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Distacco poesia, Appunti di Letteratura

Descrizione della poesia "Distacco"-G.Ungaretti

Tipologia: Appunti

2015/2016

Caricato il 08/11/2016

FeelSammy
FeelSammy 🇮🇹

4.4

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DISTACCO
Il titolo ci dice già che il poeta guarda la vita senza partecipare: distacco inteso come desertificazione, la
memoria non agisce in modo scontato ma è come un eco in lontananza, notiamo una sorta di impassibilità, di
esigenza di rinnovamento. Troviamo una condizione dolorosa e sta in levazione con la poesia “attrito”: c’è il
raggiungimento dell’impassibilità. Come attrito, la poesia sviluppa il tema dell’eros e del desiderio.
“ECCOVI UN UOMO UNIFORME”: eccovi lui, un uomo di dolore e di pena. La poesia permette di
guardare dentro la sua anima; “uniforme” cioè di una dimensione, di una forma. Questo lo si capisce
dall’immagine della lastra (1916) di deserto (lastra è una sezione sottile di pietra ed è piatta): è come se nella
sua anima regnasse il vuoto come una “lastra di deserto” che indica l’aridità. Qui il distacco è il riflettere
della realtà senza la partecipazione e ovviamente la lastra è diverso dall’elemento dell’acqua, che da vita,
dato che la guerra porta a creare una condizione di aridità.
“ECCOVI UN’ANIMA DESERTA UNO SPECCHIO IMPASSIBILE”: un’anima deserta è un anima vuota,
distaccata, che diventa come uno specchio. Il distacco è anche l’impassibilità che deriva da “patior” (patire),
cioè mettersi al riparo dalla sofferenza: condizione di chi si ritrae dalla vita. L’anima deve diventare come
uno specchio impassibile che registra oggettivamente. “Specchio impassibile” è un asintoto: Ungaretti fa uno
sforzo per trovare l’origine della parola, cioè la sua innocenza. Notiamo anche il sintagma che è l’unione di
due parole che formano una unità semantica: è spezzata alla fine del verso.
L’immagine dello specchio deriva da Sbarbaro, coetaneo di Ungaretti, dove in “Pianissimo” troviamo una
forma “sussurrata”: nel 1913 scrive altre poesie sulla rivista “La voce” come “Attesa”, dove abbiamo un
senso di oppressione dato che dice “Io sono come uno specchio rassegnato”. La rassegnazione è lo stato
d’animo dei vinti, di chi ha visto la monotonia della vita: l’anima del poeta diventa come quella di chi vuole
rassegnarsi che crea l’impassibilità cioè una condizione di atonia. Ma la condizione di distacco è diversa
dalla condizione di rassegnazione.
“M’AVVIENE DI SVEGLIARMI E DI CONGIUNGERMI E DI POSSEDERE”: abbiamo 3 verbi in senso
erotico che sono svegliarsi, congiungersi e possedere dove quest’ultimo è un senso di congiungersi nell’atto.
Questi 3 verbi posso anche indicare il momento della sua anima in cui può essere ricettiva: lo svegliarsi può
indicare il vivere delle cose nell’anima cioè il momento d’ispirazione poetica. Il congiungersi può anche
significare l’unione a quell’armonia cioè un sentirsi parte del tutto, prospettiva legata al fare poetico; mentre
il possedere è inteso come se l’ispirazione poetica gli venisse in maniera che deve accadere. Il ridestarsi
dell’anima è la consolazione della poesia e del poeta.
“IL RARO BENE CHE MI NASCE COSI’ PIANO MI NASCE”: la vita superstite fa fatica a manifestarsi; il
barlume che nasce con tanta fatica, non dura. È un animo dominato da condizione dolorosa di cui soffre: il
cuore vorrebbe vivere nella poesia. Qui notiamo la ripetizione di nasce per dare più peso a questo momento
della poesia, per intensificare il valore, il dolore e il “raro bene” che nasce dentro di lui.
“E QUANDO HA DURATO COSI’ INSENSIBILMENTE S’E’ SPENTO”: qui ricompone il verso finale
mettendo al centro “così insensibilmente s’è spento”: questo spegnersi di quel qualcosa che è la vita
dell’anima, la volontà dell’esprimersi che da spazio a tutto, anche all’eros. Qui il distacco è la condizione di
desertificazione dell’anima. La parola poetica si manifesta nei nostri tentativi di articolarla. A Papini dice che
la poesia è del 24 settembre 1916 e che le legge anche al fronte: lui sente la poesia affine al suo stato
d’animo e la sente anche a tratti, come se entrasse un sogno, definito come dono lontano della poesia.
Prevale l’atonia: Ungaretti non si emoziona più e l’ispirazione poetica comincia a sparire. Questo provoca
tensione in lui: lui si sforza di essere in sintonia con la vita e la bellezza aiuta a capire il mondo. Il dolore per
la lontananza e il distacco dell’anima comporta anche il distacco dalla poesia: la poetica, l’idea poetica
bisogna nutrirla in noi e infatti nell’ultima parte di questa poesia spiega la nascita di essa.

