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Riassunto di Che cos'è una lingua? di Tullio de Mauro.
Tipologia: Appunti
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TULLIO DE MAURO-Che cos’è una lingua?
Legame tra il sostantivo greco logos e il verbo lego (parlo) attesta che il valore primario del sostantivo fu quello di ‘’parola’’, ‘’discorso’’, dal quale solo poi si svilupparono le accezioni di ‘’ragionamento’’, ‘’calcolo razionale’’, ‘’ragione’’. In principio era la parola? No, non dal punto di vista della vita individuale, dell’ontogenesi, né dal punto di vista della filogenesi. 2.per quanto riguarda l’ontogenesi e cioè l’acquisizione individuale delle capacità linguistiche, gli ultimi vent’anni del 900 hanno portato rilevanti novità di natura sperimentale. Uno psicologo di origine argentina, Jacques Mehler, a partire dagli anni 80, con esperienza poi replicate, ha gettato nuova luce sui primi passi che bimbe e bimbi compiono sulla via del linguaggio. Mehler ha integrato le analisi osservative che possedevamo sui primi mesi di vita con analisi anche elettroencefalografiche sulle prime ore, piu esattamente sulle prime 36-18 ore di vita. Nel giro delle prime 36 ore di vita si è visto che i neonati sono in grado di fare qualcosa che ci appare straordinario. Mentre la vista è ancora incerta, l’udito è neurologicamente gia maturo in fase prenatale a lla nascita. Esposti a udire la voce della madre che parla la sua lingua, la voce della madre che parla un’altra diversa lingua, straniera, la voce di un estraneo che parla la lingua prima della madre, in 36 ore i piccoli stabilizzano una precisa graduatoria: al primo posto viene la voce della madre che parli e continui a parlare la prima lingua che il piccolo ha inizialmente udito, al secondo posto viene non la voce della mdre, ma la voce anche di stranei che parlino quella prima lingua, al terzo posto la voce della madre quando parla una lingua diversa dalla prima. La fisicità vocale della madre è scavalcata dall’apprezzamento della prima lingua. Il piccolo ovviamente non conosce la lingua ma comincia a riconoscerne le realizzazioni, a riconoscerne il ritmo, le modalità intonative e le scansioni. Comincia dal riconoscimento globale di queste a orientarsi nel complesso lavoro dei mesi seguenti, in cui si intrecciano lo sviluppo della capacità di stabilire e differenziare rapporti affettivi e relazioni con le diverse persone e lo sviluppo della capacità di individuare le realizzazioni di una lingua, la lingua materna tra le altre lingue. Per bambini e bambine è un vero primo lavoro arrivare a foggiarsi imitativa menti gli strumenti (parole, espressioni) che aprono la via dell’interazione sociale e alla comprensione delle cose. Oggi sappiamo che questo lavoro comincia nelle prime ore di vita. L’inizio è l’ascolto, ciò che diciamo ricezione, ed è la discriminazione uditiva. Prima di questa, come bussola per orientarla, per il piccolo c’è la discriminazione tattile. Il contatto fondante della sua bocca e del corpo della madre o comunque di chi parla la Muttersprache e lo nutre e sostiene. Il bisogno di alimentarsi e sopravvivere lo guida sulla via di imparare a discernere ritmi e toni nella voce di chi lo accudisce dapprima e in poche ore è spinto a fidarsi di questi ritmi e toni piu che dall’impronta vocale materna. Ai primi giorni segue un periodo di vari mesi, il periodo della lallazioni, degli esercizi vocali apparentemente privi di senso, che sfociano nella produzione delle fonie piu disparate, sia pertinenti alle realizzazioni della Muttersprache sia del tutto estrenee. Il piccolo si impegna a improvvisare i tipi fonici delle lingue piu disparate, rari suoni ingressivi, schiocchi avulsivi, vocalizzi complessi, affricate, fricative, occlusive in ogni luogo dell’apparato orale, dalle labbra all’ugola. Questi esperimenti sono tutt’altro che inutili. Grazie a essi i piccoli fonetisti arrivano a due conquiste importanti:
