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De rerum natura - libri, Appunti di Latino

De rerum natura Appunti Liceo Scientifico

Tipologia: Appunti

2018/2019

Caricato il 07/04/2019

sara_998
sara_998 🇮🇹

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De rerum natura
Il “De rerum natura” è stato scritto tra il 75 e il 70 a.C.
1° libro
Inizia con l’immagine di Venere, genitrice dei Romani, definita da Lucrezio con il termine di
voluptas (piacere) degli uomini e degli dèi. Da Venere riceve vita ogni essere terrestre.
Venere viene invocata da Lucrezio in modo che possa assisterlo durante la stesura dell’opera, possa
intercedere presso il dio Marte perché si acquieti ogni guerra e possa fare in modo che il destinatario,
Memmio, non sia distolto dal seguire i versi del poema.
Questa invocazione prende il nome di “Inno a Venere” (vv. 1-43).
C’è solo un riferimento storico, che parla delle guerre civili: Venere, come amante di Marte, può
convincerlo a metter fine a queste guerre (tra Cesare e Pompeo).
Poi il libro continua con un elogio a Epicuro (vv. 49-145): quando l’umanità giaceva sotto la forza
opprimente della religio (superstizione), un greco osò sollevare i suoi occhi mortali e spingersi oltre
le barriere del mondo per riportare le conquiste della sua sapienza Questo greco è Epicuro, colui che
ha donato all’umanità la facoltà della ratio (opposto della religio) e la possibilità di conoscere
l’origine del mondo.
Epicuro quindi è rappresentato come un eroe omerico, che non teme la superstizione.
La dottrina di Epicuro non è empia, mentre spesso la religione tradizionale ha portato all’empietà (es.
Agamennone che ha sacrificato la figlia Ifigenia per la buona riuscita della guerra di Troia).
Forse Memmio potrà essere dissuaso dall’ascoltare l’opera di Lucrezio dalle parole di coloro che sono
ancora legati alla religione tradizionale, ma occorre che l’uomo si renda conto della propria limitatezza,
prenda coscienza della natura dell’anima e dissipi ogni credenza superstiziosa.
Lucrezio scrive l’opera sia per far conoscere all’uomo l’origine del mondo sia per spingerlo a dissipare
ogni timore.
La sua opera è un tetrafarmaco, ossia un rimedio per i 4 mali del mondo:
1. paura della morte
2. paura del dolore
3. paura degli dèi
4. paura dell’aldilà
Ciò conduce l’uomo alla serenità.
Memmio, il destinatario, era un patrizio romano legato al mos maiorum che non vedeva di buon occhio
l’epicureismo perché allontana dal tradizionalismo romano.
I romani, che furono eclettici, rifiutarono solo l’epicureismo perché:
rinnega l’esistenza degli dèi tradizionali
rinnega il concetto di negotium
abbatte le differenze sociali
Dopo l’elogio di Epicuro, Lucrezio parla dell’eternità della materia (vv. 146-264).
Lo studio della natura deve dissipare le tenebre e il terrore dello spirito, che può essere sereno solo quando
assume il concetto che nulla è creato dal nulla: tutto si origina da precisi semi e cresce con proprie
caratteristiche nascita, crescita e morte derivano dall’aggregazione e disgregazione di atomi (materia
eterna), corpi minimi e invisibili.
Dal verso 265 al 448, Lucrezio spiega che è evidente che non vediamo alcune cose, ma le
percepiamo, quindi esistono: ciò vale anche per gli atomi, che agiscono sui nostri sensi.
Nell’universo però non tutto è materia: esiste anche il vuoto (inane).
Anche i corpi possono avere dentro di loro il vuoto.
Dal verso 449 al 482, riprende il concetto di vuoto e materia; ogni carattere che non può essere
separato da un corpo senza annullarlo (es. calore del fuoco) si chiama coniunctum.
Invece, si chiamano eventa tutte le qualità che possono scomparire senza distruggere la natura dell’essere
(es. schiavitù, guerra, …).
Il tempo non esiste di per sé, ma se ne acquista coscienza in base al movimento e alla quiete delle cose.
Dal verso 483 al 634, spiega come materia e vuoto si mescolano: più un corpo contiene vuoto, più è
esposto alla distruzione.
Gli atomi sono solidissimi, eterni e indivisibili.
Dal verso 635 al 920, dice che sbaglia chi ha pensato che la materia creatrice fosse il fuoco, l’aria, la
terra o l’acqua; hanno sbagliato quindi Eraclito, Empedocle e Anassagora (omeomerie).
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De rerum natura

Il “De rerum natura” è stato scritto tra il 75 e il 70 a.C.

