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Orazio e Seneca sono due autori/filosofi vissuti a pochi anni di distanza. Uno è epicureo e uno stoico, ma i punti di contatto sono diversi
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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Epistula 76 LXXVI. SENECA LVCILIO SVO SALVTEM I. Inimicitias mihi denuntias si quicquam ex iis quae cotidie facio ignoraueris. Vide quam simpliciter tecum uiuam: hoc quoque tibi committam. Philosophum audio et quidem quintum iam diem habeo ex quo in scholam eo et ab octaua disputantem audio. "Bona" inquis "aetate". Quidni bona? Quid autem stultius est quam quia diu non didiceris non discere? II. "Quid ergo? Idem faciam quod trossuli et iuuenes"? Bene mecum agitur si hoc unum senectutem meam dedecet: omnis aetatis homines haec schola admittit. "In hoc senescamus, ut iuuenes sequamur"? In theatrum senex ibo et in circum deferar et nullum par sine me depugnabit: ad philosophum ire erubescam? III. Tamdiu discendum est quamdiu nescias; si prouerbio credimus, quamdiu uiuas. Nec ulli hoc rei magis conuenit quam huic: tamdiu discendum est quemadmodum uiuas quamdiu uiuas. Ego tamen illic aliquid et doceo. Quaeris quid doceam? Etiam seni esse discendum. IV. Pudet autem me generis humani quotiens scholam intraui. Praeter ipsum theatrum Neapolitanorum, ut scis, transeundum est Metronactis petenti domum. Illud quidem fartum est, et ingenti studio quis sit pythaules bonus iudicatur; habet tubicen quoque Graecus et praeco concursum: at in illo loco in quo uir bonus quaeritur, in quo uir bonus discitur, paucissimi sedent, et hi plerisque uidentur nihil boni negotii habere quod agant; inepti et inertes uocantur. Mihi contingat iste derisus: aequo animo audienda sunt inperitorum conuicia et ad honesta uadenti contemnendus est ipse contemptus. V. Perge, Lucili, et propera, ne tibi accidat quod mihi, ut senex discas; immo ideo magis propera quoniam id nunc adgressus es quod perdiscere uix senex possis. "Quantum" inquis "proficiam"? VI. Quantum temptaueris. Quid exspectas? Nulli sapere casu obtigit. Pecunia ueniet ultro, honor offeretur, gratia ac dignitas fortasse ingerentur tibi: uirtus in te non incidet. Ne leui quidem opera aut paruo labore cognoscitur; sed est tanti laborare omnia bona semel occupaturo. Vnum est enim bonum quod honestum: in illis nihil inuenies ueri, nihil certi, quaecumque famae placent. VII. Quare autem unum sit bonum quod honestum dicam, quoniam parum me exsecutum priore epistula iudicas magisque hanc rem tibi laudatam quam probatam putas, et in artum quae dicta sunt contraham. VIII. Omnia suo bono constant. Vitem fertilitas commendat et sapor uini, uelocitas ceruum; quam fortia dorso iumenta sint quaeris, quorum hic unus est usus, sarcinam ferre; in cane sagacitas prima est, si inuestigare debet feras, cursus, si consequi, audacia, si mordere et inuadere: id in quoque optimum esse debet cui nascitur, quo censetur. IX. In homine quid est optimum? Ratio: hac antecedit animalia, deos sequitur. Ratio ergo perfecta proprium bonum est, cetera illi cum animalibus satisque communia sunt. Valet: et leones. Formonsus est: et pauones. Velox est: et equi. Non dico, in his omnibus uincitur; non quaero quid in se maximum habeat, sed quid suum. Corpus habet: et arbores. Habet impetum ac motum uoluntarium: et bestiae et uermes. Habet uocem: sed quanto clariorem canes, acutiorem aquilae, grauiorem tauri, dulciorem mobilioremque luscinii? X. Quid est in homine proprium? Ratio: haec recta et consummata felicitatem hominis impleuit. Ergo si omnis res, cum bonum suum perfecit, laudabilis est et ad finem naturae suae peruenit, homini autem suum bonum ratio est, si hanc perfecit laudabilis est et finem naturae suae tetigit. Haec ratio perfecta uirtus uocatur eademque honestum est. XI. Id itaque unum bonum est in homine quod unum hominis est; nunc enim non quaerimus quid sit bonum, sed quid sit hominis bonum. Si nullum aliud est hominis quam ratio, haec erit unum eius bonum, sed pensandum cum omnibus. Si sit aliquis malus, puto inprobabitur; si bonus, puto probabitur. Id ergo in homine primum solumque est quo et probatur et inprobatur.
