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date tra chiesa e impero, Appunti di Italiano

dante tar chiesa e impero con annessi esempi della divina commedia

Tipologia: Appunti

2024/2025

Caricato il 06/06/2025

leyla-nisi
leyla-nisi 🇮🇹

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Dante Alighieri: tra chiesa e impero
Durante degli Alighieri detto Dante, oltre ad essere il padre della lingua italiana e sommo poeta, rivestì
un importante ruolo politico all’interno della propria città natale, Firenze, che gli costò l’inimicizia
con la Chiesa.
Egli nella sua infanzia e adolescenza prese parte a studi tipici del periodo medievale che
comprendevano un iniziale comprensione dei rudimenti linguistici per poi approdare alle arti Liberali,
quali la grammatica, la dialettica e la retorica, ma anche l’aritmetica, la musica, la geometria e
l’astronomia.
Dopo la dipartita della sua musa, Beatrice, si appassionò alla filosofia grazie a lezioni organizzate dai
Francescani di Santa Croce e dai Domenicani di Santa Maria Novella; quest’ultimi erano portatori
anche di studi teologici Tomisti, per questo si pensa che Dante si sia erudito anche di teologia in questi
anni.
Dunque, la sua istruzione fu funzionale all’attività politica che intraprenderà successivamente, e come
dice Alessandro Barbero facendo riferimenti a degli scritti di Giovanni Villani “egli è un retorico
perfetto tanto in dittare, versificare, come in aringa parlare, padrone, cioè di tutti i mezzi espressivi,
dalla poesia al discorso politico”.
La sua carriera politica iniziò alla soglia dei trent’anni quando, nel 1295, vennero attenuati gli
Ordinamenti di giustizia promulgati dal priore Giano della Bella nel 1223, che vietavano ai nobili
l’accesso alle cariche pubbliche; adesso anch'essi potevano dedicarsi alla politica se appartenenti ad
una corporazione.
Dante si iscrisse all’arte dei medici e degli speziali, dando così inizio alla sua vita politica nel comune
Fiorentino, assumendo cariche molto importanti all’interno del Consiglio dei savi e del Consiglio dei
cento.
Negli stessi anni iniziò la guerra intestina a Firenze tra la fazione dei Guelfi Bianchi, vicini alla
famiglia dei Cerchi e di cui faceva parte il poeta, e guelfi neri, sostenuti dalla famiglia dei Donati.
Durante questo periodo, nonostante fosse impegnato con le cariche pubbliche, riuscì comunque a
dedicarsi alla poesia scrivendo le rime dette “petrose”, nella quale descrive il suo amore per una donna
di nome Petra, con un linguaggio crudo, intenso e passionale, distaccandosi dallo stile stilnovista e
avvicinandosi a quello dell’amico Guido Cavalcanti, ovvero, interpretava l’amore come sofferenza e
sentimento tiranno che rende l’uomo irrazionale.
Cinque anni dopo l’entrata in politica egli venne eletto priore, la carica più importante del comune, e
tra le decisioni che dovette prendere vi fu quella di esiliare i capi dei guelfi neri e quelli dei guelfi
bianchi, colpevoli di aver scatenato rivolte in diverse occasioni all’interno della città.
Uno di questi era Cavalcanti, confinato a Sarzana, dove contrasse una brutta malattia che al rientro a
Firenze lo portò alla morte.
Dante inserì il padre dell’amico in uno dei canti più importanti a livello politico della divina
commedia, ovvero il canto X dell’inferno.
Il sommo poeta si trovava nella città di Dite al cospetto degli eretici; Virgilio guida Dante fra le tombe
ospitanti le anime dei dannati tra cui i due personaggi più importanti, Farinata Degli Uberti e
Cavalcanti dei Cavalcanti.
Il primo era comandante politico dei ghibellini che, dopo aver chiesto le origini di Dante, non perse
tempo a ricordargli della sconfitta dei suoi avi, così il protagonista rispose prontamente Se essi
furono cacciati, tornarono poi da ogni parte, in entrambe le occasioni; ma i vostri avi, invece, non
furono altrettanto bravi».
Il secondo, come precedentemente affermato, era il padre dell’amico Guido Cavalcanti, Cavalcanti de
