










Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Sintesi del Saggio "Decolonizzare la storia" utilizzato come testo di riferimento per non frequentanti dell'anno accademico 2023/2024
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
1 / 18
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!











Decolonizzare la storia Prefazione: ricerca etnografica a Rio de Janeiro , paese attraversato da un dualismo di immagini: 1. Paese della bellezza, della ricchezza e dalle illimitate opportunità 2. Paese delle disuguaglianze, dei contrasti tra miseria abietta e ricchezza oscena, del sottosviluppo, della dipendenza, dell’instabilità politica, dal popolo analfabeta, della mancanza di condizioni per la democrazia (visione trasmessa da scienze sociali statunitensi). In realtà si tratta di gente dignitosa, obbligata a vivere in condizioni indegne, pienamente umana nonostante fosse trattata subumanamente, vivendo ai limiti della sopravvivenza o poco sopra, vulnerabile e impoverita dal punto di vista sociale sebbene lavorasse dall’alba al tramonto: gente sofferente ma in grado di sorridere, perché la saggezza della vita si conquista con l’esperienza e la solidarietà, e non con i titoli accademici, e solidarietà non è dare ciò che avanza ma ciò che manca. La proposta dell’autore riguarda le epistemologie del Sud , per cui la diversità del mondo può essere concepita come l’unità del diverso. Il colonialismo europeo ha assunto un ruolo centrale nella costruzione dell’epoca moderna e, lungi dall’essere stato eliminato attraverso l’indipendenza politica delle colonie europee, persiste ancora oggi ed è un elemento che struttura le relazioni sociali, economiche e culturali, sia dei nuovi Stati indipendenti sia in Europa. Con l’indipendenza, il colonialismo si è trasformato e ha continuato sotto mentite spoglie, come colonialismo interno o neocolonialismo da parte degli ex colonizzatori storici (razzismo, espropriazione di terre, estrazione non regolamentata di risorse naturali, violenza impune, schiavitù); quest’ultimo non riguarda in realtà minoranze, poiché in molti paesi si parla della maggioranza. Il colonialismo rappresenta tutta la degradazione ontologica di un gruppo umano da parte di un altro: un dato gruppo si arroga il diritto di considerare impunemente l’altro inferiore per natura, quasi sempre in funzione del colore della pelle; inoltre esso è una cocreazione di colonizzatori e colonizzati, fatta di conflitti e complicità, di violenze e convivenze, di apprendimento e disapprendimento reciproco, per quanto disuguali siano stati i loro rapporti. Il colonialismo ha dato forma sia ai colonizzatori sia ai colonizzatiàla decolonizzazione non è possibile senza decolonizzare entrambi nello stesso tempoà2 decolonizzazioni reciproche che includono compiti molto distinti. Le epistemologie del sud sono un vasto e diversificato campo di ricerche che mette in discussione le correnti epistemologiche, teoriche, analitiche che hanno dominato a livello globale, ovvero le epistemologie del Nord. Le epistemologie del sud posseggono dei presupposti specifici, tra cui:
intellettuali eurocentrici per la critica alle linee colonialistiche del sapere e della politica. Si sono occupati del colonialismo delle Americhe. Affrontare il progetto coloniale nella sua interezza è diventato la precondizione per teorizzare la condizione postcoloniale in se stessa. Simon Ortiz ha proposto l’uso dell’inglese da parte degli scrittori indigeni come una nuova lingua indigena, invece di perpetuare il già logoro cliché secondo il quale sono vittime di questa lingua. Ne L’elogio dell’essere creolo, viene affermato: la nostra storia è un intreccio di storie, siamo contemporaneamente Europa, Africa e arricchiti da contributi asiaticiàla creolità è il mondo scomposto ma ricomposto. Du Bois si interroga sulla condizione del popolo nero dalla formulazione soggettiva di come ci si sente ad essere un problema, identificando la linea del colore come un abisso. Secondo Amilcar Cabral il ritorno alle fonti è un processo politico fondamentale, e la cultura è la manifestazione vigorosa della realtà materiale e storica corrispondente alla società dominata o da dominare, per cui la libertà nazionale è un mero atto culturale. L’Africa ha una lunga e intensa tradizione di studi anticoloniali , il cui esponente Albert Memmi afferma che “per il colonizzatore e il colonizzato non c’è