Seneca saluta il suo Lucilio. [1] Mi minacci di privarmi della tua amicizia, se sarai lasciato all’oscuro della mia a ività quotidiana. Osserva con quanta fran ezza mi comporto con te: an e questo ti confiderò. Seguo le lezioni di un filosofo e già da cinque giorni frequento la sua scuola ed alle due pomeridiane comincio ad ascoltare le sue discussioni. «Proprio all’età giusta!» tu dirai. E per é non dovrebbe essere questa l’età giusta? quale stoltezza più grave e non imparare, per é da un pezzo hai tralasciato di imparare? [2] «Che dunque? farò quello e fanno i damerini ed i giovincelli?». Non mi lamento, se questo solo è sconveniente alla mia vec iezza: l’accesso a tale scuola è libero agli uomini di qualunque età. «Invec iamo dunque, per andar dietro ai giovani?». Vec io andrò al teatro, mi precipiterò al Circo, nessun comba imento avverrà senza di me: e poi mi vergognerò di frequentare le lezioni di un filosofo? [3] Devi imparare fin é ti accorgi di essere ignorante: e, se prestiamo fede al proverbio, per tu a la vita. Ora tale proverbio si addice sopra u o a questa scienza: per tu a la vita devi imparare il modo di vivere. Tu avia in quella scuola io insegno an e qualcosa. Vuoi sapere e cosa insegno? e an e un vec io deve imparare. [4] Del resto ogniqualvolta entro nella scuola mi vergogno di appartenere all’umanità. Chi va alla casa di Metrona e 1 , come tu ben sai, deve passare proprio accanto al teatro di Napoli. Esso è gremito e da gente e col più vivo interesse giudica i sia un valente flautista; an e il trombe iere greco ed il banditore a irano un gran pubblico 2 : invece là, dove si ricerca i sia l’uomo virtuoso, dove si impara a diventare virtuosi, siedono po issime persone; e queste alla maggior parte degli uomini sembrano aver nulla di buono da fare: son iamate scioc e e sfaccendate. Mi toc i pure tale derisione: bisogna ascoltare le beffe degli ignoranti con assoluta indifferenza e i tende alla virtù deve saper disprezzare lo stesso disprezzo. [5] Continua, o Lucilio, ed affre ati, affin é non ti accada quello e accade a me, di dover imparare da vec io: anzi accelera tanto più il passo, per é ti sei accinto ad apprendere una scienza, e da vec io a stento potresti apprendere compiutamente. «Di quanto mi avvantaggerò?» tu iedi. Il tuo profi o sarà corrispondente agli sforzi da te compiuti. [6] Che aspe i? a nessuno mai capitò di diventar saggio per caso. Il denaro ti verrà da sé, le cari e ti saranno offerte, forse o errai credito ed un’elevata posizione senza accorgertene: ma la virtù non s’imba erà in te fortuitamente. Non lieve fatica né poco travaglio occorrono per conoscerla: ma val la spesa adoprarsi per entrare in possesso una volta per sempre di tu i i beni. Infa i non c’è e un bene, la virtù: in tu i quegli altri beni e riescono graditi all’opinione pubblica non troverai nulla di vero e di sicuro. [7] E per é mai l’unico bene sia la virtù, te lo spiegherò riassumendo quanto da me è già stato de o; giac é ti pare e nella le era precedente io abbia esposto la cosa in modo troppo succinto e credi e questo argomento sia stato ogge o di vuote lodi piu osto e di salde dimostrazioni. [8] Ciascuna cosa ha un suo pregio particolare. Motivi di lode per la vite sono la sua produ ività ed il sapore del vino, per il cervo la velocità: vuoi sapere quanto sia resistente la s iena delle bestie da soma, e servono soltanto a portare bagagli. Nel cane la dote principale è il fine odorato, se egli deve andar sulle orme delle fiere, la celerità nel correre, se deve inseguirle, il coraggio se deve morderle e assalirle: in ciascun essere occorre e sia o ima la funzione per cui egli nasce ed è stimato. [9] Ora nell’uomo qual è l’elemento migliore? la ragione: per questa esso è superiore agli animali, di poco inferiore agli dèi. Pertanto la ragione perfe a è il bene proprio dell’uomo, nel resto egli non è dissimile dagli animali e dalle piante. È forte: an e i leoni sono forti. È bello: an e i pavoni sono belli. È veloce: an e i cavalli sono veloci. Non dico, in tu e queste qualità è superato: non voglio sapere e cosa vi sia in lui di più grande, ma e cosa appartenga a lui in modo particolare. Ha il corpo: an e gli alberi l’hanno. Ha impulsi e movimenti volontari: an e le bestie ed i vermi li hanno. Ha la voce: ma quanto è più iara quella del cane, più acuta quella dell’aquila, più grave quella del toro, più dolce e varia quella dell’usignolo? [10] Che cosa ha l’uomo di particolare? la ragione: questa, quando è dri a e perfe a, rende l’uomo pienamente felice. Dunque ammesso e ogni essere, quando ha condo o alla perfezione la sua qualità cara eristica, è degno di lode ed ha raggiunto il fine della sua natura, e la qualità cara eristica dell’uomo è la ragione, se ne deduce e questi è degno di lode ed ha raggiunto il fine della sua natura, se ha condo o alla perfezione la ragione. E questa quando è perfe a si
far si e, nonostante la furia del mare, la dissolutezza avesse i suoi rifugi, dove si potessero ingrassare separatamente i pesci. [8] Che dici? la filosofia ha insegnato agli uomini a tenere iavi e serrature? Non era forse questo dare un’insegna all’avarizia? La filosofia sospese in alto queste case e ci sovrastano con gran pericolo di i le abita? giac é non era abbastanza difendersi con i mezzi offerti dal caso e trovarsi un ricovero naturale senza l’impiego di un’arte particolare e senza difficoltà. [9] Credimi, veramente felici furono gli anni, in cui non esistevano ancora né ar ite i né decoratori. Già la dissolutezza si diffondeva, quando si cominciò a ridurre in forma di quadrato il legname da costruzione ed a tagliare con mano sicura una trave, servendosi della sega e correva per i tra i segnati: giac é i primitivi uomini tagliavano il legno facile a fendersi con cunei 15. Infa i non si apprestavano sale per i ban e i, né pini o abeti venivano trasportati con una lunga fila di carri in mezzo ai quartieri tremanti, affin é soffi i cari i