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Saggio Tullio De Mauro Semantica
Tipologia: Dispense
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di Tullio De Mauro - Enciclopedia del Novecento (1982) Condividi di Tullio De Mauro Semantica sommario: 1. Il nome della semantica. 2. Le due accezioni fondamentali della parola ‛semantica'. 3. Altre accezioni di ‛semantica'. 4. Una definizione della semantica. 5. Un primo problema: scienza o campo di studi? 6. Un secondo problema: semantica linguistica e semantica semiotica. 7. Semantica e consistenza del contenuto. 8. Termini e nozioni fondamentali per una semantica semiotica. 9. Criteri per una classificazione semantica dei codici semiologici. 10. Linguaggi a segni inarticolati. 11. Linguaggi a segni articolati di numero finito. 12. Linguaggi a segni articolati di numero infinito.
□ Bibliografia.
o concorre a circoscrivere, in un certo momento dello sviluppo degli studi, l'orizzonte della trattazione stessa. Se invece una trattazione aspira al carattere dell'autocorreggibilità e mira a rendere espliciti gli argomenti che rendono accettabili come vere le proposizioni e a organizzare le proposizioni stesse in modo che siano contraddicibili, mettendole perciò in forse attraverso l'esposizione anche dei controargomenti e accettandole per vere solo in quanto non falsificate, allora, allo stato attuale degli studi, data la varietà di accezioni della stessa parola semantica, pare impossibile non aprire una trattazione della materia mettendo anzitutto in discussione l'accezione della sua stessa denominazione. A una trattazione che renda esplicite le condizioni e i limiti di validità dei suoi asserti si suole dare la qualificazione di ‛critica'. La costruzione di una semantica critica non è possibile se non adottando la seconda delle due possibilità prospettate poco più su. In particolare, e in somma, per una semantica critica non è possibile non mettere in discussione anzitutto l'accezione della parola che delimita la materia stessa, atteso che, come s'è accennato e ora vedremo, tale parola si presenta oggi non solo non univoca, ma ricca di accezioni divergenti profondamente implicate nello svolgimento di rami diversi delle scienze sia storico- umanistiche sia esatte.
accezioni assunte dal termine ‛significato'. A sessant'anni di distanza, per parafrasare il titolo di quel libro, potremmo dire che non meno varia è diventata la semantica del termine ‛semantica'. Anzitutto vi è una duplicità fondamentale. Come del resto anche altri termini rilevanti per il dominio del sapere e le sue partizioni, usiamo ‛semantica' per designare tanto un settore degli studi quanto la materia di cui gli studi si occupano. Come ‛storia', che serve a designare sia le azioni e gli accadimenti, le res gestae, sia la storiografia, la historia rerum gestarum, come ‛anatomia', o come molti nomi di scienze linguistiche tradizionali o recenti (grammatica e retorica, sintassi e ortografia, fonetica, fonematica e morfologia), ‛semantica' si riferisce a due piani diversi: al piano dei fenomeni connessi al senso e significato di lingue, linguaggi e singole espressioni, come quando parliamo appunto della semantica di questa o quella lingua, ovvero dell'architettura o della musica, o anche della semantica d'una certa espressione singola; e al piano del sapere riflesso, organizzato, entro cui sta quel settore delle ricerche vertente appunto sui fenomeni semantici. Ci si può chiedere perché non abbordare subito, senza preamboli, la trattazione della semantica nella prima accezione fondamentale, perché non tuffarsi subito, per riprendere un'immagine scolastica e hegeliana, nel mare dell'esistente o, nel nostro caso, dell'esistente significante, senza dilungarsi, per dir così, in preliminari critici sull'arte del nuoto. Eppure, questa soluzione apparentemente facile incontra subito qualche difficoltà non superabile. Ci proponiamo
Del resto, a un'attenta considerazione, lo stesso dato linguistico suggerisce di non mettere da parte una discussione aperta e, per dir così, franca dei limiti e degli aspetti epistemologici. Si riconsiderino le parole evocate all'inizio, cioè le parole dotate di una bivalenza fondamentale, nomi di scienze e nomi della materia trattata dalle scienze, da ‛storia' a ‛fonematica'. Si resta colpiti dal fatto che, salvo rare eccezioni, in generale il prius è il nome della tékhne, dell' epistéme, non il nome della materia: non le res gestae si costituiscono in nome del dominio del sapere, ma la ricerca, lo historeîn, si fa nome delle res gestae. Non sembra ragionevole parlare dunque d'una materia senza fermarsi sul senso e sui limiti del termine teorico in funzione del quale ci si accosta a un dato settore entro ‟lo gran mar de l'essere". La scelta della nostra trattazione è, dunque, quella di presentare la semantica anzitutto nell'accezione epistemica, non nell'accezione realistica di questo termine. Entro l'accezione epistemica, però, come già si è accennato, esistono suddistinzioni delle quali occorre ora dar conto.
linguaggio verbale, e in specie di quella porzione del linguaggio verbale che si chiama, a seconda delle lingue, meaning, signification, Bedeutung, significato, ecc. In questa accezione, semantica ha finito col prevalere su più antichi concorrenti: si è imposto dapprima in area inglese e francese (come notava K. Jaberg già nel 1901), poi anche in area tedesca ed europea nordico-orientale, a spese del tedesco Bedeutungslehre, e di taluni derivati moderni del greco come ‛semologia' (da ‛semema', unità di significato, sul modello di ‛fonema': fonologia), usato dallo svedese A. Noreen nel 1925, o semasiologia, che nella forma tedesca Semasiologie fu abbastanza diffuso tra gli studiosi tedeschi dell'Ottocento (K. Reisig, F. Heerdegen e altri) e s'incontra ancora, ma in accezione più ristretta (designa la Bedeutungslehre in opposizione alla Bezeichnungslehre, cioè lo studio del σημαίνειν dei nomi, in opposizione allo studio del modo in cui le cose vengono nominate, detto onomasiologia). Del termine lanciato da Bréal si impadronirono intorno al 1920 gli studiosi di logica simbolica, che lo usarono dapprima come sinonimo di ‛sintassi logica' (ancora Rudolf Carnap, nel 1934, accenna, con riserve, a quest'uso). Più tardi, per convergente influenza del già ricordato volume di Ogden e Richards, un vero point de repère di quanti si sono occupati in qualsiasi modo di semantica, e del grande logico polacco A. Tarski, fu usato come teoria della relazione tra ‟espressioni e designata" nei linguaggi formalizzati (Carnap, Bocheński-Menne, ecc.). Delle due accezioni che abbiamo detto fondamentali,
linguistico, con E. Buyssens, L. Hjelmslev, L. Prieto. Diventata un settore saggistico alla moda in vari paesi, soprattutto sotto forma di discussioni sull'espressione e le caratteristiche di linguaggi artistici o marginali, la scienza dei segni negli ultimi decenni ha conseguito importanti risultati nello studio matematico e statistico dei sistemi di comunicazione e di codificazione e trasmissione dell'informazione, nello studio della comunicazione animale, oltre che nei più tradizionali settori dei linguaggi formalizzati e del linguaggio verbale. Come si vede, la scissione tra una semantica di taglio storico-umanistico, dominata da studiosi che, in senso lato, possiamo dire letterati, e una semantica di taglio logicomatematico, praticata da studiosi capaci di usare strumenti e metodi matematici, si riproduce e perfino rischia di aggravarsi nella semiotica. L'ingegnere che si occupa di teoria dei sistemi e di trasmissione di segnali resterà probabilmente sorpreso se mai verrà raggiunto dalla notizia d'una stretta affinità tra il suo lavoro e quello di chi si occupa di assonanze e ricorrenze di fonemi nei versi di Baudelaire o del valore di un campo lungo in un film di Pasolini. C'è, certamente, un filo teorico che cerca di cucire insieme queste professionalità così diverse, queste così accentuate divaricazioni dell'osservazione in materie tanto disparate, con metodi (e, qualche volta, senza metodo alcuno) e linguaggi speciali che si presentano privi di evidenti punti in comune. Opere classiche, come i Fondamenti della teoria del linguaggio di Hjelmslev, o l'infaticabile lavoro di raccordo e suggestione prodotto
da Roman Jakobson, o il sincretico accumulo di conoscenze condensato nel Trattato di semiotica di U. Eco, rappresentano a vario titolo elementi importanti in questo filo unitario. E certamente vanno in questo senso le ricerche semiotiche di vari studiosi sovietici, di Prieto, di Garroni. Ma, nel complesso, nonostante l'unità degli studi semiotici possa avvantaggiarsi sia di richiami autorevoli a Locke e alle altre speculazioni sui linguaggi elaborate dai maggiori rappresentanti del pensiero europeo tra Sei e Settecento, sia dell'apporto che può venire da opere più recenti, come le Ricerche filosofiche di Wittgenstein, di fatto nel mondo scientifico d'oggi l'unità disciplinare dei campi di studio che si occupano in generale di segni è lontana dall'essere per tutti chiara, evidente. L'ancoraggio (del resto ipotetico, qui suggerito, ma non generalmente condiviso) della semantica alla semiotica, allo stato attuale dell'organizzazione degli studi non serve a garantire l'unità della semantica né porta a rifluire in un unico campo di studi, consapevolmente unitario, tutte quelle ricerche che in un modo o nell'altro vertono su ciò che si indica con quel ‟ catch-all term", che è, come Chomsky ha giustamente detto, meaning. L'obiettivo di questa trattazione è far valere la coerenza teorica e la produttività conoscitiva d'un punto di vista unitario sui problemi connessi a ciò che diciamo ‛significato'. Il proposito, insomma, è quello di sbozzare, in un modo che sia, come s'è detto prima, critico e autocorreggibile, le linee di una semantica ‛integrata', la quale si qualifichi come parte di una teoria generale dei segni: l'una e l'altra, la parte e l'intero, protese a
diremo, la definizione in se stessa, cioè il fatto stesso che una teoria semantica debba oggi muovere da una discussione sul senso e sulla determinazione del suo nome stesso e che una teoria si costituisca stipulando un uso del termine che le dà identità, già questo è degno di riflessione. Naturalmente, ciò che avviene per la semantica avviene in parte anche per altre scienze. Anche l'astronomia o la botanica o la storia bizantina possono partire da una definizione di se medesime. Tuttavia, l'atto di tale definizione né incide sulla materia trattata né tanto meno è uno specifico modo di essere della materia trattata. Di recente, ad esempio, è stato affermato che gli storici, di là del vario e certo non irrilevante orientamento ideologico e metodologico dei diversi indirizzi storiografici, non possono non riconoscere che, in fine, i fatti dell'età bizantina o della Rivoluzione d'ottobre ‛furono quelli che furono'. C'è in ciò qualche rudezza, eccessiva forse per gli animi epistemologicamente più sensibili, ma non mancano anche le buone ragioni. Ma nella semantica, come già abbiamo visto, le diversità non stanno tanto e solo nella varietà di indirizzi ideologici, metodici, teorici: stanno nella stessa materia trattata. Spitzer e Tarski non guardano solo in modo differente, ma guardano cose differenti. Di qui, come già s'è detto, l'importanza di stare attenti ai limiti definitori della materia trattata, l'impossibilità di tuffarsi e nuotare senza avere prima stabilito di che acque si tratta (e, anzi, se acque sono e perfino se ci sono). Ma di qui anche una condizione paradossale, radicalmente problematica, che è peculiare
della semantica. Tra i lustige Abenteuer del celebre barone di Münchhausen ce n'è uno che lo vede impegnato a scalare, sotto l'impeto nemico, la torre dove è chiusa la sua bella. Il barone di Münchhausen, per superare le linee nemiche e levarsi all'altezza necessaria, si pone e risolve a modo suo il problema del volo del più pesante dell'aria: si afferra al codino della sua parrucca e, tirandolo verso l'alto, grazie alla sua possanza, si solleva all'altezza voluta. La semantica, come campo di studi, si trova nella medesima condizione del celebre barone: per costituirsi in modo consapevole e critico non soltanto deve mettere in discussione il suo nome, ciò che può accadere anche ad altri rispettabili settori del sapere, ma deve stipulare essa stessa una sua definizione, ossia deve intricarsi subito in un'operazione vertente sulla sua stessa materia. Più o meno come se lo storico bizantino avesse il potere di modificare quella che nella realtà fu la successione degli imperatori e, anzi, dovesse appellarsi a tale suo potere reale per delimitare la materia storica di cui si occupa. Le possibili analogie con questo stato della semantica sono fallaci. Anche l'ortografia, come Wittgenstein ci ricorda, deve occuparsi dell'ortografia della parola ‛ortografia'. Ma le possibili scelte su questo punto non hanno necessariamente incidenza sui limiti della materia di cui l'ortografia si occupa. Anche dei fisici si può e deve dire, come, con maggior evidenza, si è detto degli studiosi di scienze umane, che essi sono parte della materia trattata e che il loro osservare induce modifiche nell'osservato. Ma sunt certi denique fines. Il
discussione e riconoscendosi in uno stato di perenne aporeticità costitutiva, indipendentemente dai problemi particolari che, come ora vedremo nel nostro caso, possano porsi all'interno di questa o quella determinata definizione.
che, talora trascurate nelle discussioni epistemologiche più sottili, paiono un prerequisito tanto ovvio (e perciò trascurato da molta epistemologia) quanto non rinunziabile di ciò che chiamiamo una scienza. Può anche darsi che questo o quel libro intitolato alla semantica abbia i caratteri che l'epistemologia avanzata richiede a una costruzione scientifica. Ciò che manca all'insieme degli studi e delle opere che alla semantica si intitolano è un sufficiente grado di istituzionalità sociale diffusamente riconosciuta. La mancanza di tale istituzionalità non dipende certo dal carattere giovane della semantica, su cui da varie parti si è insistito (P. Meriggi, S. Ullmann, A. Schaff, A. I. Greimas). In effetti, da un lato vi sono discipline più giovani, il cui status istituzionale è tuttavia ben altrimenti consolidato: per non allontanarci dall'ambito linguistico, si pensi alla fonologia, alla linguistica contrastiva, alla sociolinguistica, tutte discipline in cui vi è una larga convergenza sul tipo di materia da sottoporre a esame, sui fatti cruciali per ritenere compiuta e soddisfacente un'esposizione, ecc. D'altra parte, se è pur vero che il nome della semantica è recente, e che recenti sono diversi significativi sviluppi divergenti di studi intitolati alla semantica, tuttavia riflessioni intorno alle questioni legate al significare, al senso, sono a dir poco antiche. Tanto la semantica in senso storico-linguistico quanto la semantica in senso logico-matematico hanno importanti precedenti fin dalla filosofia greca d'età classica, ripresi e sviluppati in età romana e medievale e tra Sei e Settecento. La debolezza istituzionale della semantica dipende da
questa diffidenza è caduta: studi e trattazioni semantiche si sono moltiplicati. E, tuttavia, ancora non si è vista emergere una institutio comunemente accettata. E ciò, probabilmente, perché ha agito negativamente un secondo fattore: la divaricazione tra semantica logica e semantica linguistica. Ne abbiamo già fatto cenno e torniamo ora a fermarci più attentamente sui riflessi gravi che tale divaricazione ha sul grado di consenso e convergenza necessario al costituirsi di una disciplina istituzionalmente unitaria. Come già abbiamo ricordato, alla semantica dei logici dobbiamo la concezione più larga dell'ambito di studio della semantica. Essa è lo studio delle ‟relazioni dei segni con gli oggetti ai quali sono applicabili" (Morris,
restrizione referenzialistica della nozione di significato di cui intendono occuparsi analiticamente. Tra gli stessi linguisti, del resto, molti tra i più sensibili a esigenze di rigore si sono rifatti anch'essi a una nozione di significato come denotatum, come referente oggettivo: la troviamo in Language di Bloomfield, alla base della ‟interpretazione semantica di enunziati" di Chomsky (che afferma di avere mutuato tale nozione di semantica da N. Goodmann), in semanticisti postchomskiani (R. Lakoff, Parisi, ecc.). D'altra parte, se la riduzione del significato a denotato o classe di denotata può presentare vantaggi in rapporto a linguaggi formalizzati, logico-matematici, di calcolo ecc., dobbiamo proprio a molti logici l'avere avvertito a più riprese il carattere non semplice, ma ‟ kompliziert" (Wittgenstein), non schematizzabile, del contenuto semantico delle frasi e parole del linguaggio ordinario, storico-naturale. Già Arnauld e Lancelot avevano asserito: ‟ Un nom [...], outre sa signification distincte, [...] en a encore une confuse [...] qu'on peut appeller connotation" (Grammaire générale et raisonnée, Paris 1660, parte II, cap. 2). Più diffusamente, dopo qualche anno, Leibniz doveva scrivere: ‟ Multae apud Logicos traduntur Regulae consequentiarum [...]. Sed haec omnia in scholis tantum celebrata, negliguntur in vita communi; [...] tum vero in primis, quia scholae solent considerare fere tantum syllogismos, seu ratiocinationes ex tribus propositionibus constantes: cum contra in usu loquendi et scribendi saepe una periodus continet decem syllogismos simplices, si quis eam ad logici rigoris normam exigere velit. Unde solent homines