rapporti con gli altri adulti. Quei blocchi sono pezzi importanti di materia fonica, prezioni per vivere, parti del vivere. Molti psicologi del linguaggio lasciano da parte questo periodo, dall’osservazione delle lallazioni passano al momento in cui i piccoli dicono le prime balbettanti parole. Ma nello spazio intermedio avviene una cosa importante: il bambino sta imparando a isolare le parole, a riconoscerne l’unità di suono e senso. Oggi l’affinamento della brain imagery, la produzione di immagini elettroencefalografiche dei processi cerebrali, promette di darci migliori risultati sulla via che gia si intravede, la via dell’esplorare l’uso puramente ricettivo delle prime parole. I genitori piu attenti si accorgono che il piccolo silenzioso gia dà segni di cominciare a capire le loro parole mentre ancora gattona e ben prima di balbettare riproduzioni delle parole degli adulti. Per l’individuo singolo la parola non è im Anfang ma emerge come esito d’un faticato percorso di vita. Il percorso è selettivo. Il bambino dimenticherà la festosa varietàù di fonie dei primi mesi e si orienterà verso le sole realizzazioni dei fonemi della lingua prima. Necessità vitali, affetti anche egoistici per chi assiste, scalda e nutre, interazione con l’ambiente, ascolto, individuazione e discriminazione di suoni, silenzio attento, associazione, comprensione guidano sulla via del linguaggio. Solo dopo viene la parola detta. Come fu detto da Lenneberg, se queste guide, se questi fattori mancano, l’empowerment linguistico tarda. E se mancanza e ritardi si prolungano fino ai sette otto anni, come in casi drammatici, i bambini non imparano piu a parlare. Non vi è dubbio che vi siano precondizioni genetiche innate per l’apprendimento della lingua materna e la rigidità della soglia è un richiamo non eludibile al peso di fattori di natura biologica, neurologica. Ma ciò che avviene entro quella soglia, o non avviene, è un richiamo altrettanto forte a componenti biologicamente aleatorie, a fattori sociali, culturali, affettivi che devono operare perché il processo di acquisizione giunga a maturazione. Quella soglia è costruita da un intreccio stretto di natura e cultura, di fattori biologici ereditari e di apprendimenti socialmente e culturalmente variabili.
2.la parola non è in principio neppure dal punto di vista della filogenesi. Su aspetti di questo punto il campo degli studi è diviso. Dai tempi di Aristotele ed Epicuro, siamo in gran parte convinti che la acquisizione della capacità d’uso di parole, frasi, lingue sia iscritta nella natura o, come oggi diciamo, nel codice genetico degli esseri umani. Ma, come negli individui singoli, anche per la specie questa acquisizione ci appare come il risultato di un percorso. Negli anni a noi piu vicini ci sono state enormi scoperte e abbiamo ampliato la conoscenza, dello spazio cosmico, la nostra galassia è solo una delle milioni che popolano l’universo, e soprattutto del tempo. Resta problematica e discussa l’apparizione della capacità d’uso di parole e lingue analoghe a quelle che conosciamo oggi. -da un lato stanno i fautori di una datazione bassa, il linguaggio verbale come noi lo pratichiamo oggi, dice Philip Lieberman, ha una datazione a 50 mila,30 mila anni. I reperti paleontologici paiono attestare che, come i predecessori, ancora Homo Sapiens di Neandertal aveva la laringe alta, sicché il cavo