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De rerum
natura, IV
Lucrezio
Il De rerum natura è un poema epico-didascalico in esametri, suddiviso in sei libri.
Suo oggetto è l'esposizione della filosofia epicurea, che verso la metà del I secolo
a.C. aveva già raggiunto una notevole diffusione nel mondo romano. Essa, secondo
il poeta, può assicurare agli uomini la soluzione dei loro problemi esistenziali.
Il titolo del poema è la traduzione latina del greco Perì physeos (“Sulla natura”),
titolo dell'opera più importante di Epicuro. Essa tuttavia non era un poema, ma un
trattato in prosa.
DE RERUM NATURA
Dedicatario
Il De rerum natura è dedicato a Memmio , identificabile in un illustre personaggio
appartenente al partito degli optimates , pretore nel 58 a.C. e propretore in Bitinia
nel 57 a.C. Cicerone nel Brutus lo presenta come un colto intellettuale amante
della letteratura greca e poeta egli stesso.
Intimamente connesse con il tono didascalico e con l'andamento argomentativo
del discorso sono le frequenti apostrofi che il poeta rivolge a Memmio,
dialogando con lui per richiamare e tenere desta la sua attenzione, e l'uso
ricorrente di connettivi come quare, igitur, ergo (“dunque”) , preterea (“inoltre”) ecc.
“Rusticità” e arcaismo
La presenza di vocaboli tratti dall'uso quotidiano ha indotto a parlare di “rusticità”
di Lucrezio ed è da intendere come una soluzione formale coerente con l'intento
divulgativo del poema.
Il carattere che segna maggiormente il linguaggio e lo stile lucreziani è la patina
arcaicizzante, evidente nell'uso di figure di suono, arcaismi morfologici, composti
di conio epico (come frugiferens, horrisonus, silvifragus ecc.), di verbi frequentativi
e nella predilezione per l’asindeto.
Libro IV: I simulacri Il libro IV inizia con un proemio (vv. 1-25) in cui Lucrezio afferma di voler sciogliere l'animo dagli stretti nodi della religione e si paragona al medico che inganna i bambini cospargendo di miele l'orlo del bicchiere contenente l'amaro assenzio in modo tale da inghiottirli insieme; allo stesso modo Lucrezio, poiché la dottrina appare troppo complicata a chi non l'ha mai incontrata, cerca di trattarla nel modo più “ melodioso ” e semplice possibile. Il tema trattato è l'esistenza dei simulacri. Inizia paragonandoli a “cortecce” o “pellicole” ( membranae vel cortex ) staccate via dalla superficie dei corpi che volano in giro per l'aria e terrorizzano la mente apparendoci nel sonno e nella veglia. I simulacri, atomi sottilissimi , si distaccano dalle cose o dai corpi e vanno a colpire i nostri sensi.
La teoria delle sensazioni
Lucrezio scrive che le immagini delle cose sono emesse dalla superficie stessa di
queste ultime e prosegue illustrando il funzionamento dei sensi. Tratta
inizialmente la vista e i fenomeni connessi, afferma che è nelle immagini la causa
della visione e sostiene che abbiamo continuamente sensazione grazie al
continuo fluire delle cose che si diffondono in tutte le parti circostanti. Inoltre,
passa ad analizzare anche i problemi relativi alla vista , ad esempio le luci brillanti
che evitiamo di guardare e la vista possibile dal buio verso la luce ma non il
contrario. Parla anche di illusioni ottiche (ad es. quelle riguardanti la prospettiva),
l'occhio ha il compito di vedere e riprodurre nella mente ciò che ha visto, spetta poi
all' intelligenza conoscere la natura delle cose.
L’amore
Il libro si chiude analizzando la passione d'amore. Dopo la descrizione della
naturalità del desiderio erotico, che l’uomo potrebbe soddisfare se solo si limitasse
ad avere rapporti amorosi senza illusioni di possesso, Lucrezio torna alla teoria dei
simulacra , che si distaccano dalla superficie dei corpi e ci permettono di conoscere
la realtà. Per ricordarci della persona amata non possiamo avere altro che tali
immagini inconsistenti: pertanto ogni tentativo di impadronirsi del corpo della
persona amata o di diventare tutt’uno con lei non solo non sarà mai soddisfatto,
ma sarà anche fonte di sicura sofferenza.
