello Celere. Tuttora questa informazione viene considerata vera.
Il Liber di Catullo (o Carmina ) è una raccolta di poesie del poeta romano Gaio Valerio Catullo.
Raccolta dei carmi di Catullo in un'edizione del 1889. Anche Giacomo Leopardi e Ugo Foscolo furono grandi estimatori del poeta.
Il Liber consta di 116 carmi divisi in tre sezioni:
Il Liber (^5)
{{quote|Dobbiamo, mia Lesbia, vivere e amare, e i commenti dei vecchi troppo severi valutarli tutti come fossero nulla|[[|Carme 5|Vivamus, mea Lesbia, atque amemus, Rumoresque senum severiorum Omnes unius aestimemus assis.|lingua=la}}
Catullo compone i suoi carmi con grande consapevolezza artistica, ma ciò nonostante conferisce loro forte spontaneità e immediatezza espressiva.[1] In ottemperanza al criterio callimacheo della poikilia ( varietas in latino, varietà, intesa tanto in senso tematico e metrico quanto linguistico),[1]^ Catullo fa uso nella sua opera di più registri linguistici diversi, che fonde assieme per creare una lingua letteraria che comprenda tanto forme colte e dotte quanto forme "volgari", proprie del sermo familiaris .[2][3][4]^ Di conseguenza, anche il lessico appare particolarmente ampio, tanto da accogliere assieme forme oscene e volgari,[5][6]^ diminutivi,[7]^ grecismi,[8]^ interiezioni,[9]^ onomatopee[10][11]^ ed espressioni idiomatiche o proverbiali.[12][13]^ La sintassi è prevalentemente semplice e paratattica, e richiama le strutture della lingua parlata; si segnalano, in particolare, l'uso del partitivo in dipendenza da pronomi o aggettivi neutri singolari o da avverbi; il congiuntivo esortativo alla seconda persona adoperato con valore di imperativo; l'uso dell'indicativo nella proposizione interrogativa indiretta, normalmente costruita con il congiuntivo; il pronome neutro in funzione predicativa retto dal verbo essere.[4] La costruzione e la scelta del lessico non sono però frutto del caso: Catullo seleziona attentamente, stilizzandoli, gli elementi del linguaggio quotidiano e familiare, e li rielabora, mantenendone intatta l'espressività, alla luce del suo fine gusto letterario. Egli non è, d'altro canto, il primo a fare uso del linguaggio parlato in letteratura: lo stesso procedimento si era verificato in Grecia già a partire dalla lirica arcaica, mentre a Roma le forme del linguaggio quotidiano erano caratteristiche del genere comico, ma erano presenti anche nelle Satire di Gaio Lucilio.[14][15][4] La forte capacità espressiva ed emotiva dell'opera catulliana è testimoniata da alcuni stilemi ricorrenti, come le forme dialogiche, le allocuzioni, le iterazioni, gli incipit ex abrupto ,[16][17]^ le metafore,[18]^ i diminutivi,[19][20][21][22][23][24][25]^ gli aggettivi possessivi uniti ai nomi propri.[26]^ Con l'intento di creare un effetto di marcato contrasto, Catullo affianca a tali elementi del linguaggio colloquiale alcune forme e usi propri del linguaggio letterario, come le allusioni, tipiche della letteratura alessandrina, gli epiteti di stampo epico, spesso ricalcati dal greco,[27][28][29]^ gli arcaismi ispirati al linguaggio di Omero ed Ennio.[30][31][4] Il fine gusto letterario catulliano interviene anche al livello compositivo, e definisce nei carmi una struttura retorica elaborata ed equilibrata, basata su simmetrie, antitesi, parallelismi]], riprese e Ringkomposition. Tale precisa architettura stilistica è però efficacemente dissimulata, in modo tale da conferire ai carmi un senso di grande immediatezza e potenza espressiva.[4] I componimenti brevi, nugae ed epigrammi, non presentano differenze di grande riliveo, sotto il profilo della lingua e dello stile, rispetto ai carmina docta , anche se in questi lo stile appare più elaborato e dotto, particolarmente ricco di riferimenti allusivi, arcaismi[32]^ e grecismi. Appaiono infatti in essi particolarmente forti gli influssi della poetica di Ennio, dell'epica e della tragedia arcaica in campo latino, ma soprattutto dei poeti ellenistici in campo greco. Non mancano, tuttavia, elementi afferenti al linguaggio colloquiale, in particolare i diminutivi.[33][34][35]^ Tale esempio, in cui l'umanizzazione del mito operata in ambito alessandrino arriva alla fusione tra la vicenda biografica personale e quella mitologica, è alla base dell'elegia di età augustea.[36]
Il Liber (^6)
[1] Pontiggia; Grandi, op. cit. , p. 45. [2] III, vv. 14-15. [3] V, vv. 7, 13. [4] Pontiggia; Grandi, op. cit. , p. 46. [5] XXXVI, vv. 1, 20. [6] LVIII, v. 5. [7] IV, vv. 4, 17. [8] XI, v. 17. [9] I, v. 7. [10] III, v. 10. [11] LXI, v. 13 [12] III, v. 5. [13] XIV, v. 1 [14] III, v. 7. [15] VIII, v. 14. [16] I, v. 1. [17] V, v. 1. [18] XIII, v. 8. [19] III, vv. 16-18. [20] VIII, v. 18. [21] XXX, v. 2. [22] XXXI, v. 2. [23] L, v. 19. [24] LVII, v. 7. [25] LXV, v. 6. [26] XIII, v. 1. [27] VII, v. 3. [28] XI, v. 3. [29] XXXI, v. 13. [30] XI, v. 14. [31] XI, vv. 5-6. [32] LXI, vv. 42, 75. [33] LXI, v. 193. [34] LXV, v. 6. [35] LXVI, v. 16. [36] Pontiggia; Grandi, op. cit. , p. 47.
