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Che cos'è una lingua- Tullio de mauro, Sintesi del corso di Semiotica

Riassunto del libro di Tullio de mauro

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

Caricato il 04/05/2020

tatyanavaccaro
tatyanavaccaro 🇮🇹

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CHE COS’E’ UNA LINGUA?
di Tullio De Mauro
In principio c’era la parola? No, non dal punto di vista della vita individuale,
dell’ontogenesi, né dal punto di vista della filogenesi.
1. Per quanto riguarda l’ontogenesi, cioè l’acquisizione individuale delle capacità
linguistiche, gli studi dimostrano che già nel corso delle prime 36 ore di vita il
bambino/a è in grado di: riconoscere la voce della madre che parla la prima
lingua del bambino; riconoscere anche la lingua di estranei che parlano la
prima lingua del bambino e riconoscere dopo anche la voce della madre
quando parla una lingua diversa dalla prima.
Naturalmente il piccolo è lontano dal livello in cui può dirsi che “conosce la lingua”,
ma comincia proprio dal riconoscimento globale di queste a orientarsi nel
complesso del lavoro dei mesi seguenti, in cui si intrecciano le capacità di stabilire e
differenziare rapporti affettivi e relazioni con le diverse persone e lo sviluppo delle
capacità di individuare le realizzazioni di una lingua, la lingua materna tra le altre
lingue.
Una delle bussole di orientamento per i bambini è 1) la discriminazione tattile, il
contatto fondamentale della sua bocca e del corpo della madre e comunque di chi
parla la lingua madre e lo nutre e sostiene. 2) la discriminazione uditiva, ovvero
l’ascolto ciò che diciamo ricezione. 3) periodo della lallazione, ovvero il bambino
dopo alcuni mesi inizia a fare una specie di esercizi vocali privi di senso che sfociano
nella produzione di fonie sia pertinenti alla lingua madre sia del tutto estranee.
4) al periodo della lallazione, all’incirca dopo sei mesi succede all’improvviso il
silenzio, dove inizia il suo periodo di apprendimento, ora lavora d’analisi, lui qui
inizia a distinguere l’unità di suono e senso. Pian piano emerge la parola, ma
ricordiamo che il bambino dimenticherà la varietà di fonie dei primi mesi e si
orienterà verso le realizzazioni dei fonemi della lingua prima. L’affetto, le attenzioni,
le interazioni con l’ambiente, la comprensione guidano sulla via del linguaggio. Solo
dopo viene la parola. Come sappiamo da tempo, se questi fattori mancano,
l’empowerment linguistico tarda. E se mancanze e ritardi si prolungano oltre i sei,
sette e otto anni i bambini non impareranno più a parlare. Ma ciò che avviene
all’interno di quella soglia è legato anche a fattori biologici, sociali, culturali, affettivi
che devono operare affinché avvenga il processo di acquisizione.
2. La parola non è in principio neppure dal punto di vista della filogenesi. Su
questi aspetti il campo della genesi è diviso. Dai tempi di Aristotele ed
Epicuro, siamo convinti che l’acquisizione della capacità d’uso delle parole,
frasi, lingue è iscritta nella natura, cioè nel codice genetico degli esseri umani.
Questa acquisizione appare come il risultato di un processo. Molto discussa è
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CHE COS’E’ UNA LINGUA?

di Tullio De Mauro

In principio c’era la parola? No, non dal punto di vista della vita individuale, dell’ontogenesi, né dal punto di vista della filogenesi.

  1. Per quanto riguarda l’ontogenesi, cioè l’acquisizione individuale delle capacità linguistiche, gli studi dimostrano che già nel corso delle prime 36 ore di vita il bambino/a è in grado di: riconoscere la voce della madre che parla la prima lingua del bambino; riconoscere anche la lingua di estranei che parlano la prima lingua del bambino e riconoscere dopo anche la voce della madre quando parla una lingua diversa dalla prima. Naturalmente il piccolo è lontano dal livello in cui può dirsi che “conosce la lingua”, ma comincia proprio dal riconoscimento globale di queste a orientarsi nel complesso del lavoro dei mesi seguenti, in cui si intrecciano le capacità di stabilire e differenziare rapporti affettivi e relazioni con le diverse persone e lo sviluppo delle capacità di individuare le realizzazioni di una lingua, la lingua materna tra le altre lingue. Una delle bussole di orientamento per i bambini è 1) la discriminazione tattile, il contatto fondamentale della sua bocca e del corpo della madre e comunque di chi parla la lingua madre e lo nutre e sostiene. 2) la discriminazione uditiva, ovvero l’ascolto ciò che diciamo ricezione. 3) periodo della lallazione, ovvero il bambino dopo alcuni mesi inizia a fare una specie di esercizi vocali privi di senso che sfociano nella produzione di fonie sia pertinenti alla lingua madre sia del tutto estranee.
  1. al periodo della lallazione, all’incirca dopo sei mesi succede all’improvviso il silenzio, dove inizia il suo periodo di apprendimento, ora lavora d’analisi, lui qui inizia a distinguere l’unità di suono e senso. Pian piano emerge la parola, ma ricordiamo che il bambino dimenticherà la varietà di fonie dei primi mesi e si orienterà verso le realizzazioni dei fonemi della lingua prima. L’affetto, le attenzioni, le interazioni con l’ambiente, la comprensione guidano sulla via del linguaggio. Solo dopo viene la parola. Come sappiamo da tempo, se questi fattori mancano, l’empowerment linguistico tarda. E se mancanze e ritardi si prolungano oltre i sei, sette e otto anni i bambini non impareranno più a parlare. Ma ciò che avviene all’interno di quella soglia è legato anche a fattori biologici, sociali, culturali, affettivi che devono operare affinché avvenga il processo di acquisizione.
  1. La parola non è in principio neppure dal punto di vista della filogenesi. Su questi aspetti il campo della genesi è diviso. Dai tempi di Aristotele ed Epicuro, siamo convinti che l’acquisizione della capacità d’uso delle parole, frasi, lingue è iscritta nella natura, cioè nel codice genetico degli esseri umani. Questa acquisizione appare come il risultato di un processo. Molto discussa è