Cavalcanti, che emerge dalla sua tomba poco prima che dante finisse il dialogo con Farinata.
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Dante Alighieri: tra chiesa e impero Durante degli Alighieri detto Dante, oltre ad essere il padre della lingua italiana e sommo poeta, rivestì un importante ruolo politico all’interno della propria città natale, Firenze, che gli costò l’inimicizia con la Chiesa. Egli nella sua infanzia e adolescenza prese parte a studi tipici del periodo medievale che comprendevano un iniziale comprensione dei rudimenti linguistici per poi approdare alle arti Liberali, quali la grammatica, la dialettica e la retorica, ma anche l’aritmetica, la musica, la geometria e l’astronomia. Dopo la dipartita della sua musa, Beatrice, si appassionò alla filosofia grazie a lezioni organizzate dai Francescani di Santa Croce e dai Domenicani di Santa Maria Novella; quest’ultimi erano portatori anche di studi teologici Tomisti, per questo si pensa che Dante si sia erudito anche di teologia in questi anni. Dunque, la sua istruzione fu funzionale all’attività politica che intraprenderà successivamente, e come dice Alessandro Barbero facendo riferimenti a degli scritti di Giovanni Villani “egli è un retorico perfetto tanto in dittare, versificare, come in aringa parlare, padrone, cioè di tutti i mezzi espressivi, dalla poesia al discorso politico”. La sua carriera politica iniziò alla soglia dei trent’anni quando, nel 1295, vennero attenuati gli Ordinamenti di giustizia promulgati dal priore Giano della Bella nel 1223, che vietavano ai nobili l’accesso alle cariche pubbliche; adesso anch'essi potevano dedicarsi alla politica se appartenenti ad una corporazione. Dante si iscrisse all’arte dei medici e degli speziali, dando così inizio alla sua vita politica nel comune Fiorentino, assumendo cariche molto importanti all’interno del Consiglio dei savi e del Consiglio dei cento. Negli stessi anni iniziò la guerra intestina a Firenze tra la fazione dei Guelfi Bianchi, vicini alla famiglia dei Cerchi e di cui faceva parte il poeta, e guelfi neri, sostenuti dalla famiglia dei Donati. Durante questo periodo, nonostante fosse impegnato con le cariche pubbliche, riuscì comunque a dedicarsi alla poesia scrivendo le rime dette “petrose”, nella quale descrive il suo amore per una donna di nome Petra, con un linguaggio crudo, intenso e passionale, distaccandosi dallo stile stilnovista e avvicinandosi a quello dell’amico Guido Cavalcanti, ovvero, interpretava l’amore come sofferenza e sentimento tiranno che rende l’uomo irrazionale. Cinque anni dopo l’entrata in politica egli venne eletto priore, la carica più importante del comune, e tra le decisioni che dovette prendere vi fu quella di esiliare i capi dei guelfi neri e quelli dei guelfi bianchi, colpevoli di aver scatenato rivolte in diverse occasioni all’interno della città. Uno di questi era Cavalcanti, confinato a Sarzana, dove contrasse una brutta malattia che al rientro a Firenze lo portò alla morte. Dante inserì il padre dell’amico in uno dei canti più importanti a livello politico della divina commedia, ovvero il canto X dell’inferno. Il sommo poeta si trovava nella città di Dite al cospetto degli eretici; Virgilio guida Dante fra le tombe ospitanti le anime dei dannati tra cui i due personaggi più importanti, Farinata Degli Uberti e Cavalcanti dei Cavalcanti. Il primo era comandante politico dei ghibellini che, dopo aver chiesto le origini di Dante, non perse tempo a ricordargli della sconfitta dei suoi avi, così il protagonista rispose prontamente “ Se essi furono cacciati, tornarono poi da ogni parte, in entrambe le occasioni; ma i vostri avi, invece, non furono altrettanto bravi». Il secondo, come precedentemente affermato, era il padre dell’amico Guido Cavalcanti, Cavalcanti de Cavalcanti, che emerge dalla sua tomba poco prima che dante finisse il dialogo con Farinata.

