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Dialetti Italiani: Vocaboli Regionali e Origini, Appunti di Sociolinguistica

L'influenza dei dialetti italiani sulla lingua italiana standard, analizzando l'origine e la diffusione di vocaboli regionali. Attraverso esempi concreti, il documento illustra come parole dialettali siano entrate nel lessico italiano, mantenendo spesso una connotazione espressiva. Viene inoltre presentato un elenco di termini regionali con le loro definizioni, etimologie e classificazioni secondo il gradit.

Tipologia: Appunti

2023/2024

Caricato il 04/03/2025

franciipo
franciipo 🇮🇹

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IL RAPPORTO TRA LINGUA NAZIONALE E DIALETTO
1.1 DIALETTO
Il termine dialetto è di origine greca diàlektos che significava ‘discussione, lingua’, e già questo aspetto
è significativo. Deriva da un verbo, dialégomai che significa ‘io converso, io parlo’, a sua volta
derivante da un altro verbo, légō che significa ‘io dico’.
Dialetto è un termine che ha due significati ben specifici:
1. Indica un sistema linguistico autonomo rispetto alla lingua nazionale, cioè un sistema
linguistico che ha una propria storia, diversa da quella nazionale, ha propri caratteri strutturali.
Questo è il caso dei dialetti italiani, che sono dei sistemi linguistici autonomi rispetto
all’italiano.
2. Indica una varietà parlata della lingua nazionale. Spesso pensiamo che il dialetto italiano sia
una varietà parlata della lingua nazionale, ma non è così. In italiano il dialetto è autonomo
rispetto alla lingua nazionale, invece in altre aree geografiche come gli USA, si hanno dei
dialetti che sono delle varie parlate dell’inglese degli Stati Uniti; quindi sono varietà che
hanno la stessa storia e gli stessi caratteri strutturali della lingua nazionale. Sono semplicemente
delle varianti del parlato.
Questa è una differenza molto importane perché in italiano non possiamo dire “i dialetti
dell’italiano”, come diciamo invece i dialects in americano, perché non sono varietà
dell’italiano, ma dobbiamo dire i dialetti italiani.
1.2 LA LINGUA NAZIONALE
La lingua nazionale è un sistema linguistico adottato da una comunità di parlanti come contrassegno
del proprio carattere etnico, cioè del fatto che quella comunità di parlanti costituisce una nazione, uno
stato unitario. Diventa poi lo strumento principe nella comunicazione ufficiale, pubblica, scritta.
1.3 AFFINITÀ TRA I DIALETTI ITALIANI E LA LINGUA NAZIONALE
Tra dialetto e lingua nazionale esistono anche delle affinità:
derivano entrambe dal latino: l’italiano in realtà era un dialetto, il dialetto fiorentino, che poi
per una serie di fenomeni storici è diventato la lingua italiana, sia la lingua italiana che i dialetti
derivano dal latino.
sono sistemi linguistici complessi: entrambi sono sistemi linguistici complessi e variamente
articolati, non sono forme rozze o poco raffinate.
sono funzionali nel loro uso: rispondono entrambe alle esigenze linguistiche dei parlanti,
funzionano quindi perfettamente nella comunicazione.
possiedono un sistema lessicale e grammaticale: si pensa che il dialetto non abbia un lessico
e una grammatica, ma in realtà ha un proprio lessico e grammatica.
riflettono tradizioni e culture nobili: il dialetto non è una forma degradata, corrotta della
lingua nazionale; esso ha la stessa nobiltà, per quanto riguarda tradizione e cultura, della lingua
nazionale.
I dialetti sono allora a tutti gli effetti delle lingue.
1.4 DIFFERENZE TRA I DIALETTI ITALIANI E LA LINGUA NAZIONALE
1. La differenza più forte e oggettiva è che il dialetto è diffuso in un ambito geografico molto più
limitato di quello della lingua nazionale.
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IL RAPPORTO TRA LINGUA NAZIONALE E DIALETTO

1.1 DIALETTO

Il termine dialetto è di origine greca diàlektos che significava ‘discussione, lingua’, e già questo aspetto è significativo. Deriva da un verbo, dialégomai che significa ‘io converso, io parlo’, a sua volta derivante da un altro verbo, légō che significa ‘io dico’. Dialetto è un termine che ha due significati ben specifici:

  1. Indica un sistema linguistico autonomo rispetto alla lingua nazionale, cioè un sistema linguistico che ha una propria storia, diversa da quella nazionale, ha propri caratteri strutturali. Questo è il caso dei dialetti italiani , che sono dei sistemi linguistici autonomi rispetto all’italiano.
  2. Indica una varietà parlata della lingua nazionale. Spesso pensiamo che il dialetto italiano sia una varietà parlata della lingua nazionale, ma non è così. In italiano il dialetto è autonomo rispetto alla lingua nazionale, invece in altre aree geografiche come gli USA, si hanno dei dialetti che sono delle varietà parlate dell’inglese degli Stati Uniti; quindi sono varietà che hanno la stessa storia e gli stessi caratteri strutturali della lingua nazionale. Sono semplicemente delle varianti del parlato. Questa è una differenza molto importane perché in italiano non possiamo dire “i dialetti dell’italiano”, come diciamo invece i dialects in americano, perché non sono varietà dell’italiano, ma dobbiamo dire i dialetti italiani.

1.2 LA LINGUA NAZIONALE

La lingua nazionale è un sistema linguistico adottato da una comunità di parlanti come contrassegno del proprio carattere etnico, cioè del fatto che quella comunità di parlanti costituisce una nazione, uno stato unitario. Diventa poi lo strumento principe nella comunicazione ufficiale, pubblica, scritta.

1.3 AFFINITÀ TRA I DIALETTI ITALIANI E LA LINGUA NAZIONALE

Tra dialetto e lingua nazionale esistono anche delle affinità:  derivano entrambe dal latino : l’italiano in realtà era un dialetto, il dialetto fiorentino, che poi per una serie di fenomeni storici è diventato la lingua italiana, sia la lingua italiana che i dialetti derivano dal latino.  sono sistemi linguistici complessi : entrambi sono sistemi linguistici complessi e variamente articolati, non sono forme rozze o poco raffinate.  sono funzionali nel loro uso : rispondono entrambe alle esigenze linguistiche dei parlanti, funzionano quindi perfettamente nella comunicazione.  possiedono un sistema lessicale e grammaticale : si pensa che il dialetto non abbia un lessico e una grammatica, ma in realtà ha un proprio lessico e grammatica.  riflettono tradizioni e culture nobili : il dialetto non è una forma degradata, corrotta della lingua nazionale; esso ha la stessa nobiltà, per quanto riguarda tradizione e cultura, della lingua nazionale. I dialetti sono allora a tutti gli effetti delle lingue.

