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L'esame di teologia III inizia solitamente con una domanda a piacere e questo è un riassunto completo sulla coscienza da portare come argomento a scelta. Voto esame: 30
Tipologia: Appunti
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Quando parliamo di coscienza, molto spesso vi è una certa confusione. Questo anche perché questo termine è presente in varie discipline e scienze umane. Dunque, spesso non vi è molta chiarezza. Si dice anche di una persona che “ agisce secondo la sua coscienza ”, facendo riferimento che non deve rispondere a nessuno se non a sé stessa. La definizione principale: Un’istanza che guida ed orienta il cammino per la realizzazione dell’uomo. Ma di tentativi definitori ce ne sono tanti. Tutte le definizioni e le realtà a cui fa riferimento la coscienza presentano un aspetto in comune: Ovvero il fatto che:
L’uomo con coscienza vera, è colui che giudica in maniera oggettivamente conforme alla legge di Dio, mentre l’uomo con coscienza erronea abbandona la legge di Dio. Il problema nasce se teniamo conto del fatto che una persona può anche commettere un errore in buona fede Quindi è necessario distinguere la coscienza tra:
Con il termine atti, la tradizione teologica intende non solo azioni, ma anche tutto ciò che rientra nei pensieri, nelle opere. Gli atti umani sono chiaramente sempre compiuti da una persona Attraverso le azioni concrete, l’uomo, non solo dice qualcosa di sé, ma ATTUA sé stesso. Dietro agli atti che una persona compie, dunque, c’è qualcosa di più del semplice atto. Una dottrina che era già conosciuta dalla riflessione di teologia morale tradizionale ha distinto tra 2 diversi tipi di atti:
Morire ed eutanasia nella storia Purtroppo, è uno dei temi che oggi fa da padrone. Ovviamente è necessario riconoscere che, nel corso del tempo e della storia, si sia realizzato un cambiamento sia nel modo di concepire il morire che nella percezione che il soggetto ha nella propria morte. Philip Aries, in un suo saggio di alcuni anni fa, sottolineava che “ l'antico atteggiamento, in cui la morte vicina e familiare è, al tempo stesso, rimpicciolita e sdrammatizzata, è troppo in contrasto col nostro; della morte noi abbiamo tanta paura da non osar più pronunciare il suo nome… Perciò, quando diciamo di questa morte familiare che è addomesticata, non intendiamo dire che prima era selvaggia e che in seguito è stata addomesticata. Vogliamo dire, al contrario, che è diventata selvaggia oggi ”. Sappiamo che, in passato , la morte appariva più integrata nella vita ordinaria dell'uomo (basti pensare a quella che era la prassi più comune: Si moriva in casa, attorniati dai propri familiari). Oggi , soprattutto in questi ultimi mesi, la morte è diventata una sorta di tabù, che si tenta di isolare e di esorcizzare in diversi modi (a volte anche occultandola, altre volte semplicemente banalizzandola) Quando parliamo di morte, molte volte la nostra attenzione va a toccare alcuni aspetti perché da più parti anche nel corso della storia c'è stata un'evoluzione dell'idea della morte e del morire, soprattutto dal punto di vista esistenziale. In molti casi, si aveva a che fare con quelle che erano le aspettative di una vita ultraterrena. Per esempio, nel mondo greco, questo aveva diverse concezioni della vita ultraterrena e l'espressione “buona morte” con riferimento all’eutanasia veniva utilizzata prevalentemente in riferimento alle modalità con cui si concludeva l'esperienza di una vita).