Carme 2 (^8)
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( LA )
Lugete, o Veneres Cupidinesque Et quantum est hominum uenustiorum! Passer mortuus est meae puellae, Passer, deliciae meae puellae, Quem plus illa oculis suis amabat; Nam mellitus erat, suamque norat Ipsa tam bene quam puella matrem, Nec sese a gremio illius movebat, Sed circumsiliens modo huc modo illuc Ad solam dominam usque pipiabat. Qui nunc it per iter tenebricosum Illuc unde negant redire quemquam. At uobis male sit, malae tenebrae Orci, quae omnia bella deuoratis; Tam bellum mihi passerem abstulistis. O factum male! io miselle passer! Tua nunc opera meae puellae Flendo turgiduli rubent ocelli.
( IT )
(Fonte: → Wikisource )
Carme 3 (^9)
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( LA ) ( IT )
Carme 5 (^11)
Vivamus, mea Lesbia, atque amemus (dal latino: "viviamo, mia Lesbia, e amiamoci") è l 'incipit del quinto dei Carmina di Catullo, nonché il primo verso del carme, e viene usato come titolo della poesia stessa. I personaggi della poesia sono il poeta e Lesbia; il tempo è il I secolo a.C., il luogo è la Roma del I secolo a.C.
( LA )
Vivamus, mea Lesbia, atque amemus Rumoresque senum severiorum Omnes unius aestimemus assis. Soles occidere et redire possunt: nobis cum semel occidit brevis lux, nox est perpetua una dormienda. Da mihi basia mille, deinde centum, dein mille altera, dein secunda centum deinde usque altera mille, deinde centum. Dein, cum milia multa fecerimus, conturbabimus illa, ne sciamus, aut nequis malus invidere possit, cum tantum sciat esse basiorum.
( IT )
Viviamo, mia Lesbia, e amiamoci e ogni mormorio perfido dei vecchi valga per noi la più vile moneta. Il giorno può morire e poi risorgere, ma quando muore il nostro breve giorno, una notte infinita dormiremo. Tu dammi mille baci, e quindi cento, poi dammene altri mille, e quindi cento, quindi mille continui, e quindi cento. E quando poi saranno mille e mille nasconderemo il loro vero numero, che non getti il malocchio l'invidioso per un numero di baci così alto.
(Fonte: → Wikisource )
Carme 5 (^12)
La poesia inizia con il celebre verso: «Vivamus, mea Lesbia, atque amemus», che invita a vivere e ad amare, prosegue con il consiglio di non stimare molto le lamentele dei vecchi troppo moralisti e arcigni che borbottano, criticano e malignano, continua affermando che nella natura il sole tramonta e poi risorge, ma quando sarà tramontata la nostra troppo breve luce (la nostra vita) dovremo dormire una notte perpetua. E si conclude con l'invocazione del poeta alla sua donna amata di dargli mille baci e poi ancora cento e poi ancora altri mille e poi cento e alla fine altereranno il totale dei baci sia per non sapere il numero finale, sia per distogliere qualche invidioso che potrebbe portare male qualora sapesse che esiste una tale infinità di baci.
