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Decolonizzare la storia, Schemi e mappe concettuali di Geografia

Sintesi del Saggio "Decolonizzare la storia" utilizzato come testo di riferimento per non frequentanti dell'anno accademico 2023/2024

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2022/2023

Caricato il 12/04/2024

Luca_Morante
Luca_Morante 🇮🇹

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Decolonizzare la storia
Prefazione:
ricerca etnografica a Rio de Janeiro, paese attraversato da un dualismo
di immagini: 1. Paese della bellezza, della ricchezza e dalle illimitate
opportunità 2. Paese delle disuguaglianze, dei contrasti tra miseria
abietta e ricchezza oscena, del sottosviluppo, della dipendenza,
dell’instabilità politica, dal popolo analfabeta, della mancanza di
condizioni per la democrazia (visione trasmessa da scienze sociali
statunitensi). In realtà si tratta di gente dignitosa, obbligata a vivere in
condizioni indegne, pienamente umana nonostante fosse trattata
subumanamente, vivendo ai limiti della sopravvivenza o poco sopra,
vulnerabile e impoverita dal punto di vista sociale sebbene lavorasse
dall’alba al tramonto: gente sofferente ma in grado di sorridere, perché
la saggezza della vita si conquista con l’esperienza e la solidarietà, e
non con i titoli accademici, e solidarietà non è dare ciò che avanza ma
ciò che manca. La proposta dell’autore riguarda le epistemologie del
Sud, per cui la diversità del mondo può essere concepita come l’unità
del diverso.
Il colonialismo europeo ha assunto un ruolo centrale nella costruzione
dell’epoca moderna e, lungi dall’essere stato eliminato attraverso
l’indipendenza politica delle colonie europee, persiste ancora oggi ed è
un elemento che struttura le relazioni sociali, economiche e culturali, sia
dei nuovi Stati indipendenti sia in Europa. Con l’indipendenza, il
colonialismo si è trasformato e ha continuato sotto mentite spoglie,
come colonialismo interno o neocolonialismo da parte degli ex
colonizzatori storici (razzismo, espropriazione di terre, estrazione non
regolamentata di risorse naturali, violenza impune, schiavitù);
quest’ultimo non riguarda in realtà minoranze, poiché in molti paesi si
parla della maggioranza. Il colonialismo rappresenta tutta la
degradazione ontologica di un gruppo umano da parte di un altro: un
dato gruppo si arroga il diritto di considerare impunemente l’altro
inferiore per natura, quasi sempre in funzione del colore della pelle;
inoltre esso è una cocreazione di colonizzatori e colonizzati, fatta di
conflitti e complicità, di violenze e convivenze, di apprendimento e
disapprendimento reciproco, per quanto disuguali siano stati i loro
rapporti. Il colonialismo ha dato forma sia ai colonizzatori sia ai
colonizzatiàla decolonizzazione non è possibile senza decolonizzare
entrambi nello stesso tempoà2 decolonizzazioni reciproche che
includono compiti molto distinti.
Le epistemologie del sud sono un vasto e diversificato campo di
ricerche che mette in discussione le correnti epistemologiche, teoriche,
analitiche che hanno dominato a livello globale, ovvero le epistemologie
del Nord. Le epistemologie del sud posseggono dei presupposti
specifici, tra cui:
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Decolonizzare la storia Prefazione: ricerca etnografica a Rio de Janeiro , paese attraversato da un dualismo di immagini: 1. Paese della bellezza, della ricchezza e dalle illimitate opportunità 2. Paese delle disuguaglianze, dei contrasti tra miseria abietta e ricchezza oscena, del sottosviluppo, della dipendenza, dell’instabilità politica, dal popolo analfabeta, della mancanza di condizioni per la democrazia (visione trasmessa da scienze sociali statunitensi). In realtà si tratta di gente dignitosa, obbligata a vivere in condizioni indegne, pienamente umana nonostante fosse trattata subumanamente, vivendo ai limiti della sopravvivenza o poco sopra, vulnerabile e impoverita dal punto di vista sociale sebbene lavorasse dall’alba al tramonto: gente sofferente ma in grado di sorridere, perché la saggezza della vita si conquista con l’esperienza e la solidarietà, e non con i titoli accademici, e solidarietà non è dare ciò che avanza ma ciò che manca. La proposta dell’autore riguarda le epistemologie del Sud , per cui la diversità del mondo può essere concepita come l’unità del diverso. Il colonialismo europeo ha assunto un ruolo centrale nella costruzione dell’epoca moderna e, lungi dall’essere stato eliminato attraverso l’indipendenza politica delle colonie europee, persiste ancora oggi ed è un elemento che struttura le relazioni sociali, economiche e culturali, sia dei nuovi Stati indipendenti sia in Europa. Con l’indipendenza, il colonialismo si è trasformato e ha continuato sotto mentite spoglie, come colonialismo interno o neocolonialismo da parte degli ex colonizzatori storici (razzismo, espropriazione di terre, estrazione non regolamentata di risorse naturali, violenza impune, schiavitù); quest’ultimo non riguarda in realtà minoranze, poiché in molti paesi si parla della maggioranza. Il colonialismo rappresenta tutta la degradazione ontologica di un gruppo umano da parte di un altro: un dato gruppo si arroga il diritto di considerare impunemente l’altro inferiore per natura, quasi sempre in funzione del colore della pelle; inoltre esso è una cocreazione di colonizzatori e colonizzati, fatta di conflitti e complicità, di violenze e convivenze, di apprendimento e disapprendimento reciproco, per quanto disuguali siano stati i loro rapporti. Il colonialismo ha dato forma sia ai colonizzatori sia ai colonizzatiàla decolonizzazione non è possibile senza decolonizzare entrambi nello stesso tempoà2 decolonizzazioni reciproche che includono compiti molto distinti. Le epistemologie del sud sono un vasto e diversificato campo di ricerche che mette in discussione le correnti epistemologiche, teoriche, analitiche che hanno dominato a livello globale, ovvero le epistemologie del Nord. Le epistemologie del sud posseggono dei presupposti specifici, tra cui:

  1. Esiste il Sud epistemico, costruito dalle classi e dai gruppi sociali che hanno resistito e lottato contro le 3 principali forme di dominio moderno, ovvero capitalismo colonialismo ed eteropatriarcato;
  2. I saperi nati o usati in queste lotte sociali sono stati sistematicamente ignorati o repressi dalle istituzioni incaricate di produrre e legittimare un unico sapere considerato valido e rilevante, ovvero la scienza moderna;
  3. L’esclusione epistemica è alla radice dell’esclusione sociale;
  4. La comprensione del mondo è molto più vasta della comprensione occidentale del mondo;
  5. Le epistemologie del sud non sono un movimento antiscientifico;
  6. Le università moderne si sono costituite come il centro che legittima la realtà e la storia dei vincitori nella storia;
  7. L’obiettivo è di contribuire al rafforzamento delle lotte di resistenza contro il capitalismo, il colonialismo, l’eteropatriarcato e le dominazioni-satellite su cui spesso si appoggiano;
  8. La lotta avrà successo solo se incide contemporaneamente sulle diverse forme di dominio principali;
  9. La storia che ci imprigiona è anche la storia che ci libera: il passato è una missione o un compito per i vinti non manipolati dalla storia e per i discendenti dei vincitori disposti a riparare alle ingiustizie e alle atrocità su cui la storia si basa e che nascondeàl’incontro di queste due volontà costituisce la decolonizzazione profonda. Viviamo in società capitalistiche, razziste e sessiste, e sia il sessismo sia il razzismo spariranno solo se sparirà il capitalismo e se, al suo posto, sarà costruita una società in cui la vita umana e non umana sarà pienamente protetta e celebrata.
  10. Postcolonialismo, decolonità ed epistemologie del Sud: le conseguenze del colonialismo europeo, rispetto ai modi di pensare e agire contemporanei, sono il postcolonialismo, la decolonità e le epistemologie del Sud, che convergono a nel sottolineare il sacrificio incommensurabile della vita umana, l’espropriazione della ricchezza culturale e naturale e la distruzione delle culture e delle forme di sapere non europee. Gli studi postcoloniali sono nati negli anni ’60, all’indomani dell’indipendenza politica delle colonie europee, asiatiche e africane, si sono focalizzati sulle forme di soggezione economica postindipendenza, di subordinazione politica e di subalternità culturale e affermano che il colonialismo è continuato sotto mentite spoglie. Gli studi sulla decolonialità sono iniziati in America Latina negli anni ’90. La colonialità è presentata come una concezione razziale complessiva della realtà sociale che permea tutti i domini della vita economica, sociale, politica e culturale; è l’idea per cui tutto ciò che differisce dalla visione eurocentrica del mondo è inferiore, marginale, irrilevante o pericoloso. Le epistemologie del Sud , nate nel 2000, puntano a mettere in evidenza i saperi antichi e contemporanei dei gruppi sociali che hanno resistito al moderno dominio eurocentrico,

intellettuali eurocentrici per la critica alle linee colonialistiche del sapere e della politica. Si sono occupati del colonialismo delle Americhe. Affrontare il progetto coloniale nella sua interezza è diventato la precondizione per teorizzare la condizione postcoloniale in se stessa. Simon Ortiz ha proposto l’uso dell’inglese da parte degli scrittori indigeni come una nuova lingua indigena, invece di perpetuare il già logoro cliché secondo il quale sono vittime di questa lingua. Ne L’elogio dell’essere creolo, viene affermato: la nostra storia è un intreccio di storie, siamo contemporaneamente Europa, Africa e arricchiti da contributi asiaticiàla creolità è il mondo scomposto ma ricomposto. Du Bois si interroga sulla condizione del popolo nero dalla formulazione soggettiva di come ci si sente ad essere un problema, identificando la linea del colore come un abisso. Secondo Amilcar Cabral il ritorno alle fonti è un processo politico fondamentale, e la cultura è la manifestazione vigorosa della realtà materiale e storica corrispondente alla società dominata o da dominare, per cui la libertà nazionale è un mero atto culturale. L’Africa ha una lunga e intensa tradizione di studi anticoloniali , il cui esponente Albert Memmi afferma che “per il colonizzatore e il colonizzato non c’è altra via d’uscita se non porre completamente fine alla colonizzazione, che distorce le relazioni, distrugge o pietrifica le istituzioni e corrompe gli uomini”. Dopo l’indipendenza dell’Algeria, la capitale è divenuta un punto d’incontro per i movimenti di liberazione di molti paesi africani e per i movimenti antifascisti di altre regioni del mondoàè emerso un vivace fermento di idee anticoloniali, spesso in dialogo con Frantz Fanon , che affermava “per il colonialismo, l’Africa era la tana dei selvaggi, una terra piena di superstizioni e fanatismo, condannata al disprezzo, afflitta dalla maledizione di Dio, una terra di cannibali: la terra dei negri”. Achebe propone di mettere alla prova la capacità della lingua inglese , una lingua coloniale straniera, per dar conto dell’esperienza africana precoloniale, attraverso però un nuovo inglese, ancora in piena comunione con la sua dimora antica, ma alterato per adattarsi al suo nuovo ambito africano. Le scienze sociali sono passate ad essere un terreno cruciale per gli accademici anticoloniali, la cui generazione più antica rivela una profonda conoscenza del pensiero eurocentrico : lo valorizza come strumento di analisi e come modello per l’azione politica, MA mette anche in questione la supposta universalità di questo pensiero, attraverso la sua contestualizzazione in un vasto e diversificato ambito di tradizioni intellettuali africane. I tratti più significativi del pensiero anticoloniale africano sono:

  1. la capacità di combinare dei caratteri presi dalle prospettive eurocentriche con i loro corrispettivi afrocentrici;
  1. la concezione dell’esperienza storica dell’Africa come una singolarità in grado di contribuire a una migliore comprensione del mondo in generale, così come al cambiamento sociale e politico progressista che trascende il continente africano;
  2. la separazione tra studi culturali e quelli politico-economici è stata meno determinante per quanto riguarda la definizione di legami, e l’ educazione si è mostrata essere uno dei terreni migliori per l’incontro di entrambe le prospettive;
  3. la disillusione dovuta ai processi indipendentisti ha sviluppato una maggiore attenzione alle continuità tra il periodo coloniale e quello successivo all’indipendenza. Le voci femministe africane hanno dato contributi essenziali al pensiero accademico anticoloniale. Il pensiero accademico anticoloniale mantiene una sofisticata e critica comprensione della tradizione intellettuale occidentale , alla quale ricorre, in maniera selettiva, per addentrarsi in temi nuovi e inesplorati. Gli scrittori creativi e la critica letteraria hanno fatto proprie le prospettive postcoloniali da molto tempoàla teoria e la creatività di natura postcoloniale hanno raggiunto uno sviluppo considerevole, e autori canonici della tradizione occidentale sono stati rivisitati a partire da una prospettiva postcoloniale. Le differenze sono spesso spiegate in riferimento alla sociologia della conoscenza , il tipo di intervento coloniale nelle tradizioni intellettuali preesistentiàquesta strategia espande e diversifica il canone senza lasciare che risaltino differenze sostanzialiàla complementarità diventa visibile tanto quanto la contraddizione, il che costituisce una svolta urgente nel quadro di un clima accademico dilaniato dall’ ostilità reazionaria (bianca, razzista, patriarcale, capitalista) contro questo tipo di studi da un estremo, e per ghetti accademici che difendono aggressivamente la purezza o l’autenticità intellettuale dall’altroàentrambe le tendenze sono state marginalizzate a livello accademico e politico, soprattutto nelle università in cui domina il sapere eurocentrico. Tutti questi studi sono accomunati dall’iniziativa di esporre il carattere locale della modernità eurocentrica che si presume universale e la critica radicale all’ impatto cruciale del colonialismo nella vita sociale, economica, politica e culturale, e condividono l’idea per cui il colonialismo è finito come entità storico-politica, ma continua riconfigurando i rapporti e gli immaginari sociali ma, mentre gli studi postcoloniali riconoscono le discontinuità prodotte dai processi indipendentisti, gli studi decoloniali tendono a far risaltare la continuità. La produzione accademica postcoloniale del Nord globale si basa su tradizioni intellettuali eurocentriche più degli studi decoloniali, che invece sono stati influenzati dal marxismo e tendono ad includere una maggiore pluralità di voci all’interno del dibattito accademico del Sud globale, e ritengono che la modernità eurocentrica sia intrinsecamente

