Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


Diritto Internazionale: Prevenzione Danni Ambientali Transfrontalieri e Asilo, Sintesi del corso di Diritto Internazionale

Il principio 21 della dichiarazione di stoccolma, che riguarda la prevenzione dei danni ambientali transfrontalieri, e il diritto di asilo, con particolare attenzione al diritto internazionale e alle sue implicazioni per la tutela dei diritti umani. Il diritto sovrano degli stati di sfruttare le proprie risorse, il divieto di respingimento dei rifugiati e il ruolo della convenzione sul diritto del mare.

Tipologia: Sintesi del corso

2023/2024

In vendita dal 26/01/2025

OliCIAO
OliCIAO 🇮🇹

4.5

(4)

11 documenti

1 / 85

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
1
DIRITTO INTERNAZIONALE E SFIDE GLOBALI
Professoressa : Laura Magi
1.
DIRITTO INTERNAZIONALE DELL’AMBIENTE E NORMATIVA INTERNAZIONALE
SUL CONTRASTO AI CAMBIAMENTI CLIMATICI
Gli accordi internazionali in materia di contrasto ai cambiamenti climatici si collocano all’interno di
un settore di diritto internazionale qualificato come
diritto internazionale dell’ambiente
. È
composto da moltissimi accordi internazionali, non necessariamente multilaterali, che hanno come
elemento comune la protezione di un elemento della natura. Alcune delle regole che poi
conosceremo che ispirano la normativa internazionale in materia di contrasto ai cambiamenti
climatici sono mutuate da altri accordi internazionali in materia di tutela ambientale. Quindi,
potremmo dire che alcune regole sono in realtà dei principi ispiratori dell’intero settore del diritto
internazionale dell’ambiente. Si tratta, dunque, di quelli che quando abbiamo studiato diritto
internazionale abbiamo identificato come principi generali del diritto internazionale (che, insieme a
consuetudine, trattati, sentenze formano le fonti del diritto internazionale).
Il diritto internazionale in materia ambientale ha svolto un ruolo fondamentale per far maturare
negli ordinamenti interni la consapevolezza dell’esigenza di adottare normative. Si tratta quindi di
un processo che dall’ordinamento internazionale si è diretto verso gli ordinamenti interni.
SVILUPPO DEL DIRITTO INTERNAZIONALE DELL’AMBIENTE:
Tutela l’ambiente come fenomeno incidentale nell’ambito di azioni intese a tutelare
interessi differenti
Settore di riferimento : regime di responsabilità internazionale degli Stati
Inquinamento transfrontaliero
Leading case: Fonderia di Trail (lodo arbitrale del 1941)
LA NASCITA DEL DIRITTO INTERNAZIONALE DELL’AMBIENTE
Quando si è iniziato ad occuparsi di elaborazione di norme a tutela dell’ambiente, in realtà, non
c’era un interesse genuino volto alla protezione effettiva dell’ambiente. Quando è nato, infatti, il
fine non era quello di tutelare l’ambiente in sé, bensì quello di tutelare interessi statali differenti.
IL CASO DELLA FONDERIA DI TRAIL ( CANADA-STATI UNITI)
Infatti, quella che è considerata la prima norma consuetudinaria in materia di protezione
dell’ambiente viene riconosciuta da un tribunale arbitrale nell’ambito di una controversia che
opponeva due stati.
(I tribunali arbitrali sono tribunali creati per risolvere una specifica controversia e una volta che
hanno emanato la sentenza si estinguono).
Tale controversia aveva a che fare con interessi economici in realtà, quindi, non c’era un genuino
interesse verso l’ambiente.
Siamo negli
anni 40’
del secolo scorso e tale
controversia oppone gli Stati Uniti al Canada
. In questo
pf3
pf4
pf5
pf8
pf9
pfa
pfd
pfe
pff
pf12
pf13
pf14
pf15
pf16
pf17
pf18
pf19
pf1a
pf1b
pf1c
pf1d
pf1e
pf1f
pf20
pf21
pf22
pf23
pf24
pf25
pf26
pf27
pf28
pf29
pf2a
pf2b
pf2c
pf2d
pf2e
pf2f
pf30
pf31
pf32
pf33
pf34
pf35
pf36
pf37
pf38
pf39
pf3a
pf3b
pf3c
pf3d
pf3e
pf3f
pf40
pf41
pf42
pf43
pf44
pf45
pf46
pf47
pf48
pf49
pf4a
pf4b
pf4c
pf4d
pf4e
pf4f
pf50
pf51
pf52
pf53
pf54
pf55

Anteprima parziale del testo

Scarica Diritto Internazionale: Prevenzione Danni Ambientali Transfrontalieri e Asilo e più Sintesi del corso in PDF di Diritto Internazionale solo su Docsity!

DIRITTO INTERNAZIONALE E SFIDE GLOBALI

Professoressa : Laura Magi

1. DIRITTO INTERNAZIONALE DELL’AMBIENTE E NORMATIVA INTERNAZIONALE

SUL CONTRASTO AI CAMBIAMENTI CLIMATICI

Gli accordi internazionali in materia di contrasto ai cambiamenti climatici si collocano all’interno di

un settore di diritto internazionale qualificato come diritto internazionale dell’ambiente. È

composto da moltissimi accordi internazionali, non necessariamente multilaterali, che hanno come

elemento comune la protezione di un elemento della natura. Alcune delle regole che poi

conosceremo che ispirano la normativa internazionale in materia di contrasto ai cambiamenti

climatici sono mutuate da altri accordi internazionali in materia di tutela ambientale. Quindi,

potremmo dire che alcune regole sono in realtà dei principi ispiratori dell’intero settore del diritto

internazionale dell’ambiente. Si tratta, dunque, di quelli che quando abbiamo studiato diritto

internazionale abbiamo identificato come principi generali del diritto internazionale (che, insieme a

consuetudine, trattati, sentenze formano le fonti del diritto internazionale).

Il diritto internazionale in materia ambientale ha svolto un ruolo fondamentale per far maturare

negli ordinamenti interni la consapevolezza dell’esigenza di adottare normative. Si tratta quindi di

un processo che dall’ordinamento internazionale si è diretto verso gli ordinamenti interni.