altra via d’uscita se non porre completamente fine alla colonizzazione, che distorce le relazioni, distrugge o pietrifica le istituzioni e corrompe gli uomini”. Dopo l’indipendenza dell’Algeria, la capitale è divenuta un punto d’incontro per i movimenti di liberazione di molti paesi africani e per i movimenti antifascisti di altre regioni del mondoàè emerso un vivace fermento di idee anticoloniali, spesso in dialogo con Frantz Fanon , che affermava “per il colonialismo, l’Africa era la tana dei selvaggi, una terra piena di superstizioni e fanatismo, condannata al disprezzo, afflitta dalla maledizione di Dio, una terra di cannibali: la terra dei negri”. Achebe propone di mettere alla prova la capacità della lingua inglese , una lingua coloniale straniera, per dar conto dell’esperienza africana precoloniale, attraverso però un nuovo inglese, ancora in piena comunione con la sua dimora antica, ma alterato per adattarsi al suo nuovo ambito africano. Le scienze sociali sono passate ad essere un terreno cruciale per gli accademici anticoloniali, la cui generazione più antica rivela una profonda conoscenza del pensiero eurocentrico : lo valorizza come strumento di analisi e come modello per l’azione politica, MA mette anche in questione la supposta universalità di questo pensiero, attraverso la sua contestualizzazione in un vasto e diversificato ambito di tradizioni intellettuali africane. I tratti più significativi del pensiero anticoloniale africano sono:
apologie della politica di estrema destra e del colonialismo storico. L’ideologia reazionaria si presenta sotto forma di visioni apocalittiche e approcci religiosi fondamentalistiàle idee reazionarie sono dunque il catechismo ideologico che sostiene il desiderio di tornare a un mondo premoderno e prendono corpo nella vita accademica, ponendo serie sfide esistenziali agli studi anticoloniali;
come conoscenza nata dalla lotta. Le epistemologie del Sud sono caratterizzate da una doppia indagine cognitiva , fondata sull’idea che non può esserci giustizia sociale globale senza giustizia cognitiva globaleàpromuovono il recupero dei saperi popolari e vernacolari attivi nelle lotte, mai riconosciuti dalla conoscenza scientifica o accademica, come contributi rilevanti per una migliore comprensione del mondo (esclusione cognitiva è al centro dell’esclusione sociale). Esse sostengono che le lotte sociali concrete tendono a combinare diversi tipi di conoscenza e queste articolazioni e combinazioni (ecologie dei saperi) trasformano reciprocamente diversi modi di conoscere, poiché si impegnano in dialoghi volti a rafforzare le lotte sociali contro la dominazione. I loro fattori principali sono:
differenti lotte, per cui tutte combattono contro esclusioni abissali
Le ES sono sia la causa sia la conseguenza degli studi postcoloniali e decoloniali e il loro compito più urgente e imperativo consiste nella costruzione di un pensiero alternativo delle alternative, la sociologia delle emergenze e tutti i compiti che implica.
2. Tesi sulla decolonizzazione della storia: in un contesto storico inedito il peso della storia tende ad essere leggero per le generazioni che erano presenti sin dall’inizio, o generazioni inaugurali , mentre la storia tende a gravare sulle generazioni successive, o posteriori àne conseguono 2 concezioni distinte del passato : passato come missione o compito e passato come tesoro o trofeo; per la prima il passato è aperto e incompleto, per le seconde è chiuso e consumato. Dagli anni ’70 la storia è diventata estremamente pesante, tanto quanto la sconfitta delle generazioni inaugurali. Il peso della storia diventa sempre più soffocante per gli orfani delle generazioni inaugurali. È dunque necessaria una ricostruzione , che implica la decolonizzazione della storia. La decolonizzazione è un compito che dev’essere portato a compimento dagli orfani non conformisti delle generazioni inaugurali, e si basa principalmente sul presupposto che non esiste un’entità unica denominata “storia”, così come non esiste un unico passato, ma un passato che intreccia storie interconnesse àciò che chiamiamo passato è un’ illusione ottica, poiché è sempre nel presente che sperimentiamo, ricordiamo e scriviamo del passato. Viviamo in un mondo di interdipendenza nel quale le idee di dominio, oppressione e potere diseguale finiscono per sparireàl’oppressione sociale è una totalità. La decolonizzazione è un’ azione intellettuale che compara i diversi modi di dominazione moderna, ovvero capitalismo, colonialismo e patriarcato, che si intrecciano storicamente con altre forme secondarie di dominazioneàla decolonizzazione della storia è una metonimia, poiché mira a sfidare le forme con molte modalità diverse di dominazione moderna che hanno plasmato la scrittura della storia. Glissant afferma che la storia è una fantasia dell’Occidente molto funzionale, giacché si è originata proprio quando questo ha fatto da sé la storia del mondo. Decolonizzare la storia implica l’identificazione della dominazione della storia nella storia della dominazione; il dominio occidentalistico moderno è caratterizzato da 2 concetti operazionali di base, ovvero la linea abissale , che è la linea radicale di separazione tra gli esseri pienamente umani e quelli subumani, ovvero la naturalizzazione più radicale delle gerarchie sociali nei tempi moderni, e il tempo lineare. Il liberalismo europeo ha conservato il privilegio di definire quali fossero gli esseri da considerare pienamente umaniàchi non lo è, non può essere trattato come taleàlinea abissale, che è diventata la
metamorfosi , accompagnata da un profondo radicamento nelle storie e nelle ideologie centrate sull’ Occidente. Con la modernità eurocentrica e le sue biblioteche coloniali, si nega la possibilità di una razionalità e una storia plurali. Questi procedimenti sono stati resi operativi dal nazismo nella persecuzione criminale dell’Untermensch, dalle parole di Himmler :<<Il fatto che le nazioni vivano nella prosperità o muoiano di fame mi interessa soltanto nella misura in cui abbiamo bisogno di loro in qualità di schiave della nostra cultura; tutto il resto non mi interessa. Noi tedeschi siamo l’unico popolo del mondo che conserva un comportamento decente rispetto agli animali, e adotteremo un comportamento altrettanto decente con questi animali umani, è però un commettere un crimine contro il nostro proprio sangue preoccuparci di loro e dotarli di idee, giacché in questo modo causeremo grandi difficoltà ai nostri figli e ai nostri nipoti nei loro rapporti con quelli>>. I procedimenti della storia delle assenze hanno, negli ultimi 60 anni, giustificato il razzismo, il sessismo, le leggi e le pratiche discriminatorie in materia d’immigrazione, xenofobia, islamofobia, omofobiaàquando ci sono leggi che proibiscono formalmente la discriminazione, la giustificazione agisce in modo indiretto , attraverso la complice omissione della sua repressione o la sua reale condanna. Storia delle emergenze: si tratta di una storia scritta prima della lotta e durante la lotta, perché scrivere la storia da una prospettiva posteriore alla lotta equivarrebbe a confermare la sconfitta. In questa concezione, esistono 2 tempi storici , ovvero il tempo prima della lotta e il tempo durante la lotta, che sono reali e immaginati perché i loro caratteri nel presente sono incarnati nell’esperienza vissuta, anche se immaginati come reali. La storia anteriore alle lotte è considerata il luogo in cui si trovano le energie e le risorse per combattere contro la dominazione, mentre il “durante la lotta” concepisce le pratiche di resistenza come un campo aperto di possibilità in cui non ci sono margini né ragioni per la fatalità o il conformismo, così come non ci sono vincitori, ma solo oppressori e oppressi. La storia delle emergenze procede ricostruendo la totalità dei corpi, delle comunità, dei mezzi di sussistenza, delle lotte, delle resistenze, dei modi di conoscere e dei modi di essere che la storia dominante ha sfigurato, amputato, messo a tacere o prodotto come assenti. La monocultura della conoscenza e del rigore del sapere è messa in discussione recuperando e valorizzando i saperi, le culture e le credenze dei popoli colonizzati non europei. Il riconoscimento della diversità epistemica e cognitiva del mondo presuppone che tutti i sistemi di conoscenza siano incompleti. Essa consiste nel recuperare le concezioni “strane” del tempo che si trovano presso i popoli “esotici”, mettendo in discussione le sequenze e i cambiamenti imposti dal tempo lineare dopo lo scontro
La continuità dinamica dei rapporti coloniali si basa sulla permanenza, durante gli ultimi cinque secoli, di 3 forme principali di dominazione: il capitalismo (disuguaglianza di classe), il colonialismo (disuguaglianza etnorazzista) e il patriarcato (disuguaglianza sessista e riduzione della diversità di genere a uomini e donne)àquesti modi di dominio hanno coinciso con l’ epistemicidio , il declassamento dei saperi non eurocentrici, considerati residuali, arretrati o pericolosi e blasfemi. La soppressione epistemologica è la soppressione, o negazione, di tutte le conoscenze diverse da quelle religiose e scientifiche portate dai colonizzatori, nonostante questi saperi esistessero da tempi immemorabili e fossero ciò che dà senso alla vita dei popoli; altrimenti venivano trasformati in informazioni di cui il sapere eurocentrico doveva appropriarsi che doveva valutare. Secondo il mito dello sviluppo, la storia mondiale era concepita come metonimia della storia dell’ espansione europea , per cui i popoli indigeni erano considerati arretrati e spinti a mobilitarsi per modernizzarsi e svilupparsi, nel modo dei paesi colonizzatori o ex colonizzatori e per gli scopi di questi ultimi. Con la predominanza delle esclusioni abissali, il potere diseguale, nelle colonie ed ex colonie, prodotto dal colonialismo e dal patriarcato, era particolarmente violento e colpiva più popolazioni. Il potere si basava sull’idea per cui le popolazioni vittime erano composte da esseri inferiori per natura, ai quali era impensabile applicare lo stesso diritto che regolava i rapporti tra colonizzatori e i loro discendenti: dualità giuridica, che configura un’esclusione senza garanzie di protezione efficace per le popolazioni razzializzate o sessualizzate. Con il confinamento nel particolare e nel locale , le pratiche e le conoscenze delle popolazioni coloniali ed ex coloniali sono sempre state considerate eccezioni locali o particolari. Infine, secondo il mito della pigrizia , le popolazioni coloniali ed ex coloniali sono state considerate pigre, contrarie al lavoro duro, il che ha giustificato la schiavitù e il lavoro forzato. La conseguenza di tutte queste pratiche è la ferita coloniale , una ferita che deriva da una specifica articolazione di capitalismo, colonialismo e patriarcato, caratterizzata dall’estensione e dall’intensità con cui la maggioranza della popolazione è trattata, come se fosse composta da esseri inferiori e oggetti di violenza impone. Negli ultimi cinquant’anni ci sono state oscillazioni senza fine tra periodi di aspettative di liberazione e vita dignitosa e periodi di frustrazione davanti al regresso delle forme più violente di dominio e di assoggettamento da parte delle élite e della loro triplice supremazia classista, razziale e sessuale. La ferita coloniale ha impedito che le popolazioni oppresse dal triplice dominio considerassero chiuso il loro passato e lo concepissero come un compito o una missione da portare a termineàil futuro si è costituito come promessa di cura della ferita coloniale e della violenza che rappresentava; ma di fronte al circolo vizioso tra aspettative e
frustrazioni, il futuro prossimo si è allontanato fino ad arrivare al nostro tempo paradossale, vertiginoso e stagnante. Il circolo vizioso di aspettative e frustrazioni non è mai vizioso per chi lotta e mentre lotta, poiché c’è sempre la speranza che questa volta sarà diverso. La storia non si ripete mai: è la speranza che crea la lotta e, paradossalmente, è la stessa lotta che crea la speranzaàdominazione diventa intollerabile solo quando c’è resistenza e lotta. Si sono fatti progressi, ma non c’è stato progresso, perché molte transizioni, immaginate come passaggio verso una società più giusta e qualitativamente migliore, si sono rivelate quasi sempre momenti di un ciclo, momenti di speranza, di progresso e di giustizia, a cui subito dopo segue la reazione conservatrice e anche violenta da parte delle vecchie e nuove classi dominanti delle loro élite. Nelle ultime decadi c’è stato un cambiamento significativo nel modo in cui i cicli della speranza e della paura, dell’aspettativa e della frustrazione sono vissuti dalle popolazioni oppresse, a causa di condizioni storiche nuove: la democrazia liberale pensata come qualcosa che non esige precondizioni di sorta e come se fosse il presupposto per la legittimità di qualsiasi sistema politico, e la rivoluzione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, che ha creato le condizioni per un controllo ideologico dei soggetti senza precedenti. La paura e la speranza, la frustrazione e l’aspettativa sono diventate merci psichiche prodotte senza sosta dalle industrie profane religiose della soggettività.