1.4 DIFFERENZE TRA I DIALETTI ITALIANI E LA LINGUA NAZIONALE

  1. La differenza più forte e oggettiva è che il dialetto è diffuso in un ambito geografico molto più limitato di quello della lingua nazionale.

Le ragioni di questa maggiore espansione della lingua nazionale rispetto al dialetto, In Italia sono culturali. La lingua di Dante, del Petrarca, del Boccaccio ha acquisito una grande dignità culturale e prestigio linguistico ed è diventata lingua d’arte attraverso le elaborazioni di questi tre grandi letterati (le Tre corone). Questa lingua è diventata allora quella riconosciuta da un intero popolo come lingua della cultura e da usare nella comunicazione scritta, e quindi quella lingua è stata riconosciuta in certo modo dai centri di potere della penisola italiana come la lingua italiana. Quindi una lingua usata inizialmente in ambito ristretto è diventa poi la lingua italiana. In altre nazioni non funziona allo stesso modo, in altre una lingua diventa quella nazionale non per ragioni culturali, ma per ragioni politiche; quindi la maggiore espansione di una lingua può essere dovuta a ragioni culturali o politiche, per esempio in Francia e in Spagna. Qui il potere monarchico ha imposto la propria lingua e ha l’ha diffusa, diventando la lingua dello Stato e dell’amministrazione pubblica, quella che i sudditi del re hanno riconosciuto come loro lingua nazionale.

  1. La lingua subisce una codificazione : questo vuol dire che si stabiliscono dei modelli, si fissano dei parametri, si determinano delle regole che devono essere rispettate da tutti i parlanti di quella certa comunità. Quindi, si stabilisce una norma a cui si fa riferimento, ed essa viene diffusa dai dizionari e dalle grammatiche, viene insegnata nella scuola. C’è quindi un’esplicitazione della norma, un processo di codificazione a cui i parlanti di una certa comunità devono attenersi, devono rispettare quella norma. I dialetti invece non possiedono strumenti che esplicitano la norma. Esistono dei dizionari dialettali, delle grammatiche dialettali ma non hanno la funzione di imporre una norma, hanno solo una funzione di studio; sono opere spesso realizzate da dialettologi, da cultori di tradizione locali e sono opere che quindi hanno una finalità scientifica, culturale, ma non di determinare una norma.
  2. La lingua viene studiata a scuola : è collegata alla precedente. Mentre la lingua viene insegnata a scuola, i dialetti invece vengono appresi spontaneamente, in famiglia, nel contatto con i parenti stretti, con gli amici; vengono appresi nel contesto della socializzazione primaria, quel contesto in cui avviene quel fenomeno con cui entriamo in relazione con le persone alle quali siamo più legati.
  3. La lingua possiede un uso scritto molto più esteso di quello dei dialetti : i dialetti anche loro un uso scritto, e a volte questo uso può raggiungere anche livelli di dignità culturale altissima, però non c’è dubbio che la lingua possiede un uso scritto molto più ampio ed esteso di esso.
  4. La lingua è poi usata nella comunicazione formale, giuridico-amministrativa, tecnico- specialistica, burocratica , in tutti i contesti di livello alto della lingua. Invece il dialetto è usato più che altro per la comunicazione orale, informale, familiare e colloquiale.
  5. La lingua gode di un prestigio sociale superiore a quello dei dialetti : è la comunità stessa dei parlanti che considera la lingua come la varietà egemone, dotata cioè di potere. E considera il dialetto come la varietà subalterna, dotata di meno potere. Se però andiamo a vedere l’ aspetto identitario , il dialetto ha una maggiore valenza identitaria perché è legato a dei rapporti affettivi, a delle tradizioni locali, è legato a quel senso di realtà che si ha verso la propria comunità di provenienza. Si viene quindi a creare un rapporto dialettico tra queste due diverse componenti, che a volte può sfociare in un rapporto conflittuale.
  6. La lingua ha acquisito una grande dignità culturale con le opere dei grandi letterati. Possiede un prestigio linguistico superiore a quello dei dialetti, che comunque anche loro possono raggiungere vertici notevoli da questo punto di vista.
  7. La lingua estende e perfezione il proprio vocabolario intellettuale : cioè il lessico relativo alle grandi discipline come la filosofia, il diritto e alle scienze; quindi il lessico scientifico e astratto- intellettuale. Il dialetto invece sviluppa in particolare il vocabolario espressivo, quindi quello legato alla concretezza della vita quotidiana. Sviluppa in particolare la terminologia legata all’ambiente rurale, agreste, all’allevamento degli animali, all’artigianato e ai prodotti locali. Per concludere si può dire che, analizzando queste differenze, l’unico elemento sempre ricorrente è il primo, cioè il fatto che il dialetto è circoscritto in un area più limitata, perché tutti gli altri elementi più che delle regole fisse, sono delle linee di tendenza perché esistono dei dialetti che hanno acquisito una

E ovviamente in contesti pubblici o ufficiali, nei contesti più formali il dialetto deve essere necessariamente accantonato e deve lasciare spazio alla lingua italiana. I dialetti sono quindi in regressione, però essi è come se abbiano reagito a questa pressione plurisecolare esercitata dalla lingua italiana, e hanno immesso nella lingua italiana tante parole che noi oggi usiamo in italiano sono di origine dialettali. Accanto ad un processo di italianizzazione dei dialetti, esiste anche un processo speculare di dialettizzazione dell’italiano. Noi fino a metà ‘900 abbiamo avuto in Italia una situazione di diglossia , cioè la compresenza di due realtà linguistiche: l’italiano e il dialetto, a cui erano affidati ruoli sociali molto ben differenziati. Non è un semplice bilinguismo (due lingue compresenti in un certo territorio). L’italiano è la varietà alta che noi usiamo per la comunicazione formale, scritta, ufficiale, il dialetto è la varietà bassa che noi usiamo per la comunicazione orale e informale. Questa situazione era tale perché il numero delle persone che parlavano il dialetto era molto alto (63,5%), mentre il numero di persone che parlavano italiano era molto basso (33,5%). Dopo il primo 900 la situazione cambia perché molte persone cominciano a padroneggiare l’italiano e allora a quel punto l’italiano estende il suo raggio d’azione: da un lato è la lingua che usiamo per la comunicazione formale, ma dall’altro invade anche il territorio del dialetto perché esso viene usato oggi anche nella comunicazione informale; l’italiano quindi condivide con il dialetto lo spazio della comunicazione informale. Questa duplice possibilità comunicativa che noi abbiamo è stata definita da Gaetano Berruto dilalìa^1 , cioè due diversi modi di parlare. Abbiamo una situazione più variegata, più fluida perché tra il dialetto e la lingua si inseriscono anche le varietà regionali, perché poi all’interno della lingua si sviluppano poi linguaggi settoriali e soprattutto perché l’italiano va a conquistare degli spazi che prima erano esclusivo appannaggio del dialetto.