→ SVILUPPO DEL DIRITTO INTERNAZIONALE DELL’AMBIENTE:

● Tutela l’ambiente come fenomeno incidentale nell’ambito di azioni intese a tutelare

interessi differenti

● Settore di riferimento : regime di responsabilità internazionale degli Stati

● Inquinamento transfrontaliero

● Leading case: Fonderia di Trail (lodo arbitrale del 1941)

LA NASCITA DEL DIRITTO INTERNAZIONALE DELL’AMBIENTE

Quando si è iniziato ad occuparsi di elaborazione di norme a tutela dell’ambiente, in realtà, non

c’era un interesse genuino volto alla protezione effettiva dell’ambiente. Quando è nato, infatti, il

fine non era quello di tutelare l’ambiente in sé, bensì quello di tutelare interessi statali differenti.

IL CASO DELLA FONDERIA DI TRAIL ( CANADA-STATI UNITI)

Infatti, quella che è considerata la prima norma consuetudinaria in materia di protezione

dell’ambiente viene riconosciuta da un tribunale arbitrale nell’ambito di una controversia che

opponeva due stati.

( I tribunali arbitrali sono tribunali creati per risolvere una specifica controversia e una volta che

hanno emanato la sentenza si estinguono).

Tale controversia aveva a che fare con interessi economici in realtà, quindi, non c’era un genuino

interesse verso l’ambiente.

Siamo negli anni 40’ del secolo scorso e tale controversia oppone gli Stati Uniti al Canada. In questo

caso fu istituita perché gli Stati Uniti contestavano la condotta del Canada per il fatto che nel

territorio canadese al confine con gli Stati Uniti esisteva una fonderia, la

fonderia di Trail , che

emetteva

gas e fumi inquinanti a livelli estremamente alti. Tali gas avevano causato un gravissimo

fenomeno di depauperamento delle foreste presenti sul territorio statunitense al confine con il

Canada e di aree di coltivazione molto importanti.

Così gli Stati Uniti citarono in giudizio il Canada chiedendo al giudice di accertare la violazione di un

obbligo internazionale da parte del Canada e accusavano il Canada di non aver evitato che la

fonderia emettesse gas inquinanti e che, per questo, pretendeva il risarcimento del danno.

Quindi gli Stati Uniti richiamavano l’esistenza di una norma consuetudinaria

che obbliga gli stati a

non consentire ad altri soggetti di usare il loro territorio in modo da arrecare danni significativi al

territorio dello stato confinante. Tale norma fino al 1941 era una norma di cui si era molto discusso

nel diritto internazionale, ma non come riferimento all’inquinamento transfrontaliero, bensì come

riferimento al fatto che il territorio di uno stato fosse usato da bande per sferrare attacchi contro

un altro stato. Si tratta, infatti, di una norma che obbliga ogni stato a fare in modo che il proprio

territorio non venga usato da soggetti privati per sferrare attacchi armati contro un altro stato.

Il giudice si esprime a favore degli USA, riconoscendo l’esistenza della norma e la sua applicazione ai

danni ambientali, riconoscendo, dunque, un obbligo di DUE DILIGENCE: lo stato deve far il maggior

sforzo possibile per evitare che il proprio territorio venga usato per fare danno. Si chiede quindi allo

stato di fare il possibile per evitare il danno, ma se lo stato lo ha fatto e il danno si è comunque

verificato il verificarsi del danno non fa venir meno l’adempimento dell’obbligo internazionale,

perché ha comunque dimostrato di aver avuto una condotta diligente.

Quindi il diritto internazionale dell’ambiente nasce proprio così.

CONFERENCE OF STATE PARTIES : COP

E’ la Conferenza degli stati che fanno parte degli accordi internazionali in materia di contrasto al

cambiamento climatico. Si tratta, di fatto, delle riunioni di delegati degli stati competenti per

materia. Questi organi dello stato sono organi di vertice, cioè dei funzionari pubblici che rivestono

un certo ruolo nella scala gerarchica dei vari ministeri. È importantissimo tenere conto che questi

funzionari sono organi di potere esecutivo (perché la gestione delle relazioni internazionali, quindi

la politica estera, è una prerogativa di competenza quasi esclusiva del potere esecutivo). Quindi il

potere di definire le linee di indirizzo di politica estera spetta agli organi dello stato che

appartengono al potere esecutivo.

È molto frequente nel diritto internazionale che, quando gli stati concludono un trattato si

incontrino poi per discutere di come sta procedendo l’attuazione del trattato, come, ad esempio, il

fatto che gli stati abbiano proceduto ad elaborare delle leggi attraverso le quali cercano di dare

completezza a una serie di obblighi che si sono assunti.

Durante le COP si discute dello stato di attuazione di un accordo internazionale; si verifica ciò che

stanno facendo gli stati parte per dare attuazione all’accordo e poi molto spesso si cerca anche di

andare oltre: si discute dell’opportunità di modificare l’accordo (se ci si rende conto che alcune

disposizioni non funzionano o se si vuole sviluppare il livello di cooperazione tra gli stati). Nel

sistema del diritto internazionale le COP hanno mediaticamente un grande successo e, ad esempio,

dell’ambiente. Questo è il primo tentativo di stabilire principi generali in materia di protezione

ambientale poi trasformati in norme consuetudinarie.

  • PRINCIPIO 21 DICHIARAZIONE DI STOCCOLMA: Tra i vari principi abbiamo il principio numero

21 :” La Carta delle Nazioni Unite e i principi del diritto internazionale riconoscono agli Stati il

diritto sovrano di sfruttare le risorse in loro possesso, secondo le loro politiche ambientali,

ed il dovere di impedire che le attività̀ svolte entro la propria giurisdizione o sotto il proprio

controllo non arrechino danni all'ambiente di altri Stati o a zone situate al di fuori dei limiti

della loro giurisdizione nazionale”.

Tuttavia, principio n. 21: problemi applicativi: Come rendere effettivo il rispetto di tale

principio senza violare il principio della non ingerenza degli Stati negli affari interni?

1. Come far valere la responsabilità̀ per violazione della norma consuetudinaria corrispondente

al principio 21? È sufficiente che si verifichi il rischio di un danno ambientale oppure deve

materializzarsi il danno vero e proprio?

