Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


Tullio De Mauro Semantica, Dispense di Lingue

Saggio Tullio De Mauro Semantica

Tipologia: Dispense

2023/2024

Caricato il 09/01/2026

valeria-privitera-3
valeria-privitera-3 🇮🇹

2 documenti

1 / 95

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
Semantica
di Tullio De Mauro - Enciclopedia del Novecento (1982)
Condividi
di
Tullio De Mauro
Semantica
sommario: 1. Il nome della semantica. 2. Le due
accezioni fondamentali della parola ‛semantica'. 3. Altre
accezioni di ‛semantica'. 4. Una definizione della
semantica. 5. Un primo problema: scienza o campo di
studi? 6. Un secondo problema: semantica linguistica e
semantica semiotica. 7. Semantica e consistenza del
contenuto. 8. Termini e nozioni fondamentali per una
semantica semiotica. 9. Criteri per una classificazione
semantica dei codici semiologici. 10. Linguaggi a segni
inarticolati.11. Linguaggi a segni articolati di numero
finito. 12. Linguaggi a segni articolati di numero infinito.
13. Linguaggi a segni sinonimi. 14. Calcolo e linguaggio
verbale. 15. Una quinta famiglia di codici e un terzo
principio saussuriano. 16. La massa del vocabolario. 17.
Accezioni e pluriplanarità. 18. Pluriplanarità e
onniformatività semantica. 19. Discorso, testo e
carattere aperto dell'interpretazione linguistica. 20.
Indeterminatezza, spazio linguistico e spazio culturale.
1
pf3
pf4
pf5
pf8
pf9
pfa
pfd
pfe
pff
pf12
pf13
pf14
pf15
pf16
pf17
pf18
pf19
pf1a
pf1b
pf1c
pf1d
pf1e
pf1f
pf20
pf21
pf22
pf23
pf24
pf25
pf26
pf27
pf28
pf29
pf2a
pf2b
pf2c
pf2d
pf2e
pf2f
pf30
pf31
pf32
pf33
pf34
pf35
pf36
pf37
pf38
pf39
pf3a
pf3b
pf3c
pf3d
pf3e
pf3f
pf40
pf41
pf42
pf43
pf44
pf45
pf46
pf47
pf48
pf49
pf4a
pf4b
pf4c
pf4d
pf4e
pf4f
pf50
pf51
pf52
pf53
pf54
pf55
pf56
pf57
pf58
pf59
pf5a
pf5b
pf5c
pf5d
pf5e
pf5f

Anteprima parziale del testo

Scarica Tullio De Mauro Semantica e più Dispense in PDF di Lingue solo su Docsity!

Semantica

di Tullio De Mauro - Enciclopedia del Novecento (1982)Condividi    di Tullio De Mauro Semantica sommario: 1. Il nome della semantica. 2. Le due accezioni fondamentali della parola ‛semantica'. 3. Altre accezioni di ‛semantica'. 4. Una definizione della semantica. 5. Un primo problema: scienza o campo di studi? 6. Un secondo problema: semantica linguistica e semantica semiotica. 7. Semantica e consistenza del contenuto. 8. Termini e nozioni fondamentali per una semantica semiotica. 9. Criteri per una classificazione semantica dei codici semiologici. 10. Linguaggi a segni inarticolati. 11. Linguaggi a segni articolati di numero finito. 12. Linguaggi a segni articolati di numero infinito.

  1. Linguaggi a segni sinonimi. 14. Calcolo e linguaggio verbale. 15. Una quinta famiglia di codici e un terzo principio saussuriano. 16. La massa del vocabolario. 17. Accezioni e pluriplanarità. 18. Pluriplanarità e onniformatività semantica. 19. Discorso, testo e carattere aperto dell'interpretazione linguistica. 20. Indeterminatezza, spazio linguistico e spazio culturale.

□ Bibliografia.