apologie della politica di estrema destra e del colonialismo storico. L’ideologia reazionaria si presenta sotto forma di visioni apocalittiche e approcci religiosi fondamentalistiàle idee reazionarie sono dunque il catechismo ideologico che sostiene il desiderio di tornare a un mondo premoderno e prendono corpo nella vita accademica, ponendo serie sfide esistenziali agli studi anticoloniali;

  1. utopie realiste: focus su critica, denuncia e delegittimazione del pensiero colonialistico eurocentrico, come pure della devastazione economica, politica e culturale che ha portato con sé; la primissima metodologia è stata la decostruzione. Il colonialismo moderno è una componente integrante della modernità eurocentrica, che a sua volta comprende 3 forme principali di dominio, ovvero capitalismo , colonialismo , patriarcato , che hanno assunto diverse sembianze durante la modernità, ma sono intrinsecamente legate in una stretta interconnessione su scala globale; il colonialismo moderno è caratterizzato dall’intima relazione tra capitale e proprietà (il possesso di terra sostiene e neutralizza la proprietà e l’occupazione). Il colonialismo si ripropone dunque all’inizio del XXI secolo sotto nuove vesti , come razzismo, xenofobia, mano d’opera schiavizzata, confinamento, deportazione di immigrati e rifugiati, appropriazione di terre, espulsione in massa di comunità contadine in nome dello sviluppo e di megaprogetti. La continua articolazione del capitalismo attraverso il colonialismo e il patriarcato è la manifestazione dell’accumulazione primitiva come condizione permanente dell’accumulazione capitalisticaàdal XVII secolo le società capitalistiche, colonialistiche e patriarcali predominano in Occidente e nelle colonie MA, mentre le forme di dominazione capitalista, colonialista e patriarcale operano in stretta sinergia, la resistenza è caratterizzata storicamente per la sua frammentazione. Due condizioni inquietanti incidono sugli studi anticoloniali: 1. scarsa articolazione intellettuale con gli studi anticapitalisti e antipatriarcali 2. limitazione all’ ambito accademico àsolo lotte accademiche, che tenderanno ad essere innocue. Marx aveva in mente 2 paradigmi di conoscenza di base , ma proponeva l’aggiunta di un terzo:
  2. paradigma della conoscenza prodotto dopo la lotta : derivante dalla filosofia hegeliana della conoscenza, per cui la conoscenza emerge durante il tranquillo periodo di pace che segue la risoluzione delle lotte;
  3. paradigma della conoscenza prima della lotta : critica alla concezione hegeliana, poiché l’unica conoscenza che sussiste a seguito della lotta è quella dei vincitori;
  4. epistemologie del Sud : saperi nati nelle lotte (Sud come concetto epistemico e non geografico). Il marxismo è entrato a far parte del terzo paradigma della conoscenza,

come conoscenza nata dalla lotta. Le epistemologie del Sud sono caratterizzate da una doppia indagine cognitiva , fondata sull’idea che non può esserci giustizia sociale globale senza giustizia cognitiva globaleàpromuovono il recupero dei saperi popolari e vernacolari attivi nelle lotte, mai riconosciuti dalla conoscenza scientifica o accademica, come contributi rilevanti per una migliore comprensione del mondo (esclusione cognitiva è al centro dell’esclusione sociale). Esse sostengono che le lotte sociali concrete tendono a combinare diversi tipi di conoscenza e queste articolazioni e combinazioni (ecologie dei saperi) trasformano reciprocamente diversi modi di conoscere, poiché si impegnano in dialoghi volti a rafforzare le lotte sociali contro la dominazione. I loro fattori principali sono:

  1. centralità della lotta come resistenza alla dominazione: le lotte sostenute dalle ES sono quelle azioni collettive che trasformano anche il minimo margine di libertà in un’opportunità di liberazione , per necessità, poiché i limiti della libertà non sono naturali e nemmeno stabili, bensì sono imposti ingiustamente e possono essere spostati, per cui sono ambiti di lotta. È necessaria la distinzione tra: 1. libertà eteronoma : autorizzata da chi ha il potere di definire i limiti 2. libertà controegemonica : autonoma ed emancipatrice. Le lotte degli oppressi assumono una varietà infinita di forme, che richiedono e generano a loro volta differenti tipi di conoscenza. James Scott parla di “ forme quotidiane di resistenza ”; ovvero quelle forme di lotta/resistenza che non comportano un confronto diretto e non sono aperte e dichiarate, mettono in gioco il solo dominio materiale, dunque di rado sono riconosciute come azioni politiche; è condiviso il pensiero per cui solo la lotta garantisce la sopravvivenza;
  2. linea abissale e sociologia delle assenze: il pensiero liberale riconosce che gli esseri umani non sono empiricamente uguali, nella misura in cui alcuni sono ricchi e altri poverià linea abissale che segna la divisione radicale tra le forme di socialità metropolitana e le forme di socialità coloniale e che crea 2 mondi di dominazione: 1. mondo metropolitano : mondo dell’equivalenza e della reciprocità tra coloro che, in quanto “noi”, sono completamente umani 2. mondo coloniale : il “loro mondo”, di quelli con cui non è possibile immaginare un’equivalenza o una reciprocità, visto che non si tratta di esseri pienamente umanià” loro” si trovano all’altro lato della linea. La lotta per la liberazione non mira a una forma migliore e più inclusiva di regolamentazione coloniale, bensì alla sua eliminazione. La lotta globale contro la dominazione moderna non può avere successo se non include quella contro le esclusioni non abissali che, insieme alle lotte, assumono una nuova centralità, una volta riconosciuta l’esistenza della linea abissale;
  3. ecologie di saperi e sociologia delle emergenze: il mondo

differenti lotte, per cui tutte combattono contro esclusioni abissali

  1. interconnessioni tra differenti lotte, per cui tutte combattono contro esclusioni non abissali 3. interconnessione tra differenti lotte, per cui tutte combattono contro esclusioni abissali e non abissali. Gli studi postcoloniali/decoloniali e le ES hanno costruito insieme un nuovo imponente terreno accademico , MA si tratta ancora di un lavoro in corso, soprattutto sotto il punto di vista di:
  2. storia : una delle caratteristiche centrali della dominazione coloniale moderna è la sua memoria corta, una cancellazione attiva dell’appropriazione, della violenza e della distruzione della resistenza, che porta a distorsioni fatali e a cancellazioni clamorose. James Baldwin ha affermato:<< la storia è tutt’altro che qualcosa solo da leggere e non si riferisce soltanto/principalmente al passato, poiché è presente in tutto ciò che facciamo>>. Gli studi anticoloniali hanno limitato il loro interesse per la storia al fine di discreditare narrative del passato che possono facilmente essere caratterizzate come storia dei vincitori raccontata dai vincitori, rifiutando il vasto bagaglio accademico sviluppato da numerosi storici del Sud globale;
  3. imperialismo : il XX secolo è stato considerato l’era dell’imperialismo e, dopo la WWII il termine è passato a significare l’estrema disuguaglianza delle relazioni tra paesi formalmente indipendenti. Walter Rodney sostiene che : <<l’imperialismo è una fase del capitalismo nella quale i paesi europei capitalisti occidentali, gli USA e il Giappone hanno impiantato un’egemonia politica, economica, militare e culturale sulle altre parti del mondo, che all’inizio erano a un livello inferiore e dunque non potevano resistere alla dominazioneàcolonialismo come sistema capitalistico allargato che vede da una parte gli sfruttatori (i colonizzatori) e dall’altra gli sfruttati (i dominati)>>;
  4. ecologia : le 3 principali forme di dominio si basano sulla stessa concezione cartesiana della separazione tra esseri umani e natura , con la natura come entità inerte, un’immensa risorsa a disposizione dell’umanità. Ailton Krenak afferma che va eliminato l’ antropocentrismo , perché la biodiversità non ha bisogno di noiàl’umanità si sta separando completamente dalla Terra, è immersa in un’ astrazione civilizzatrice che sopprime la diversità e nega la pluralità delle forme di vita, l’esistenza e le abitudini;
  5. spiritualità : in questa tradizione, lo spirito (poi considerato la religione) è molto più in alto del corpo, al punto da essere immortale e da avere il suo luogo nell’aldilà, che rappresenta il Regno del sacro.

Le ES sono sia la causa sia la conseguenza degli studi postcoloniali e decoloniali e il loro compito più urgente e imperativo consiste nella costruzione di un pensiero alternativo delle alternative, la sociologia delle emergenze e tutti i compiti che implica.

2. Tesi sulla decolonizzazione della storia: in un contesto storico inedito il peso della storia tende ad essere leggero per le generazioni che erano presenti sin dall’inizio, o generazioni inaugurali , mentre la storia tende a gravare sulle generazioni successive, o posteriori àne conseguono 2 concezioni distinte del passato : passato come missione o compito e passato come tesoro o trofeo; per la prima il passato è aperto e incompleto, per le seconde è chiuso e consumato. Dagli anni ’70 la storia è diventata estremamente pesante, tanto quanto la sconfitta delle generazioni inaugurali. Il peso della storia diventa sempre più soffocante per gli orfani delle generazioni inaugurali. È dunque necessaria una ricostruzione , che implica la decolonizzazione della storia. La decolonizzazione è un compito che dev’essere portato a compimento dagli orfani non conformisti delle generazioni inaugurali, e si basa principalmente sul presupposto che non esiste un’entità unica denominata “storia”, così come non esiste un unico passato, ma un passato che intreccia storie interconnesse àciò che chiamiamo passato è un’ illusione ottica, poiché è sempre nel presente che sperimentiamo, ricordiamo e scriviamo del passato. Viviamo in un mondo di interdipendenza nel quale le idee di dominio, oppressione e potere diseguale finiscono per sparireàl’oppressione sociale è una totalità. La decolonizzazione è un’ azione intellettuale che compara i diversi modi di dominazione moderna, ovvero capitalismo, colonialismo e patriarcato, che si intrecciano storicamente con altre forme secondarie di dominazioneàla decolonizzazione della storia è una metonimia, poiché mira a sfidare le forme con molte modalità diverse di dominazione moderna che hanno plasmato la scrittura della storia. Glissant afferma che la storia è una fantasia dell’Occidente molto funzionale, giacché si è originata proprio quando questo ha fatto da sé la storia del mondo. Decolonizzare la storia implica l’identificazione della dominazione della storia nella storia della dominazione; il dominio occidentalistico moderno è caratterizzato da 2 concetti operazionali di base, ovvero la linea abissale , che è la linea radicale di separazione tra gli esseri pienamente umani e quelli subumani, ovvero la naturalizzazione più radicale delle gerarchie sociali nei tempi moderni, e il tempo lineare. Il liberalismo europeo ha conservato il privilegio di definire quali fossero gli esseri da considerare pienamente umaniàchi non lo è, non può essere trattato come taleàlinea abissale, che è diventata la

  1. la riscrittura della storia a partire dalla prospettiva di coloro che finora sono stati i vinti (passato-presente), la quale prevede una storia delle emergenze , che si concentra su riscattare , recuperare e tornare a immaginare tutto ciò che è stato costretto a sopravvivere come una rovina, al fine di rivelare il suo potenziale per una liberazione futura. La lotta non è necessariamente un atto di confronto aperto, organizzato, drammatico, potenzialmente violento. Storia delle assenze: l’indebolimento è ottenuto grazie all’identificazione dei procedimenti essenziali usati dai vincitori per ritrarre gli sconfitti come meritevoli della loro sconfitta, tra cui i principali:
    1. La contrapposizione dei principi alle pratiche, che genera un epistemicidio di massa (distruzione di massa delle conoscenze): contrapporre i principi etici e politici dell’oppressore alle pratiche dell’oppresso; da qui è emersa la dicotomia civiltà/barbarie , ovvero la linea abissale che distingueva gli umani dai subumani. Il procedimento rendeva superfluo giustificare il contrasto tra gli ideali del liberalismo e le pratiche dei colonizzatori, e scartava a priori la possibilità che popolazioni non europee avessero ideali e principi, per quanto diversi da quelli professati dal liberalismo;
    2. La sospensione dei principi in caso di emergenza autoproclamata, che genera il kairocidio (distruzione del tempo qualitativo e/o neutralizzazione sistematica della lotta e/o distruzione dei momenti opportuni per la resistenza): attribuirsi il privilegio di ritirare o sospendere i principi etici e politici ogni volta che lo esiga una situazione estrema di emergenza sociale o politica, secondo lo stato di eccezione (es. con colonialismo, quando colonizzati erano oggetti dello Stato coloniale);
    3. La despecificazione, che genera l’ ontocidio (annullamento dell’essere come potere di esistere): ridurre l’identità del popolo colonizzato a un carattere unico , astorico e decontestualizzato, svalutando la complessità del tessuto delle vite individuali e collettive, e anche il loro sviluppo storico (atto ideologico radicale di empirismo riduzionista selettivo);
    4. L’alternanza tra brutalità e tolleranza, che genera il timecidio (disonore degli individui e delle comunità): definire “ tolleranza ” ciò che segue l’atrocità brutale, la distruzione violenta della vita o della cultura da parte del colonizzatore o dell’oppressoreàtolleranza praticata come un modo per confermare e mascherare la resa degli oppressi, trasformando le imposizioni reali in false concessioni. Il fine ultimo della tolleranza consiste nell’esibire la superiorità morale degli oppressori per distruggere meglio l’autostima e l’onore delle popolazioni oppresse, secondo il timecidio. La storia delle assenze si è evoluta ed è cambiata lungo gli ultimi 5 secoliàl’elemento più importante che la caratterizza è la sua incessante

metamorfosi , accompagnata da un profondo radicamento nelle storie e nelle ideologie centrate sull’ Occidente. Con la modernità eurocentrica e le sue biblioteche coloniali, si nega la possibilità di una razionalità e una storia plurali. Questi procedimenti sono stati resi operativi dal nazismo nella persecuzione criminale dell’Untermensch, dalle parole di Himmler :<<Il fatto che le nazioni vivano nella prosperità o muoiano di fame mi interessa soltanto nella misura in cui abbiamo bisogno di loro in qualità di schiave della nostra cultura; tutto il resto non mi interessa. Noi tedeschi siamo l’unico popolo del mondo che conserva un comportamento decente rispetto agli animali, e adotteremo un comportamento altrettanto decente con questi animali umani, è però un commettere un crimine contro il nostro proprio sangue preoccuparci di loro e dotarli di idee, giacché in questo modo causeremo grandi difficoltà ai nostri figli e ai nostri nipoti nei loro rapporti con quelli>>. I procedimenti della storia delle assenze hanno, negli ultimi 60 anni, giustificato il razzismo, il sessismo, le leggi e le pratiche discriminatorie in materia d’immigrazione, xenofobia, islamofobia, omofobiaàquando ci sono leggi che proibiscono formalmente la discriminazione, la giustificazione agisce in modo indiretto , attraverso la complice omissione della sua repressione o la sua reale condanna. Storia delle emergenze: si tratta di una storia scritta prima della lotta e durante la lotta, perché scrivere la storia da una prospettiva posteriore alla lotta equivarrebbe a confermare la sconfitta. In questa concezione, esistono 2 tempi storici , ovvero il tempo prima della lotta e il tempo durante la lotta, che sono reali e immaginati perché i loro caratteri nel presente sono incarnati nell’esperienza vissuta, anche se immaginati come reali. La storia anteriore alle lotte è considerata il luogo in cui si trovano le energie e le risorse per combattere contro la dominazione, mentre il “durante la lotta” concepisce le pratiche di resistenza come un campo aperto di possibilità in cui non ci sono margini né ragioni per la fatalità o il conformismo, così come non ci sono vincitori, ma solo oppressori e oppressi. La storia delle emergenze procede ricostruendo la totalità dei corpi, delle comunità, dei mezzi di sussistenza, delle lotte, delle resistenze, dei modi di conoscere e dei modi di essere che la storia dominante ha sfigurato, amputato, messo a tacere o prodotto come assenti. La monocultura della conoscenza e del rigore del sapere è messa in discussione recuperando e valorizzando i saperi, le culture e le credenze dei popoli colonizzati non europei. Il riconoscimento della diversità epistemica e cognitiva del mondo presuppone che tutti i sistemi di conoscenza siano incompleti. Essa consiste nel recuperare le concezioni “strane” del tempo che si trovano presso i popoli “esotici”, mettendo in discussione le sequenze e i cambiamenti imposti dal tempo lineare dopo lo scontro