d’oro, fa i con quelli, pendessero dall’alto. [10] Puntelli posti da una parte e dall’altra sostenevano la capanna: fi e ramaglie e frondi ammassate e disposte in declivio perme evano all’acqua piovana, per quanto abbondante, di scorrere giù. Abitarono tranquilli in dimore così povere: un te o di paglia coperse uomini liberi: ora so o il marmo e l’oro abitano s iavi. [11] Non son d’accordo con Posidonio an e in questo, e gli strumenti degli artigiani siano stati inventati dai sapienti: giac é procedendo in tal modo potrebbe dire e furono i sapienti quelli, da cui allora fu trovato il modo di prendere le fiere coi lacci e di ingannarle col e di circondare con cani grandi balze selvose 16. [vis io Infa i tu e queste furono invenzioni non della sapienza, dell’avvedutezza umana. [12] E neppure amme o e i sapienti abbiano scoperto le miniere di ferro e di rame, dopo e la terra, riscaldata dall’incendio delle foreste, ebbe mandato fuori liquefa e le vene di metallo giacenti alla superficie: trovano tali cose quelli e di esse hanno cura. [13] Nemmeno il problema se il martello sia stato adoperato prima delle tenaglie mi sembra così grave come a Posidonio. L’uno e l’altro strumento furono inventati da qualcuno di ingegno vivace ed acuto, non profondo né elevato, come pure qualunque altra cosa si doveva ricercare col corpo curvo e coll’oc io rivolto alla terra. Il saggio si accontentò di un tenore di vita assai modesto; e per é no? dac é an e in questa età egli desidera essere il più possibile libero da impacci. [14] Come, ti prego, puoi ammirare Diogene ed assieme Dedalo 17 senza essere in contraddizione? ale di questi due ti sembra saggio? i inventò la sega o i, avendo visto un fanciullo bere acqua col cavo della mano, tosto tolse dal suo piccolo sacco la coppa e la spezzò rimproverandosi così: «per quanto tempo stoltamente portai inutili pesi?», i si rin iuse nella bo e ed ivi si mise a giacere? [15] Ed oggi dunque stimi più saggio colui e inventa il modo di lanciare a raverso tubi nascosti l’essenza di zafferano a smisurata altezza e riempie canali introducendovi repentinamente e con violenza dell’acqua o li prosciuga, e colloca i girevoli soffi i delle sale da pranzo in modo e ad una pi ura succeda immediatamente l’altra ed il cambiamento dei casse oni accompagni quello delle portate, o non piu osto colui, il quale a sé ed agli altri insegna come la natura non ci abbia imposto nulla di insopportabile e di difficile, e noi possiamo avere la casa senza ricorrere al marmista ed al falegname, i vestiti senza commerciare nelle stoffe di seta, le cose a noi necessarie, se ci contenteremo di ciò e la terra ha posto sulla sua superficie? Se gli uomini vorranno ascoltare costui si convinceranno e a loro è inutile tanto il cuoco quanto il soldato. [16] Furono saggi o certamente simili ai saggi quelli e proteggevano il corpo senza tanti aggeggi. Le cose necessarie non abbisognano di particolare sollecitudine: per vivere nel lusso, sì, occorre affaticarsi. Non desidererai l’opera degli artigiani, se seguirai la natura, la quale non volle e noi fossimo troppo occupati: essa ci fornì dei mezzi necessari per soddisfare i bisogni a cui voleva fossimo so oposti. «Il corpo nudo non può sopportare il freddo». Che dunque? le pelli delle fiere e degli altri animali non possono difenderci dal freddo più e a sufficienza? la maggior parte dei popoli non si coprono il corpo con cortecce di alberi? le penne degli uccelli non vengono intrecciate e trasformate in vesti? an e oggi moltissimi tra gli Sciti non si vestono di pelli di volpi e di martore, e sono morbide e impenetrabili al vento? [17] «Tu avia è necessario tener lontano il calore del sole estivo con un’ombra più densa». Che dunque? il lungo volger del tempo non favorì forse il formarsi di molti luoghi nascosti, i quali, scavati o dall’azione distruggitrice del tempo o da qualsiasi altro accidente, assunsero l’aspe o di caverne? Che dunque? non riuscì ic essia ad intrecciare con la mano graticci di verghe ed a spalmarli di vile fango, di poi a coprire il te o con paglia e con rami, ed a trascorrere tranquillo l’inverno, mentre l’acqua piovana
scorreva giù per i te i in declivio? Che dunque? gli abitanti delle Sirti non stanno nascosti in ricoveri so erranei e così pure quelli e per l’eccessivo ardore solare non trovano alcuna difesa abbastanza forte contro il caldo, all’infuori della terra arida? [18] Fu forse così avversa la natura e, mentre a tu i gli altri animali concesse di vivere agevolmente, all’uomo solo non permise di vivere senza tante arti? Nulla di gravoso essa ci ha imposto, e debba essere ricercato a fatica, per tirare in lungo la vita. Appena nati abbiamo trovato pronta ogni cosa: siamo noi e, presi dal disgusto delle cose facili, ci siamo reso tu o difficile. Le case ed i vestiti, i rimedi per il corpo e gli alimenti e tu o ciò e ora costituisce un grave affare, erano facilmente accessibili, di nessun costo e si procacciavano con lieve sforzo: giac é la misura di tu o era in conformità del bisogno; noi abbiamo reso coteste cose preziose, straordinarie, tali e si debbono ricercare con difficili e numerose arti. La natura basta per ciò e essa ri iede. [19] Alla natura si ribellò lo sfarzo, e ogni giorno eccita sé stesso e nel succedersi di tante generazioni cresce e con l’ingegno fomenta i vizi. Dapprima cominciò a desiderare le cose inutili, quindi quelle dannose, infine so omise l’animo al corpo e lo costrinse a divenire s iavo dei suoi capricci. Tu e coteste arti, per cui la ci à o si muove o fa rumore, si curano del corpo, al quale una volta si dava ogni cosa come ad un servo, mentre ora si appresta tu o come ad un padrone. Pertanto qui trovi i laboratori dei tessitori e dei fabbri, là quelli dei profumieri e le scuole dei maestri e insegnano danze lascive e canti volu uosi e languidi. Infa i è scomparsa quella misura naturale e poneva quanto è necessario come limite ai desideri: ormai è da uomo rozzo e