La poesia è senz'altro un inno all'amore, inteso sia come sentimento affettivo, sia come piacere sessuale erotico, ma soprattutto è una esaltazione a godere la vita, data la sua brevità a confronto con l'eternità della morte. L'amore è inteso come terapia e come catarsi dalle malignità degli invidiosi che possono lanciare i loro malefìci e dei vecchi troppo severi o troppo moralisti, che criticano i giochi gioiosi dell'amore dei giovani. L'amore è universalmente riconosciuto un sentimento che crea allegria, che genera felicità, abnegazione e oblazione. Anche l'amore fisico sapientemente vissuto crea piacere e rende all'anima un dolce e piacevole equilibrio affettivo che è alla base del percepire la vita come bella e degna di essere vissuta. Questo tema era già molto famoso nella letteratura greca e latina. Catullo lo riprende da Omero e Mimnermo; sarà il tramite per Orazio con il suo famoso Carpe diem , per Varrone che così scrive: «Properate vivere, puerae, quas sinit aetatula ludere, esse, amare» che significa: affrettatevi a godervi la vita, o fanciulle, cui l'età giovanile concede di scherzare, mangiare e amare; e per Virgilio che così scrive: «mors aurem vellens "vivite" -ait- "venio"» che significa: la morte tirando l'orecchio dice: "spassatevela, sto per arrivare". Non c'è dubbio che l'amore descritto nella poesia derivi dalla cultura degli epicurei e dei cirenaici, ma è altrettanto indubbio che esso è inteso nel modo più pulito e più casto, che non debba scadere nell'amore turpe e sconcio dei pornografici e che deve essere vissuto e goduto tra i giovani in modo aperto e con pudore. Senza dubbio la vita senza l'amore diventa vuota, tediosa, insipida, incolore, insapore, dura, fredda, mentre l'amore la rende calda, saporita, bella, avvincente, colorata, emozionante, L'amore dà un senso alla vita e le toglie la depressione e la solitudine che sono due vere malattie dell'anima e dell'esistenza. A prescindere se dopo la vita terrena ci sia un'altra vita, più beata o infernale, è altrettanto vero che finché si sta su questa terra l'amore costituisce una forza insopprimibile e travolgente, una forza primigenia e fondamentale che dà senso alla vita; senza l'amore si cadrebbe facilmente e precocemente nelle braccia della morte. L'amore è corrente libidica, è l'eros che lotta contro Thanatos, la morte, la quale altrimenti avrebbe una vittoria facile sulla vita.
Il messaggio della poesia è l'invito del poeta a godere la vita prima che essa finisca e dopo la quale gli uomini debbono entrare nell'interminabile notte della morte. L'amore rende piacevole la vita; ma l'invito edonistico non è un abbandonarsi alle sfrenate passioni della libidine, bensì è un invito a vivere una vita intensa d'amore giovanile ed erotico, come chiarisce meglio il carme VIII che dice: «Brillarono un tempo per te giornate radiose/ quando sovente venivi agli incontri che la ragazza fissava,/ amata da me quanto non s'amerà nessuna. Là si svolgevano giochi gioiosi d'amore senza mai fine, e tu dicevi sì e lei non diceva no. Splendevano, una volta, candidi soli». Ma l'amore non dura in eterno e allora Catullo dice a se stesso di prendere atto, nel carme VIII, che essa non ci sta più e quindi: «Disperato Catullo, falla finita con le tue follie; ciò che è perduto, come perduto consideralo. Non cercarla se sfugge; e non vivere da disperato, ma con ostinazione sopporta, tieni duro. Cara ragazza addio. Alla fine Catullo è fermo, non ti cercherà più, non ti implorerà più, tanto non vuoi, ma ti pentirai, quando nessuno più t'implorerà...».
Carme 6 (^14)
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( LA )
Quaeris, quot mihi basiationes Tuae, Lesbia, sint satis superque. Quam magnus numerus Libyssae harenae Lasarpiciferis iacet Cyrenis, Oraclum Iouis inter aestuosi Et Batti ueteris sacrum sepulcrum, Aut quam sidera multa, cum tacet nox, Furtiuos hominum uident amores, Tam te basia multa basiare Vesano satis et super Catullo est, Quae nec pernumerare curiosi Possint nec mala fascinare lingua.
( IT )
(Fonte: → Wikisource )
Carme 7 (^15)
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( LA )
Miser Catulle, desinas ineptire, Et quod uides perisse perditum ducas. Fulsere quondam candidi tibi soles, Cum uentitabas quo puella ducebat Amata nobis quantum amabitur nulla. Ibi illa multa cum iocosa fiebant, Quae tu uolebas nec puella nolebat. Fulsere uere candidi tibi soles. Nunc iam illa non uult: tu quoque inpotens, noli, Nec quae fugit sectare, nec miser uiue, Sed obstinata mente perfer, obdura. Vale, puella! iam Catullus obdurat, Nec te requiret nec rogabit inuitam: At tu dolebis, cum rogaberis nulla. Scelesta, uae te! quae tibi manet vita! Quis nunc te adibit? cui uideberis bella? Quem nunc amabis? cuius esse diceris? Quem basiabis? cui labella mordebis? At tu, Catulle, destinatus obdura.
( IT )
(Fonte: → Wikisource )