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Riassunto decolonizzare la storia, Sintesi del corso di Geografia

riassunto per l'esame di geografia del corso di antropologia, religioni e civiltà orientali del libro decolonizzare la storia di Boaventura da sousa

Tipologia: Sintesi del corso

2024/2025

Caricato il 29/12/2025

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alessandro-nava 🇮🇹

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RIASSUNTO Boaventura de Sousa Santos, Decolonizzare la storia, oltre
capitalismo, colonialismo e patriarcato
CAPITOLO 1
POST COLONIALISMO, DECOLONIALITÁ ED EPISTEMOLOGIE DEL
SUD
3 categorie per classificare conseguenze colonialismo europeo rispetto ai
modi di pensare ed agire contemporanei:
1 Postcolonialismo
2 Decolonialità
3 Epistemologie del sud
1 Studi postcoloniali nati anni 60 per affrontare decolonizzazione europea e
creare un nuovo percorso di identità culturale autonoma, oltre ai necessari
fini politici ed economici. Tentativi che si sono scontrati con la forte
subordinazione politica, subalternità culturale e la forme di soggezione
economica post indipendenza. Colonialismo storico (occupazione
territoriale) finito, continuato sotto mentite spoglie.
2 Studi decolonialità iniziano anni 90 in america latina. Si basano sul
presupposto che la colonialità, concezione razziale che vede tutto ciò che
differisce dalle visioni eurocentriche è inferiore, irrilevante o pericoloso, sia
diventato il nuovo schema di interazione sociale predominante sostituendo
il colonialismo.
3 evidenziano saperi antichi e contemporanei di gruppi sociali che hanno
resistito al moderno dominio eurocentrico. Insistono sull’idea che la
dominazione moderna si concausata da colonialismo, capitalismo e
patriarcato. Mantiene le condanne verso gli orrori del colonialismo
mantenendo uno sguardo ottimista e studiando i movimenti di resistenza
che il colonialismo ha causato.
PROBLEMA, classificazione accademica materie interdisciplinari, spesso
oggetto di discordanze politico/accademiche soprattutto nel nord globale,
Studio colonialismo sempre oggetto a riduzionismo fuorviante, causato
dalle conseguenze ed esperienze eterogenee che ha iniziato.
Differenza postcolonialismo, decolonialità sta nelle diverse tradizioni
geopolitche e intellettuali che le hanno generate, le prime ancora
influenzate da eurocentrismo, le seconde generate da individui
appartenenti alle popolazioni colonizzate e si concentrano su uno studio
dei rapporti economico-politici tra colonizzatori e colonizzate
post-indipendenza (sviluppo dipendente, commercio diseguale, controllo
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RIASSUNTO Boaventura de Sousa Santos, Decolonizzare la storia, oltre capitalismo, colonialismo e patriarcato CAPITOLO 1 POST COLONIALISMO, DECOLONIALITÁ ED EPISTEMOLOGIE DEL SUD 3 categorie per classificare conseguenze colonialismo europeo rispetto ai modi di pensare ed agire contemporanei: 1 Postcolonialismo 2 Decolonialità 3 Epistemologie del sud 1 Studi postcoloniali nati anni 60 per affrontare decolonizzazione europea e creare un nuovo percorso di identità culturale autonoma, oltre ai necessari fini politici ed economici. Tentativi che si sono scontrati con la forte subordinazione politica, subalternità culturale e la forme di soggezione economica post indipendenza. Colonialismo storico (occupazione territoriale) finito, continuato sotto mentite spoglie. 2 Studi decolonialità iniziano anni 90 in america latina. Si basano sul presupposto che la colonialità, concezione razziale che vede tutto ciò che differisce dalle visioni eurocentriche è inferiore, irrilevante o pericoloso, sia diventato il nuovo schema di interazione sociale predominante sostituendo il colonialismo. 3 evidenziano saperi antichi e contemporanei di gruppi sociali che hanno resistito al moderno dominio eurocentrico. Insistono sull’idea che la dominazione moderna si concausata da colonialismo, capitalismo e patriarcato. Mantiene le condanne verso gli orrori del colonialismo mantenendo uno sguardo ottimista e studiando i movimenti di resistenza che il colonialismo ha causato.