miserabile il volere ciò e è sufficiente. [20] È incredibile, o mio Lucilio, quanto facilmente an e uomini grandi si lascino sviare dalla dolcezza del discorso. Ecco Posidonio e, secondo il mio parere, è uno di quelli e han contribuito maggiormente al progresso della filosofia; eppure egli mentre vuol descrivere dapprima, come alcuni fili si torcano, altri siano tra i da una sostanza morbida e sciolta, indi come il telaio con pesi a accati tenda lo stame in modo da renderlo diri o, ed il tessuto introdo o, per ammorbidire la durezza dell’ordito e preme da una parte e dall’altra, sia costre o ad unirsi ed a stringersi mediante una spatola, afferma e an e l’arte del tessitore è stata inventata dai sapienti, dimenticando e in séguito fu trovato un modo di tessere più ingegnoso, per cui la tela è legata al subbio, il pe ine separa gli stami, s’introduce nella spola appuntita la trama, e i denti intagliati nel largo pe ine ba ono 18. Che cosa avrebbe de o, se gli fosse capitato di vedere i tessuti della nostra età, con cui si fanno vesti destinate a non coprire alcuna parte del corpo, e e non solo non offrono alcun riparo al corpo, ma neppure al pudore? [21] indi passa a parlare degli agricoltori e con uguale scioltezza descrive il suolo solcato una e due volte dall’aratro, affin é il terreno meno compa o accolga più facilmente le radici, poi le sementi sparse e le erbe raccolte colle mani, per é nulla di selvaggio per caso cresca e soffo i la messe. Egli afferma e an e questo è opera dei sapienti, come se an e adesso gli agricoltori non inventassero numerosissimi nuovi procedimenti, e rendano i campi più fertili. [22] Non contento di queste arti, fa discendere il sapiente nel mulino. Infa i racconta come questi imitando la natura cominciò a fare il pane. «I denti», dice Posidonio, «duri come sono, incontrandosi sminuzzano il grano entrato in bocca, e quanto è sfuggito viene ad essi riportato dalla lingua: allora si mesce assieme, per passare più agevolmente a raverso la gola viscida. Giunto nel ventre, dove vien digerito mediante quel calore uniforme, finalmente è assimilato dal corpo. [23] alcuno seguendo questo modello sovrappose una pietra ruvida ad una pietra ruvida, a somiglianza dei denti, di cui la parte immobile aspe a e l’altra si muova; indi dallo sfregamento delle due pietre i grani vengono sminuzzati e più volte riba uti, fin é ripetutamente triturati son rido i in minutissime particelle. Allora sparse di acqua la farina e maneggiandola a lungo la ridusse in pasta e formò il pane, e dapprima si fece cuocere con cenere calda ed un ma one rovente, in séguito a poco a poco furono inventati i forni ed altri mezzi di co ura, e dessero un calore più o meno forte, secondo la volontà». Poco mancò e a ribuisse ai sapienti an e l’invenzione dell’arte del calzolaio. [24] Tu e coteste cose furono inventate, sì, dalla ragione, ma non dalla ragione perfe a. Infa i sono invenzioni dell’uomo, non del sapiente, non meno e le navi, su cui a raversiamo i fiumi ed i mari dopo aver disposto le vele in modo e accolgano l’impeto dei venti e messo di dietro il timone, e volge il corso della nave or qua or là: si imitarono i pesci, e si dirigono mediante la coda e muovendola lievemente in un senso o nell’altro cambiano ro a. [25] «Tu e queste», egli dice, «sono invenzioni del saggio: ma essendo troppo vili per é
conoscere ma an e ad obbedire agli dèi e ad accogliere qualsiasi evento come un comando. Non permise di seguire le false opinioni e seppe stimare esa amente il valore di ciascuna cosa: disapprovò i piaceri a cui tien dietro il pentimento, lodò i beni e non verranno mai a noia e dimostrò iaramente e è felicissimo i non abbisogna della felicità e potentissimo i è padrone di sé stesso. [35] Non parlo di quella filosofia 24 , e ha posto il ci adino fuori della patria, gli dèi fuori del mondo e la virtù in intima relazione col piacere, ma di quella, e non crede e vi sia altro bene all’infuori dell’onesto e non può essere sedo a né dai favori degli uomini né da quelli della fortuna, il cui valore consiste nel non lasciarsi alle are da alcuna cosa, di qualsiasi valore. Io non ritengo e questa filosofia esistesse in quella rozza età, in cui non si conoscevano ancora le arti e l’esperienza insegnava quali fossero le cose utili: [36] ma venne dopo quei tempi fortunati, in cui i beni della natura erano accessibili a tu i e d’uso comune, prima e la cupidigia e la dissolutezza dividessero gli uomini e li inducessero a passare dalla tranquilla convivenza alle ruberie ed ai sac eggi. Non erano quelli sapienti, an e se si comportavano in maniera degna di sapienti, [37] Nessuno, invero, ammirerà maggiormente un’altra condizione dell’umanità né alcuno, a cui Dio perme a di dar norma alle cose terrene e costumi ai popoli, mostrerà di gradire uno stato diverso da quello in cui vissero gli uomini, presso i quali nessun contadino dissodava i campi; e neppure era lecito segnare o dividere il terreno con limiti fissi: si procuravano ogni cosa in comune e la terra spontaneamente con maggior facilità produceva ogni fru o senza e alcuno la sollecitasse 25. [38] Chi più felice di quegli uomini? Godevano la natura in comune: essa bastava come madre e prote rice di tu i, essa garantiva il tranquillo possesso delle comuni ric ezze. Per é non dovrei giudicare ric issimi quegli uomini, tra i quali non era possibile trovare un povero? La cupidigia sopraggiunse a sconvolgere una sì felice situazione e, mentre bramava me ere in disparte qualcosa ed appropriarsene, rese tu o ostile e dallo spazio vastissimo, in cui viveva, andò a finire in un angolino. La cupidigia produsse la povertà e a causa delle sue brame smodate perse tu o. [39] Pertanto ora s’adoperi pure per ricuperare quanto ha perduto, aggiunga campi ai campi cacciando via il vicino col denaro o con la violenza, estenda i fondi per lo spazio di province intere e creda e viaggiare a lungo per i propri poderi sia possederli: nessuna estensione