La follia d'amore (vv. 1072-1140) Testo
PRIMA SEQUENZA
_1. Nec Veneris fructu caret is qui vitat amorem, sed potius quae sunt sine poena commoda sumit; nam certe purast sanis magis inde voluptas quam miseris; etenim potiundi tempore in ipso fluctuat incertis erroribus ardor amantum nec constat quid primum oculis manibusque fruantur.
- Quod petiere, premunt arte faciuntque dolorem corporis et dentes inlidunt saepe labellis osculaque adfigunt, quia non est pura voluptas et stimuli subsunt, qui instigant laedere id ipsum, quod cumque est, rabies unde illaec germina surgunt._ Traduzione Né dei frutti di Venere è privo colui che evita l'amore, ma piuttosto coglie le gioie che sono senza pena. Giacché certo agli assennati ne viene un piacere più puro che ai malati d'amore. Infatti nel momento stesso del possedere fluttua ed erra incerto l'ardore degli amanti, né sanno che cosa debbano prima godere con gli occhi e le mani. Quel che hanno desiderato, lo premono strettamente, e fanno male al corpo, e spesso infiggono i denti nelle labbra, e urtano bocca con bocca nei baci, perché non è puro il piacere e assilli occulti li stimolano a ferire l'oggetto stesso, quale che sia, da cui sorgono quei germi di furore.
sed laticum simulacra petit frustraque laborat in medioque sitit torrenti flumine potans, sic in amore Venus simulacris ludit amantis, nec satiare queunt spectando corpora coram nec manibus quicquam teneris abradere membris possunt errantes incerti corpore toto.
_9. Denique cum membris conlatis flore fruuntur aetatis, iam cum praesagit gaudia corpus atque in eost Venus ut muliebria conserat arva, adfigunt avide corpus iunguntque salivas oris et inspirant pressantes dentibus ora, ne quiquam, quoniam nihil inde abradere possunt nec penetrare et abire in corpus corpore toto; nam facere inter dum velle et certare videntur.
- Usque adeo cupide in Veneris compagibus haerent, membra voluptatis dum vi labefacta liquescunt._ ma a simulacri di acque aspira e invano si travaglia e in mezzo a un fiume impetuoso bevendo patisce la sete, così in amore Venere con simulacri illude gli amanti, né possono saziare i propri corpi contemplando corpi pur vicini, né sono in grado di strappar via qualcosa dalle tenere membra con le mani errando incerti su per tutto il corpo. E quando, alfine, congiunte le membra, si godono il fiore di giovinezza, quando il corpo già presagisce il piacere, e Venere è sul punto di effondere il seme nel femmineo campo, s'avvinghiano avidamente al corpo e mischiano le salive bocca a bocca, e ansano, premendo coi denti le labbra; ma invano; perché non possono strapparne nulla, né penetrare e perdersi nell'altro corpo con tutto il corpo; infatti sembra talora che vogliano farlo e che per questo lottino. Tanto ardentemente si tengono avvinti nelle strette di Venere, finché le membra si sciolgono, sfinite dalla forza del piacere.
_11. Tandem ubi se erupit nervis coniecta cupido, parva fit ardoris violenti pausa parumper.
- Inde redit rabies eadem et furor ille revisit, cum sibi quod cupiant ipsi contingere quaerunt, nec reperire malum id possunt quae machina vincat.
- Usque adeo incerti tabescunt volnere caeco._
TERZA SEQUENZA
_14. Adde quod absumunt viris pereuntque labore, adde quod alterius sub nutu degitur aetas, languent officia atque aegrotat fama vacillans.
- Labitur interea res et Babylonia fiunt unguenta et pulchra in pedibus Sicyonia rident, scilicet et grandes viridi cum luce zmaragdi auro includuntur teriturque thalassina vestis adsidue et Veneris sudorem exercita potat.
