
De rerum natura
Il “De rerum natura” è stato scritto tra il 75 e il 70 a.C.
1° libro
• Inizia con l’immagine di Venere, genitrice dei Romani, definita da Lucrezio con il termine di
voluptas (piacere) degli uomini e degli dèi. Da Venere riceve vita ogni essere terrestre.
Venere viene invocata da Lucrezio in modo che possa assisterlo durante la stesura dell’opera, possa
intercedere presso il dio Marte perché si acquieti ogni guerra e possa fare in modo che il destinatario,
Memmio, non sia distolto dal seguire i versi del poema.
Questa invocazione prende il nome di “Inno a Venere” (vv. 1-43).
C’è solo un riferimento storico, che parla delle guerre civili: Venere, come amante di Marte, può
convincerlo a metter fine a queste guerre (tra Cesare e Pompeo).
• Poi il libro continua con un elogio a Epicuro (vv. 49-145): quando l’umanità giaceva sotto la forza
opprimente della religio (superstizione), un greco osò sollevare i suoi occhi mortali e spingersi oltre
le barriere del mondo per riportare le conquiste della sua sapienza Questo greco è Epicuro, colui che
ha donato all’umanità la facoltà della ratio (opposto della religio) e la possibilità di conoscere
l’origine del mondo.
Epicuro quindi è rappresentato come un eroe omerico, che non teme la superstizione.
La dottrina di Epicuro non è empia, mentre spesso la religione tradizionale ha portato all’empietà (es.
Agamennone che ha sacrificato la figlia Ifigenia per la buona riuscita della guerra di Troia).
Forse Memmio potrà essere dissuaso dall’ascoltare l’opera di Lucrezio dalle parole di coloro che sono
ancora legati alla religione tradizionale, ma occorre che l’uomo si renda conto della propria limitatezza,
prenda coscienza della natura dell’anima e dissipi ogni credenza superstiziosa.
Lucrezio scrive l’opera sia per far conoscere all’uomo l’origine del mondo sia per spingerlo a dissipare
ogni timore.
La sua opera è un tetrafarmaco, ossia un rimedio per i 4 mali del mondo:
1. paura della morte
2. paura del dolore
3. paura degli dèi
4. paura dell’aldilà
Ciò conduce l’uomo alla serenità.
Memmio, il destinatario, era un patrizio romano legato al mos maiorum che non vedeva di buon occhio
l’epicureismo perché allontana dal tradizionalismo romano.
I romani, che furono eclettici, rifiutarono solo l’epicureismo perché:
• rinnega l’esistenza degli dèi tradizionali
• rinnega il concetto di negotium
• abbatte le differenze sociali
• Dopo l’elogio di Epicuro, Lucrezio parla dell’eternità della materia (vv. 146-264).
Lo studio della natura deve dissipare le tenebre e il terrore dello spirito, che può essere sereno solo quando
assume il concetto che nulla è creato dal nulla: tutto si origina da precisi semi e cresce con proprie
caratteristiche nascita, crescita e morte derivano dall’aggregazione e disgregazione di atomi (materia
eterna), corpi minimi e invisibili.
• Dal verso 265 al 448, Lucrezio spiega che è evidente che non vediamo alcune cose, ma le
percepiamo, quindi esistono: ciò vale anche per gli atomi, che agiscono sui nostri sensi.
Nell’universo però non tutto è materia: esiste anche il vuoto (inane).
Anche i corpi possono avere dentro di loro il vuoto.
• Dal verso 449 al 482, riprende il concetto di vuoto e materia; ogni carattere che non può essere
separato da un corpo senza annullarlo (es. calore del fuoco) si chiama coniunctum.
Invece, si chiamano eventa tutte le qualità che possono scomparire senza distruggere la natura dell’essere
(es. schiavitù, guerra, …).
Il tempo non esiste di per sé, ma se ne acquista coscienza in base al movimento e alla quiete delle cose.
• Dal verso 483 al 634, spiega come materia e vuoto si mescolano: più un corpo contiene vuoto, più è
esposto alla distruzione.
Gli atomi sono solidissimi, eterni e indivisibili.
• Dal verso 635 al 920, dice che sbaglia chi ha pensato che la materia creatrice fosse il fuoco, l’aria, la
terra o l’acqua; hanno sbagliato quindi Eraclito, Empedocle e Anassagora (omeomerie).