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DISTACCO

Il titolo ci dice già che il poeta guarda la vita senza partecipare: distacco inteso come desertificazione, la memoria non agisce in modo scontato ma è come un eco in lontananza, notiamo una sorta di impassibilità, di esigenza di rinnovamento. Troviamo una condizione dolorosa e sta in levazione con la poesia “attrito”: c’è il raggiungimento dell’impassibilità. Come attrito, la poesia sviluppa il tema dell’eros e del desiderio. “ECCOVI UN UOMO UNIFORME”: eccovi lui, un uomo di dolore e di pena. La poesia permette di guardare dentro la sua anima; “uniforme” cioè di una dimensione, di una forma. Questo lo si capisce dall’immagine della lastra (1916) di deserto (lastra è una sezione sottile di pietra ed è piatta): è come se nella sua anima regnasse il vuoto come una “lastra di deserto” che indica l’aridità. Qui il distacco è il riflettere della realtà senza la partecipazione e ovviamente la lastra è diverso dall’elemento dell’acqua, che da vita, dato che la guerra porta a creare una condizione di aridità. “ECCOVI UN’ANIMA DESERTA UNO SPECCHIO IMPASSIBILE”: un’anima deserta è un anima vuota, distaccata, che diventa come uno specchio. Il distacco è anche l’impassibilità che deriva da “patior” (patire), cioè mettersi al riparo dalla sofferenza: condizione di chi si ritrae dalla vita. L’anima deve diventare come uno specchio impassibile che registra oggettivamente. “Specchio impassibile” è un asintoto: Ungaretti fa uno sforzo per trovare l’origine della parola, cioè la sua innocenza. Notiamo anche il sintagma che è l’unione di due parole che formano una unità semantica: è spezzata alla fine del verso. L’immagine dello specchio deriva da Sbarbaro, coetaneo di Ungaretti, dove in “Pianissimo” troviamo una forma “sussurrata”: nel 1913 scrive altre poesie sulla rivista “La voce” come “Attesa”, dove abbiamo un senso di oppressione dato che dice “Io sono come uno specchio rassegnato”. La rassegnazione è lo stato d’animo dei vinti, di chi ha visto la monotonia della vita: l’anima del poeta diventa come quella di chi vuole rassegnarsi che crea l’impassibilità cioè una condizione di atonia. Ma la condizione di distacco è diversa dalla condizione di rassegnazione. “M’AVVIENE DI SVEGLIARMI E DI CONGIUNGERMI E DI POSSEDERE”: abbiamo 3 verbi in senso erotico che sono svegliarsi, congiungersi e possedere dove quest’ultimo è un senso di congiungersi nell’atto. Questi 3 verbi posso anche indicare il momento della sua anima in cui può essere ricettiva: lo svegliarsi può indicare il vivere delle cose nell’anima cioè il momento d’ispirazione poetica. Il congiungersi può anche significare l’unione a quell’armonia cioè un sentirsi parte del tutto, prospettiva legata al fare poetico; mentre il possedere è inteso come se l’ispirazione poetica gli venisse in maniera che deve accadere. Il ridestarsi dell’anima è la consolazione della poesia e del poeta. “IL RARO BENE CHE MI NASCE COSI’ PIANO MI NASCE”: la vita superstite fa fatica a manifestarsi; il barlume che nasce con tanta fatica, non dura. È un animo dominato da condizione dolorosa di cui soffre: il cuore vorrebbe vivere nella poesia. Qui notiamo la ripetizione di nasce per dare più peso a questo momento della poesia, per intensificare il valore, il dolore e il “raro bene” che nasce dentro di lui. “E QUANDO HA DURATO COSI’ INSENSIBILMENTE S’E’ SPENTO”: qui ricompone il verso finale mettendo al centro “così insensibilmente s’è spento”: questo spegnersi di quel qualcosa che è la vita dell’anima, la volontà dell’esprimersi che da spazio a tutto, anche all’eros. Qui il distacco è la condizione di desertificazione dell’anima. La parola poetica si manifesta nei nostri tentativi di articolarla. A Papini dice che la poesia è del 24 settembre 1916 e che le legge anche al fronte: lui sente la poesia affine al suo stato d’animo e la sente anche a tratti, come se entrasse un sogno, definito come dono lontano della poesia. Prevale l’atonia: Ungaretti non si emoziona più e l’ispirazione poetica comincia a sparire. Questo provoca tensione in lui: lui si sforza di essere in sintonia con la vita e la bellezza aiuta a capire il mondo. Il dolore per la lontananza e il distacco dell’anima comporta anche il distacco dalla poesia: la poetica, l’idea poetica bisogna nutrirla in noi e infatti nell’ultima parte di questa poesia spiega la nascita di essa.