orale risultava limitato, come è oggi nei neonati fino ai sei mesi. L’abbassamento della laringe, che nei piccoli avviene intorno ai sei mesi, si ebbe solo con Homo sapiens sapiens. Inoltre pare che nelle calotte dei crani neandertaliani parrebbe che non vi siano tracce dell’area di Wernicke che presiede all’autoascolto e alle modulazioni della voce. Solo a Homo sapiens sapiens fu dunque possibile articolare quella varietà di suono minutamente distinti che oggi è tipica delle realizzazioni linguistiche. I Neandertal, si immagina che latravano, ma non parlavano. E poiché gli ultimi di loro scomparvero dall’Europa intorno a 50 mila, 30 mila è a questa data che possiamo ricondurre con sicurezza, pensa Lieberman, l’origine della capacità di usare espressioni come quelle previste dalla nostra lingua. L’acquisizione sarebbe avvenuta per un salto genetico, improvviso. Lieberman, come a lungo Chomsky, ha condiviso una pregiudiziale antievoluzionistica che negava ogni rapporto tra linguaggi di altre specie e il linguaggio verbale ‘’uniquely human’’ come proclama il titolo di un suo del resto istruttivo e brillante libro sul tema. -dal lato opposto sono schierati i fautori di una datazione alta. André Lerois-Gourhan, maestro francese della paleoetnologia, scrisse Le geste et la parole, impegnandosi a ricostruire sistematicamente le tecniche e le culture della preistoria piu remota, di pari passo col procedere verso date piu alte dell’apparizione die primi ominidi. Dice che prima di Homo sapiens sapiens, almeno un milione di anni prima, l’organizzazione sociale e produttiva dei gruppi umani imponeva il ricorso a segnali che rinviassero a progetti e tempi futuri, a luoghi e
I fattori che hanno spinto a privilegiare le realizzazioni audio orali rispetto alle gestuali ed altre possibili sono quelli delle assai piu favorevoli condizioni di produzione e ricezione dei segnali: scarso impegno corporeo nella produzione e quindi basso costo energetico; possibilità di produzione nel corso di altre attività al momento dominanti: possibilità di graduare, variando volume e tono, il raggio di destinazione del segnale; ricezione e comunicazione anche oltre ostacoli e soprattutto nel buio. Infine possibilità di ascolto senza l’impegno a una posizione determinata. Questi vantaggi hanno fatto si che per decine e decine o piu probabilmente centinaia di migliaia di anni l’uso delle lingue, il linguaggio verbale umano, una volta acquisito dalla specie, si sia legato all’audio oralità. Soltanto in fasi assai recenti rispetto alle antichità su cui abbiamo indugiato sorsero e si diffusero scrittura e lettura, per secoli, del resto, patrimonio di pochi.
Collocare il linguaggio verbale umano in una prospettiva semiotica, seguendo le indicazioni di Peirce e Saussure, ha gettato dunque nuova luce anche sulla questione delle origini. Se il linguaggio verbale umano non è altro che una qualunque semiotica e se la audio-oralità è un carattere importante ma non costitutivo, a che cosa esso deve la sua importanza? Piu esploriamo l’universo delle semiotiche e piu siamo atti ad ammettere che effettivamente il linguaggio verbale umano ha alcunché di straordinario. Le piu notevoli sottolineature della peculiarità delle parole e delle lingue vengono da un biologo, Ernst Mayr, nella conclusione della sua magistrale Storia del pensiero biologico, e da un fisico, Albert Einstein, all’inizio del suo saggio Come io vedo il mondo. C’è davvero e da che cosa dipendono questa straordinarietà e questa unicità del linguaggio verbale umano? C’è, a garantirle, un carattere specifico della parola rispetto agli altri segni delle altre innumerevoli semiotiche?