1° libro

  • Inizia con l’immagine di Venere, genitrice dei Romani, definita da Lucrezio con il termine di voluptas (piacere) degli uomini e degli dèi. Da Venere riceve vita ogni essere terrestre. Venere viene invocata da Lucrezio in modo che possa assisterlo durante la stesura dell’opera, possa intercedere presso il dio Marte perché si acquieti ogni guerra e possa fare in modo che il destinatario, Memmio, non sia distolto dal seguire i versi del poema. Questa invocazione prende il nome di “Inno a Venere” (vv. 1-43). C’è solo un riferimento storico, che parla delle guerre civili: Venere, come amante di Marte, può convincerlo a metter fine a queste guerre (tra Cesare e Pompeo).
  • Poi il libro continua con un elogio a Epicuro (vv. 49-145): quando l’umanità giaceva sotto la forza opprimente della religio (superstizione), un greco osò sollevare i suoi occhi mortali e spingersi oltre le barriere del mondo per riportare le conquiste della sua sapienza Questo greco è Epicuro, colui che ha donato all’umanità la facoltà della ratio (opposto della religio) e la possibilità di conoscere l’origine del mondo. Epicuro quindi è rappresentato come un eroe omerico, che non teme la superstizione. La dottrina di Epicuro non è empia , mentre spesso la religione tradizionale ha portato all’empietà (es. Agamennone che ha sacrificato la figlia Ifigenia per la buona riuscita della guerra di Troia). Forse Memmio potrà essere dissuaso dall’ascoltare l’opera di Lucrezio dalle parole di coloro che sono ancora legati alla religione tradizionale, ma occorre che l’uomo si renda conto della propria limitatezza , prenda coscienza della natura dell’anima e dissipi ogni credenza superstiziosa. Lucrezio scrive l’opera sia per far conoscere all’uomo l’origine del mondo sia per spingerlo a dissipare ogni timore. La sua opera è un tetrafarmaco , ossia un rimedio per i 4 mali del mondo:
  1. paura della morte
  2. paura del dolore
  3. paura degli dèi
  4. paura dell’aldilà Ciò conduce l’uomo alla serenità. Memmio, il destinatario, era un patrizio romano legato al mos maiorum che non vedeva di buon occhio l’epicureismo perché allontana dal tradizionalismo romano. I romani, che furono eclettici, rifiutarono solo l’epicureismo perché:
  • rinnega l’esistenza degli dèi tradizionali
  • rinnega il concetto di negotium
  • abbatte le differenze sociali
  • Dopo l’elogio di Epicuro, Lucrezio parla dell’ eternità della materia (vv. 146-264). Lo studio della natura deve dissipare le tenebre e il terrore dello spirito, che può essere sereno solo quando assume il concetto che nulla è creato dal nulla : tutto si origina da precisi semi e cresce con proprie caratteristiche nascita, crescita e morte derivano dall’aggregazione e disgregazione di atomi (materia eterna), corpi minimi e invisibili.
  • Dal verso 265 al 448, Lucrezio spiega che è evidente che non vediamo alcune cose, ma le percepiamo , quindi esistono: ciò vale anche per gli atomi, che agiscono sui nostri sensi. Nell’universo però non tutto è materia: esiste anche il vuoto (inane). Anche i corpi possono avere dentro di loro il vuoto.
  • Dal verso 449 al 482, riprende il concetto di vuoto e materia; ogni carattere che non può essere separato da un corpo senza annullarlo (es. calore del fuoco) si chiama coniunctum. Invece, si chiamano eventa tutte le qualità che possono scomparire senza distruggere la natura dell’essere (es. schiavitù, guerra, …). Il tempo non esiste di per sé , ma se ne acquista coscienza in base al movimento e alla quiete delle cose.
  • Dal verso 483 al 634, spiega come materia e vuoto si mescolano: più un corpo contiene vuoto, più è esposto alla distruzione. Gli atomi sono solidissimi, eterni e indivisibili.
  • Dal verso 635 al 920, dice che sbaglia chi ha pensato che la materia creatrice fosse il fuoco, l’aria, la terra o l’acqua; hanno sbagliato quindi Eraclito, Empedocle e Anassagora (omeomerie).
  • Dal verso 921 inizia la parte dedicata a Memmio, il quale ascolterà una dottrina nuova, che la cultura romana non ha accolto. Lucrezio dice di voler percorrere una strada mai percorsa da nessuno. Per liberare gli uomini dalla religio, esporrà delle teorie che addolcirà col fascino delle Muse ( Lucrezio si distacca da Epicuro , il quale aveva condannato la poesia; Lucrezio decide di usare la poesia per addolcire il contenuto e renderlo più accessibile ai destinatari).
  • Dal verso 951 al 983, dice che tutto ciò che è, non ha un limite che lo circoscriva. Le cose si creano con un moto eterno e gli atomi si rinnovano nel loro continuo precipitare verticalmente. Materia e vuoto si delimitano a vicenda; l’infinito non ha un limite e fornisce eternamente materia per rinnovare le cose, attraverso movimenti, urti, rimbalzi e aggregazioni di atomi ( teorizzazione dell’infinito ). Poi si rivolge a Memmio e gli dice di non credere che tutto si rivolga verso il centro dell’universo (come affermato dagli sciocchi, immaginando che sotto di noi gli animali camminino a testa in giù senza cadere), ma di capire che l’universo , essendo infinito, non ha un centro.

Proemio, Inno a Venere (libro I)

È scritto in esametri, versi divisi in 6 “piedi” (unità ritmiche), che possono essere di tre tipi: dattilo, spondeo e trocheo. C’è una grande antinomia: un epicureo, che non riconosce gli dèi tradizionali, si rivolge proprio a uno di essi. Venere però deve essere intesa come l’allegoria della voluptas, è il principio vitale che si risveglia in primavera e rivive in tutti gli esseri viventi (principio che rinnova la natura).

Traduzione