La continuità dinamica dei rapporti coloniali si basa sulla permanenza, durante gli ultimi cinque secoli, di 3 forme principali di dominazione: il capitalismo (disuguaglianza di classe), il colonialismo (disuguaglianza etnorazzista) e il patriarcato (disuguaglianza sessista e riduzione della diversità di genere a uomini e donne)àquesti modi di dominio hanno coinciso con l’ epistemicidio , il declassamento dei saperi non eurocentrici, considerati residuali, arretrati o pericolosi e blasfemi. La soppressione epistemologica è la soppressione, o negazione, di tutte le conoscenze diverse da quelle religiose e scientifiche portate dai colonizzatori, nonostante questi saperi esistessero da tempi immemorabili e fossero ciò che dà senso alla vita dei popoli; altrimenti venivano trasformati in informazioni di cui il sapere eurocentrico doveva appropriarsi che doveva valutare. Secondo il mito dello sviluppo, la storia mondiale era concepita come metonimia della storia dell’ espansione europea , per cui i popoli indigeni erano considerati arretrati e spinti a mobilitarsi per modernizzarsi e svilupparsi, nel modo dei paesi colonizzatori o ex colonizzatori e per gli scopi di questi ultimi. Con la predominanza delle esclusioni abissali, il potere diseguale, nelle colonie ed ex colonie, prodotto dal colonialismo e dal patriarcato, era particolarmente violento e colpiva più popolazioni. Il potere si basava sull’idea per cui le popolazioni vittime erano composte da esseri inferiori per natura, ai quali era impensabile applicare lo stesso diritto che regolava i rapporti tra colonizzatori e i loro discendenti: dualità giuridica, che configura un’esclusione senza garanzie di protezione efficace per le popolazioni razzializzate o sessualizzate. Con il confinamento nel particolare e nel locale , le pratiche e le conoscenze delle popolazioni coloniali ed ex coloniali sono sempre state considerate eccezioni locali o particolari. Infine, secondo il mito della pigrizia , le popolazioni coloniali ed ex coloniali sono state considerate pigre, contrarie al lavoro duro, il che ha giustificato la schiavitù e il lavoro forzato. La conseguenza di tutte queste pratiche è la ferita coloniale , una ferita che deriva da una specifica articolazione di capitalismo, colonialismo e patriarcato, caratterizzata dall’estensione e dall’intensità con cui la maggioranza della popolazione è trattata, come se fosse composta da esseri inferiori e oggetti di violenza impone. Negli ultimi cinquant’anni ci sono state oscillazioni senza fine tra periodi di aspettative di liberazione e vita dignitosa e periodi di frustrazione davanti al regresso delle forme più violente di dominio e di assoggettamento da parte delle élite e della loro triplice supremazia classista, razziale e sessuale. La ferita coloniale ha impedito che le popolazioni oppresse dal triplice dominio considerassero chiuso il loro passato e lo concepissero come un compito o una missione da portare a termineàil futuro si è costituito come promessa di cura della ferita coloniale e della violenza che rappresentava; ma di fronte al circolo vizioso tra aspettative e

frustrazioni, il futuro prossimo si è allontanato fino ad arrivare al nostro tempo paradossale, vertiginoso e stagnante. Il circolo vizioso di aspettative e frustrazioni non è mai vizioso per chi lotta e mentre lotta, poiché c’è sempre la speranza che questa volta sarà diverso. La storia non si ripete mai: è la speranza che crea la lotta e, paradossalmente, è la stessa lotta che crea la speranzaàdominazione diventa intollerabile solo quando c’è resistenza e lotta. Si sono fatti progressi, ma non c’è stato progresso, perché molte transizioni, immaginate come passaggio verso una società più giusta e qualitativamente migliore, si sono rivelate quasi sempre momenti di un ciclo, momenti di speranza, di progresso e di giustizia, a cui subito dopo segue la reazione conservatrice e anche violenta da parte delle vecchie e nuove classi dominanti delle loro élite. Nelle ultime decadi c’è stato un cambiamento significativo nel modo in cui i cicli della speranza e della paura, dell’aspettativa e della frustrazione sono vissuti dalle popolazioni oppresse, a causa di condizioni storiche nuove: la democrazia liberale pensata come qualcosa che non esige precondizioni di sorta e come se fosse il presupposto per la legittimità di qualsiasi sistema politico, e la rivoluzione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, che ha creato le condizioni per un controllo ideologico dei soggetti senza precedenti. La paura e la speranza, la frustrazione e l’aspettativa sono diventate merci psichiche prodotte senza sosta dalle industrie profane religiose della soggettività.

  1. Incontrare altri universi culturali I differenti universi culturali oggi sembrano essere più che mai esposti al confronto con universi rivali, in condizioni che non permettono gesti unilaterali. Le disuguaglianze di potere sono storicamente sedimentate, ma sono sempre più disugualmente distribuite tra le diverse aree della vita collettiva o tra le differenti regioni del mondo. La condivisione dell’incertezza tende a dar luogo all’incertezza della condivisione. Il dramma dell’universo culturale che si considera storicamente vincitore è che non vuole imparare nulla dagli universi culturali che si è abituato a sconfiggere e che ha sempre educato; a loro volta, gli universi culturali non occidentali provengono da traiettorie di sconfitte storiche inflitte dall’universo culturale occidentale. Tali universi hanno subito vari stravolgimenti e un’acculturazione, ma sono sopravvissuti, e oggi assumono una nuova fiducia , una nuova autostima e un nuovo sentimento del futuro, con la conseguente percezione che la sconfitta è finita. Si tratta di un’epoca di biforcazioni , e la profonda incertezza che ne risulta deriva da 4 condizioni epocali:
  2. interregno : metafora temporale che suggerisce una temporalità ambigua, in cui la nuova società non è ancora completamente nata e la vecchia società non è ancora completamente mortaàdeformazioni politiche, sociali e culturali date