PROBLEMA, classificazione accademica materie interdisciplinari, spesso oggetto di discordanze politico/accademiche soprattutto nel nord globale, Studio colonialismo sempre oggetto a riduzionismo fuorviante, causato dalle conseguenze ed esperienze eterogenee che ha iniziato.

Differenza postcolonialismo, decolonialità sta nelle diverse tradizioni geopolitche e intellettuali che le hanno generate, le prime ancora influenzate da eurocentrismo, le seconde generate da individui appartenenti alle popolazioni colonizzate e si concentrano su uno studio dei rapporti economico-politici tra colonizzatori e colonizzate post-indipendenza (sviluppo dipendente, commercio diseguale, controllo

risorse naturali, tutela militare, allineamenti internazionali, imperialismo); privilegiano di più lo studio della storia, col fine di denunciare i neocolonialismi. Decolonialità espone gli ordini gerarchici delle indoli razziale, politica e sociale che il colonialismo europeo moderno ha imposto ai colonizzati, oltre ad analizzare le conseguenze e gli schemi sociali del colonialismo storico storicizzandolo, tramite le articolazioni di potere e sapere basate su razza e genere oggi integrate con gli ordini sociali esistenti; è molto più radicale come corrente di pensiero, concentrandosi sule continuità sottolinea il mantenimento di quegli schemi coloniali sopravvissuti; formula inoltre una critica ontologica colonialista, riguardo ad esempio i dualismi cartesiani, tutte queste posizioni risultano quindi più radicali e lontane da posizioni postcoloniali, invece molto influenzate dal pensiero eurocentrico, pensiero che secondo il decolonialismo è intrinsecamente discriminatorio. Nonostante sia ovvia l’influenza di correnti eurocentriche cercano sempre nuove frontiere, rivisitazioni ed evoluzioni di quegli schemi di pensiero elaborati dai colonizzatori stessi. PRINCIPALE DIFFERENZA, postcolonialismo basato su studi di intellettuali eurocentrici mentre i secondi portano voci subalterne, affrontando un cambiamento epistemologico significativo; inoltre postcolonialismo ha affrontato le aree asiatiche e africane mentre il decolonialismo l’america latina. IMPORTANTE, le definizioni di correnti di studio può essere successiva agli inizi degli studi stessi, in questo caso studi anticoloniali esistevano già prima delle definizioni di postcolonialismo e decolonialismo.

Creolità elogiata: “mondo scomposto e ricomposto”, totalità. Du Bois si interroga su soggettivazione del problema, come ci si sente ad essere un problema e non ad averlo, usando la linea del colore come abisso.

TRADIZIONI ANTICOLONIALI AFRICA tradizione di anticolonialisti antecedente alle indipendenze, formazioni di centri culturali per la diffusione degli ideali anticoloniali e antifascisti (Algeri). Ha 4 tratti principali:

  1. fondatori e pensatori di questo pensiero si riconoscono in una profonda conoscenza del pensiero eurocentrico come strumento di analisi e azione politica, contestualizzato ovviamente nella

elementi inerenti le idee di progresso, integrazione e creazione di ricchezze.

PUNTI CRUCIALI STUDI ANTICOLONIALI:

  1. ANTINOMIE (contraddizioni) DEL SUD EPISTEMICO (relativo al sapere) IN DIASPORA, le critiche eurocentriche non tengono in considerazione visioni anticoloniali alternative al discorso decoloniale/postcoloniale, le ignorano o non ne sono semplicemente al corrente, probabilmente a causa di barriere linguistiche, ma di base frenati da un pregiudizio di irrilevanza verso teorie non fondate nell’ambito accademico che più ritengono convenzionale. La sfida sta nel sviluppare efficacemente una mentalità post coloniale o decoloniale all’interno di istituzioni coloniali onnipresenti tramite stereotipi, lingue e narrative coloniali
  2. PROBLEMA DELLE MATRIOSKE, la difficoltà di comprendere all’interno del discorso anticoloniale una visione che sia critica contemporaneamente della mentalità colonizzatrice che di quella colonizzata, senza perdere di vista la disuguaglianza e l’asimmetria. Il fenomeno del colonialismo ha generato e perpetuato schemi sociali di complessità e complicità a tutti i livelli della società, causando l’effetto matrioska, le due mentalità sono tanto simili quanto tanto diverse. Gli studi anticoloniali prediligono un discorso di critica alla mentalità colonizzatrice, che tuttavia mutando ha assunto forme di dipendenza neocoloniale basata su accomodamenti e collaborazioni (ha cambiato la faccia ma non la sostanza). Meccanismi che non sono sfuggiti a studiosi e politici africani, l’esempio più eccellente è quello di thomas sankara, dittatore del burkina faso che col suo movimento Panafricano ha esplorato e teorizzato sentieri di radicale indipendenza dai coloni e premiato con l’assassino politico sostenuto dalla Francia stessa. Stesso destino per Lumumba del Congo.
  3. PROBLEMA DEI LIVELLI DEL COLONIALISMO, riguardo il problema di decifrare la sovrapposizione e la mescolanza di diversi livelli all’interno del colonialismo e della colonizzazione. Il colonialismo può essere visto come un palinsesto di diversi livelli di imposizione coloniale che si neutralizzano e si intensificano a vicenda, generando linee di rotture combinate attraverso complicità, fenomeno che produce sconforto data la necessità moderna di demarcazioni nitide (esempio portogalli, primo paese colonizzatore e visto successivamente come popolo alla stregua dei colonizzati,

esempio di Goa, colonia portoghese fino al 1961 che una volta annessa all’india ha rivendicato la propria identità culturale tramite simboli della colonizzazione portoghese in opposizione alle tendenze inglese del resto dell’india)

  1. INERZIA O VITA IRRAGIONEVOLE DELLE IDEE DOMINANTI, il problema sta nella sedimentazione e perpetuazione di quelle che sono idee eurocentriche razionalmente screditate, portando ad un progresso solo sul piano accademico ma mai su quello concreto, complice anche la stessa critica spesso priva di alternative costruttive e attuabili sul piano concreto della politica
  2. L’ETERNO RITORNO DELLA REAZIONE, problema che fa riferimento ai movimenti accademico-politici di stampo chiaramente reazionario che da inizio anni 2000 hanno ripreso scena, rinnovando le teorie pro colonialiste, razziali, autoritarie ed illiberali. Condizione che sta mettendo a serio rischio sia i discorsi liberali pregni di una finta retorica di denuncia al colonialismo storico, sia i movimenti decoloniali e post coloniali, ponendo a questi fronti un quesito fondamentale; come combattere i reazionari? Forse far fronte comune sarebbe una soluzione, mettere da parte le diatribe più che giustificate avrebbe un senso di fronte a discorsi intrinsecamente disegualitari
  3. UTOPIE REALISTE, studi anticoloniali hanno avuto enorme importanza nei cambiamenti e nella critica del pensiero colonialista eurocentrico, complice anche la partecipazione concreta alle lotte svolta dai suoi maggiori rappresentanti; la critica anticoloniale parte dalla metodologia decostruzionista, fondamentale per capire i problemi del colonialismo ma incompleta per la realizzazione degli ideali anticolonialisti; infatti la mancanza di teorie della ricostruzione volte ad una lotta concreta, più sociale e politica e meno accademica ha lasciato un vuoto nei luoghi colpiti dal colonialismo. Quest’ultimo punto ha suscitato riflessioni molto importanti.