  1. Il nome della semantica La parola ‛semantica' fu introdotta un secolo fa da Michel Bréal, che così scriveva nel 1883: ‟ L'étude où nous invitons le lecteur a nous suivre est d'espèce si nouvelle qu'elle n'a même pas encore recu de nom. [...] En effet, c'est sur le corps et sur la forme des mots que la plupart des linguistes ont exercé leur sagacité: les lios qui président à la transformation des sens, au choix d'expressions nouvelles, à la naissance et à la mort des locutions, ont été laissées dans l'ombre [...]. Comme cette étude, aussi bien que la phonétique et la morphologie, mérite d'avoir son nom, nous l'appellerons la Sémantique (du verbe σημαίνειν ), c'est-à-dire la science des significations" ( Les lois intellectuelles du langage, in ‟L'Annuaire de l'Association pour l'encouragement des ètudes grecques en France", 1883, p. 133). Da molto tempo, ormai, la parola ha cessato di essere un termine tecnico, usato soltanto da iniziati. Essa figura nel vocabolario comune dell'italiano, così come i suoi equivalenti etimologici figurano in quello di altre lingue europee, cioè in quel nucleo di circa cinquanta o sessantamila vocaboli di ciascuna lingua che si presumono noti ai parlanti di buona cultura intellettuale, di là di particolari specializzazioni, e proponibili in vocabolari scolastici o a uso, appunto, delle persone colte. Anzi, per qualche lingua, e l'italiano è tra queste, si trova ‛semantica' anche in vocabolari elementari,

o concorre a circoscrivere, in un certo momento dello sviluppo degli studi, l'orizzonte della trattazione stessa. Se invece una trattazione aspira al carattere dell'autocorreggibilità e mira a rendere espliciti gli argomenti che rendono accettabili come vere le proposizioni e a organizzare le proposizioni stesse in modo che siano contraddicibili, mettendole perciò in forse attraverso l'esposizione anche dei controargomenti e accettandole per vere solo in quanto non falsificate, allora, allo stato attuale degli studi, data la varietà di accezioni della stessa parola semantica, pare impossibile non aprire una trattazione della materia mettendo anzitutto in discussione l'accezione della sua stessa denominazione. A una trattazione che renda esplicite le condizioni e i limiti di validità dei suoi asserti si suole dare la qualificazione di ‛critica'. La costruzione di una semantica critica non è possibile se non adottando la seconda delle due possibilità prospettate poco più su. In particolare, e in somma, per una semantica critica non è possibile non mettere in discussione anzitutto l'accezione della parola che delimita la materia stessa, atteso che, come s'è accennato e ora vedremo, tale parola si presenta oggi non solo non univoca, ma ricca di accezioni divergenti profondamente implicate nello svolgimento di rami diversi delle scienze sia storico- umanistiche sia esatte.

  1. Le due accezioni fondamentali della parola ‛semantica' In un loro importante libro, apparso nel 1923, I. A. Richards e C. K. Ogden si occuparono delle molte e varie

accezioni assunte dal termine ‛significato'. A sessant'anni di distanza, per parafrasare il titolo di quel libro, potremmo dire che non meno varia è diventata la semantica del termine ‛semantica'. Anzitutto vi è una duplicità fondamentale. Come del resto anche altri termini rilevanti per il dominio del sapere e le sue partizioni, usiamo ‛semantica' per designare tanto un settore degli studi quanto la materia di cui gli studi si occupano. Come ‛storia', che serve a designare sia le azioni e gli accadimenti, le res gestae, sia la storiografia, la historia rerum gestarum, come ‛anatomia', o come molti nomi di scienze linguistiche tradizionali o recenti (grammatica e retorica, sintassi e ortografia, fonetica, fonematica e morfologia), ‛semantica' si riferisce a due piani diversi: al piano dei fenomeni connessi al senso e significato di lingue, linguaggi e singole espressioni, come quando parliamo appunto della semantica di questa o quella lingua, ovvero dell'architettura o della musica, o anche della semantica d'una certa espressione singola; e al piano del sapere riflesso, organizzato, entro cui sta quel settore delle ricerche vertente appunto sui fenomeni semantici. Ci si può chiedere perché non abbordare subito, senza preamboli, la trattazione della semantica nella prima accezione fondamentale, perché non tuffarsi subito, per riprendere un'immagine scolastica e hegeliana, nel mare dell'esistente o, nel nostro caso, dell'esistente significante, senza dilungarsi, per dir così, in preliminari critici sull'arte del nuoto. Eppure, questa soluzione apparentemente facile incontra subito qualche difficoltà non superabile. Ci proponiamo