di territorio ci ricondurrà in quello stato, donde ci siamo allontanati. ando avremo fa o tu o il possibile, possederemo molto: ma una volta possedevamo tu o. [40] La terra stessa non coltivata era più fertile e soddisfaceva generosamente i bisogni dei popoli e non si davano alle ruberie. Non era motivo di minor piacere trovare quanto la natura produceva e mostrare ad altri ciò e si era trovato: e neppure alcuno poteva avere troppo o troppo poco per é la divisione dei beni avveniva tra gente e era in pieno accordo. Il più forte non aveva ancora messo le mani addosso al più debole, l’avaro, nascondendo ciò e per lui era inutile, non ancora aveva privato un altro del necessario: ciascuno non si curava meno degli altri e di sé stesso. [41] Le armi erano negle e e le mani monde da sangue umano si volgevano ostilmente solo verso le fiere. elli, e un folto bosco proteggeva dal sole e e per ripararsi dal rigore dell’inverno o dall’imperversare della pioggia vivevano sicuri in un misero rifugio di fogliame, trascorrevano tranquillamente le no i senza ansietà. Noi invece siamo tormentati dagli affanni nei nostri le i di porpora, e ci tengono desti con pungenti stimoli: oh e dolci sonni concedeva a quelli la dura terra! [42] Non pendevano sulle loro teste soffi i fregiati d’oro, ma gli astri vagavano su di essi sdraiati all’aperto, mentre, meraviglioso spe acolo delle no i, il cielo si volgeva verso il suo termine compiendo silenziosamente una così grande opera. Tanto di giorno come di no e si stendeva davanti al loro sguardo la vista di questa bellissima dimora: era piacevole osservare le costellazioni discendere dal mezzo del cielo ed altre levarsi dall’oscurità dell’orizzonte. [43] Per é mai non sarebbe dovuto riuscir gradito andar vagando in mezzo a tante meraviglie ovunque sparse? Al contrario voi rabbrividite ad ogni rumore dei te i e tra le vostre pi ure, se udite qual e crepitio, scappate via a erriti. elli non avevano case simili a ci à. L’aria ed il libero soffiar dei venti nell’aperta campagna, la lieve ombra d’una rupe o d’un albero, le limpide sorgenti ed i rivi e non perdevano niente della loro fres ezza passando a raverso tubi o qual e via obbligata, ma scorrevano liberamente, prati belli senza artificio, infine tra queste cose una rustica dimora adornata con rozze mani: ecco la casa secondo natura, in cui riusciva gradito abitare senza dover temere né da essa né per essa: ora la casa costituisce gran parte della nostra paura. [44] Ma ben é conducessero una vita bella ed innocente, quegli uomini non furono sapienti,
poi é tale denominazione riguarda l’a ività più elevata. Tu avia non oserei negare e quelli siano stati uomini di alto sentire e, per così dire, da poco usciti dalle mani degli dèi: giac é non v’è dubbio e il mondo, non ancora stanco, abbia prodo o esseri migliori. Ma come tu i avevano una natura più forte e più a a a sopportare le fati e, così non tu i avevano l’animo perfe o. Infa i la natura non dà la virtù: si diventa buoni con l’uso d’un’arte. [45] Invero quelli non cercavano l’oro o l’argento o le pietre preziose nei più profondi sedimenti terrestri ed inoltre risparmiavano an e i muti animali: erano così lontani dall’uccidere un altro uomo non per ira, non per timore, ma solo per godersi lo spe acolo della sua morte! Essi non indossavano ancora vesti ricamate, non intrecciavano fili d’oro intessuti, né lo estraevano dalle viscere della terra. [46] Che dunque? era l’ignoranza e li conservava innocenti: ma c’è grande differenza tra il non volere e il non saper comme ere colpa. Essi non conoscevano la giustizia, la prudenza, la temperanza e la fortezza. ella vita primitiva aveva, bensì, qualcosa di simile a tu e queste buone qualità: la virtù però si trova soltanto in un animo educato ed istruito, e con assiduo esercizio ha raggiunto il colmo della perfezione. Invero per questa ma senza questa nasciamo; ed an e nei migliori, prima dell’educazione, c’è la materia della virtù, non la virtù. Addio Epistula 106 Seneca Lucilio suo salutem. [1] Tardius rescribo ad epistulas tuas, non quia districtus occupationibus sum. Hanc excusationem cave audias: vaco, et omnes vacant qui volunt. Neminem res sequuntur: ipsi illas amplexantur et argumentum esse felicitatis occupationem putant. id ergo fuit quare non protinus rescriberem? id de quo quaerebas veniebat in contextum operis mei. [2] Scis enim me moralem philosophiam velle conplecti et omnes ad eam pertinentis quaestiones explicare. Itaque dubitavi utrum differrem te donec suus isti rei veniret locus, an ius tibi extra ordinem dicerem: humanius visum est tam longe venientem non detinere. [3] Itaque et hoc ex illa serie rerum cohaerentium excerpam et, si qua erunt eiusmodi, non quaerenti tibi ultro mi am. Seneca saluta il suo Lucilio. [1] Rispondo un po’ troppo tardi alle tue le ere, non già per é sono preso dagli affari. Guardati dal dar re a ad una simile scusa: io sono libero e tu i quelli e vogliono sono liberi. Le faccende non tengono dietro a nessuno: sono gli uomini e si a accano ad esse e credono e l’essere molto occupati sia segno di felicità. Per é dunque non ti ho risposto subito? la questisne, intorno a cui mi interrogavi, si presentava nel séguito della mia opera. [2] Infa i sai e io voglio tra are la filosofia morale nell’insieme e sviluppare tu i gli argomenti e la riguardano. Pertanto rimasi incerto se tenerti a bada, in a esa e giungesse il momento opportuno per cotesta indagine, oppure soddisfarti in via straordinaria: mi parve più delicato non tra enere uno e veniva cod da lungi. [3] indi da quella serie di tra azioni connesse tra di loro prenderò, an e questa, e, se ve ne saranno altre dello stesso genere, te le invierò di mia volontà senza e tu me le domandi. Vuoi sapere quali esse sono? quelle la cui conoscenza è più piacevole e utile come questa, e ti interessa: il bene è un corpo? oniam, ut voluisti, morem gessi tibi, nunc ipse dicam mihi quod dicturum esse te video: latrunculis ludimus. In supervacuis subtilitas teritur: non faciunt bonos ista sed doctos. [12] Apertior res est sapere, immo simplicior: paucis 〈satis〉 est ad mentem bonam uti lieris, sed nos ut cetera in supervacuum diffundimus, ita philosophiam ipsam. emadmodum omnium rerum, sic li erarum quoque intemperantia laboramus: non vitae sed s olae discimus. Vale. Poi é, come volevi, ti ho compiaciuto, ora io stesso mi dirò quel e son certo e tu dirai: gio iamo agli scac i. L’acume lo si impiega in disquisizioni inutili, e non ci rendono virtuosi, ma eruditi. [12] La saggezza è una cosa più facile, anzi più semplice: non è necessario avere tanta erudizione per pensare re amente, ma noi, come delle altre cose, così an e della filosofia abusiamo. Come in tu o il resto, così an e nel sapere soffriamo per mancanza di moderazione: non per la vita, ma per la scuola impariamo. Epistula 114
corrupta excipi non tantum a corona sordidiore sed ab hac quoque turba cultiore; togis enim inter se isti, non iudicîs distant. Hoc magis mirari potes, quod non tantum vitiosa sed vitia laudentur. Nam illud semper factum est: nullum sine venia placuit ingenium. Da mihi quemcumque vis magni nominis virum: dicam quid illi aetas sua ignoverit, quid in illo sciens dissimulaverit. Multos tibi dabo quibus vitia non nocuerint, quosdam quibus profuerint. Dabo, inquam, maximae famae et inter admiranda propositos, quos si quis corrigit, delet; sic enim vitia virtutibus inmixta sunt ut illas secum tractura sint. [13] Adice nunc quod oratio certam regulam non habet: consuetudo illam civitatis, quae numquam in eodem diu stetit, versat. Multi ex alieno saeculo petunt verba, duodecim tabulas loquuntur; Grac us 22 illis et Crassus 23 et Curio 24 nimis culti et recentes sunt, ad Appium25 usque et Coruncanium26 redeunt. idam contra, dum nihil nisi tritum et usitatum volunt, in sordes incidunt. [14] Utrumque diverso genere corruptum est, tam mehercules quam nolle nisi splendidis uti ac sonantibus et poeticis, necessaria atque in usu posita vitare. Tam hunc dicam peccare quam illum: alter se plus iusto colit, alter plus iusto neglegit; ille et crura, hic ne alas quidem vellit. [15] Ad compositionem transeamus. ot genera tibi in hac dabo quibus peccetur? idam praefractam et asperam probant; disturbant de industria si quid placidius effluxit; nolunt sine salebra esse iuncturam; virilem putant et fortem quae aurem inaequalitate percutiat. orundam non est compositio, modulatio est; adeo blanditur et molliter labitur. [16] id de illa loquar in qua verba differuntur et diu expectata vix ad clausulas redeunt? id illa in exitu lenta, qualis Ciceronis est, devexa et molliter detinens nec aliter quam solet ad morem suum pedemque respondens? Non tantum in genere sententiarum vitium est, si aut pusillae sunt et pueriles aut inprobae et plus ausae quam pudore salvo licet, 〈sed〉 si floridae sunt et nimis dulces, si in vanum exeunt et sine efectu nihil amplius quam sonant. [17] Haec vitia unus aliquis inducit, sub quo tunc eloquentia est, ceteri imitantur et alter alteri tradunt. Sic Sallustio 27 vigente anputatae sententiae et verba ante expectatum cadentia et obscura brevitas fuere pro cultu. L. Arruntius 28 , vir rarae frugalitatis, qui historias belli Punici scripsit, fuit Sallustianus et in illud genus nitens. Est apud Sallustium «exercitum argento fecit», id est, pecunia paravit 29. Hoc Arruntius amare coepit; posuit illud omnibus paginis. Dicit quodam loco «fugam nostris fecere», alio loco «Hiero rex Syracusanorum bellum fecit», et alio loco «quae audita Panhormitanos dedere Romanis fecere». [18] Gustum tibi dare volui: totus his contexitur liber. ae apud Sallustium rara fuerunt apud hunc crebra sunt et paene continua, nec sine causa; ille enim in haec incidebat, at hic illa quaerebat. Vides autem quid sequatur ubi alicui vitium pro exemplo est. [19] Dixit Sallustius «aquis hiemantibus» 30. Arruntius in primo libro belli Punici ait «repente hiemavit tempestas», et alio loco cum dicere vellet frigidum annum fuisse ait «totus hiemavit annus», et alio loco «inde sexaginta onerarias leves praeter militem et necessarios nautarum hiemante aquilone misit». Non desinit omnibus locis hoc verbum infulcire 31. odam loco dicit Sallustius «dum inter arma civilia aequi bonique famas petit» 32. Arruntius non temperavit quominus primo statim libro poneret ingentes esse «famas» 33 de Regulo. [20] Haec ergo et eiusmodi vitia, quae alicui inpressit imitatio, non sunt indicia luxuriae nec animi corrupti; propria enim esse debent et ex ipso nata ex quibus tu aestimes alicuius adfectus: iracundi hominis iracunda oratio est, commoti nimis incitata, delicati tenera et fluxa. [21] od vides istos sequi qui aut vellunt barbam aut intervellunt, qui labra pressius tondent et adradunt servata et summissa cetera parte, qui lacernas coloris inprobi sumunt, qui perlucentem togam, qui nolunt facere quicquam quod hominum oculis transire liceat: inritant illos et in se advertunt, volunt vel reprehendi dum conspici. Talis est oratio Maecenatis omniumque aliorum qui non casu errant sed scientes volentesque. [22] Hoc a magno animi malo oritur: quomodo in vino non ante lingua titubat quam mens cessit oneri et inclinata vel prodita est, ita ista orationis quid aliud quam ebrietas nulli molesta est nisi animus labat. Ideo ille curetur: ab illo sensus, ab illo verba exeunt, ab illo nobis est habitus, vultus, incessus. Illo sano ac valente oratio quoque robusta, fortis, virilis est: si ille procubuit, et cetera ruinam sequuntur. [23] Rege incolumi mens omnibus una est: amisso rupere fidem 34. Rex noster est animus; hoc incolumi cetera manent in officio, parent, obtemperant: cum ille paulum vacillavit, simul dubitant. Cum vero cessit voluptati, artes quoque eius actusque marcent et omnis ex languido fluidoque conatus est. [24] oniam hac similitudine usus sum, perseverabo. Animus noster modo rex est, modo tyrannus: rex cum honesta intuetur, salutem commissi sibi corporis curat et illi nihil imperat turpe, nihil sordidum; ubi vero inpotens,
cupidus, delicatus est, transit in nomen detestabile ac dirum et fit tyrannus. Tunc illum excipiunt adfectus inpotentes et instant; qui initio quidem gaudet, ut solet populus largitione nocitura frustra plenus et quae non potest haurire contrectans. [25] Cum vero magis ac magis vires morbus exedit et in medullas nervosque descendere deliciae, conspectu eorum quibus se nimia aviditate inutilem reddidit laetus, pro suis voluptatibus habet alienarum spectaculum, sumministrator libidinum testisque, quarum usum sibi ingerendo abstulit. Nec illi tam gratum est abundare iucundis quam acerbum quod non omnem illum apparatum per gulam ventremque transmi it, quod non cum omni exoletorum feminarumque turba convolutatur, maeretque quod magna pars suae felicitatis exclusa corporis angustiis cessat. [26] Numquid enim, mi Lucili, 〈non〉 in hoc furor est, quod nemo nostrum mortalem se cogitat, quod nemo inbecillum? immo quod nemo nostrum unum esse se cogitat? Aspice culinas nostras et concursantis inter tot ignes cocos: unum videri putas ventrem cui tanto tumultu comparatur cibus? Aspice veteraria nostra et plena multorum saeculorum vindemiis horrea: unum putas videri ventrem cui tot consulum regionumque vina cluduntur? Aspice quot locis terra vertatur, quot millia colonorum arent, fodiant: unum videri putas ventrem cui et in Sicilia et in Africa seritur? [27] Sani erimus et modica concupiscemus si unusquisque se numeret, metiatur simul corpus, sciat quam nec multum capere nec diu possit. Nihil tamen aeque tibi profuerit ad temperantiam omnium rerum quam frequens cogitatio brevis aevi et huius incerti: quidquid facies, respice ad mortem. Vale. Seneca saluta il suo Lucilio. [1] Vuoi sapere per quale ragione in certi tempi si sia manifestata una profonda corruzione nell’eloquenza, e come mai gii uomini d’ingegno siano divenuti inclini a certi dife i, di modo e si ebbe un’esposizione talvolta ampollosa, talaltra languida e simile ad una cantilena? per quale ragione ci si sia compiaciuti di conce i audaci e paradossali, di pensieri spezzati ed oscuri, in cui poco c’era da percepire con gli orec i, ma molto con l’intelligenza? per quale ragione vi siano state epo e, in cui si faceva uso eccessivo delle metafore? La ragione è in quella frase e sei solito sentir pronunciare comunemente e e è divenuta proverbiale presso i Greci: il modo di esprimersi e la vita negli uomini si corrispondono. [2] Come le azioni di ciascuno sono simili alle parole, così l’eloquenza talvolta rassomiglia ai pubblici costumi, se una ci à segue un tenore di vita fiacco e si è abbandonata ai piaceri. Segno evidente della generale dissolutezza è l’espressione effeminata, se per altro questa non appare soltanto in questo o in quello, ma è stata ammessa ed accolta da tu i. [3] L’ingegno non può avere un cara ere diverso da quello dell’anima. Se questa è re a, calma, seria, temperante, an e l’ingegno è moderato e sobrio: se l’anima è corro a, an e l’ingegno si corrompe. Non t’accorgi e, se l’anima è svigorita, si trascinano le membra e si muovono i piedi lentamente? se è effeminata, non si manifesta l’effeminatezza persino nel modo di camminare? se è gagliarda e fiera, il passo non si fa più veloce? se infuria o se è presa dall’ira, e è affine al furore, il corpo non è forse turbato nei suoi movimenti e non avanza, ma è come spinto innanzi? Puoi facilmente immaginare in quanto maggior misura ciò accada all’ingegno, e è tu o pervaso dall’anima; di essa è il riflesso, ad essa obbedisce e domanda la norma dell’agire. [4] Come vivesse Mecenate 19 , come camminasse, quanto fosse dedito ai piaceri, quanto desiderasse apparire e far conoscere a tu i i suoi vizi, son cose troppo note per é ora si debbano raccontare. Che dunque? il suo stile non è scia o come la sua persona? le sue frasi non son così ricercate come il suo tenor di vita, e il suo séguito e la sua casa e la sua moglie? Sarebbe stato un uomo di grande ingegno, se l’avesse saputo guidare per una via più giusta, se non si fosse reso incomprensibile, se an e nell’esprimersi non fosse così disordinato. Perciò ti troverai di fronte ad uno stile proprio di un uomo ebbro, oscuro, pieno di digressioni e di stravaganze. [5] Che cosa è più bru o di quel «il fiume e le selve iome delle rive»? Vedi come «arino l’alveo con le bar e e rivoltando le acque spingano indietro i giardini». Che dire? se qualcuno «arriccia il volto ammiccando ad una donna e con le labbra fa il colombo e comincia sospirando, come con il collo spossato infuriano i signori del bosco». «Gente incorreggibile frugano dappertu o per trovar cibo e con la bo iglia assaltano le case e passano la loro morte sperando». «A fatica iamerei il Genio come testimone alla sua festa». «O i fili dell’esile candela e la focaccia scoppie ante». «La madre o la moglie rivestono di fiori il focolare» 20. [6] Appena avrai le o simili frasi, non ti verrà subito in mente e costui è l’uomo il quale camminava sempre per la
tua a enzione? Taluni amano le frasi spezzate e disuguali e, se qualcuna fluisce tranquilla, di proposito la interrompono; non vogliono e la combinazione delle parole sia immune da asprezze: ritengono e l’espressione riveli mas ia energia, se colpisce l’orec io con la sua durezza. Taluni non dispongono le parole, ma le modulano: tanto son carezzevoli e con tanta dolcezza scorrono i loro discorsi! [16] Che dirò di quel fraseggiare, in cui le parole sembrano indugiare ed, a lungo a ese, appena compaiono alla fine del periodo? e di quell’altro, lento all’inizio, particolarmente caro a Cicerone, scorrevole, e ci tra iene mollemente e segue sempre la sua andatura ed il suo ritmo solito? I pensieri sono dife osi non soltanto se sono tenui e puerili o lascivi e più audaci di quanto consenta la salvaguardia della pudicizia, ma an e se sono ornati e troppo melliflui, se risultano vuoti e non producono altro