- Et bene parta patrum fiunt anademata, mitrae, inter dum in pallam atque Alidensia Ciaque vertunt._ Infine, quando il desiderio costretto nei nervi ha trovato sfogo, segue una piccola pausa dell'ardore violento, per poco. Quindi torna la stessa rabbia, e di nuovo li invade quel furore, quando essi stessi non sanno ciò che bramano ottenere, né sono in grado di trovare che mezzo possa vincere quel male: in tanta incertezza si consumano per una piaga nascosta. Aggiungi che sciupano le forze e si struggono nel travaglio; aggiungi che si trascorre la vita al cenno di un'altra persona. Son trascurati i doveri, e ne soffre il buon nome e vacilla. Frattanto il patrimonio si dilegua, e si converte in profumi babilonesi, e bei sandali di Sicione ai piedi ridono, s'intende, e grandi smeraldi con la verde luce sono incastonati nell'oro, e la veste color di mare è consunta assiduamente, e maltrattata beve il sudore di Venere; e i beni ben guadagnati dai padri diventano bende, diademi, talora si cangiano in un mantello femminile e in tessuti di Alinda e di Ceo.
Prima sequenza
Lucrezio introduce la sua teoria dell’amore parlando nello specifico di chi si priva di
quel sentimento. Lucrezio crede che «l’ardore degli amanti» possa essere spento da
relazioni prive di sentimento amoroso, ma la natura gli svela che non è così, al
contrario tanto più ne possiedono, tanto più ne desiderano. Egli infine rende questo
concetto con l’antitesi della sete e della fame che non sono insaziabili come l’amore.
Vengono distinte tre tipologie d’amore:
1. Amore come ferita
2. Amore come sofferenza
3. Amore come desiderio insoddisfatto
Testo Traduzione
_1. Nec Veneris fructu caret is qui vitat amorem, sed potius quae sunt sine poena commoda sumit; nam certe purast sanis magis inde voluptas quam miseris; etenim potiundi tempore in ipso fluctuat incertis erroribus ardor amantum nec constat quid primum oculis manibusque fruantur.
- Quod petiere, premunt arte faciuntque dolorem corporis et dentes inlidunt saepe labellis osculaque adfigunt, quia non est pura voluptas et stimuli subsunt, qui instigant laedere id ipsum, quod cumque est, rabies unde illaec germina surgunt._ Né dei frutti di Venere è privo colui che evita l'amore, ma piuttosto coglie le gioie che sono senza pena. Giacché certo agli assennati ne viene un piacere più puro che ai malati d'amore. Infatti nel momento stesso del possedere fluttua ed erra incerto l'ardore degli amanti, né sanno che cosa debbano prima godere con gli occhi e le mani. Quel che hanno desiderato, lo premono strettamente, e fanno male al corpo, e spesso infiggono i denti nelle labbra, e urtano bocca con bocca nei baci, perché non è puro il piacere e assilli occulti li stimolano a ferire l'oggetto stesso, quale che sia, da cui sorgono quei germi di furore.
Analisi sintattica
❖ La prima sequenza è formata da 6 periodi, di cui il primo e il secondo più
ampi per argomentare.
❖ Prevale la paratassi, pur essendoci alcune proposizioni relative e causali.
❖ Sono presenti alcuni nessi relativi.
❖ Il tempo verbale utilizzato è il presente.
Analisi lessicale
❖ Parole chiave:
-poena (v.1074); dolorem (v.1079); dentis inlidunt (v.1080); poenas frangit
(v.1084). Rimandano al campo semantico del dolore.
-commoda (v.1074); voluptas (v.1075); ardor (v.1077). Rimandano al campo
semantico del piacere.
-fructu (V.1073); germina (v.1083); flammam (v.1087); natura (v.1088).
Rimandano al campo semantico della natura.
- oculis manibusque (v.1078); corporis (v.1080); dentes (v.1080); labellis (v.1080);
osculaque (v.1081); corpore (v.1087); pectus (v.1090); membris (v.1091).
Rimandano al campo semantico del corpo umano e dell’ anatomia.
❖ La tematica principale è quella dell’ AMORE.