1.6 VOCI DI ORIGINE DIALETTALE CHE SI IMPONGONO SULLA FORMA TOSCANA

Noi abbiamo una reazione da parte dei dialetti, alla pressione che per secoli ha esercitato la lingua italiana sui dialetti e questa pressione ha portato all’immissione di parole dialettali nella lingua italiana. La cosa significativa è che a volte queste parole dialettali sono riuscite ad avere il sopravvento sulla forma toscana. ANGURIA : è una parola di origine angóuria , la forma plurale di angóurion ‘cetriolo’. È una voce dialettale dell’Italia settentrionale attestata nel XV sec. (1485) e prevale ormai sul toscano e centro- meridionale cocomero che deriva dal latino CUCŬMERE(M) ‘cetriolo’, la cui prima attestazione risale al XIII sec. (1286). Nel GRADIT: RE, ma in realtà lo dovremmo marcare come comune, perché va sempre più diffondendosi, è una voce in via di transizione. Hanno lo stesso significato da un punto di vista etimologico. La voce anguria comincia a diffondersi pian piano in tutta Italia, ma a Roma per esempio questa voce ha fatto molta fatica ad entrare, e così anche nel Sud Italia. Diverso è in Sardegna perché essa è più esposta agli influssi della lingua settentrionale e quindi ha preso la parola molto presto. Oggi in Italia la forma anguria prevale su cocomero, ma se si controlla un dizionario italiano, la forma anguria è presenta come regionalismo settentrionale, e la forma cocomero invece una parola normale della lingua standard. Pian piano questa marca cambierà nei dizionari e la forma anguria diventerà quella normale, mettendo la forma cocomero in regresso. Per questa parola in altre regioni di Italia esistono altri dialettalismi legati a quella certa regione. Al Napoli l’anguria si chiama mellone , e visto che questo si confonde con il melone , i napoletani hanno distinto il mellone d’acqua (coccomero – water melon inglese) e il mellone da pane. In Abruzzo l’anguria si chiama citrone , da cedrone , ‘grosso cedro’. (^1) Lalia è una parola di origine greca che significa “atto, modo del parlare”, di è un prefisso che significa “due”.

In Calabria, una denominazione scherzosa di anguria è ziparroccu ‘zio parroco’, perché il parroco che spesso ama (nell’immaginario popolare) bere il vino, diventa rosso come un coccomero. POPPONE : ‘melone’. Etimologicamente poppone e melone hanno la stessa etimologia: ‘melone’ deriva da una parola latina (a sua volta dal greco PEPPON) PEPPONEM, ‘cotto al sole, maturo’. In latino si usava l’espressione Melopepponem [che deriva dal greco MELON (mela) e PEPPON (maturo)]. Abbiamo tolto il melon. GIOCATTOLO : adattamento del veneziano zugatolo , attestato nel Cinquecento entra nei dizionari italiani a metà Ottocento (1846) e comincia a far regredire il toscano balocco deriva da baloccare che significa ‘trastullare’, di origine incerto, risalente al XV secolo: il paese dei balocchi , nel “Pinocchio” di Collodi, è il luogo dove i bambini non fanno altro che giocare; per estensione, viene ancora usato oggi per indicare “il paese della cuccagna”, dell’estremo godimento e felicità. Il motivo per cui giocattolo ha preso il sopravento è perché è più trasparente, è più legata alla parola gioco, quindi riesce ad essere più facilmente compresa dai parlanti. LAVELLO : dal latino LABĔLLU(M) ‘vaschetta’, è il diminutivo di L(AV)ĀBRUM ‘catino, strumento per lavare’. È voce attestata già nel Cinquecento (1561), ma solo in tempi più recenti (nel

  1. si è diffuso prima nell’Italia settentrionale e poi in tutta Italia come termine specifico per indicare il lavandino delle cucine moderne, a spese del concorrente toscano acquaio , dal latino AQUARIU(M), sostantivo che deriva da AQUA ‘acqua’, voce attestata dal 1366. All’affermazione di lavello su acquaio hanno contribuito da un lato il grande sviluppo industriale dell’Italia del Nord, dall’altro il linguaggio pubblicitario. In altre regioni di Italia si usano altri vocaboli: ad esempio, l’acquaio, in Veneto, è chiamato secchiaro (perché ricorda un secchio) o scaffa. SBERLA : significa ‘ceffone’ (forse da avvicinare a sberleffo , originariamente ‘sfregio sul viso’, poi ‘gesto o espressione di scherno’), una voce settentrionale attestata sul finire dell’Ottocento (1888), e diventa un sinonimo più espressivo di schiaffo (probabilmente voce di origine onomatopeica), mente il toscano guanciata , cioè un colpo forte che colpisce la guancia, (XIII sec.) esce completamente di scena. Sberla, inizialmente una voce dialettale, assume una volta che entra nella lingua italiana, un carattere più espressivo, significa infatti “un ceffone, uno schiaffo forte”. Questo per dire che le voci generalmente dialettali o regionali nel momento in cui entrano nella lingua italiana e diventano parole di tutti, mantengono però spesso una curvatura più espressiva rispetto al vocabolo della lingua standard.

1.7 CURIOSITÀ E PARENTESI

La gente comune pensa che la lingua sia qualcosa di superiore, abbia una valenza positiva, mentre il dialetto sia quasi una corruzione della lingua, sia una varietà rozza della lingua. Non si pensa invece che il dialetto spesso ha dei tratti più conservativi rispetto alla lingua, e se vogliamo dei tratti da un certo punto di vista più nobili. Prendiamo per esempio il caso del romano. Esso è un dialetto che viene portato sugli schermi per rappresentare un italiano sbracato, popolare e un po' rozzo. Eppure, alcune forme dialettali romane, che vengono sentite cosi, non fanno altro che riproporre esattamente quello che era il latino: se ad esempio dico So’ romano de Roma , sto esattamente riproponendo il latino, Sum (sono) e de. Allora il passaggio da de a di , ha interessato il toscano ma non altri dialetti italiani che rimangono estremamente fedeli al latino. Quella che allora viene avvertita come una corruzione della lingua, in realtà è una firma che rimane più fedele al latino. Se invece di dire Ti voglio bene dico Te vojo bene , il te riproduce il latino te (come anche me lavo ).