5-la vocalità e uditività è alla radice delle scelte lessicali delle molte lingue in cui si adopera una stessa parola per indicare il muscolo della bocca o, a volte, le labbra e il patrimonio di parole e regole verso cui convergono i parlanti di una comunità. È un tratto che certamente si impone al senso comune di molte culture. Essa tuttavia è un carattere diffuso anche nelle realizzazioni di codici di altri animali, mammiferi superiore, uccelli ed è un carattere non necessariamente presente, come mostrano le lingue segnate dai sordomuti e ancora di piu le realizzazioni scritte e lette di parole, frasi, testi. La indicatività e semanticità gia ad Aristotele pareva un carattere non dirimente perché gia egli lo vedeva esteso alla comunicazione di altri animali. Aristotele da evidenza a un altro carattere che si riflette anche nella comune dizione linguaggio articolato: la articolatezza ossia la segmentabilità, combinatorietà, e sintatticità composita dei segni linguistici. Certamente in gran parte le espressioni di una lingua risultano in prima istanza segmentabili in parti minori , ciò che oggi la lingua chiama morfi, che la articolano e compongono. Fare di questo un tratto specifico del linguaggio verbale umano urta tuttavia contro difficoltà di ordine diverso. Da una parte non tutto il linguaggio si lascia ridurre a tale particolarità. Nella realizzazione fonica e nella percezione uditiva dei segni linguistici vi sono elementi importanti, come il profilo prosodico degli enunziati o la loro relazione col contesto che operano globalmente e non in quanto distinguibili in unità formali discrete, ‘’segmentabili’’; e ci sono forme linguistiche come le interiezioni, così mal rappresentabili nelle scritture, che sfuggono alle norme articolato rie previste in generale delle lingue, eppure sono lingua, sono espressioni e forme significative. Dall’altra parte articolatezza, segmentabilità, combinatori età e sintatticità dei segni sono presenti in altri linguaggi sia non umani, come alcuni codici dalle api ai cetacei, sia postlinguistici, costruiti cioè a partire dalle lingue storico-naturali, sfruttandole, come torneremo a dire, per fissarne la regolazione, come sono i computi numerici, i calcoli aritmetici, le cifrazioni e i linguaggi simbolici di diverse scienze. La articolatezza nè copre l’intera realtà linguistica né è specifica del linguaggio verbale.
Dall’età ellenistica in poi nel mondo mediterraneo la frequenza e l’estensione delle interazioni tra popoli e ceti colti di lingua diversa portò al centro dell’attenzione intellettuale la variabilità geografico-culturale delle lingue. Nello stesso tempo lo sviluppo di studi storico-filologici alimentò la consapevolezza dei mutamenti diacronici di ciascuna lingua. Questa doppia acquisizione porta vicino al cuore di questioni teoriche ancora oggi ineludibili. Perché la capacità umana del linguaggio, unica per la specie, si proietta e concreta nell’uso di un cosi grande numero di lingue diverse? Perché non esiste un’unica lingua? E, inoltre, perché ciascuna lingua, una volta data, cambia nel tempo fino a cedere il passo a lingue diverse? La doppia acquisizione attrasse in tempi diversi Epicuro con i suoi seguaci e Dante.
Anche di altre specie animali, api ma anche fringuelli, siamo sicuri che usano lingue diverse, talchè le api indiane non capiscono le cinesi e le franco-italiane non capiscono le austriache. E poi, oltre il linguaggio verbale, anche altre semiotiche umane (linguaggi gestuali spontanei, sistemi iconologici, riti culturali) conoscono la variazione nello spazio e nel tempo. La lunga preclusione dogmatica contro la descrizione dei linguaggi di altre specie viventi ci toglie la possibilità di valutare se vi siano stati o no mutamenti anche di queste lingue diverse di altri viventi. Ma i linguaggi post linguistici lasciano intravedere tracce e documenti di mutamenti attraverso il tempo. La variabilità culturale e temporale non è un tratto specifico del linguaggio verbale, anche se nelle settemila lingue oggi censite del mondo è un tratto di evidente rilevanza. Grandi teorici, da Humboldt a Saussure e soprattutto Chomsky, hanno messo in evidenza un’altra rilevante proprietà costitutiva delle lingue. Conoscendo anche solo poche migliaia di parole e poche regole sintattiche, con una lingua gli umani sono in grado di produrre e comprendere un numero potenzialmente infinito di frasi. Però si deve constatare che la potenzialità infinita dei segni generabili data una lingua si trova anche fuori del linguaggio verbale: infiniti possono essere i segni diversi che con le minute variazioni delle loro danze usano e capiscono le api, infinite le serie di nomi di numero e le cifrazioni che li rappresentano, le operazioni e i calcoli del’aritmetica elementare, le equazioni possibili.. Quindi anche l’infinità delle frasi generabili non caratterizza in modo specifico le lingue.
Un altro maestro della linguistica del Novecento, André Martinet, ha additato la specificità linguistica in quella che ha insegnato a chiamare ‘’doppia articolazione’’. Alcuni studiosi, tra cui Walter Belardi e Franco lo Piparo, hanno riconosciuto in Aristotele la messa in evidenza di questa stessa proprietà. Come gia si è accennato, in ogni lingua le frasi si analizzano in parole e le parole in ancor piu piccole unità, i morfi (prefissi e suffissi, basi lessicali, desinenze), unità dotate di una forma significante e di un significato. A loro volta le forme significanti si analizzano in unità piu piccole, le sillabe, e le sillabe in tipi fonici, i fonemi, che, alternandosi e combinandosi variamente, concorrono a differenziare sillabe e significanti di morfi e parole, senza però che a tali unità minime competa un preciso significato (rame, mare,rema,mera,arme,erma sono parole italiane di assai diverso significato i cui rispettivi significanti sono costruiti con gli stessi suoni diversamente distribuiti. Le lingue distinguono alcune poco piu di dieci fonemi, altre parecchie decine fino oltre il centinaio. Secondo una stima accreditata la media è di circa trenta. Con questo numero ristretto di unità minime sono costruite in ogni lingua le forme significanti di centinaia di migliaia di parole diverse e con queste, anche solo con una loro piccola parte, a loro volta sono costruite le innumerevoli frasi, potenzialmente infinite, di ogni lingua. Non ci si stancherà di sottolineare l’importanza di questa doppia combinatorietà. Ma, di nuovo, né essa copre tutto ciò che troviamo nelle frasi di una lingua e nelle sue enunciazioni (sfuggono le interiezionI) né è un carattere esclusivo delle lingue. Per esempio i segni del Braille e del Morse, che codificano ciascuna delle lettere o delle dieci cifre arabe, sono doppiamente articolati. Di nuovo ci si trova dinanzi a un carattere che da una parte non coinvolge l’intera realtà del linguaggio verbale, dall’altra non è strettamente specifico. Ma anche la fredda teoria deve ammettere che senza questo carattere non avrebbero avuto spazio, o almeno, lo stesso spazio due aspetti fondamentali per la vita effettiva delle lingue: la ridondanza delle lingue che non ha paragonabili riscontri in altri linguaggi, su cui diversi aspetti ha portato la sua indagine una studiosa romana, Isabella Chiari; e la creazioni di sistemi alfabetici di scrittura delle parole di una lingua, la scrivibilità letterale delle lingue.
Un grande allievo di Martinet, l’acuto e rigoroso semiologo argentino Luis Prieto, aveva indicato un carattere specifico delle lingue nella possibile sinominicità parziale dei loro segni, nel fatto cioè che i loro significati possono essere non solo in rapporto di esclusione o di inclusione subordinata, ma di intersezione. Una intersezione che puo sciogliersi solo appellandosi al contesto dell’enunziazione. Intersezioni si trovano per esempio nelle iconologie religiose e si trovano nella rappresentazione algebrica dei punti, di un medesimo punto, in un piano cartesiano. Anche la proprietà ricorsiva delle regole sintattiche, su cui Chomsky ha insistito spesso, né da conto dell’insieme delle frasi possibili né si coglie solo nelle lingue, ma è tipica delle algebre da cui è stata tratta.
Infine, ultima per ora, delle proprietà a volte credute specifiche è quella della ‘’genericità’’ dei significati delle parole e frasi: una stessa frase, una stessa parola, di volta in volta assume un senso particolare e determinato, altre volte un senso generale e universale, donde la necessità di postulare che nella potenzialità della lingua una espressione in sé abbia un significato appunto generico.
Costasse piu fatica enunziarse espressioni e frasi, il bisogno di risparmiare fatica opererebbe in modo per l’appunto altrettanto radicale. Certamente la ridondanza ha manifestazioni che vanno oltre la dimensione della fonicità e uditività e oltre la stessa sfera del linguaggio. Ma non c’è dubbio che la ridondanza trovi nella voc e ud una felice opportunità, se non una condizione necessaria. Essa schiude a sua volta possibilità di ricezione e comprensione impensabili con codici non ridondanti, economici, nei quali, come nelle cifrazioni o nei calcoli, la mancata percezioni di un solo tassello o la cattiva esecuzione o un rumore, un disturbo qualunque che si abbia durante la produzione e ricezione altera l’insieme e ne compromette sempre necessariamente, la corretta comprensione. Come nel dialogo e nello scrivere e parlare ordinari, cosi attraverso il tempo la ridondanza è un fattore di stabilità. Es: ci sono innumerevoli combinazioni di fonemi inutilizzate disponibili per dare corpo significante ben distinto a parole nuove che occorra di dover adottare. Quindi non pare dubbio che la ridondanza si regga grazie alla dominante fonicità e uditività delle espressioni verbali. Ma per ricorrere ancora all’immagine dei tralci che meglio esprime il punto di vista complessivo e generale che qui si vuole sostenere, occorre sottolineare che è indubbio anche il reciproco: la fon e ud primaria delle realizzazioni dei segni linguistici, quindi la loro volatilità, ha richiesto come complemento necessario una quota di ridondanza fonomorfologica che faciliti la ricezione. Il tralcio della ridondanza si appoggia alla fon e ud e si sostiene grazie a questa e loro si sostengono appoggiandosi alla ridondanza. Osserviamo ancora uno dei caratteri chiamati in primo piano dalla ricerca della specificità del linguaggio verbale, quel carattere colto variamente con espressioni parzialmente sinonime come ‘’genericità del significato’’ , ‘’vaghezza’’ , ‘’espansibilità del significato di parole e frasi’’. Come abbiamo accennato, troviamo l’analogo anche in altre semiotiche, come nei linguaggi spontanei dei gesti o nelle iconologie. Cio che altrove non troviamo è il suo vario combinarsi con altri caratteri del linguaggio verbale, la articolatezza e sintatticità delle frasi, l’incrementabilità e decrementabilità della massa lessicale, la infinità potenziale delle frasi. Combinandosi con essi l’espansibilità-restringibilità dei significati porta a caratteristiche delle lingue storico- naturali che è merito soprattutto di logici e matematici del Novecento avere cominciato a individuare e sulle quali si fermeranno queste riflessioni.
L’espansibilità opera attraverso contiguità di materiali o formali, attraverso il riconoscimento, o meglio, la scoperta di similarità tra nuovi sensi e sensi gia aggregati in una parola e l’assunzione dei nuovi nei vecchi attraverso usi metonimici o metaforici. Tra le contiguità ce n’è una radicale per ogni parola e morfo del linguaggio verbale, cioè la contiguità neurologicamente ancestrale e costitutiva creata dall’area di Wernicke, la contiguità di ciascuna parola con se stessa. Parliamo sentendoci, parliamo correggendoci e rimodulando la voce in corso d’opera con una continua attività di riflessione che è il principio della riflessività con le parole sulle parole. Tra le sue accezioni ogni parola ha obbligatoriamente il riferimento a se stessa: è ciò che diciamo autonimia. Gli umani con le loro parole possono riferirsi alle parole stesse, parlarne. La cosa era gia nota in antico. Ma dal primo Novecento si è cominciato a chiamare metalinguaggio una lingua A che e in quanto parli di una lingua B. e si è visto che l’uso di una lingua ammette che nel linguaggio verbale A e B coincidano e cioè che una lingua sia metalinguaggio di se stessa. È ciò che diciamo ‘’uso metalinguistico riflessivo’’ delle parole e frasi. Esso ci è tanto connaturato a parerci ovvio. In realtà si tratta di una rarità, forse di una eccezione unica nell’universo