Egli chiese a Dante se il figlio fosse davvero morto, ma il poeta tardò a rispondere così egli ricadde nella sua tomba senza più tornare e il protagonista proseguì il discorso con il precedente interlocutore. Quest’ultimo continuò da dove si era interrotto sostenendo che non sarebbero passati più di quattro anni dal momento in cui anche Dante avrebbe saputo quanto possa pesare non poter tornare nella propria città, prevedendo l’esilio del poeta. La capacità dei dannati di prevedere il breve futuro è una caratteristica cardine anche del XIX canto, nel quale l’autore si trovava nella terza Bolgia dell’ottavo cerchio, quello dei Fraudolenti, in particolare i simoniaci, costretti a mantenere la testa incastonata nella roccia e le piante dei piedi lambite da fiamme. Uno di loro era Nicolò III, un Papa, che confondendo Dante per Bonifacio VIII gli intimò di scambiare la posizione con lui, facendo, così, passare un messaggio molto forte sul disprezzo che il sommo poeta nutre nei confronti del pontefice, che attraverso un espediente lo processa nonostante sia ancora in vita. Dopo che il protagonista, sollecitato da Virgilio, chiarì l’equivoco, anche il peccatore rivelò la sua identità e fece una profezia; sosteneva l’arrivo di un Papa “di più laida opra”, ovvero Clemente V che arrivò a corrompere pur di diventare il successore di Pietro. Dante, a questo punto, utilizzando un linguaggio più aspro inveisce contro i simoniaci ribadendo la correttezza della loro pena; al termine dell’invettiva Giuda abbracciò il poeta in segno di accordo, che, in termini allegorici, simboleggia la ragione soddisfatta dai progressi intellettuali compiuti dagli uomini. Il dissenso nei confronti del clero e dell’istituzione ecclesiastica maturò dopo il 1300 quando il fiorentino si recò a Roma dal pontefice Bonifacio VIII per ottenere l’indulgenza plenaria, ovvero la remissione di tutti i peccati. Un anno dopo, il sommo poeta, propose al comune fiorentino di rifiutare l’aiuto militare offerto dal Papa per risolvere le questioni tra bianchi e neri in Toscana, poiché temeva le mire espansionistiche del pontefice. Infatti, Bonifacio VIII aveva richiesto l’aiuto di Carlo de Valois, fratello del re di Francia, per allearsi con i neri ed estromettere i bianchi. Grazie alle sue abilità diplomatiche acquisite nei precedenti anni il poeta venne scelto per guidare l’ambasceria che si recò dal pontefice per salvaguardare l’autonomia di Firenze, ma durante questi giorni Valois invase la città fiorentina e i guelfi neri presero il potere. Questo increscioso fatto Dante lo spiegò tramite una profezia di Ciacco nel canto VI, uno dei tre “canti politici”. Il dannato risiedeva tra i golosi e, sollecitato dallo scrittore, rispose alle sue domande sul destino delle lotte intestine a Firenze. All’inizio i Guelfi bianchi riusciranno a cacciare i Neri, ma, prima che passino tre anni, essi avranno il sopravvento grazie ad un “uomo che, ora, si ritiene in bilico tra le due fazioni” ovvero Bonifacio VIII. Ne conserveranno il potere per molto tempo e infliggeranno gravi pene alla parte avversaria. Infatti, dopo la vittoria dei Guelfi Neri il podestà imposto da Carlo de Valois attuò una forte repressione contro gli esponenti dei bianchi e aprì un procedimento contro Dante, accusato di guadagni illeciti e frodi a discapito del bene pubblico nel periodo in cui aveva partecipato al governo comunale. Dante scoprì di essere stato condannato ben due volte per baratteria nel 1302 mentre si trovava ancora nello stato pontificio, con pena una multa pari a due anni di esilio e l’interdizione perpetua dai pubblici incarichi.