1.8 CLASSIFICAZIONE DEI DIALETTISMI

  1. Voci dialettali entrate stabilmente in italiano e percepite dai parlanti come italiane: spesso incontriamo parole dialettali che per noi sono italiane a tutti gli effetti, perché sono entrate tanto tempo fa nella lingua italiana. Soltanto chi si occupa dell’etimologia delle parole può riuscire a capire che quelle sono parole dialettali, sono quindi dialettalismo solamente da un punto di vista etimologico. Un esempio è la parola SCOGLIO che è di origine ligure.
  2. Voci dialettali diventate forme colloquiali, più espressive del vocabolo della lingua standard: sono parole dialettali che si sono diffuse in tutta Italia e così facendo sono finite per essere delle varianti colloquiali del vocabolo della lingua standard. Sono parole quindi parole che hanno perso la loro collatura dialettale ma mantengo una coloritura colloquiale, più espressiva. Noi allora non le avvertiamo come parole dialettali ma come più colloquiali. Per esempio, IMBRANATO è una voce veneta che nasce nel gergo degli alpini e veniva inizialmente riferita ai muli che erano imbrigliati ( brena in veneto significa “briglia”). Erano quindi muli trattenuti dalla briglia che quindi si muovevano in modo goffo, impacciato, da qui il significato che noi gli abbiamo attribuito.
  3. Voci dialettali delle quali si avverte ancora l’origine locale: sono parole che sono entrate nella lingua italiana, però sentiamo che in esse c’è un’origine locale, sentiamo il luogo di provenienza. Per esempio, ABBACCHIO che è un agnello giovane che viene cucinato in un certo modo, subito lo colleghiamo alla città di Roma, appunto perché certi alimenti noi li colleghiamo alla loro area di provenienza.
  4. Voci dialettali che, pur essendo accolte dai dizionari come regionalismi, sono ancora poco conosciute al di fuori dell’area di appartenenza: ne è un esempio la parola GHISA che è una voce milanese per indicare il vigile urbano. Diciamo che ciascuna regione, città, luogo, ha i propri dialettalismi e localismi; basta spostarsi da un punto all’altro dell’Italia per imbattersi in parole che noi non conosciamo e che appartengono a quella certa zona. A volte le differenze tra una regione e l’altra possono riguardare anche i vocaboli fondamentali dell’italiano: per esempio, il verbo essere a Napoli viene sostituito da “stare” (Luigi è contento  Luigi sta contento), quindi un verbo fondamentale della lingua italiana viene sostituito da stare. O un verbo fondamentale come avere, sempre in Campania, viene sostituito da “tenere” (Luigi ha fame  Luigi tiene fame). Delle volte, alcune espressioni dialettali, che hanno il verbo tenere, diventano voci conosciute in tutta Italia; un’espressione come “Tengo famiglia”, usata come per dire che vorrei fare una determinata cosa se potessi, ma non posso farlo perché ho delle responsabilità. È quindi un’espressione napoletana che poi però è entrata in tutta Italia. C’è quindi una circolazione di parole all’interno del territorio italiano, ed essa è promossa dai mezzi di comunicazione linguistica e questa circolazione fa sì che si che molti vocaboli regionali superino i propri confini originari e si immettano in altre regioni e a volte entrano addirittura a far parte della lingua standard. Ma quante sono le parole dialettali che superano questi confini ed entrano in altre aree geografiche? Consultando il GRADIT^3 , possiamo vedere quali di questi esso marca con le marche regionali (RE) e con la marca dialettale (DI). Il GRADIT per RE intende «vocaboli in parte, ma non necessariamente, di provenienza dialettale, usati soprattutto in una delle varietà regionali dell’italiano». Invece per DI «vocaboli avvertiti come dialettali e circolanti in quanto tali in testi e discorsi italiani». (^3) Grande Dizionario dell’Italiano dell’Uso : ideato e diretto da Tullio De Mauro, uscito nel 1999 in sei volumi, e poi con due volumi di aggiornamento negli anni 2000 che hanno reintegrato il lemmario, ampliandolo con neologismi o con voci attestate precedentemente ma non considerate degne di figurare in un dizionario, che invece poi acquistano sempre maggiore diffusione e prestigio. Contiene complessivamente 260 mila lemmi.

Queste definizioni non appaiono molto chiare perché è molto difficile distinguere tra dialettalismi e regionalismi. Bisogna tener presente che già quest’ultimo termine presuppone un’entità amministrativa alle spalle, cioè una regione; ma la regione linguistica non coincide con quella geografica, essa ha altri confini: per esempio alcuni dialetti laziali, umbri e marchigiani hanno le stesse caratteristiche però appartengono a tre regioni diversi. Quindi da un punto di vista linguistico non si può dire che la regione abbia dei confini analoghi a quelli della lingua. Dalla distinzione che fa il GRADIT possiamo dedurre che il vocabolo regionale è diffuso in una varietà regionale, quindi non è più un vocabolo che è legato a un dialetto specifico, ma è diffuso in una varietà regionale. Il vocabolo dialettale è legato ad un dialetto specifico che però può circolare in tutta quanta Italia, però si avverte maggiormente l’origine dialettale. Il GRADIT marca come regionalismi 5407 vocaboli e come DI soltanto 338 vocaboli; questo ci fa capire come i vocaboli dialettali in realtà poi, siano diffusi in un’area più vasta. Però come vedremo questo numero può far pensare ad un numero molto esiguo di parole, però come vedremo in molti casi molte parole dialettali non hanno la marca regionale o dialettale, ma hanno altre marche come comune, fondamentale, di alto uso, di alta disponibilità e questo sta a significare che sono vocaboli che sono nati come dialettali ma poi sono diventati vocaboli di carattere generale. Bisogna pensare che due parole italiane più diffuse nel mondo sono dialettali: CIAO (marcata dal GRADIT come parola del lessico fondamentale) è una parola veneta, tciao che significa schiavo, ed era una forma di saluto differente verso una persona come a dire “schiavo tuo, servo tuo”. Altro esempio è la parola PIZZA^4 (marcata dal GRADIT come parola di alta disponibilità), è una parola napoletana. Ora presentiamo dei dialettalismi presenti nella lingua italiana: lemma + definizione + anno della prima attestazione scritta + etimologia + marca che il GRADIT assegna a quella parola (comune, fondamentale, di alto uso, tecnico-specialistico, …). Queste ultime marche non vanno prese come oro colato perché un dizionario è fatti da un lessicografo, quindi da un essere umano che ha una sua soggettività, che può benissimo non coincidere con la nostra soggettività. Ovviamente, più una regione è forte dal punto di vista politico e sociale, più da parole alla lingua italiana. L’apporto più grande lo forniscono la Lombardia, Roma e Napoli. È curioso vedere come ogni regione abbia le proprie denominazioni e quindi la stessa cosa viene chiamata con nomi diversi; questo fenomeno è chiamato fenomeno dei geosinonimi , cioè i sinonimi regionali: il referente è uno solo ma cambia il nome in base alla zona. Un’altra caratteristica, è il fenomeno che in linguistica è chiamato dei geo omonimi , cioè quelle parole che sono nella forma uguali ad un vocabolo della lingua standard, ma che in quella regione vengono ad assumere un particolare significato, diverso da quello della lingua standard. Quindi la parola è una della lingua standard in tutte le regioni di Italia, tranne in quel luogo, dove assume un altro significato, in aggiunta al significato della lingua standard. En esempio è la parola SCIOCCO, che significa persona poco intelligente, forse deriva dal latino ex succus , privo di sugo, perché l’intelligenza viene quasi rappresentata quasi come un umore: avere sale in zucca (essere intelligente, saggio). Sciocco però in toscana significa senza sale (il pane sciocco). Questo è quindi un regionalismo semantico perché ha un significato in più. A Roma si dice SCIAPO, dal latino insapidum. Sciapo è un sinonimo regionale di sciocco, ma non è un geo omonimo, perché esso non esiste nella lingua italiana con un altro significato. Noi prendiamo i dialettalismi da nostri sistemi linguistici, tanto che è chiamato anche prestito interno , per distinguerlo da quello esterno che è il forestierismo. 1.8.1 LIGURIA ABBAINO : è un termine che appartiene all’architettura e alle costruzioni edilizie. Si tratta di una sovrastruttura con finestra costruita su un tetto a falde inclinate e serve per dare l’accesso al tetto e per dare luce al soffitto (1681). Viene da abatino (giovane abate), perché le lastre di ardesia che ricoprivano (^4) Nell’ultimo VdB è marcata come parola di alto uso (superiore di ad alta disponibilità).