2. Quale è il danno risarcibile? Solo il danno costituito dalla perdita di beni materiali o anche il

danno alla salute umana, e più̀ in generale alla qualità̀ dell’ambiente? E come quantificare

certi danni (es. differenza fra danno causato dall’esportazione di rifiuti pericolosi in altri Stati

e il danno causato dall’emissione di gas che producono l’effetto serra).

Sono molti i principi contenuti nella Dichiarazione in cui si valorizza l’esigenza di proteggere e

preservare le risorse naturali, perché questo è quel tipo di politica che può garantire il godimento di

queste risorse ai presenti, ma anche ai futuri. Dall’altra parte però in questa Dichiarazione emerge

anche l’esigenza degli stati di progredire nello sviluppo, cioè questa Dichiarazione non guarda

negativamente allo sviluppo economico, tutt’altro. Infatti, nella Dichiarazione emergono forti prese

di posizione a favore dello sviluppo economico sia per i PVS sia per quelli sviluppati, ma, al

contempo, si afferma l’esigenza di compenetrare sviluppo economico e tutela dell’ambiente.

Quindi il diritto dell’ambiente non nasce come un diritto difensivo, ma nasce nella consapevolezza

dell’esigenza di progredire nello sviluppo economico. Infatti, prende le mosse in un periodo in cui vi

è forte rivendicazione da parte dei PVS di recente indipendenza.

In questo documento per la prima volta fa apparizione una categoria astratta, che figurerà sempre

di più: le future generazioni, ovvero coloro che ancora non esistono ma a beneficio dei quali la

regolamentazione internazionale dell’ambiente è pensata. Quindi il diritto internazionale

dell’ambiente non nasce solo per proteggere le risorse naturali per le generazioni future, ma anche

per regolare lo sfruttamento delle risorse naturali, a beneficio dei presenti e dei futuri.

UNEP : UNITED NATIONS ENVIRONMENT PROGRAMME

Come conseguenza della Dichiarazione di Stoccolma, l’Assemblea Generale dell’ONU creò nel 1972

l’UNEP, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente. Si tratta di un’agenzia specializzata

dell’ONU, vincolata da un accordo di collegamento con l’ONU e il cui mandato è quello di dare

attuazione alle finalità̀ dell’Organizzazione in materia ambientale.

Cos’è un’agenzia specializzata delle Nazioni Unite? Si chiamano agenzie specializzate delle Nazioni

Unite tutte quelle vere e proprie organizzazioni internazionali che però sono legate, non solo

simbolicamente ma anche legalmente e giuridicamente, da un accordo di collegamento alle Nazioni

Unite. Quindi queste agenzie specializzate possiamo immaginarle come “figlie” delle Nazioni Unite,

alle quali viene delegata la realizzazione di specifici fini delle Nazioni Unite. Le agenzie specializzate

promuovono la collaborazione degli stati in vari settori, in questo caso quello della tutela

ambientale.

L’UNEP

è importante oltre per l’opera sul campo che porta avanti, ma anche perché sarà il luogo

nel quale verranno negoziati e conclusi molti accordi internazionali in materia di tutela

dell’ambiente. Noi sappiamo che affinché si giunga alle conclusioni di un accordo è necessario

giungere a un negoziato. Se ci sono dei luoghi predisposti, la conclusione del negoziato è più

semplice.

RAPPORTO BRUNTLAND: “OUR COMMON FUTURE”, 1983

Il Presidente della Commissione mondiale su Ambiente e Sviluppo (istituita nel 1983) presenta il

Rapporto Bruntland: “Our Common Future” con cui si dà una definizione di sviluppo sostenibile:

“Lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la

possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”.

CONFERENZA DI RIO DE JANEIRO SU AMBIENTE E SVILUPPO, 1992

Poste queste premesse, dagli anni 70’ in poi gli stati concluderanno tanti trattati in materia

ambientale.

Arriviamo al 1992, quando si svolge un’altra importante Conferenza, quella di Rio. La conferenza di

Rio è una dichiarazione su ambiente e sviluppo che riprende e sviluppa i principi già enunciati a

Stoccolma. Questa Conferenza è il luogo nel quale vengono conclusi due importanti accordi: la

Convenzione sulla Biodiversità e la

Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul Cambiamento

Climatico (UNFCCC).

Quali sono i principi fondamentali contenuti nella Dichiarazione di RIO?

● Obbligo della cooperazione tra gli stati (Principi 7 e 27 della Dichiarazione di Rio)

Si articola nell’obbligo di consultazione e informazione: gli Stati devono notificare

immediatamente qualsiasi disastro naturale o altri fenomeni/attività idonei a causare danni

ambientali e consultarsi con gli altri Stati in buona fede (Principi 18 e 19 Dichiarazione di

Rio).

In materia di protezione dell’ambiente è fondamentale che gli stati istituiscano dei

meccanismi tra di loro per scambiarsi delle informazioni in modo da prevenire il verificarsi di

danni ambientali.

● Principio di prevenzione dei danni ambientali transfrontalieri (Principio n.2)

danno, abbiano l’effetto di fare in modo che il costo dell’inquinamento venga internalizzato,

e renda meno conveniente inquinare.

Secondo questo principio gli stati devono adottare delle legislazioni che abbiano l’effetto di

internalizzare il costo dell’inquinamento per rendere l’attività inquinante meno

conveniente. Internalizzare il costo dell’inquinamento significa far gravare su chi inquina il

costo di tale inquinamento. Quindi se tu inquini hai l’obbligo di risarcire.

CONVENZIONE QUADRO DELLE NAZIONI UNITE SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI, 1992

Si tratta di un accordo che ha la caratteristica di definire dei principi generali, ovvero delle regole

dal contenuto piuttosto generico. L’attuazione di queste regole deve avvenire per effetto di

attuazione di ulteriori accordi internazionali.

L’accordo muove da una premessa fondamentale: quella di acquisire consapevolezza che i

cambiamenti climatici sono dovuti alle attività antropiche, cioè alle attività dell’uomo. Questa

consapevolezza non è poco perché l'incidenza delle attività antropiche sul cambiamento climatico è

stata da sempre contestata. La contestazione è stata più o meno significativa, a seconda delle varie

epoche storiche. L’obiettivo che si pongono gli stati che concludono l’accordo è quello della

stabilizzazione della concentrazione di gas effetto serra presenti nell’atmosfera.