CAPITALISMO, COLONIALISMO E PATRIARCATO La dominazione moderna si basa su questa trinità, tre aspetti, economico, politico e sociale che si intersecano e generano l’ordine mondiale odierno. Nonostante patriarcato e colonialismo siano antecedenti la venuta del capitalismo, si sono perfettamente integrate all’interno del contesto poichè hanno trovato giustificazioni; il capitalismo si basa sul concetto di proprietà e capitale, entrambi entrati a gamba tesa nella naturalizzazione del

rientrano le epistemologie del sud (inteso in senso epistemico e non geografico), raggruppano tutti quegli insiemi di sapere nati da lotte e resistenze contro ingiustizie strutturali. Come gli studi anticoloniali esistono da prima che ne venisse data una definizione. Le ES teorizzano che la giustizia sociale globale non possa esistere senza una giustizia cognitiva globale. Concetto da intendere come comprensione di tutti quei saperi popolari e vernacolari nei discorsi di lotta, concetti che se esclusi cognitivamente producono esclusione sociale (causando poi genocidi ed epistemocidi, ossia cancellazione di forme di conoscenza). Le ES tracciano una mappa di sviluppata in diversi punti: 1) centralità della lotta come resistenza alla dominazione e all’oppressione; 2) la linea abissale e la sociologia delle assenze; 3) l’ecologia e la sociologia delle emergenze; 4) l’oratura e la demonumentalizzazione del sapere scritto e archivistico; 5) la traduzione interculturale; 6) l’artigianato delle pratiche liberatrici. 1) Centralità della lotta come resistenza alla dominazione e all’oppressione Lotte che mirano ad ampliare i margini anche più limitati di libertà pressando i limiti ad essa imposti poichè ritenuti ingiusti; la vittoria e la sconfitta comportano sempre uno spostamento di questi limiti, necessario è stabilire la differenza tra libertà egemonica, eteronoma esercitata da chi possiede il potere di stabilire i limiti stessi e tra libertà contro egemonica, autonoma ed emancipatrice. Esistono lotte violente e pacifiche, le prime sono più riconoscibili e circoscrivibile temporalmente e geograficamente, le altre invece vengono spesso attuate nel quotidiano. James Scotto classifica le lotte pacifiche in: forme quotidiane di resistenza se riguardanti domini materiali, trascrizioni occulte se riguardanti a situazioni reali e sviluppo di sottoculture dissidenti se lottano contro la dominazione ideologica. Sono tutte lotte che presuppongono un intreccio complesso di saperi costruiti consciamente e per lo scopo di risolvere le ingiustizie. 2) La linea abissale e la sociologia delle assenze Le idee liberali di uguaglianza di tutti gli esseri umani hanno aspetto palesemente ipocrita, dividendo gli esseri umani dai subumani, su base di una differenza empirica basata sulla ricchezza. La linea abissale tra umani completi e subumani è radicale quanto invisibile e costituisce la divisione tra forme di socialità metropolitana e forme di socialità coloniale con i rispettivi domini metropolitani e coloniali. Il dominio metropolitano è il mondo dell’equivalenza e della reciprocità tra “noi” (completamente umani), caratterizzato da disuguaglianze di potere causa di esclusione ma che non