effe o all’infuori del suono. [17] esti dife i sono introdo i da uno, e in un tempo domina nel campo dell’eloquenza, gli altri li imitano e se li trasme ono. Così, quando Sallustio 27 era nel suo fiore, si solevano considerare come indice di eleganza i pensieri tron i e le parole e giungono ina ese e le espressioni brevi ed oscure. L. Arrunzio 28 , uomo di rara temperanza, autore di una storia della guerra punica, fu seguace di Sallustio e si segnalò in quello stile. In Sallustio si legge: «fece un esercito col denaro», cioè lo raccolse col denaro 29. Arrunzio prese a compiacersi di tale espressione: se ne servì in ogni pagina. Dice in un punto: «fecero prendere la fuga ai nostri». In un altro: «Gerone, re di Siracusa, fece scoppiare la guerra». Ed in un terzo: «questa notizia fece arrendere i Palermitani ai Romani». [18] Ho voluto dartene un saggio: tu a l’opera è composta di simili frasi. Le espressioni e in Sallustio sono rare, in Arrunzio diventano frequenti e quasi continue; e non senza ragione: quello incappava in tali dife i, ma questi li cercava. Ora vedi e cosa capita, quando si considera un dife o come un modello da imitare. [19] Sallustio disse: «aquis hiemantibus» 30. Arrunzio nel libro primo della guerra punica scrive repente hiemavit tempestas. Ed in un altro passo volendo dire e l’annata era stata fredda, si esprime così: totus hiemavit annus. Ed in un altro ancora: «indi mandò sessanta navi da carico veloci coi soldati ed i marinai necessari hiemante aquilone». Egli non cessa di introdurre in ogni frase il verbo hiemare 31. In un passo Sallustio dice: «mentre in mezzo alle lo e civili aequi bonique famas petit» 32. Arrunzio non si tra enne dallo scrivere subito all’inizio del suo libro e grandi erano famas 33 di Regolo. [20] esti dife i dunque ed altri consimili, provenienti dall’imitazione, non sono segni di dissolutezza e di corruzione: per é tu dai dife i possa giudicare delle passioni di uno, bisogna e quei dife i gli appartengano veramente e scaturiscano dal suo intimo: lo stile di un uomo collerico è collerico, quello di un uomo appassionato è troppo impetuoso, quello di un effeminato è molle e lento. [21] La stessa cosa succede a quelli e si strappano la barba tu a quanta o solo qua e là e se la radono sulle labbra più profondamente conservando e lasciando crescere l’altra, e indossano mantelli dai colori sgargianti e toghe trasparenti, e non vogliono far nulla e agli oc i degli uomini possa sfuggire: suscitano la loro a enzione e la rivolgono verso di sé, vogliono an e essere ripresi, pur é siano osservati. Tale è lo stile di Mecenate e di tu i gli altri e non cadono in errore per caso, bensì consapevolmente e deliberatamente. [22] Ciò proviene da una mala ia grave dell’anima: come, quando si beve, la lingua non balbe a se prima la mente non è stata vinta dal vino ed è divenuta vacillante ed ha perduto la padronanza di sé, così cotesta – come iamarla diversamente? – ebbrezza del discorso a nessuno nuoce, se l’animo è ben saldo. Perciò questo dobbiamo curare: da esso provengono i pensieri e le parole, da esso dipende il nostro portamento, l’espressione del volto, il modo di camminare. Se l’animo è sano e vigoroso an e lo stile è robusto forte e mas io: se esso si accascia, an e il resto rovina con lui. [23] Fin é il re è incolume tu e son concordi; non appena esso è morto rompono ogni pa o 34. Il nostro re è l’animo: fin é questo è incolume tu e le facoltà si mantengono salde nell’adempimento del dovere, obbediscono, si uniformano: non appena l’animo vacilla un po’, an ’esse vacillano. ando poi è divenuto s iavo del piacere an e le sue virtù e le sue operazioni languiscono; ed ogni sforzo vien fuori debole e fiacco. [24] Poi é mi son servito di questa similitudine, continuerò: il nostro animo ora è re ora è tiranno: è re quando mira alla virtù, si cura della salute del corpo a lui affidato e non gli comanda nulla di turpe, nulla di ignobile; ma se è sfrenato, avido, corro o, prende un nome abbominevole ed orrendo e diventa tiranno. Allora passioni impetuose lo colgono e lo incalzano; e da principio tripudiano, come suol fare il popolo indarno carico di donativi dannosi e bistra a quel e non può ingoiare. [25] ando poi il male ha consumato vieppiù le forze e la mollezza
è penetrata fin nelle viscere, si rallegra alla vista di quei godimenti, a cui l’eccessiva avidità lo ha reso ine o, ed in cambio dei suoi piaceri gode osservando i piaceri altrui, quale favoreggiatore e testimonio di quelle dissolutezze, a cui non può più abbandonarsi avendone abusato. E l’abbondanza di beni riesce a lui più penosa e gradita, per é non può introdurre nella gola e nel ventre tu i quei cibi e voltolarsi con tu a quella folla di amasi e di femmine; e si rammarica e gran parte della sua felicità venga meno, impedita dalle tristi condizioni del corpo. [26] Infa i, o mio Lucilio, non è forse segno di follia il fa o e nessuno di noi pensa ’egli è mortale, ’egli è debole? anzi e nessuno di noi pensa di essere uno solo? Osserva le nostre cucine ed i cuo i e si aggirano in mezzo a tanti bracieri: si pensa forse e sia uno solo il ventre, a cui si appresta il cibo con tanta agitazione? Osserva le nostre provviste di vino vec io e le cantine ricolme delle vendemmie di molte generazioni: si pensa forse e sia uno solo il ventre, per cui s’imbo igliano i vini fa i so o tanti consoli ed in tante regioni? Osserva in quanti luoghi si rivolti la terra, quante migliaia di contadini la arino e la dissodino: si pensa forse e sia uno solo il ventre, per cui si semina in Sicilia ed in Africa? [27] Godremo buona salute ed avremo desideri moderati, se ciascuno conterà sé stesso ed assieme misurerà il suo corpo, se si convincerà e esso non può ricevere molto e per lungo tempo. Tu avia nulla ti gioverà tanto per usare con moderazione di tu o, quanto il fermar spesso l’a enzione sulla brevità e sull’incertezza della vita: qualunque cosa tu faccia pensa alla morte. Addio.