In base a quale parametro viene stabilizzato il livello? L’obiettivo è la stabilizzazione rispetto al

livello di gas presenti in un anno base, ovvero il 1990.

Tutto ciò entro quando? Entro l’anno 2000.

I livelli di emissioni di gas serra, infatti, stanno continuamente crescendo. Nel 1992 si impegnano

sostanzialmente a contenere le emissioni, evitando quindi che aumentino. In questa fase, in realtà,

gli stati non si impegnano a tagliare e ridurre le emissioni, ma a evitare che aumentino e si danno 8

anni di tempo per raggiungere questo risultato. Questo è uno degli obblighi fondamentali che gli

stati assumono.

Oggi la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite è stata conclusa da quasi tutti gli stati al mondo,

ma l’accordo è stato scritto tenendo a mente uno dei principi di cui parlavamo precedentemente,

quello delle responsabilità comuni ma differenziate.

Questo principio ispira tutto l’accordo perché l’obbligo di stabilizzare le emissioni entro il 2000 in

realtà se lo sono assunti solo un numero limitato di stati, che vengono elencati in un documento

annesso alla Convenzione Quadro, chiamato Annesso 1.

Sono i paesi industrializzati, che all’epoca possiamo identificare come gli stati membri dell’OCSE, e

quindi, in realtà, si tratta di un numero abbastanza ridotto di stati. Tutti gli altri stati, quelli in via di

sviluppo o meno avanzati, non hanno assunto quest’obbligo, proprio in virtù del principio della

responsabilità comune ma differenziata.

Come si fa a garantire che gli stati rispettino effettivamente questo impegno? C’è qualche trattato

che permette di verificare che gli stati stiano adottando delle misure di contenimento?

Per garantire nei rapporti reciproci questo mutuo rispetto all'accordo il trattato prevede un obbligo

di

comunicazione : obbligo di comunicare annualmente l’inventario nazionale delle emissioni e degli

assorbimenti di gas serra.

Fare inventario delle emissioni – > significa che è necessario che si sia in grado di censire tutte le

fonti di gas climalteranti presenti sul territorio nazionale. Oltre a questo, è necessario fare una

stima delle emissioni prodotte annualmente.

La scienza è in grado di svolgere questo tipo di attività; dunque, gli stati si impegnano a redigere

annualmente le loro emissioni.

In Italia, ad esempio, la legge di esecuzione della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite ha

previsto che questa funzione di elaborazione di inventario delle emissioni spetti all’ISPRA (Istituto

superiore per la Protezione e la Ricerca ambientale).

L’obbligo che gli stati si assumono non è solo quello dell'inventario, ma anche quello dei pozzi di

assorbimento dei gas serra. Per pozzi di assorbimento si intendono quelle realtà in grado di

assorbire gas climalteranti. I pozzi di assorbimento che conosciamo sono le foreste e la vegetazione

più in generale (pozzo naturale di assorbimento). Sono pozzi naturali di assorbimento anche il

terreno e il mare. Questi pozzi sono in grado di assorbire gas climalteranti tanto più sono in buona

salute.

Oltre a questi pozzi di assorbimento naturali, esistono anche pozzi di assorbimento artificiali: stiamo

cercando di costruirli, attualmente il bilancio fra costi e benefici è a svantaggio dei benefici, perché

oltre ad essere tecnologie estremamente costose sono tecnologie che hanno anche un impatto

ambientale negativo, ma soprattutto sono ancora tecnologie estremamente energivore. La quantità

di energia necessaria per farle funzionare è tale che non sempre è sufficiente una quantità di

energia green. Quindi quelli artificiali ancora sono non convenienti e quindi, nella pratica, non ne

disponiamo.

Dunque, la Convenzione Quadro chiede anche agli stati di fare un elenco dei pozzi di assorbimento

naturale, prima di tutto per monitorare che questi pozzi continuino ad esistere, ma anche per

capire quanti gas climalteranti possono essere catturati. Questo per fare un bilancio di quanto CO

viene emessa e quanta CO2 quel territorio è in grado di compensare (catturare).

Una volta redatto questo rapporto, questo diventa pubblico. Gli stati, infatti, hanno l’obbligo di

metterlo a disposizione di tutte le altre parti contraenti.

Questo accordo prevede anche la creazione di una Conferenze degli stati parte, che riceve ed

esamina il comportamento degli Stati.

La conferenza degli stati parte è composta dagli stati che hanno firmato l’accordo. Questo

meccanismo si basa sul controllo reciproco, con l’obiettivo di stimolare gli stati a fare il loro dovere,

anche se non sono previste sanzioni internazionali per il mancato rispetto degli obblighi di questo

accordo. Per rendere più preciso il contenuto degli obblighi che abbiamo appena indicato durante

la prima conferenza degli stati parte, tenutasi a berlino nel 1995, gli stati decisero di attuare un

accordo internazionale che specificasse in modo ancora più chiaro cosa gli stati dovessero farrer per

realizzare l'obiettivo della convenzione quadro: così nell’arco di due anni fu concluso il Protocollo di

Kyoto (che entrerà in vigore solo nel 2005, perché prevede una regola che ha come obiettivo quello

di garantire che nel momento in cui il trattato entra in vigore sia stato ratificato da un numero

All’Italia viene assegnata una percentuale di riduzione del 6,5%. Sarà a seguito di questa decisione

dell’UE che nel 2002 l’Italia adotterà il piano 120, che è il primo piano nazionale di riduzione delle

emissioni di gas serra.

Il protocollo di Kyoto prevede la possibilità per gli stati di realizzare i loro impegni di riduzione sia

attraverso misure nazionali, come quelle già citate (autorizzazione pubblica a un certo tipo di

imprese per farle continuare a produrre solo se dimostrano di aver ridotto la loro emissione di una

certa percentuale di gas climalteranti), sia attraverso i meccanismi flessibili. Gli stati possono usarli

per adempiere al loro obbligo di riduzione.

Si tratta di meccanismi basati sul mercato.

Sono 3 meccanismi:

1 ) meccanismo delle emission trading (ET): questo meccanismo consente lo scambio di crediti di

emissione tra paesi industrializzati e paesi ad economia in transizione. Può accadere che uno stato

sia particolarmente virtuoso e quindi riesca attraverso le proprie politiche nazionali a ridurre le

emissioni di più della percentuale che è obbligato a soddisfare. Se è virtuoso, allora ottiene dei

crediti di emissione. Questi crediti di emissione possono essere venduti sul mercato ad esempio ad

un paese che non riesce ad essere virtuoso come te e quindi non riesce a rispettare il suo obbligo

internazionale. Attraverso questi meccanismi gli stati che non riescono o che non vogliono ridurre le

emissioni, possono comprarsi il rispetto dell’obbligo internazionale.

2 ) meccanismo di clean development mechanism: questo meccanismo consente ai paesi

industrializzati e all’economia in transizione di realizzare progetti in paesi in via di sviluppo che

producano dei benefici in termini di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra nel paese che

ospita il progetto, in modo tale da acquistare crediti di emissione, che poi potranno essere usati per

“scontare” il taglio delle emissioni che lo stato deve realizzare sul proprio territorio.

  1. meccanismo joint implementation: consente ai paesi industrializzati e a economie in transizione

di realizzare progetti di riduzione delle emissioni di gas serra e come il meccanismo prima spiegato

di usare questo credito così ottenuto per scontare le proprie emissioni. Quello che cambia è che i

progetti possono essere realizzati fra stati industrializzati o a economie in transizione. Il

meccanismo è sempre lo stesso: ottengo un credito che posso eventualmente scontare o vendere

nel mercato.

Il mercato delle emissioni, quindi, è generato dal Protocollo di Kyoto.

Con il Protocollo di Kyoto già ci si interroga su cosa sarebbe successo dopo il primo periodo di prova

del protocollo stesso che scadeva nel 2012, ci si chiede quindi se gli stati che avessero concluso gli

obiettivi si sarebbero sottoposti ad osservare un ulteriore limite di emissioni entro un termine

negoziabile. Viene quindi emesso un emendamento (ovvero testo normativo alla finalità di

modificare il testo normativo preesistente) elaborato durante la COP n.° 18 svolta a Doha (Qatar)

nel 2012 che prevede l'attuazione di un secondo periodo del protocollo dal 2013 al 2020, durante il

quale gli stati si impegnano a ridurre le emissioni di una percentuale maggiore e di almeno il 18%,

sempre in riferimento ai livelli del 1990. Questo emendamento, seppur approvato in sede della

COP, nasce con delle pecche poiché gli organi competenti di ogni stato firmatario devono

prevedere alla ratifica, si tratta a tutti gli effetti di un mini trattato. L’emendamento, quindi,

necessitava una ratifica da parte di tutti gli stati entro in pochi mesi per poter entrare in campo nel

  1. Il primo errore sta quindi nella falsa speranza di riuscire ad ottenere la ratifica da parte di

ogni stato in pochi mesi, cosa che ovviamente non è stata possibile per svariate ragioni. Ci vorranno

molti anni per raggiungere il numero di verifiche necessarie per l’entrata in vigore

dell’emendamento raggiunte soltanto alla fine del 2020, rendendolo di fatto mai applicato. I

governi dei paesi erano stati lenti nella ratifica per cambiamento dell’orientamento della forza

politica con le elezioni, ma anche perché condizionati dalle decisioni dei governi di altri stati. Due

stati, USA e Cina, in particolar modo daranno inizio ad una consultazione bilaterale per dare luogo

ad un nuovo modello alternativo da proporre per boicottare l’adozione dell’emendamento che

avrebbe comportato il secondo periodo di attuazione. Tra le ragioni vi è il fatto che la Cina non era

vincolata dalle decisioni non essendo nella lista, mentre gli USA avevano firmato il protocollo ma

mai ratificato dato il peso economico privato e statale che questo cambio di produzione avrebbe

comportato. Se altre economie avessero adottato tale protocollo, USA e Cina sarebbero state

etichettate come potenze altamente inquinanti che non si volevano impegnare nella sostenibilità

ambientale internazionale (non ci vogliono quindi rimettere la faccia). Mentre i paesi fanno parte

della discussione tenutasi alla COP18 per la stesura dell’emendamento, in contemporanea

partecipano alla discussione bilaterale cino-americana, dalla quale proposta si giungerà all'accordo

di Parigi (2016).

1

ACCORDO DI PARIGI

L'Accordo di Parigi è nella sostanza, seppur non formalmente, un accordo con il quale si cerca di

realizzare gli obiettivi della Convenzione Quadro (1992) riservando alle sole parti contraenti della

stessa la possibilità di concludere l'Accordo. L’accordo di Parigi fissa l’obiettivo generale di misure di

mitigazione, ovvero l’impegno degli stati di tagliare le emissioni di tutti i gas climalteranti, diverso

dalle misure di

adattamento con cui ci si riferisce alle misure attraverso le quali gli stati aumentano

la capacità di resilienza delle loro popolazioni, luoghi, economie e istituzioni agli effetti del

cambiamento climatico (es. drenare i fiumi, proteggere i centri abitati dalle possibili frane,

inondazioni; la costruzione di barriere per evitare l’inondazione delle coste e dei terreni, la

protezione dei beni artistici ed archeologici, ecc…).

L'articolo 2 dell’accordo obbliga tutte le parti nell'impegno collettivo a c

ontenere l’aumento della

temperatura media globale entro i due gradi centigradi , ponendo in essere tutte le forze per

mantenerlo (se possibile) all’interno dei 1,5 gradi centigradi globali. Nella realtà nella COP26 di

Glasgow del 2022 gli stati adottano una modifica per cui viene fissato l'obbligo di contenimento

della temperatura globale a 1,5 gradi centigradi, dato l’avvicinarsi del punto di non ritorno

dell’inquinamento globale. La dichiarazione interpretativa adottata a Glasgow, quindi, risponde alla

necessità di un maggior impegno nel contenimento dell’aumento di temperatura.

1

Su Convezione Quadro , guardare ultime 3 slide, file 1

Altra novità dell’Accordo di Parigi riguarda la necessità dei PS di sostenere finanziariamente ma non

solo i PVS.

Nell'articolo 8 si prevede inoltre che gli stati parti riconoscono l'importanza di porre rimedio alle

perdite e ai danni subiti dagli altri stati in conseguenza del cambiamento climatico. Come è stata

introdotta tale disposizione risulta essere generale e poco specifica, così un gruppo significativo di

stati parte durante la prima COP a seguito dell’accordo di Parigi, hanno adottato la decisione 1

CP/21 con la quale chiariscono come non riconoscono la loro responsabilità internazionale verso

quei paesi che continuano a subire danni dal cambiamento climatico. Questa disposizione

dell’articolo 8 si è invece successivamente tradotta nella decisione degli stati parte della

COP27 del

2022 a Sharm El Sheik di istituire un fondo per la perdita dei danni.

Tale fondo, gestito per i primi 4 anni dal FMI, consiste in contributi volontari versati dagli stati e dai

privati per risarcire i danni annuali causati dal cambiamento climatico, direttamente erogati allo

stato che deciderà come gestirli. I criteri di distribuzione del risarcimento tra gli stati colpiti dai

danni climatici sono ancora da determinare. Secondo delle stime sarebbero necessari ogni anno 4

miliardi di dollari da distribuire tra gli stati maggiormente danneggiati dagli effetti del cambiamento

climatico. Il sostegno ai paesi danneggiati si trasforma perciò in atto benefico e di bontà da parte

dello stato e non di riconoscimento della propria responsabilità internazionale al cambiamento

climatico, che potrebbe altrimenti trasformarsi in necessità di risarcire danni in cause successive.

Le azioni legali sul clima si dicono azioni legali strategiche, poiché costituite a tavolino. Si studia le

disposizioni del codice civile e delle varie leggi che tutelano la causa, ma si caratterizza per:

  1. La scelta del soggetto da convenire in giudizio
  2. Il livello dell’ordinamento da scegliere (in collegamento al soggetto scelto si sceglie se

intraprendere un’azione legale in livello civile, amministrativo o, talvolta, persino un aspetto

costituzionale)

  1. L’obiettivo non è quello di ottenere il risarcimento del danno, ma soprattutto l’obiettivo di

ottenere un ordine da parte del giudice; quindi, una sentenza per effetto della quale il

giudice ordina al convenuto di tenere un certo comportamento. Il comportamento che di

solito i ricorrenti chiedono al giudice è quello del taglio delle emissioni.

Nelle azioni strategiche, che conosceremo, ad agire sono sia associazioni o fondazioni (quindi

persone giuridiche) oppure singoli individui (quindi persone fisiche). Spesso capita che persone

fisiche e giuridiche agiscano insieme. Anche se fossero solo le persone fisiche ad agire, in realtà, se il

contenzioso legale è un contenzioso strategico, dietro ai singoli individui ci sono sempre delle

associazioni che spesso scelgono i ricorrenti che finanziano poi la causa. Dunque, la scelta è

strategica anche per la scelta della causa.

TIPI DI AZIONI LEGALI CHE POSSONO ESSERE AVVIATE PER OTTENERE L’OBIETTIVO DELLA

RIDUZIONE DELLE EMISSIONI DEI GAS SERRA

Se andiamo a vedere le azioni legali che fino ad ora sono state promosse di fronte ai giudici legali

hanno avuto una triplice natura:

1. azioni legali promosse di fronte ai tribunali civili

  1. azioni legali di fronte ai giudici amministrativi , in cui si contestava la legittimità di alcuni atti

amministrativi attraverso i quali lo stato non rispondeva agli obblighi internazionali presi

dallo stato stesso. Si chiede, quindi, al giudice di riconoscere illegittimi tali atti.

  1. azioni legali volte a contestare la legittimità delle leggi nazionali che danno esecuzione ai

trattati internazionali di cui abbiamo parlato. Si è detto che le leggi adottate per dare

attuazione agli obblighi di riduzione dei gas climalteranti in realtà sono leggi non adeguate e,

quindi, sono illegittime costituzionalmente. Il modo in cui tale contestazione può avvenire

varia da paese a paese; ci sono casi, ad esempio quello italiano, in cui tale contestazione può

avvenire solo davanti alla Corte Costituzionale.

Esempio: supponiamo che un’associazione vada di fronte a un tribunale civile e sostenga che una

legge emanata dall’ordinamento italiano per attuazione dell’Accordo di Parigi, in realtà è in

contrasto con l’Accordo. IL giudice a questo punto può scegliere se considerare tale quesito

rilevante, o no. Se lo considera rilevante non può pronunciarsi lui stesso, deve sospendere il giudizio

e sollevare questione di legittimità costituzionale alla Corte costituzionale, che si pronuncerà.

Dopodiché il giudizio del giudice può continuare, tenendo conto della pronuncia della Corte. Si parla

in questo caso di giudizio incidentale. Non in tutti gli ordinamenti avviene così, in Italia, ad esempio,

si.

Ci occuperemo di due casi di fronte ai giudici nazionali e di tre casi di fronte ai tribunali

internazionali. Partiamo dai due casi nazionali perché i tribunali internazionali, in questi temi,

intervengono solo in via sussidiaria, cioè solo dopo che sono state esaurite le vie di ricorso interno

senza successo. I due casi sono:

  1. Urgenda contro tribunale olandese (causa civile)
  2. Azione contro la Corte costituzionale tedesca

1. URGENDA VS. PAESI BASSI

2

Urgenda è una fondazione

3

costituita secondo le norme del diritto olandese. Azioni legali come

quelle promosse da Urgenda sono durate anni, quindi non tutte le associazioni possono affrontare

spese legali, ecc., per questo è importante tenere a mente che si tratta di una fondazione.

E’ importante anche perché Urgenda, attualmente, è la fondazione che ha consentito ad un gruppo

di associazioni istituite secondo il diritto civile italiano e a persone fisiche di agire in giudizio contro

il governo italiano in sede civile per contestare l’inefficacia delle politiche di mitigazione adottate

fino ad adesso dal governo italiano. Queste associazioni più singoli cittadini hanno agito in giudizio

contro il governo italiano per lamentare l’applicazione dell’Articolo 2043 CC. secondo il quale

chiunque arrechi a un altro soggetto un danno ingiusto è tenuto a riparare tale danno. Le

2

paper inerenti questo caso su moodle

3

quindi , a differenza delle associazioni, possiede denaro.

e che, quindi, avrebbe tagliato le emissioni di più del 18%. Tuttavia, non c’era un’uniformità

normativa chiara che esprimesse precisamente di quanto dovesse essere questo taglio aggiuntivo.

Comunque, l’Olanda, essendo membro dell’UE, doveva tener conto degli obiettivi contemplati negli

atti normativi dell’Unione.

In particolare, Urgenda sosteneva che il governo olandese avesse violato una serie di norme sia del

diritto internazionale, sia del diritto interno e di quello civile olandese:

  1. Articolo 21 Costituzione Olandese

Secondo l’Articolo 21 della Costituzione Olandese, le autorità pubbliche hanno l’obbligo di

mantenere il territorio nazionale in condizioni abitabili e di proteggere e migliorare

l’ambiente a carico delle istituzioni pubbliche.

  1. Norma consuetudinaria dell’obbligo di non causare danni ad altri stati (no harm principle)
  2. Convenzione quadro sul cambiamento climatico
  3. Due disposizioni della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo

In particolare faceva riferimento all’Articolo 2 e all’Articolo 8. L’Articolo 2 protegge il diritto

alla vita, mentre l’Articolo 8 protegge il diritto alla vita privata, familiare e all’abitazione.

Urgenda sosteneva che il governo olandese aveva causato la violazione di questi due diritti

nei confronti delle persone sottoposte alla giurisdizione del diritto olandese.

  1. Violazione di disposizioni del CC olandese

In particolare, di quelle disposizioni che sanciscono la responsabilità civile di colui che ha

avuto una condotta pericolosa. Lo stato era da considerarsi responsabile poiché non avendo

tagliato le emissioni di culto dovuto aveva sottoposto tutte le persone abitanti nel territorio

olandese a danni da cambiamento climatico.

In primo grado il Tribunale olandese decide che il ricorso era infondato limitatamente alla parte in

cui veniva contestata la violazione di tutte le norme di diritto internazionale, mentre era fondato

per quanto riguarda la

violazione del diritto civile

. Dunque, il Tribunale olandese ha condannato

l’Olanda nell’aver esposto gli abitanti olandesi al cambiamento climatico, non avendo tagliato le

emissioni di una percentuale almeno pari al 25%.

La Corte, invece, esclude la tesi di Urgenda con riferimento al diritto internazionale perché dice che

la Convenzione quadro e il no harm principle sono norme internazionali vincolanti il rapporto tra gli

stati e, quando entrano nell’ordinamento interno, non sono self-executing. Le fonti internazionali

possono essere chiamate in causa nel diritto nazionale solo se self-executing, altrimenti bisogna

chiamare in causa la legge interna che mette in pratica l’esecuzione degli obblighi internazionali,

diversamente da quanto fatto da Urgenda.

Con riferimento alla convenzione Europea dei diritti dell’uomo l'argomento avanzato da Urgenda

viene respinto poiché gli Articoli 2 e 8 obbligano gli stati parte della Corte Europea, non solo a non

violare i diritti, ma obbligano lo stato ad intraprendere le misure necessarie volte a prevenire che

terzi soggetti presenti sul territorio nazionale violino il diritto alla vita, alla vita privata e alla famiglia.

I beneficiari di questi obblighi sono gli individui (persone fisiche), ovvero le vittime potenziali della

violazione degli stessi.

L’art. 34 della Convenzione stessa stabilisce che chi è vittima potenziale della violazione di una

disposizione di uno dei suoi articoli, il ricorso può essere fatto da una persona fisica, organizzazioni

non governative o gruppi di individui che sostengono di essere vittime di una violazione da parte di

uno stato di una convenzione.

Lo stato olandese sosteneva che Urgenda in quanto persona giuridica non aveva diritto di

contestare la violazione dei due articoli poiché non titolare di questi diritti e personali di cui può

beneficiare solo una persona fisica e che quindi anche il giudice nazionale non può riconoscere

l’applicazione di tali articoli.

Ha ritenuto lo stesso che lo stato fosse comunque responsabile della violazione delle disposizioni

del codice civile olandese poiché non avendo ridotto le emissioni di gas serra in maniera sufficiente

ha sottoposto chiunque si trovasse ad abitare in Olanda a subire gli effetti del cambiamento

climatico. Obbliga quindi lo stato a applicare un taglio di almeno il 25%.

Viene fatto un duplice ricorso da ambedue le parti davanti all'AIA, per cui Urgenda chiede che

venga riconsiderato il giudizio per cui non sono applicabili gli articoli del diritto europeo.

Urgenda, pur essendo uscita come soggetto vincente, anch’essa contesta che la Corte distrettuale

abbia giudicato inammissibile il suo ricorso per la violazione degli articoli 2 e 8 della CEDU. Dopo che

si sarà pronunciata la Corte d’Appello, il Governo contesterà le sue conclusioni, di fronte alla Corte

Suprema olandese. Le decisioni alle quali giungerà la Corte d’Appello verranno tutte confermate

dalla Corte di Cassazione. Di fatto, quindi le due decisioni, di secondo e terzo grado, hanno identico

contenuto.

La Corte di secondo grado, ovvero la Corte d’Appello, con riferimento agli argomenti di Urgenda

ribalta totalmente la decisione della Corte di Primo grado, poiché sostiene che hanno il diritto di

agire solo individui o associazioni che dimostrino di essere le vittime dirette della violazione degli

Articoli 2 e 8 della CEDU. Tuttavia, in questo caso è l’ordinamento nazionale a stabilire chi ha diritto

ad agire di fronte ai giudici nazionali.

La Corte d'Appello di secondo grado quindi sostiene che per invocare la violazione di una

disposizione della CEDU di fronte a un giudice nazionale non valgono le condizioni che devono

essere rispettate quando la violazione della CEDU viene presentata di fronte alla Corte dei diritti

dell’uomo. Ma, di fronte al giudice nazionale è l’ordinamento interno a far agire il diritto.

Superato questo ostacolo, la Corte d’Appello dice che quella disposizione del codice civile olandese

che aveva consentito ad Urgenda di instaurare l’azione nell’interesse generale permetteva

all’associazione di poter giustificare la sua azione legale non solo quando faceva valere la violazione

del diritto nazionale, ma anche la violazione di un trattato internazionale.