mettono mai in dubbio l’uguaglianza sostanziale. Le tensioni qui prodotte vengono risolte tramite regolamentazione, emancipazione sociale, da meccanismo come stato di diritto, stato liberale, diritti umani e democrazia. Il dominio coloniale è il “loro” mondo, la cui esclusione è tanto abissale quanto inesistente, la linea tra noi e loro, l’inclusione è inimmaginabile e le nostre relazioni non sono risolvibili tramite i metodi del dominio metropolitano. Qua le esclusioni sono abissali e gestite tramita una logica di appropriazione e di violenza, i cui strumenti sono: Stati coloniali o neocoloniali (Apartheid), lavoro forzato e schiavistico, eliminazione extragiudiziale, tortura, guerra permanente, accumulazione primitiva di capitale, campi di reclusione rifugiati, dronificazione, coinvolgimento militare, sorveglianza delle masse, razzismo, violenza domestica, femminicidio. La lotta contro questo tipo di dominio è radicalmente diversa da quella metropolitana, la lotta anticoloniale mira all’eliminazione in toto del dominio coloniale mentre quella metropolitana vuole allargarne i limiti. Sia le lotte dal lato metropolitano (esclusioni non abissali) dell’abisso che da quello coloniale sono fondamentali per ribaltare l’ordine mondiale. La sociologia delle assenze mira a mostrare e denunciare lo spreco di esperienze sociali causate dal dominio capitalista, patriarcale e colonialista. 3) L’ecologia e la sociologia delle emergenze Il mondo scientifico eurocentrico, dominante e monoculturale è messo in questione ogni volta che esclude altre visioni del mondo poichè non rispondono a quesiti posti secondo una logica appartenente e inscindibile dalla cultura eurocentrica stessa. Discorsi che risultano tanto politici quanto invece fondamentalmente i dominazione politica. Nella misura in cui il vittimismo è sostituito dalla lotta le potenzialità di cambiamento dal dominio capitalistico emergono in ampi campi di esperienze sociali. Chiamati da Ernst Bloch come “non ancora” l’autore le chiama sociologie delle emergenze: zone liberate, appropriazioni controegemoniche e trasformazione delle rovine in semi, tutte operazioni che delegittimano e indeboliscono le monoculture. La sociologia delle emergenze ha il compito di risemantizzare e rivalutare le forme alternative del conoscere, dell’agire e del pensare. Il passaggio dalla visione monoculturale alle ecologie sta proprio nell’accettare la compresenza di una pluralità di modi di conoscere, pensare ed agire. 4) L’oratura e la demonumentalizzazione del sapere scritto e archivistico Le ES sono spesso parte di tradizioni puramente orali, crescono e si evolvono in dimensioni di pratiche sociali non cognitive. Proprio per questo

IMPERIALISMO

Fenomeno che indica la disuguaglianza sostanziale presente nei rapporti tra stati formalmente indipendenti, ha caratterizzato il 20esimo secolo ma inizia ben prima e fa spesso riferimento ai domini europei, statunitensi e giapponesi. Fa parte di un discorso di egemonia politica che vede un dualismo: sfruttatori e sfruttati. Dalla caduta del muro di Berlino ha assunto la forma di concetto obsoleto (percorso uguale al concetto di storia precedentemente scritto), non perchè effettivamente non esista più ma perchè si è andato frammentando sia come concetto (imperialismo culturale, imperialismo della sorveglianza, imperialismo digitale) sia perché ne è cambiato il fulcro geografico, oggi infatti è principalmente fenomeno attribuito a Cina ed alleati, sottolineando ancora una volta la capacità di revisionismo della macchina didattica filo occidentale.

ECOLOGIA Le tre principali forme di dominio si fondano sulla dicotomia cartesiana uomo/natura, vedendo la natura come entità inerte da sfruttare e giudicando chi ne vive a stretto contatto come un subumano. Questa concezione è causa dell’imminente catastrofe ecologica e delle pandemie intermittenti, questa indifferenza verso la frattura metabolica è la stessa complice della naturalizzazione della discriminazione e della resilienza dei preconcetti razziali e di genere.

SPIRITUALITÁ Separazione e gerarchia di mente/anima/spirito e corpo sono il fulcro della tradizione giudaico-cristiana, che classifica lo Spirito come parte più alta e nobile dell’uomo, ritenendola immortale. Lo spirito si è evoluto nel tempo come concetto indissolubilmente legato alla religione, portando ad un significativo impoverimento del concetto di spirituale e generando la dialettica Hobbesiana di domini temporali/statali e spirituali/religiosi, sviluppati poi in secolarismo e laicismo. Concezione che gli studi coloniali riconoscono come sbagliata e che contemporaneamente risulta estremamente difficile da confutare

CONCLUSIONE: CONTRO L’INERZIA DELLE IDEE DI MORTE Dopo aver tracciato i percorsi di decostruzione e denuncia è necessario costruire un pensiero alternativo delle alternative, tramite l’adopero di nuovi strumenti diversi da quelli impiegati nella distruzione dei paradigmi

precedenti. Differenze che si possono riassumere tra studi anticoloniali ed epistemologie del Sud.

CAPITOLO 2

TESI SULLA DECOLONIZZAZIONE DELLA STORIA

  1. Peso della storia Separazione generazionale al fine di relativizzare il peso della storia: generazioni inaugurali, chi in tempi eccezionali e di cambiamenti (es. rivoluzioni) sono presenti fin dall’inizio, passato aperto e incompleto; generazioni posteriori, su cui grava di più il peso della storia, vedono il passato come chiuso e consumato. La prevalenza di uno o altra generazione decide il peso relativo della storia. Al giorno d’oggi c’è una chiara prevalenza di generazioni posteriori, evidenziata dall’ideologia della fine della storia e che causa l’enorme peso della storia su generazioni orfani di “inauguranti”. Questa condizione non porta necessariamente l’anticonformismo, quanto più l’idea di perdita. Conseguenze sono la nostalgia e la rassegnazione opposti alle cause anticonformiste di rivolta e speranza. Formando due posizioni opposte; chi aspira al conformismo e al postero e chi invece auspica una nuova era inaugurale; ricostruzione che implica un processo di decolonizzazione della storia.
  2. Decolonizzazione della storia Processo basato su due premesse: l’idea che non esista un’entità unica denominata storia e neanche un unico passato, ma un passato che intreccia storie interconnesse. Il passato è un’illusione ottica poichè sempre legittimato da lotte accademiche e sociali presenti con scopo di autodeterminazione, che vede sempre la dicotomia oppressi-oppressori, con il lato vincente chiaramente occupato dagli oppressori, ma l’oppressione può assumere diverse sfaccettature ed evolve col tempo. Non tutte le oppressioni sono ugualmente oppressive ma l’oppresso può impossessarsi di alcune forme come forma di resistenza; tuttavia gli oppressori possono fare lo stesso, un esempio sono i diritti umani, formalmente portatori delle uguaglianza teoriche liberali usati e sfruttati al fine di un mantenimento egemonico e contemporaneamente strumento antiegemonico di resistenza all’oppressione. Le dicotomie tra dominatori e dominati sono più complesse di quanto sembri poiché soggette a cocreazione ed a schieramenti ibridi non ben riconoscibili, causando

nella giustificazione dell’idea che i colonizzati non avessero altro futuro migliore di quello offerto dai colonizzatori, trasformando un chiaro processo di oppressione in uno liberatorio. Tradizione, innovazione, continuità e discontinuità sono strumenti operazionali cruciali del tempo lineare; perpetuate dalla storia dei vincitori intendono la tradizione come tesoro inestimabile, l’innovazione come continua vittoria ripetuta. L’oppressore vede quindi il passato come la continuità dell’oppressione e la condizione di oppressione come condizione naturale. Mentre gli oppressi vedono la tradizione come territorio inesplorato utile a delegittimare l’oppressione, è per questo che per l’oppresso la relazione con gli oppressori è una sequela di vittorie e sconfitte, di ripetizioni redentrici e non di ripetizioni meccaniche. L’innovazione è per l’oppresso l’interruzione dell’oppressione, l’irruzione della resistenza; la non conformità all’oppressione implica sempre interruzione e irruzione.

  1. Interruzione e irruzione Processi sociali di cui gli oppressi si avvalgono per risollevare il peso della storia, rendendo possibili realtà alternative e offrendo la capacità di lottare per loro. Necessario è sottolineare chi interrompe quale continuità, essendo di per sè il colonialismo storico una interruzione in prima regola, i popoli che decidono di ribellarsi non stanno facendo altro che reclamare la propria continuità. Nel caso dell’oppressore la tradizione della continuità conferma la sua vittoria per anticipazione, denotata da volontà non eroica; l’oppresso d’altra parte deve ribaltare le condizione pregresse in una volontà prettamente eroica, provocando discontinuità nella logica dell’oppressore; eroismo spogliato di qualsiasi connotazione morale, ma utilizzato solo come motore per prendere dei rischi.
  2. Decolonizzare la storia, indebolire e riscrivere Primi passi fondamentali sono indebolire la storia scritta dai vincitori (passato-chiuso) e riscrivere la storia dalla prospettiva dei vinti (passato-presente). Storia delle assenze e delle emergenze come punti focali; la prima rivelatrice di una logica di eliminazione mirata e sistematica di esperienze sociali e l’altra di ricostruzione e recupero delle stesse. Prospettive che rendono possibili due strade contrapposte, dove l’idea di lotta è cruciale per entrambi: resistenza attiva e passiva, la prima aperta e traumatica la seconda praticata quotidianamente tramite resistenza pratica e mentale alle idee di dominazione. La storia delle assenze si configura come storia scritta dai vincitori a giustificazione della condizione degli sconfitti; viene identificata in 4 procedimenti principali:
  1. Contrapposizione dei principi alle pratiche Procedimento causa di epistemicidio di massa, consiste nel contrapporre i principi etici e politici dell’oppressore con le pratiche degli oppressi: liberalismo europeo compone pensiero della civiltà occidentale, con idee di libertà, uguaglianza, non violenza contrapposta non alle proprie azioni violente, inegualitarie e autoritarie ma alle pratiche “barbariche” delle popolazioni non europee, a giustificazione del processo di colonizzazione. Emerge di conseguenza la dicotomia civiltà/barbarie, specchio della linea abissale, processo molto efficace in quanto contemporaneamente giustificatore delle pratiche coloniali e naturalizzante del discorso di inferiorità delle idee e pratiche non europee. Legittima in senso vero e proprio un epistemicidio, accompagnato spesso da genocidio e linguisticidio.
  2. Sospensione dei principi in caso di emergenza proclamata Procedimento causa di Kairocidio (distruzione del tempo qualitativo, pieno di opportunità), privilegio che consente sia di decidere arbitrariamente quali siano le effettive condizioni di emergenza sia di decidere di sospendere i principi. Chiamato nel costituzionalismo europeo come stato di eccezione, nelle colonie era una condizione permanente, caratterizzata da uno strapotere statale e da una minima o assente quantità di diritti civili, con l’obiettivo di eliminare qualsiasi tipo di protesta o insurrezione. Le assenze sono state prodotte da un’eliminazione delle possibilità di trasformazione sociale, causando kairocidi, ossia distruzione dei momenti opportuni per organizzare una resistenza (va di pari passo con l’epistemicidio)
  3. Despecificazione Procedimento causa di ontocidio (annullamento dell’essere come potere di esistere), mira cioè e a ridurre l’identità dei popoli oppressi a carattere unico, astorico e decontestualizzato come atto ideologico radicale di empirismo riduzionista selettivo; fornisce misura dell’incommensurabile distanza che intercorre tra colonizzatore e colonizzato. La storia del colonialismo divide 6 strategie di despecificazione, tutte basate su un criterio monoculturale e monolitico: monocultura del sapere, despecifica il colonizzato ad ignorante; monocultura del tempo lineare, despecifica il colonizzato a primitivo o barbaro; monocultura della dimensione dominante, despecifica le forme di vita coloniali a particolare, esotiche tali da essere sostituite dalle controparti moderne; monocultura della classificazione etnico-razziale despecifica il colonizzato ad inferiore; monocultura della produzione capitalistica, despecifica il colonizzato a soggetto pigro, ozioso e improduttivo.

concezione lineare si indebolisce e si relativizza; il progresso diventa fallimento; i passi avanti del progresso, perdita e caos; la trasformazione irreversibile, movimento ciclico. La storia delle emergenze affronta la cultura del livello dominante attraverso narrazioni di delivellamento, condizione sine qua non per liberare dalla despicificazione le concezioni subalterne della vita sociale. La monocultura della classificazione etno razziale è più difficile da affrontare, combina differenziazione e gerarchia; la differenziazione è distorta poichè costruita per legittimare il dominio coloniale ed è proprio per questo che la storia delle emergenze deve ripartire dalla ricostruzione della differenziazione separandola dalla gerarchia. La gerarchia si basa sull dicotomia uomo/natura, dove sono considerati inferiori coloro più vicini alla natura (donne e popoli “indigeni”), dicotomia totalmente estranea a qualsiasi tipo di ragionamento non europeo, dove prevale la concezione che l’uomo faccia parte della natura e non ne sia invece sfruttatore. Infine la storia delle emergenze mette in discussione la monocultura della produzione del sistema capitalistico in quanto recupera la diversità dei mezzi di sussistenza che prevalevano nel mondo non europeo, recuperando l’insieme delle economie non capitalistiche (contadine, cooperative, parcellizzate, indigene, popolari, femministe, associative) come parte integrante della lotta contro capitalismo, colonialismo e patriarcato.