Del resto, a un'attenta considerazione, lo stesso dato linguistico suggerisce di non mettere da parte una discussione aperta e, per dir così, franca dei limiti e degli aspetti epistemologici. Si riconsiderino le parole evocate all'inizio, cioè le parole dotate di una bivalenza fondamentale, nomi di scienze e nomi della materia trattata dalle scienze, da ‛storia' a ‛fonematica'. Si resta colpiti dal fatto che, salvo rare eccezioni, in generale il prius è il nome della tékhne, dell' epistéme, non il nome della materia: non le res gestae si costituiscono in nome del dominio del sapere, ma la ricerca, lo historeîn, si fa nome delle res gestae. Non sembra ragionevole parlare dunque d'una materia senza fermarsi sul senso e sui limiti del termine teorico in funzione del quale ci si accosta a un dato settore entro ‟lo gran mar de l'essere". La scelta della nostra trattazione è, dunque, quella di presentare la semantica anzitutto nell'accezione epistemica, non nell'accezione realistica di questo termine. Entro l'accezione epistemica, però, come già si è accennato, esistono suddistinzioni delle quali occorre ora dar conto.

  1. Altre accezioni di ‛semantica' Per quanto recente, semantica, come nome di scienza, ha avuto il tempo di caricarsi di sensi diversi. Molti dizionari correnti (Oxford, Zingarelli, ecc.) e molti studiosi (L. Bloomfield, F. Làzaro Carreter, S. Ullmann ecc.) definiscono la semantica come una parte della filologia, o della linguistica, o della grammatica e simili. La semantica, in tale senso, si occupa dunque del

linguaggio verbale, e in specie di quella porzione del linguaggio verbale che si chiama, a seconda delle lingue, meaning, signification, Bedeutung, significato, ecc. In questa accezione, semantica ha finito col prevalere su più antichi concorrenti: si è imposto dapprima in area inglese e francese (come notava K. Jaberg già nel 1901), poi anche in area tedesca ed europea nordico-orientale, a spese del tedesco Bedeutungslehre, e di taluni derivati moderni del greco come ‛semologia' (da ‛semema', unità di significato, sul modello di ‛fonema': fonologia), usato dallo svedese A. Noreen nel 1925, o semasiologia, che nella forma tedesca Semasiologie fu abbastanza diffuso tra gli studiosi tedeschi dell'Ottocento (K. Reisig, F. Heerdegen e altri) e s'incontra ancora, ma in accezione più ristretta (designa la Bedeutungslehre in opposizione alla Bezeichnungslehre, cioè lo studio del σημαίνειν dei nomi, in opposizione allo studio del modo in cui le cose vengono nominate, detto onomasiologia). Del termine lanciato da Bréal si impadronirono intorno al 1920 gli studiosi di logica simbolica, che lo usarono dapprima come sinonimo di ‛sintassi logica' (ancora Rudolf Carnap, nel 1934, accenna, con riserve, a quest'uso). Più tardi, per convergente influenza del già ricordato volume di Ogden e Richards, un vero point de repère di quanti si sono occupati in qualsiasi modo di semantica, e del grande logico polacco A. Tarski, fu usato come teoria della relazione tra ‟espressioni e designata" nei linguaggi formalizzati (Carnap, Bocheński-Menne, ecc.). Delle due accezioni che abbiamo detto fondamentali,