FONTINA : è un tipo di formaggio (1854). L’etimologia è incerta, probabilmente deriva da fondere. Il GRADIT la classifica come comune familiare (CO). GIANDUIA : è un cioccolato di pasta molle alla nocciola (1818). Deriva dal nome della maschera piemontese di Gianduia (dal piemontese Gi(o)an d’la douja ‘Giovanni del boccale’), la cui figura appariva sull’involto dei cioccolatini. Il GRADIT la classifica come comune (CO). GIANDUIOTTO : è un cioccolatino di gianduia (1887). È così chiamato per la forma del cioccolatino, che ricorda il cappello tradizionale della maschera di Gianduia. Il GRADIT la classifica come comune (CO). GRISSINO : è un bastoncino di pane croccante (1817). Deriva dal piemontese grissìn , variante di ghersìn ‘filo di pane’, diminutivo di ghersa ‘fila (di oggetti)’. Il GRADIT lo classifica come comun (CO). TRAVET : è un impiegato di basso livello e mal retribuito (1875). Deriva dal torinese travet , da Travet , nome del protagonista della commedia in dialetto piemontese di Vittorio Bersezio “Le miserie d’Monsù Travet” (1862). Il GRADIT la classifica come comune (CO). PIEMONTE GRADIT CO (comune) cicchetto, fontina, gianduia, gianduiotto, grissino, travet GRADIT TS GASTRON. bagnacauda, fonduta 1.8.3 LOMBARDIA BALERA : è un piccolo locale da ballo (1949). Deriva da balo , ‘ballo’, con caratteristico scempiamento della consonante intervocalica doppia. Il GRADIT lo classifica come comune (CO). BARBONE : è un vagabondo che vive ai margini della società senza dimora né occupazione (1942). Deriva da barba , per l’aspetto trasandato. Il GRADIT lo classifica come comune (CO). GORGONZOLA : è un tipo di formaggio (1875). Deriva dal nome della città lombarda di produzione. Il GRADIT lo classifica come comune (CO). METRONOTTE : è una guardia privata notturna negli abitati (1951). È composta da metro[politano] ‘vigile urbano’ e notte per ‘notturno’. Il GRADIT lo classifica come comune (CO). PANETTONE : è un dolce natalizio (1803). Dal milanese panatón , accrescitivo di pan ‘pane’. Il GRADIT lo classifica come comune (CO). OSSOBUCO : è un piatto di carne bovina a forma di disco con l’osso e il midollo (1869). Deriva dal milanese os büs ‘osso bucato’. Il GRADIT lo classifica come comune (CO). RISOTTO : è una pietanza a base di riso (1829). Deriva dal milanese Risot. Il GRADIT lo classifica come comune (CO). SCARTOFFIA : è una pratica di ufficio, incartamento (1923). Dal milanese scartoffia ‘carta da gioco di basso valore’, da scartà ‘scartare’. Il GRADIT lo classifica come comune scherzoso in senso spregiativo (CO scherz., spreg.). SCOCCA : (1805). è il rivestimento esterno della carrozzeria dell’automobile. Inizialmente indicava il sedile della carrozza dove si sedeva il cocchiere, invece poi negli anni 60 ha indicato il rivestimento