Il contenuto della decisione della Corte di Appello cambia perché a questo punto la Corte si

domanda se dagli Articoli 2 e 8 della CEDU discendono degli obblighi in capo all’Olanda di

degli stati parte sono votate per consensus e nessuno si oppone significa che esiste un consenso

diffuso e generalizzata tra gli stati che le percentuali di riduzione da applicare vanno da almeno il

25% fino a un massimo del 40%. Il governo olandese si difendeva di fronte ai vari casi usando alcuni

argomenti importanti, che vengono sempre invocati dai governi per difendersi in cause legali come

queste:

Uno di questi argomenti è che non può essere fatta valere la responsabilità di uno stato per il fatto

che questo stato contribuisce ad un fenomeno globale, come il cc. Questo perché:

  • anche se l’olanda avere rispettato i target di emissioni previsti ciò non avrebbe inciso sul

cambiamento climatico, che ci sarebbe comunque stato perché altri stati non rispettano le loro

percentuali di riduzioni

  • L’olanda è un piccolo stato e una piccola economia, non è un grande emettitore, quindi, il

fenomeno del cc ci sarebbe comunque sempre stato.

Su questi temi il giudice olandese dà una risposta che ha fatto “storia” perché è stata poi richiamata

da altri giudici: la Corte Suprema sostiene che se noi leggiamo ciò che dice la Convenzione Quadro

delle Nazioni Unite sui cc dice che gli stati devono, ognuno secondo le proprie capacità e

responsabilità, adottare misure di riduzione delle emissioni.

Ciò vuol dire che ogni stato deve fare la sua parte. Questo obbligo di fare la sua parte è un obbligo

che è ben impresso nell’accordo di riferimento in materia di contrasto al cc.

Quindi, gli Art 2 e 8 della CEDU vanno interpretati così, nel senso che ogni stato, nel suo piccolo o

nel suo grande, dovrà tagliare le emissioni provenienti dal suo territorio ed è irrilevante che altri

stati non lo facciano, perché non esclude la loro responsabilità, così come non è rilevante che un

paese non sia un grande emettitore.

Questa lettura degli Articoli 2 e 8 della CEDU come disposizione che obbliga l’Olanda a ridurre le

emissioni inquinanti dice la Corte suprema che è in linea con il diritto internazionale sulla

responsabilità degli stati. Una volta che è accertata la responsabilità sorge l’obbligo di riparazione

dell’illecito nei confronti dei lesi.

Tutte queste regole sono contenute in un documento che si chiama

Progetto di articoli sulla

responsabilità degli stati, adottato nel 2001. Si tratta non di un accordo internazionale, ma è la

codificazione di norme consuetudinarie, cioè chi lo ha scritto ha messo in forma scritta delle norme

che non sono scritte, ovvero le norme consuetudinarie. Lo ha scritto la Commissione del diritto

internazionale, organo dell'ONU con il compito di codificare il diritto internazionale, analizzando la

prassi e l’opinio iuris degli stati per vedere se si sono formate delle norme consuetudinarie

consolidate, che tutti gli stati riconoscono come tali, e trascriverle in un documento.

Con riferimento al tema della responsabilità degli stati la Commissione del diritto internazionale ha

raccolto la prassi, l'ha trascritto in un progetto di articoli, ma quel progetto poi non si è mai tradotto

in un accordo internazionale perché l’assemblea non ha mai convocato gli stati che avrebbero

dovuto usare il progetto. Questo passaggio non è mai stato compiuto. Resta di fatto che quel

documento è comunque considerato da tutti come un documento che codifica il diritto

internazionale.

Tra queste norme vi è l'

Art. 47 che dice che, quando l'illecito è commesso come conseguenza della

condotta di più stati che concorrono alla commissione dell'illecito, allora ogni stato deve rispondere

per la sua parte.

Cioè, non c’è uno stato che risponde per tutti, ma ogni stato è responsabile per la sua parte. Questa

norma è usata dalla Corte Suprema per replicare all'argomento del governo secondo cui l’Olanda è

uno stato che contribuisce poco al cc e quindi non può essere ritenuta responsabile al cc. La Corte

Suprema infatti sostiene che l’Olanda concorre al cc nella misura in cui non taglia le emissioni di

quanto si è assunta di fare e quindi deve risponderne. Quindi vediamo come la corte suprema usa il

diritto internazionale per giustificare la sua posizione di replica ai governi.

L'altro argomento che il governo avanzava in tutti e tre i gradi di giudizio è la “dottrina dell'atto

politico”

. Anche questo è un argomento usato spesso dai governi quando sono chiamati di fronte al

giudice per rispondere delle loro condotte in generale. La dottrina dell’atto politico sostiene che il

giudice deve rispettare rigorosamente i limiti della sua competenza nell'esercizio delle sue funzioni.

Quindi, deve dichiararsi incompetente e non giudicare tutte le volte in cui l’esercizio di questa

funzione comporti un’invasione di campo del giudice nelle competenze di altre istituzioni

(nell’esecutivo), perché altrimenti violerebbe il principio di separazione dei tre poteri (esecutivo,

legislativo e giudiziario).

Questa teoria era chiamata in gioco dal governo perché sosteneva che se il giudice dà ragione ad

Urgenda di fatto si sta mischiando in questioni di competenza dell’esecutivo, poiché spetta

all'esecutivo decidere sul piano dell'ordinamento internazionale di quanto ridurre le emissioni e

non spetta, invece, al giudice dirlo. Se il giudice si inventa la percentuale del 25% sta decidendo lui

la percentuale di riduzione, mentre non è sua competenza.

Questo tipo di argomentazione viene respinta dai tre gradi di giudizio con l’argomento che abbiamo

già illustrato, cioè per respingere la teoria dell’atto politico il giudice olandese fa valere il fatto che

lui non si sta inventando niente, perché la percentuale del 25% non è frutto del giudice, ma quella

percentuale di riduzione l’ha decisa lui quando ha votato a favore delle decisione delle COP che

approvavano i rapporti della IPCC.

2. AZIONE CONTRO LA COSTITUZIONE TEDESCA

Siamo nel 2021. Il caso è conosciuto come caso “Neubawer et al.” dal nome dei ricorrenti. E’ un