linguistico, con E. Buyssens, L. Hjelmslev, L. Prieto. Diventata un settore saggistico alla moda in vari paesi, soprattutto sotto forma di discussioni sull'espressione e le caratteristiche di linguaggi artistici o marginali, la scienza dei segni negli ultimi decenni ha conseguito importanti risultati nello studio matematico e statistico dei sistemi di comunicazione e di codificazione e trasmissione dell'informazione, nello studio della comunicazione animale, oltre che nei più tradizionali settori dei linguaggi formalizzati e del linguaggio verbale. Come si vede, la scissione tra una semantica di taglio storico-umanistico, dominata da studiosi che, in senso lato, possiamo dire letterati, e una semantica di taglio logicomatematico, praticata da studiosi capaci di usare strumenti e metodi matematici, si riproduce e perfino rischia di aggravarsi nella semiotica. L'ingegnere che si occupa di teoria dei sistemi e di trasmissione di segnali resterà probabilmente sorpreso se mai verrà raggiunto dalla notizia d'una stretta affinità tra il suo lavoro e quello di chi si occupa di assonanze e ricorrenze di fonemi nei versi di Baudelaire o del valore di un campo lungo in un film di Pasolini. C'è, certamente, un filo teorico che cerca di cucire insieme queste professionalità così diverse, queste così accentuate divaricazioni dell'osservazione in materie tanto disparate, con metodi (e, qualche volta, senza metodo alcuno) e linguaggi speciali che si presentano privi di evidenti punti in comune. Opere classiche, come i Fondamenti della teoria del linguaggio di Hjelmslev, o l'infaticabile lavoro di raccordo e suggestione prodotto

da Roman Jakobson, o il sincretico accumulo di conoscenze condensato nel Trattato di semiotica di U. Eco, rappresentano a vario titolo elementi importanti in questo filo unitario. E certamente vanno in questo senso le ricerche semiotiche di vari studiosi sovietici, di Prieto, di Garroni. Ma, nel complesso, nonostante l'unità degli studi semiotici possa avvantaggiarsi sia di richiami autorevoli a Locke e alle altre speculazioni sui linguaggi elaborate dai maggiori rappresentanti del pensiero europeo tra Sei e Settecento, sia dell'apporto che può venire da opere più recenti, come le Ricerche filosofiche di Wittgenstein, di fatto nel mondo scientifico d'oggi l'unità disciplinare dei campi di studio che si occupano in generale di segni è lontana dall'essere per tutti chiara, evidente. L'ancoraggio (del resto ipotetico, qui suggerito, ma non generalmente condiviso) della semantica alla semiotica, allo stato attuale dell'organizzazione degli studi non serve a garantire l'unità della semantica né porta a rifluire in un unico campo di studi, consapevolmente unitario, tutte quelle ricerche che in un modo o nell'altro vertono su ciò che si indica con quel ‟ catch-all term", che è, come Chomsky ha giustamente detto, meaning. L'obiettivo di questa trattazione è far valere la coerenza teorica e la produttività conoscitiva d'un punto di vista unitario sui problemi connessi a ciò che diciamo ‛significato'. Il proposito, insomma, è quello di sbozzare, in un modo che sia, come s'è detto prima, critico e autocorreggibile, le linee di una semantica ‛integrata', la quale si qualifichi come parte di una teoria generale dei segni: l'una e l'altra, la parte e l'intero, protese a

diremo, la definizione in se stessa, cioè il fatto stesso che una teoria semantica debba oggi muovere da una discussione sul senso e sulla determinazione del suo nome stesso e che una teoria si costituisca stipulando un uso del termine che le dà identità, già questo è degno di riflessione. Naturalmente, ciò che avviene per la semantica avviene in parte anche per altre scienze. Anche l'astronomia o la botanica o la storia bizantina possono partire da una definizione di se medesime. Tuttavia, l'atto di tale definizione né incide sulla materia trattata né tanto meno è uno specifico modo di essere della materia trattata. Di recente, ad esempio, è stato affermato che gli storici, di là del vario e certo non irrilevante orientamento ideologico e metodologico dei diversi indirizzi storiografici, non possono non riconoscere che, in fine, i fatti dell'età bizantina o della Rivoluzione d'ottobre ‛furono quelli che furono'. C'è in ciò qualche rudezza, eccessiva forse per gli animi epistemologicamente più sensibili, ma non mancano anche le buone ragioni. Ma nella semantica, come già abbiamo visto, le diversità non stanno tanto e solo nella varietà di indirizzi ideologici, metodici, teorici: stanno nella stessa materia trattata. Spitzer e Tarski non guardano solo in modo differente, ma guardano cose differenti. Di qui, come già s'è detto, l'importanza di stare attenti ai limiti definitori della materia trattata, l'impossibilità di tuffarsi e nuotare senza avere prima stabilito di che acque si tratta (e, anzi, se acque sono e perfino se ci sono). Ma di qui anche una condizione paradossale, radicalmente problematica, che è peculiare

della semantica. Tra i lustige Abenteuer del celebre barone di Münchhausen ce n'è uno che lo vede impegnato a scalare, sotto l'impeto nemico, la torre dove è chiusa la sua bella. Il barone di Münchhausen, per superare le linee nemiche e levarsi all'altezza necessaria, si pone e risolve a modo suo il problema del volo del più pesante dell'aria: si afferra al codino della sua parrucca e, tirandolo verso l'alto, grazie alla sua possanza, si solleva all'altezza voluta. La semantica, come campo di studi, si trova nella medesima condizione del celebre barone: per costituirsi in modo consapevole e critico non soltanto deve mettere in discussione il suo nome, ciò che può accadere anche ad altri rispettabili settori del sapere, ma deve stipulare essa stessa una sua definizione, ossia deve intricarsi subito in un'operazione vertente sulla sua stessa materia. Più o meno come se lo storico bizantino avesse il potere di modificare quella che nella realtà fu la successione degli imperatori e, anzi, dovesse appellarsi a tale suo potere reale per delimitare la materia storica di cui si occupa. Le possibili analogie con questo stato della semantica sono fallaci. Anche l'ortografia, come Wittgenstein ci ricorda, deve occuparsi dell'ortografia della parola ‛ortografia'. Ma le possibili scelte su questo punto non hanno necessariamente incidenza sui limiti della materia di cui l'ortografia si occupa. Anche dei fisici si può e deve dire, come, con maggior evidenza, si è detto degli studiosi di scienze umane, che essi sono parte della materia trattata e che il loro osservare induce modifiche nell'osservato. Ma sunt certi denique fines. Il

discussione e riconoscendosi in uno stato di perenne aporeticità costitutiva, indipendentemente dai problemi particolari che, come ora vedremo nel nostro caso, possano porsi all'interno di questa o quella determinata definizione.

  1. Un primo problema: scienza o campo di studi? A parte la condizione aporetica radicale che abbiamo segnalato, e che investe ogni semantica indipendentemente dalla scelta di accezione del proprio stesso nome da cui possa muovere la teoria, la definizione di semantica da cui prendiamo le mosse pone subito, esplicitamente, un primo problema. La definizione stessa, cioè, lascia aperta la decisione se la semantica possa dirsi oggi a buon diritto una scienza o debba invece dirsi, più modestamente, un campo di studi. Sui caratteri di ciò che possiamo dire legittimamente una scienza, come si sa, esiste una mole di discussioni e tesi che certo non trovano qui una sede propria per un'adeguata evocazione. Non intendiamo, dunque, discutere per ora in che misura ciò che possiamo chiamare semantica mostri i caratteri della dimostratività, descrittività e autocorreggibilità che si riconoscono di solito a una scienza. Del resto, saggiare le condizioni in cui una semantica possa ambire a presentarsi come dotata di tali caratteri è uno degli obiettivi di questa nostra trattazione. Ma, più limitatamente, intendiamo ora riferirci a quel grado di consenso sociale e di convergenza su alcune assunzioni

che, talora trascurate nelle discussioni epistemologiche più sottili, paiono un prerequisito tanto ovvio (e perciò trascurato da molta epistemologia) quanto non rinunziabile di ciò che chiamiamo una scienza. Può anche darsi che questo o quel libro intitolato alla semantica abbia i caratteri che l'epistemologia avanzata richiede a una costruzione scientifica. Ciò che manca all'insieme degli studi e delle opere che alla semantica si intitolano è un sufficiente grado di istituzionalità sociale diffusamente riconosciuta. La mancanza di tale istituzionalità non dipende certo dal carattere giovane della semantica, su cui da varie parti si è insistito (P. Meriggi, S. Ullmann, A. Schaff, A. I. Greimas). In effetti, da un lato vi sono discipline più giovani, il cui status istituzionale è tuttavia ben altrimenti consolidato: per non allontanarci dall'ambito linguistico, si pensi alla fonologia, alla linguistica contrastiva, alla sociolinguistica, tutte discipline in cui vi è una larga convergenza sul tipo di materia da sottoporre a esame, sui fatti cruciali per ritenere compiuta e soddisfacente un'esposizione, ecc. D'altra parte, se è pur vero che il nome della semantica è recente, e che recenti sono diversi significativi sviluppi divergenti di studi intitolati alla semantica, tuttavia riflessioni intorno alle questioni legate al significare, al senso, sono a dir poco antiche. Tanto la semantica in senso storico-linguistico quanto la semantica in senso logico-matematico hanno importanti precedenti fin dalla filosofia greca d'età classica, ripresi e sviluppati in età romana e medievale e tra Sei e Settecento. La debolezza istituzionale della semantica dipende da