esterno della carrozzeria dell’auto. Si è poi diffusa in tutta Italia diventando quasi un termine tecnico del settore automobilistico. TEPPISTA : è chi commette atti di violenza e di vandalismo (1895). Deriva dal milanese tepa ‘muschio’, con allusione ai prati di Piazza Castello di Milano, dove nel primo Ottocento si radunava una compagnia di giovani dediti a prepotenze e bagordi, chiamata Compagnia dela tepa. Il GRADIT lo classifica come comune (CO). PIEMONTE GRADIT CO (comune) Balera, barbone, gorgonzola, metronotte, panettone, ossobuco, risotto, scartoffia, teppista 1.8.3.1 VOCI LOMBARDE DELLA SECONDA METÀ DEL’ BAUSCIA : è un ‘fanfarone’ o, in senso scherzoso è anche un epiteto che i non milanesi attribuiscono ai milanesi, ‘milanese’ (1970). Dal lombardo bauscia ‘bava’. Il GRADIT lo classifica come dialettismo milanese (DI milan.). [vocaboli avvertiti come dialettali e circolanti in quanto tali in testi italiani] GHISA : è un vigile urbano (1983). Usata con allusione scherzosa al particolare cappello dei vigili urbani che ricorda i tubi di ghisa. Il GRADIT classifica questa parola come regionalismo lombardo (RE lomb.) [vocaboli usati soprattutto in una delle varietà regionali dell’italiano]. Nelle varie regioni abbiamo diversi modi per chiamare il vigile urbano: in Piemonte è detto CIVICO, dal latino civis ‘cittadino’ in quanto si occupa dei cittadini. A Roma si chiama invece PIZZARDONE, perché le guardie municipali dell’800 avevano un cappello che si chiamava pizzarda (a due punte: punta in romanesco si dice pizzo, quindi da qui il nome). Sono quindi dei geosinonimi. Poi abbiamo anche vocaboli italiani non comuni, come METROPOLITANO (vigile urbano) che entra nella voce metronotte. MAGATELLO : è il taglio di carne del girello (1964). Deriva dal lombardo magattèll ‘gozzo’, dal germanico mago ‘stomaco’. Il GRADIT classifica questa parola come regionalismo lombardo (RE lomb.) MALMOSTOSO : viene usato molto nel linguaggio giornalistico come ‘di persona che ha la tendenza a essere di cattivo umore’ (1959). Deriva dal milanese malmostós , composto da mal ‘male’ e mostós ‘sugoso’. Il GRADIT lo classifica come dialettismo milanese (DI milan.). PIRLA : è una persona sciocca (1961). Forse deriva da pirlare ‘girare su sé stesso’, connesso con il sett. pirlo ‘trottola’. Il GRADIT la classifica come comune (CO fig., scherz.). SCHISCETTA : è un contenitore a chiusura ermetica per trasportare il pranzo da consumare sul luogo di lavoro (1972). Deriva dal lombardo schiscià ‘schiacciare’, per la forma appiattita del contenitore. Non è presente nel GRADIT ma lo è nel NUOVO DEVOTO-OLI come regionalismo milanese. SGARZOLINA : è una ragazza molto carina (1963). L’etimo è incerto. Non è presente nel GRADIT ma lo è nel NUOVO DEVOTO-OLI come regionalismo settentrionale. TAMPINARE : ‘seguire qualcuno con insistenza’ (1959). Deriva dal milanese tampinà ‘importunare’. Il GRADIT lo classifica come regionalismo settentrionale. VOCI LOMBARDE DELLA SECONDA METÀ DEL ‘

TOSCANA

BABBIÓNE → ‘sciocco, babbeo’ (1449) [dall’obsoleto babbio , dal lat. BĂBULU(M) ‘sciocco, stolto’, voce onomatopeica] GRADIT: CO BABBO → (1235) [lat. parl. *BABBU(M), voce del linguaggio infantile] / papà (1556) [dal fr. papa , voce del linguaggio infantile] GRADIT: entrambi FO (ma nel Vdb 2016: babbo AU / papà FO) BABBOMORTO → ‘debito fatto dal figlio e pagabile alla morte del padre con l'eredità’ (1797) GRADIT: RE tosc. BERCIARE → ‘parlare a voce eccessivamente alta, in modo sguaiato’ (1863) [forse dal lat. tardo bĕrbex ‘pecora’] GRADIT: CO BISCHERATA → ‘azione da stupido’ e ‘cosa da niente, facile a farsi’ (1955) [der. di bischero ] GRADIT: RE tosc. BISCHERO → ‘persona stupida’ (1353) [etimo incerto] GRADIT: RE tosc. pop. ∙ CARABATTOLA → ‘oggetto di poco valore’ (1566) [der. del lat. GRABĀTUM ‘lettuccio’, dalla frase del vangelo di Marco Tolle grabatum tuum et ambula ‘prendi il tuo lettuccio e cammina’] GRADIT: RE tosc. CIUCO → ‘asino, somaro’, anche in senso fig. (1529) [voce di origine espressiva] GRADIT: CO GRULLO →‘sciocco, stupido’ (1449) [etimo incerto] GRADIT: CO UZZOLO → ‘desiderio, capriccio’ (1400) [etimo incerto] GRADIT: RE tosc.

1.8.6 ROMA E LAZIO ABBACCHIO : ‘agnello giovane, che viene cucinato in una qualche maniera’ (1830). Dal latino AD BACULUM ‘presso il bastone’, perché gli agnellini venivano legati a un palo in modo che, saltando qua e là tutto il giorno, non si facessero male fra di loro. GRADIT: RE centr.. Diventa un termine della gastronomia: l’abbacchio al forno con le patate o l’abbacchio allo scottadito, che viene cucinato sulla brace e servito caldo. BAGARINO : ‘chi fa incetta di merci per rivenderle a un prezzo maggiorato’ soprattutto legata ai biglietti delle partite di calcio (1800). Dall’arabo baqqāl , plur. baggālīn ‘venditori al minuto’. GRADIT: CO BURINO : ‘nome che a Roma si dava ai contadini romagnoli che venivano a lavorare la terra nella campagna romana’ (1908). Forse deriva da bura ‘stanga dell’aratro’; oggi ‘villano, rozzo, zoticone’ (cfr. villano ‘contadino’, poi ‘persona rozza’  lo stesso è accaduto alla parola villano , che in latino significava semplicemente contadino (lat. villa ‘podere’). GRADIT: DI roman. BUSTARÈLLA : ‘somma che si dà in cambio di favori illeciti’ (1931). È una metonimia: il contenente per il contenuto. GRADIT: CO CACIARA : ‘chiasso, confusione’ (1931). Da avvicinare a gazzarra , dall’arabo gazara ‘loquacità’, dal verbo gazzar ‘abbondare’ e quindi ‘parlare molto’. GRADIT: DI roman. Da questa parola abbiamo CACIARONE : ‘una persona confusionaria’ (1977). GRADIT (DI) GRATTACHÉCCA : ‘granita’ (1923). Composto di grattare (il ghiaccio) e Checca , nome proprio femminile. GRADIT: RE roman. MARITÒZZO : ‘panino dolce con uvetta’ (prima del 1722). Derivato di marito , forse perché in origine dolce nuziale. GRADIT: CO MICRAGNA : ‘miseria’ (1908). Dal latino HEMICRĀNIA(M) ‘emicrania’, con allusione scherzosa al fatto che la povertà provoca dolore. GRADIT: RE centr. PENNICHÈLLA : ‘sonnellino pomeridiano’ (1946). Diminutivo del romano pennica , dal latino volgare * pendicare ‘pencolare, pendere’; cfr. roman. appennicarsi ‘addormentarsi’. GRADIT: RE roman. La voce italiana PISOLINO deriva da una parola latina pesolo ‘pendolo’, nel senso di pendente: spesso chi ha sonno viene rappresentata come una persona pende da una parte e dall’altra. PIZZARDÓNE : ‘vigile urbano’ (1871). Da pizzarda ‘cappello a due punte portato dalle guardie municipali romane nell’Ottocento’, da pizzo punta’. GRADIT: DI roman. scherz. SFOTTERE : significa prendere in giro qualcuno, deriderlo. È di registro colloquiale. È formato da un prefisso S- che ha un valore intensivo, e il verbo fottere che significa ingannare qualcuno. GRADIT: CO SGANASSÓNE : ‘forte schiaffo, ceffone’ (XVII sec.). Da sganasciare ‘colpire sul viso qualcuno slogandogli le ganasce’, cioè le mascelle. NUOVO DEVOTO-OLI: Region. roman. 1.8.6.1 VOCI DI AREA ROMANESCA ATTESTATE NELLA SECONDA METÀ DEL NOVECENTO BECCACCIÓNE : ‘marito tradito dalla moglie’, quello che nel linguaggio colloquiale viene definito cornuto (1950). Derivato di becco ‘montone, caprone’ e ‘cornuto’, con doppio suffisso. Si pensa che