l’apparizione delle capacità d’uso di parole e lingue analoghe a quelle che conosciamo oggi. Infatti proprio per questo il campo è diviso in due parti:  Da un lato i fautori della datazione bassa. Philip Lieberman affermava che l’apparizione del linguaggio avvenne -50 mila, - mila anni fa. I paleontologi ci affermano che l’Homo Sapiens Neandertalensisi aveva la laringe alta, sicché il cavo orale era limitato, come oggi nei neonati fino a 6 mesi. L’abbassamento della laringe avvenne poi con l’Homo Sapiens Sapiens, si pensa che i Neanderthal insomma latravano e non parlavano.  Dal lato opposto vi erano i fautori della datazione alta. Andrè Leroi-Gourhan, maestro francese della paleontologia, si è impegnato in una ricostruzione sistematica delle tecniche e delle culture della preistoria più remota. Egli afferma che assai prima di Homo Sapiens Sapiens, almeno un milione di anni prima, l’organizzazione sociale e produttiva dei gruppi umani imponevano il ricorso a segnali che rinviassero a segnali e tempi futuri, a luoghi e oggetti lontani, a segnali e segni capaci di dilatare i loro significati fino a includere nuovi sensi, ricchi insomma di quelle caratteristiche semantiche che sono proprie delle parole e delle frasi delle nostre lingue. Nel 2003 il mondo degli studi ha portato a una contrapposizione dei punti di vista e questo grazie a un lungo saggio scritto da Noam Chomsky con un etologo e un neuro biologo. In essa si nega che la laringe alta sia un ostacolo insuperabile per la fonazione duttile, infatti Chomsky afferma e sottoscrive che la capacità linguistica umana rappresenta lo sviluppo delle capacità comunicative di altre specie evolutivamente anteriori. Ma ricordiamo anche che l’Homo Trilliensis a -80.000 anni fa era capace di suonare il flauto e, dunque risulta in possesso di un fine apparato uditivo e di una sensibilità melodica. Cento e più anni fa Charles S. Pierce e Ferdinand de Saussure riutilizzarono indipendentemente dei termini usati nella diagnosi medica, ma già usati nel Sei e Settecento nella sfera dell’esprimersi: semiotics e sémiologie. Quello che si voleva predire con questi due termini doveva essere una scienza generale del comunicare e dei codici che lo regolano, entro cui collocare i fenomeni del linguaggio verbale. Questa prospettiva ha cominciato a concretizzarsi a partire dalla seconda metà del Novecento lungo due direzioni:

  1. La prima, è la linea delle ricerche del danese Louis Hjelmslev, del belga Eric Buyssens, dell’argentino Luis Prieto, proseguite e sistemate nel Trattato di semiotica di Umberto Eco: è lo studio delle forme anche non verbali della comunicazione umana, linguaggi gestuali, iconici e simbolici.

soffermava anche su un carattere, che si riflette sul linguaggio articolato : la articolatezza, ossia la segmentabilità, combinatorietà e sintatticità dei segni linguistici. Certamente in gran parte le espressioni di una lingua risultano in prima istanza segmentabili in parti minori (ciò che oggi la linguistica chiama morfi ) che la articolano e la compongono. Nella realizzazione fonica e nella percezione uditiva dei segni linguistici vi sono elementi importanti, come il profilo prosodico degli enunziati o la loro relazione nel contesto, che operano globalmente e non in quanto distinguibili in unità formali discrete (quello che definiamo segmentabili); e le interiezioni, mal rappresentate nelle scritture, sfuggono alle norme articolatorie previste in generale nelle lingue, eppure sono lingua e sono espressioni e forme significative. In altri linguaggi sia non umani, come alcuni codici di altre specie, dalle api ai cetacei, sia postlinguistici, costruiti cioè a partire dalle lingue storico-naturali, per fissarne la regolazione, come sono i computi numerici, i calcoli aritmetici, le cifrazioni etc. Dall’età ellenistica in poi nel mondo mediterraneo la frequenza e l’estensione delle interazioni fra popoli e ceti colti portò al centro dell’attenzione intellettuale la variabilità geografico-culturale delle lingue. Questa doppia acquisizione porta questioni ancora discutibili come perché non esiste un’unica lingua? E inoltre perché ciascuna lingua, una volta data, cambia nel tempo fino a cedere il passo a lingue diverse? Anche di altre specie animali (di nuovo le api, ma anche fringuelli e primati etc.) siamo sicuri che usano lingue diverse, talché le api indiane non capiscono le cinesi e le franco-italiane non capiscono le austriache. Grandi teorici da Wilhelm Von Humboldt a Saussure e, soprattutto a Chomsky hanno messo in evidenzia un'altra proprietà costitutiva della lingua. Conoscendo anche solo poche miglia di parole e poche regole sintattiche, con una lingua gli umani sono in grado di produrre e comprendere un numero potenzialmente infinito di frasi. Però la potenzialità infinita dei segni generabili data una lingua si trova anche fuori dal linguaggio verbale: infiniti possono essere i segni diversi che con le loro variazioni delle loro danze usano e capiscono le api, infinite sono le serie di nomi di numero e cifrazioni che li rappresentano. Un altro maestro del novecento, Andrè Martinet ha indicato la specificità linguistica in quella che viene chiamata “ doppia articolazione”. Come si è già accennato in ogni lingua, le frasi si analizzano in parole e le parole in unità più piccole, i morfi (prefissi e suffissi, basi lessicali prime, desinenze), unità dotate di una forma significante e di un significato. A loro volta le forme significanti si analizzano in unità più piccole, le sillabe, e le sillabe in tipi fonici, i fonemi, che alternandosi e combinandosi variatamente, concorrono a differenziare sillabe e significanti di morfi e parole,

senza però che a tali unità minime competa un preciso significato. Con questo numero ristretto di unità minime sono costituite in ogni lingua le unità le forme significanti di migliaia di parole diverse e con queste, anche solo con una loro piccola parte, a loro volta sono costruite le innumerevoli frasi, spesso infinite di ogni lingua. Non ci si stancherà mai di sottolineare l’importanza di questa doppi articolazione. Per esempio i segni del Braille e del Morse, che codificano ciascuna delle lettere o delle dieci cifre arabe, sono doppiamente articolati. Un grande allievo di Martinet, il semiologo argentino Luis Prieto, aveva indicato un carattere specifico delle lingue nella possibile sinonimicità parziale dei loro segni, nel fatto che i loro significati possono essere non solo in rapporto di esclusione o di inclusione subordinata, ma di intersezione, un intersezione che si può sciogliere solo in base al contesto dell’enunziazione. Infine, un ultima proprietà delle proprietà a volta credute specifiche è quella che Antonio Paglìaro già negli anni Trenta individuava definendola genericità dei significati delle parole e frasi: una stessa frase, una stessa parola, di volta in volta assume un senso particolare e determinato, altre volte un senso generale e universale. Leibniz, al recupero delle cui idee linguistiche ha tanto contribuito Stefano Gensini, già aveva segnalato che le parole delle lingue si caratterizzano per le loro tipiche oscillazioni di significazione. E come ha mostrato ultimamente una studiosa senese, Sabrina Machetti, il tema della vaghezza semantica o indeterminatezza delle parole e frasi, è stato più volte ripreso nel pensiero linguistico del Novecento e del resto, come Saussure e Schuchardt pensavano che le oscillazioni investono l’intera realtà nient’affatto monolitica delle lingue. Dobbiamo considerare ora fonicità e uditività non in sé ma in nesso con la complessiva realtà dell’attività verbale. Se il linguaggio verbale avesse viaggiato su altri canali, per esempio sul gestuale e visivo, le parole ci verrebbero così dall’esterno. La fonicità e l’uditività come ha affermato e insegnato Lev Vygotskij negli anni Trenta del Novecento, ha consentito e consente ai piccoli di udirsi e di potere imparare progressivamente a interiorizzare le espressioni, quindi la conquista interiore del linguaggio e orienta i rapporti con gli altri e le cose. Questa dimensione ha una base neurologica nell’area cerebrale scoperta da Wernicke nel secondo Ottocento, prossima all’area di Broca: un area senso-motoria che i consente di udire il suono della nostra stessa voce in corso e di correggerne. Da qui nasce anche la varietò della vocalità umana che attrasse in passato l’attenzione di Aristotele e poi di Giambattista della Porta. Quest’ultimo si insegnò a catalogare e identificare i diversi tipi di voce e di loquela. La voce gli pareva che a volte fosse grave e molle, grave e grande, grave nel principio e nel fine acuta etc. Egli diceva anche che il parlante gli appariva fermo, seguito e gagliardo, veloce, dimesso etc.