semiotico. Ciò però è fondamentale perché ci consente di interrogarci da soli o dia logicamente o coralmente su nostre parole, espressioni, loro significati. Osserviamo. L’espansibilità stessa da luogo al metalinguaggio riflessivo e questo sempre favorisce lo scambio culturale e il convergere dei parlanti di una lingua verso un medesimo patrimonio linguistico. Una medesima cultura e di volta in volta permette l’acquisizione di significati piu ampi o, se serve, di restringimenti, specificazioni, determinazioni del significato in un piu ristretto significato nuovo. L’espansibilità e flessibilità del significato di ciascuna parola e la continua possibile ed effettiva messa in circolo del significato rinnovato e precisato attraverso la metalinguisticità riflessiva creano la via attraverso cui di continuo ogni lingua può nel suo complesso consentirci di precisare e ampliare il suo campo poetico, il campo del dicibile con essa, senza uscire da essa, creando una comunione che coinvolge la vita storica delle comunità e la stessa continuità delle vite individuali. Data una lingua, non sappiamo a priori di quale ordine, di quale piano del contenuto con quella lingua non si può parlare. Tarski, il grande logico polacco, segnalò che in ciò vi è un salto rispetto ai linguaggi formali e matematici, che hanno e devono avere contenuti uni planari. Ma possiamo dire di piu: c’è un salto rispetto a
ogni altra semiotica nota, con l’eccezione delle lingue segnate dei sordomuti, che proprio per la rilevazione di questo carattere ci si sono rivelate lingue in senso stretto. Di qui fondamentalmente viene quella proprietà che è la capacità di offrire sempre mezzi per lottare vittoriosamente con ciò che ancora non era espresso e pareva inesprimibile. Grazie all’espansibilità dei significati le lingue possono seguire strade diverse nell’acquisire nuovi sensi e nuovi piani di cose dicibili. E ogni lingua puo essere chiamata ad affinarsi per portare in sé i sensi espressi da parole, frasi, testi di altre lingue a aprirsi alle tecniche piu nuove, ai saperi delle scienze e alle esperienze nuove della letteratura. Di qui la equieffabilità o equipotenza semantica di ogni lingua e quella loro potenziale parità che ognuno, col possesso della sua Muttersprache, ha la chiave di tutte le altre lingue. Lo straordinario combinato-disposto dei caratteri delle lingue ha aperto a noi umani le porte all’uso interiore delle parole. Ma allo stesso tempo ci ha aperto sin dal primo apprendimento all’uso corale e sociale. Come Einstein ben sapeva, il mentalese che affascina ancora taluni sarebbe ben povera cosa, di poco superiore a quello di altri mammiferi superiori, senza l’uso della parola. Cosi ogni lingua, povera o ricca che sia, è compagna e condizione della nostra piu intima vicenda personale, e insieme, della vita storica, economica-produttiva, sociale, intellettuale della comunità cui apparteniamo. Dolo guardando allo stesso combinato disposto, all’intreccio flessibile dei caratteri delle lingue, possiamo intendere come le lingue siano disponibili a rispondere a qui bisogni della comunicazione umana che vadano nelle direzioni dell’irrigidimento, della schematizzazione, della determinatezza semantica. Quando nacquero le scrittore e la necessità di fissare il detto, la ricchezza delle realizzazioni linguistiche a voce fu messa da parte nelle realizzazioni scritte. Queste si servono di elementi che il parlato informale puo lasciare da parte e se devono veicolare un senso sinonimo a quello di espressioni parlate, si avvalgono di tutto il potenziale informativo dell’immediato contesto produttivo, mettendo a frutto in direzioni speculari la ridondanza connaturata alle lingue: la precisione morfosintattica, ricchezza e varietà lessicale, esplicitazione delle deissi.. Non era e non è in principio la parola. ma le parole servono per tutto. La parola appare democratica partecipe di ogni forma di cultura che gli esseri umani sanno elaborare nel tempo e nei luoghi loro concessi.