CINEMATOGRAFARO : termine spregiativo che designa un ‘produttore cinematografico che realizza film di cassetta, cioè film di qualità scadente, ma che hanno un grande successo commerciale’ (1908). GRADIT: CO CRAVATTARO : ‘usuraio, strozzino’ (sec. XX). Cravatta è un francesismo adattato, da cravatte , che a sua volta deriva da una voce serbo-croata che voleva dire croato perché era un indumento che indossavano i soldati croati. GRADIT: DI roman. GATTARA : ‘donna che accudisce i gatti randagi’ (1986). GRADIT: CO GRUPPETTARO : dal gergo politico ‘chi fa parte di un gruppuscolo politico, cioè di una formazione politica extraparlamentare, di estrema sinistra o di estrema destra, con un limitato numero di aderenti’ (1969). GRADIT: CO gerg. MADONNARO : ‘chi disegna con gessi colorati immagini sacre sui marciapiedi e sulle piazze’ (1939). GRA DIT: CO PALAZZINARO : ‘costruttore di palazzi che si è arricchito speculando senza scrupoli’ (1966). GRADIT: RE centromerid. PALLONARO : ‘chi racconta balle, frottole, fandonie’ (ma, più recentemente, anche ‘esperto di calcio’) (1958). GRADIT: RE centr. PATACCARO : ‘imbroglione, truffatore’ (propriamente ‘chi spaccia le patacche, le monete false’) (1950). GRADIT: RE centr. PERACOTTARO : ‘persona incapace, maldestra’ (un tempo ‘chi vendeva le pere cotte’) (1863). GRADIT: DI roman. Spesso accade, per uno stereotipo linguistico, che persone che svolgono mestieri umili, vengano poi ad indicare cose negative e quindi il peracottaro è un incompetente. Nell’ambito musicale: DISCOTECARO : ‘chi ama frequentare le discoteche’ o ‘proprietario o gestore di una discoteca’ (1980). GRADIT: CO scherz., spreg. METALLARO : ‘esecutore di musica heavy metal’ o ‘appassionato di musica heavy metal’ (1983). GRADIT: CO ROCCHETTARO o ROCKETTARO : ‘esecutore di musica rock’ o ‘appassionato di musica rock’ (1980). GRADIT: CO iron. Nell’ambito sportivo: PALLETTARO : ‘giocatore di tennis che gioca in difesa con colpi lenti e pallonetti’ (1982). GRADIT: BU PANCHINARO : ‘giocatore che abitualmente rimane in panchina come riserva’ (1982). GRADIT: TS sport. Nell’ambito giovanile: CASINARO : ‘persona disordinata, confusionario, pasticcione’ (1970). Questo uso nasce come termine colloquiale da casino, nel senso di confusione. A sua volta uso di casino come postribolo. Casino a sua volta è un diminutivo di casa. Casino è passato poi al francese dove significava “casa da gioco” casinò. GRADIT: RE centromerid. (in concorrenza con casinista GRADIT: CO colloq.) PANINARO : ‘giovane che frequenta le paninoteche, che veste alla moda’ (1981). Ha il suffisso romano - aro ma in origine il termine designava i giovani che a Milano frequentavano un bar chiamato “Il Panino”. GRADIT: CO gerg.

1.8.7 SUFFISSATI IN - ARO DI ORIGINE STRANIERA GOSSIPPARO : ‘persona che raccoglie e diffonde indiscrezioni sulla vita private di persone famose’ (2004). È interessante perché abbiamo la fusione di un suffisso romanesco e una parola inglese. Derivato di gossip ‘pettegolezzo’. NUOVO DEVOTO-OLI: gerg. KEBABBARO : ‘commerciante che prepara e vende kebab’ (2004). Da kebab ‘pietanza a base di carne di agnello o di montone, tipica della cucina mediorientale’ è una voce turca dall’arabo kabāb ‘polpetta’

  • suffisso romano. NUOVO DEVOTO-OLI: CO. ROMA GRADIT CO borgataro, cinematografaro, casinaro (colloq.), discotecaro (scherz., spreg.), gattara, gruppettaro (gerg.), madonnaro, metallaro, paninaro (gerg.), rockettaro (iron.) GRADIT TS panchinaro GRADIT DI cravattaro, peracottaro GRADIT RE palazzinaro, pallonaro, pataccaro GRADIT BU pallettaro NUOVO DEVOTO-OLI CO gossipparo (gerg.), kebabbaro 1.8.8 NAPOLI CAMÒRRA : ‘associazione della malavita napoletana’ (1861). Forse da avvicinare a un napoletano mmorra ‘frotta, torma, banda’. GRADIT: CO FUSILLI : ‘pasta corta attorcigliata a spirale’ (1931). Derivato di fuso ‘arnese per la filatura’, perché ne ricorda la forma, con il suffisso - illo con valore diminutivo. GRADIT: CO MOZZARÈLLA : ‘tipo di latticino’ (1570). Da mozza , perché nella parte superiore è stretta da una legatura di giunco tanto da apparire quasi mozzata. GRADIT: CO OMERTÀ : ‘forma di solidarietà per cui si mantiene il silenzio sull’autore di un reato’ (1871). Variante napoletana di umiltà , per indicare la sottomissione alle regole della camorra: i camorristi, gli affiliati alla camorra sono “umili”, cioè devono sottostare a un capo e a determinate leggi. GRADIT: CO PASTÉTTA : ‘accordo illecito, imbroglio, broglio elettorale’ (1898). A Napoli la pastetta è la pastella ‘impasto di farina, acqua e sale per friggere zucchine, filetti di baccalà, ecc.’; di qui il significato figurato, con passaggio semantico analogo a quello che si ha con pasticcio ‘pietanza composta di vari ingredienti’ e ‘situazione intricata, imbrogliata’. GRADIT: CO fig. PIZZA : ‘sottile focaccia di pasta lievitata’ (1565). Forse dall’antico alto tedesco bizzo-pizzo ‘morso’