La decolonizzazione della storia deve fare attenzione al pericolo della ricolonizzazione della storia durante la dominazione capitalistica, colonialistica, patriarcale, religiosa, classista e discriminatoria.

CAPITOLO 3 LA FERITA, LA LOTTA E LA CURA

Una delle caratteristiche più particolari del dominio coloniale è il fatto che anche dopo il suo termine nel senso storico ha mantenuto un intreccio di relazioni e dipendenze con i paesi colonizzanti, in carattere sia interno che internazionale. Il colonialismo interno si riferisce ad un processo delle elite (spesso discendenti dei colonizzatori) di impossessamento di quei beni andati vacanti data la scomparsa di colonizzatori, perpetuando anche le stesse politiche schiaviste o discriminatorie nei confronti dei popoli nativi/indigeni. Il concetto di neocolonialismo invece fa riferimento a

relazioni internazionali di dipendenza economica dei nuovi paesi alla precedente forza colonizzatrice. Le ferite lasciate dal fenomeno coloniale sono: soppressione epistemologica; mito dello sviluppo; predominanza delle esclusioni abissali; confinamento nel particolare e nel locale; mito della pigrizia. Tutti concetti precedentemente esposti e spiegati; la ferita coloniale deriva dalla specifica articolazione dei fenomeni capitalistici, coloniali e patriarcali estesi alla popolazione dominata e considerata composta da esseri inferiori. Sono stati fatti piccoli passi in avanti per sanare le ferite lasciate ma al contempo il sistema per continuare a funzionare si riadatta, l’abolizione della schiavitù formale infatti è stata semplicemente sostituita da condizioni lavorative che la rasentano ma senza esserloi esplicitamente. Questi cicli di speranza e paura, di aspettativa e frustrazione hanno subito cambiamenti radicali nei presupposti. La democrazia liberale prima considerata risultato di determinate condizioni pregresse oggi è diventato il presupposto per la legittimità di qualsiasi sistema politico; l’innovazione delle tecnologie sta portando ad un controllo ideologico senza precedenti, movimento sfruttato prontamente dalle organizzazioni reazionarie più che da quelle progressiste. Al centro dei doveri peri risolvere queste condizioni c’è la lotta per la giustizia epistemica e sociale affinchè le popolazioni più vessate dal cap,col,pat si possano lottare e rappresentarsi il loro mondo senza ulteriori imposizioni o influenze ben poco generose.

CAPITOLO 4 INCONTRARE GLI ALTRI UNIVERSI CULTURALI

L’universo occidentale eurocentrico viene da 5 secoli di domini ed insegnamenti trovandosi al giorno d’oggi con nulla da insegnare e continuando a sostenere un sistema poco lungimirante e molto ingiusto; considerandosi poi l’eterno vincitore ha l’arroganza e la spocchia di non voler imparare dai popoli “inferiori” che ha sempre dominato; traiettoria contraria è invece quella degli sconfitti, che hanno subito inculturazioni e cambiamenti significativi nelle prospettive di miglioramento della loro società. Si aspetta un epoca di biforcazione dove gli sfasamenti e i conflitti sono tanto potenzialmente distruttivi quanto invece culturalmente arricchenti. La profonda incertezza che ne risulta deriva da 4 condizioni:

  1. Interregno, in riferimento ad A. Gramsci è una metafora temporale che suppone una temporalità ambigua in cui la vecchia società non è