questa diffidenza è caduta: studi e trattazioni semantiche si sono moltiplicati. E, tuttavia, ancora non si è vista emergere una institutio comunemente accettata. E ciò, probabilmente, perché ha agito negativamente un secondo fattore: la divaricazione tra semantica logica e semantica linguistica. Ne abbiamo già fatto cenno e torniamo ora a fermarci più attentamente sui riflessi gravi che tale divaricazione ha sul grado di consenso e convergenza necessario al costituirsi di una disciplina istituzionalmente unitaria. Come già abbiamo ricordato, alla semantica dei logici dobbiamo la concezione più larga dell'ambito di studio della semantica. Essa è lo studio delle ‟relazioni dei segni con gli oggetti ai quali sono applicabili" (Morris,

  1. o dei rapporti tra ‟espressioni e loro designata" (Carnap, Bocheński-Menne). L'ampliamento di orizzonte dovuto ai logici (dal solo linguaggio verbale alla generalità dei linguaggi) è pagato, per dir così, con un'apparente restrizione di oggetto. Il contenuto semantico dei segni o delle espressioni è visto come denotatum, Bezeichnetes, referring. Questa restrizione conferisce certamente nettezza al discorso semantico di logici e metamatematici come H. Scholz. Non c'è dubbio che tra i linguisti meaning e parole equivalenti siano, secondo la già rammentata espressione di Chomsky, ‟ catch-all terms". In proposito, sono tutt'altro che immotivati i rimproveri venuti ai linguisti da Ogden e Richards e, mezzo secolo dopo, appunto da Chomsky. Questo rimprovero giustificato ha spinto i logici alla

restrizione referenzialistica della nozione di significato di cui intendono occuparsi analiticamente. Tra gli stessi linguisti, del resto, molti tra i più sensibili a esigenze di rigore si sono rifatti anch'essi a una nozione di significato come denotatum, come referente oggettivo: la troviamo in Language di Bloomfield, alla base della ‟interpretazione semantica di enunziati" di Chomsky (che afferma di avere mutuato tale nozione di semantica da N. Goodmann), in semanticisti postchomskiani (R. Lakoff, Parisi, ecc.). D'altra parte, se la riduzione del significato a denotato o classe di denotata può presentare vantaggi in rapporto a linguaggi formalizzati, logico-matematici, di calcolo ecc., dobbiamo proprio a molti logici l'avere avvertito a più riprese il carattere non semplice, ma ‟ kompliziert" (Wittgenstein), non schematizzabile, del contenuto semantico delle frasi e parole del linguaggio ordinario, storico-naturale. Già Arnauld e Lancelot avevano asserito: ‟ Un nom [...], outre sa signification distincte, [...] en a encore une confuse [...] qu'on peut appeller connotation" (Grammaire générale et raisonnée, Paris 1660, parte II, cap. 2). Più diffusamente, dopo qualche anno, Leibniz doveva scrivere: ‟ Multae apud Logicos traduntur Regulae consequentiarum [...]. Sed haec omnia in scholis tantum celebrata, negliguntur in vita communi; [...] tum vero in primis, quia scholae solent considerare fere tantum syllogismos, seu ratiocinationes ex tribus propositionibus constantes: cum contra in usu loquendi et scribendi saepe una periodus continet decem syllogismos simplices, si quis eam ad logici rigoris normam exigere velit. Unde solent homines