‘boccone’ > ‘pezzo di pane’ > ‘focaccia’. GRADIT: AD La pizza a Roma, oltre a significare la pizza come alimento, è anche un forte schiaffo “ti do una pizza”. È come se quello schiaffo che arriva sulla faccia mi schiacciasse la faccia e me la rendesse una pizza. In questo caso abbiamo un geomonimo. SOMMOZZATÓRE : ‘nuotatore subacqueo’ (1857). Dal napoletano sommozzare ‘tuffarsi’, dal latino volgare *SUBPUTEARE ‘immergersi’, da PUTEUS ‘pozzo’. GRADIT: CO

NAPOLI

GRADIT AD pizza, vongola GRADIT CO ammanicarsi^ (colloq.),^ arrapare^ (colloq.^ o volg.), camorra, fusilli, inciucio, mozzarella, omertà, pastetta, sommozzatore GRADIT TS sartù. GRADIT DI annurca, femminiello GRADIT RE cazziata, cazziatone, sgarrupato NUOVO DEVOTO-OLI RE aumma aumma, scialatiello 1.8.9 CALABRIA ’NDRANGHETA : ‘organizzazione criminale simile alla mafia siciliana e alla camorra napoletana’ (1968). Voce calabrese, forse da 'ndranghiti ‘balordo’ oppure dal greco andragathía ‘valore’, comp. di anér andrós ‘uomo’ e agathós ‘valoroso’. GRADIT: CO 1.8.10 SICILIA CANNÒLO : ‘tipo di dolce a forma di cilindro ripieno di ricotta e canditi’ (1634). Dal siciliano cannolu , da canna , per la forma. GRADIT: CO CARNEZZERÌA : ‘macelleria’ (1987). Dal siciliano carnizzeria , dallo spagnolo carnicero ‘macellaio’, da carniza ‘carne macellata’. GRADIT: RE sicil. CASSATA : ‘tipo di torta fatta con ricotta e guarnita con pezzetti di cioccolato e canditi’ e ‘gelato di panna con frutta candita’ (1905). Forse deriva del latino caseus ‘formaggio’ perché il principale ingrediente è la ricotta. GRADIT: CO INTRALLAZZO : ‘imbroglio, intrigo’ (1947). Dal siciliano ’ ntrallazzu ‘intreccio, viluppo’, composto di intra ‘tra’ e lazzu ‘laccio’. GRADIT: CO MAFIA : ‘associazione della malavita siciliana’ (1863). Forse dall’arabo mahjas ‘millanteria’. GRADIT: AD PACHINO : ‘pomodoro ciliegino’ (1999). Dal nome della località siciliana di produzione, in provincia di Siracusa. GRADIT: CO PAPÈLLO : ‘lista di richieste presentata dalla mafia siciliana a esponenti delle istituzioni in cambio dell’interruzione delle stragi’ (1992; 1789 nel significato di ‘foglio di carta con appunti’). Dallo spagnolo papel ‘carta’. GRADIT: non presente. NUOVO DEVOTO-OLI: Region sicil. PIZZINO : ‘biglietto scritto a mano con il quale i boss mafiosi fanno pervenire agli affiliati ordini o comunicazioni’ (2006). Dal siciliano pizzinu ‘pezzo di carta, bigliettino’. GRADIT: non presente. NUOVO DEVOTO-OLI: Gerg. Region sicil. SICILIA GRADIT AD mafia GRADIT CO cannolo, cassata, intrallazzo GRADIT RE carnezzeria NUOVO DEVOTO-OLI RE papello, pizzino (gerg.)

1.8.11 SARDEGNA CARASAU : ‘pane a forma di disco molto sottile e croccante, adatto a essere conservato a lungo’ (1954). Dal verbo sardo carasare ‘tostare’, perché dopo una prima cottura si ripassa nel forno. Non è registrata nel GRADIT perché esce nel 1999, quindi in quegli anni la parola non era ancora diffusa in gran parte del Paese. NUOVO DEVOTO-OLI: Gastron. Region. sardo. Il pane carasau è detto anche cartamusica , dove si fa riferimento allo scricchiare tipico del pane (1903). CULURGIONES : ‘sorta di ravioli farciti con un ripieno a base di patate, menta, pecorino o altri ingredienti’ (1975). Etimo incerto, anche se si pensa derivi dal greco cogliura che significa focaccia. NUOVO DEVOTO-OLI: Gastron. Region. sardo. GUTTIAU : ‘variante del pane carasau, arricchita di olio e sale’ (1894). propriamente ‘gocciolato’ in quanto bagnato con poche gocce di olio. NUOVO DEVOTO-OLI: Gastron. Region. sardo. LAUNEDDAS : ‘strumento popolare sardo a fiato con tre canne’ (1832). Forse corradicale del greco aulós ‘flauto’. GRADIT: TS mus. MALLOREDDUS : ‘piccoli gnocchi a forma di conchiglie allungate, vuote all’interno e rigate all'esterno, a base di farina di semola, acqua e zafferano’ (1931). Propriamente ‘vitellini’, diminutivo di malloru ‘toro’, con riferimento all’aspetto panciuto. NUOVO DEVOTO-OLI: Gastron. Region. sardo. NURAGHE : ‘costruzione di forma tronco-conica, costruita con massi naturali sovrapposti a secco, adibita a dimora fortificata, tipica della civiltà sarda del II e I millennio a C. (1843). Dal sardo nuragi , dal sardo antico nurra ‘mucchio di sassi’. GRADIT: CO ORBACE : ‘tessuto di lana grezza, usato per i costumi locali e, in epoca fascista, per le divise dei gerarchi’ (1895). Dal sardo orbaci , dall’arabo al-bazz ‘tela’. GRADIT: TS tess. SARDEGNA GRADIT CO nuraghe GRADIT TS mus. launeddas GRADIT TS tess. orbace NUOVO DEVOTO-OLI Gastron. Region. sardo carasau, culurgiones, guttiau, malloreddus

1.9 DIALETTALISMI NON ADATTATI

bagnacauda , amarcord , ’ndrangheta LUMBARD : ‘sostenitore del movimento politico della Lega, leghista’ (1986). Voce lombarda, propriamente ‘lombardo’. GRADIT CO TS polit. PUNT E MES : nome commerciale di un tipo di vermut. Voce piemontese, propr. ‘punto e mezzo’. Voce non registrata dai dizionari. SENATUR : appellativo del fondatore della Lega, Umberto Bossi [voce lombarda, propr. ‘senatore’]. Voce non registrata dai dizionari.

1.10 AMBITI DEI DIALETTALISMI

I dialettalismi si concentrano in alcuni specifici campi semantici. In particolare, nel campo di: