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Documento di scienze umane per la preparazione alla maturità.
Tipologia: Appunti
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Il pregiudizio della pigrizia individuale... · ... e le sue critiche
=====--:: Interpretazioni della disoccupazione: ~QI pa_indlvlclua le,... .--:::J Per molto tempo la fiducia nelle regole del libero mercato - sottesa alla legge di Say e in generale alle teorie economiche di ispirazione liberista - ha condizionato l'approccio al mondo del lavoro e ai suoi problemi, influenzando in modo rilevante anche l'opinione pubblica in materia. L'idea che domanda e offerta di lavoro si armonizzino spontaneamente grazie alle oscil- lazioni del costo del lavoro (cioè dei salari) porta infatti a escludere, in linea di principio, la possibilità che esista della forza-lavoro non occupata, se non per breve tempo e per ragioni contingenti (ad esempio, una scarsa mobilità territoriale, per cui le persone non si spostano verso i luoghi dove è più alta la domanda di lavoro, oppure un'insufficien- te informazione sulle possibilità occupazionali esistenti sul territorio). In altre parole, esisterebbe soltanto disoccupazione frizionale, e anche nel caso in cui il fenomeno as- sumesse proporzioni maggiori e più durature, ciò sarebbe dovuto soltanto alla cattiva volontà degli individui, che non cercano lavoro in maniera adeguata o che non sono disposti ad accettare gli impieghi che vengono loro proposti. Questa concezione ha contribuito, nella sua versione più grossolana, a diffondere nell'opinione pubblica un vero e proprio pregiudizio, secondo il quale chi non trova un impiego è responsabile della propria condizione, perché pigro o eccessivamente pretenzioso. Rispetto a questa posizione non sono ovviamente mancate, fin dall'inizio, le voci di dissenso. David Ricardo, ad esempio, fin dall'opera Sui principi dell'economia e della tas- sazione (1817) rico11osce che l'introduzione di nuovi macchinari può essere dannosa per i lavoratori, perché provoca un'eccedenza di manodopera. Marx, nel Capitale, parla di collegamento strutturale tra il fenomeno della disoccupazione e le dinamiche tipi- che dell'economia capitalistica, individuando nei disoccupati un "esercito di riserva", funzionale all'espansione produttiva. Tuttavia, malgrado tali critiche, l'impostazione individualistica che attribuisce alla singola persona la responsabilità del suo mancato impiego è stata a lungo dominante.
li crollo di
WallStreet
Solo in tempi più recenti si è diffusa la percezione della disoccupazione come autentico
problema sociale, non liquidabile nei termini di una semplice scelta individuale: come
sostiene lo storico statunitense John Garraty ( 1920-2007), si deve alle società contempo-
ranee la "scoperta" della disoccupazione, se non addirittura la sua "invenzione", nella
misura in cui sono proprio tali società ad aver contribuito a creare e ad aver riconosciuto
i problemi specifici inerenti alla domanda e ali' offerta di lavoro.
Storicamente, è stata la cosiddetta "grande depressione" successiva al crollo di Wall Street
nel 1929 a infliggere, con i suoi 13 milioni di ex-occupati, un duro colpo ai sostenitori
della teoria della "disoccupazione volontaria": il piano di riforme economiche e sociali
promosso in tale circostanza da Franklin Delano Roosevelt (1882-1945), presidente de-
gli Stati Uniti d'America dal 1933 al 1945, che predispose una serie di interventi pubblici
approfondimento
grande depressione
del 1929
mirati a incrementare l'offerta di lavoro, rappresenta in qualche modo l'esplicita e pub-
blica ammissione della tesi secondo cui il mercato non sempre riesce da sé a invertire
la propria rotta.
La domanda
aggregata
A livello teorico, una svolta decisiva a tale proposito è individuabile nell'opera Teoria ge-
nerale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta (1936) dell'economista inglese John
Maynard Keynes (1883-1946). La
tesi di fondo di quest'opera è che
la radice sostanziale della disoccu-
pazione sia da ricercare al di fuori
del mercato del lavoro, ossia delle
semplici relazioni tra domanda e
offerta della merce-lavoro. Essa è
legata piuttosto a quella che Key-
--------- nes chiama domanda aggregata, domanda aggre-
gata Nella dottri- ossia alla richiesta di beni e servizi
na economica di formulata, in un dato periodo, dal Keynes, richiesta
di beni e servizi for- sistema economico nel suo com-
mulata in un dato plesso. Quando questa è debole,
periodo di tempo
dal sistema econo- perché bassa la percentuale di red-
mico nel suo com- dito che le persone decidono di
plesso.
-------- dedicare a consumi e investimen-
Gli interventi
dello Stato
ti (era questo il caso, ad esempio,
della società statunitense della
complessivo dell'occupazione di-
minuisce.
Ora, per incrementare la doman-
da aggregata è necessario, secon-
do Keynes, l'intervento dello
Stato, che aumentando la spesa
pubblica (ad esempio, costruen-
do strade e infrastrutture, oppure
HAVE You A Gooo IDEA?
BElTER WAYS BENEF IT ALL
1929, anno della Grande Crisi americana.
, Un manifesto invita a cercare insieme nuove soluzioni
per uscire dalla situazione economica negativa.
offrendo ai cittadini maggiori servizi nel campo dell'istruzione, dell'assistenza sanitaria
ecc.) favorisce la ripresa dell'occupazione.
I
I !i
11 I 'I I
L'evolversi della
situazione
Lavoro
plù moblle=
plàlavoro
mDll!llf Le trasformazioni del mondo del lavoro 525
C'er~ una_'l.Oltau,JJ~ o.stoJ ls_so"
Con una generalizzazione piuttosto legittima, si può affermare che fino agli anni Ottan-
ta del Novecento il mondo del lavoro europeo è stato caratterizzato da un elevato grado
di stabilità. Ciò significa che, di norma, un lavoratore era assunto a tempo indetermi-
nato da un'azienda, all'interno della quale compiva una graduale, e tendenzialmente
lenta, progressione di carriera fino al pensionamento; i cambiamenti radicali di attività
costituivano insomma un'eccezione.
A garantire questa stabilità lavorativa contribuiva anche la legislazione sociale dei vari pae-
si, impegnata a tutelare con apposite norme la sicurezza del posto di lavoro contro la pos-
sibilità di licenziamenti e mobilità [ Laboratorio di cittadinanza attiva, pagina seguentel.
Questa situazione, agevolata da una congiuntura economica favorevole, ha cominciato a
modificarsi alla fine del secolo scorso, quando l'espansione dei mercati nazionali, con-
seguente alla globalizzazione, ha implicato un acuirsi della concorrenza tra le azien-
de, costrette a smerciare i loro prodotti a costi minori e, di conseguenza, poco propense
ad assumere nuovo personale per evitare di contrarre impegni difficilmente sostenibili
a medio e lungo termine. In questo mutato contesto, il sistema di garanzie sociali a
tutela del lavoratore è stato percepito da parte delle imprese come un vero e proprio
limite, che, bloccando il flusso del lavoro in uscita, al tempo stesso rendeva problema-
tico quello del lavoro in entrata, riducendo di fatto la capacità di assorbimento della
manodopera disponibile.
Una possibile via per far fronte alla nuova congiuntura dei mercati, rivitalizzando la do-
manda di lavoro senza per questo penalizzare le aziende, è stata intravista nella flessibi-
lità, ovvero nella possibilità, disposta dalle imprese secondo le loro necessità e accettata
dai lavoratori, di una carriera lavorativa caratterizzata da frequenti cambiamenti pro-
fessionali: non più, dunque, il vecchio "posto fisso", ma un'avventura che può snodar-
si tra molte esperienze diverse, in base alle richieste delle imprese e alle stesse esigenze
del prestatore d'opera. In un mercato più libero, il lavoratore può essere licenziato più
facilmente, ma ha anche molte più opportunità di trovare un'occupazione e di scegliere
tra le occasioni che gli sono offerte.
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Nel nostro paese, il dibattito sulla flessibilità ha ricevuto un input decisivo daJJa pub-
blicazione del Libro bianco sul mercato del lavoro in Italia, che esponeva i risultati della
ricerca commissionata nel 2001 da Roberto Maroni, allora ministro del Lavoro e delle
Politiche sociali, a un gruppo di esperti diretti da un noto studioso di diritto del lavoro,
il professor Marco Biagi (1950-2002).
I dati emergenti dal Libro bianco non erano confortanti. All'inizio del nuovo millennio,
il tasso di ocrupazione italiano - pari nel 2001 al 53,5% nella classe d'età compresa tra
i 15 e i 64 anni - risultava il più basso tra quelli dei paesi allora aderenti all'Unione
Europea, inferiore di 10 punti alla media europea e ben lontano dall'obiettivo del 70%
di ocrupati entro il 2010 fissato dalla stessa Unione.
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Il
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unità
527
Scomposto
su
base
regionale,
il
tasso
confermava
inoltre
il
carattere
persistente
dei
ben
noti
squilibri
economici
tra
Nord
e
Sud
che
affliggono
la
nostra
nazione:
la
sua
distan-
za
rispetto
al
tasso
di
occupazione
europeo,
infatti,
è
da
imputare
in
massima
parte
alle
regioni
del
Sud,
che
sono
inferiori
alla
media
dell'Unione
di
più
di
20
punti
percentuali
[
approfondire]
.
,
I
Per
esaminare
nel
dettaglio
i
problemi
del
lavoro
in
Italia,
l'indagine
P
{ O
~
edeva
poi
scomponendoli
secondo
criteri
anagrafici,
di
età
e
di
genere.
·
·
un it a 18 Le trasformazion i del mondo del lavoro 529
Tra i fattori che rallentano l'accesso al mondo del lavoro da parte delle donne itaJiane è
certamente da segnalare la diffusa carenza di strutture pubbliche quali gli asili nido e
le scuole d'infanzia, che limita le possibilità di mantenere o di cercare un posto di lavo-
ro per le donne che abbiano o intendano avere figli. Più in generale, poi, la tendenza a
far ricadere sulla componente femminile della popolazione i compiti di cura all'interno
della famigli a - dei figli, ma anche delle persone anziane, malate o disabili - limita per
le donne la possibilità di cercare un impiego fuori casa.
"Vecchi•"
forme di lavoro
dl.,.ndent.
Nuoveform•
di lavoro
Le sollecitazioni provenienti dal Libro bianco hanno trovato una concreta attuazione
nella legge 30 del 14 febbraio 2003, conosciuta comunemente come "legge Biagi" (an-
che se all'epoca lo studioso era purtroppo già morto). Si tratta in realtà di una semplice
legge-delega, che trasferisce al governo il compito di deliberare su occupazione e mer-
cato del lavoro, mentre le effettive norme in materia risalgono al successivo decreto le-
gislativo n. 276 del 10 settembre 2003. Il decreto legge del 2003 tenta dunque di dare
attuazione al progetto di flessibilizzazione del mercato auspicata dal Libro bianco, e.
lo fa principalmente tramite l'introduzione di nuove tipologie di contratti di lavoro.
Prima di tale data, la legislazione del nostro paese prevedeva un numero limitato di for-
o all'orario di lavoro settimanale.
Secondo il primo criterio, si distingueva tra lavoro a tempo indeterminato (regolato da
un contratto che non prevede alcuna data di cessazione del rapporto lavorativo) e lavo-
ro a tempo determinato ( regolato da contratti che ne predeterminano la durata: 6 mesi,
1 anno ecc.).
Relativamente ali'orario di lavoro settimanale, invece, si distinguevano il lavoro a tempo
pieno, o full-time, solitamente articolato in 40 ore settimanali distribuite su 5 giorni, e il
lavoro a tempo parz_iale, o part-time, con_riduzione del monte-ore settimanale.
Le nuove disposizioni legislative hanno introdotto, all'interno di questo schema gene-
rale, nuove forme di occupazione: ad esempio, il rapporto di "lavoro intermittente",
a favore di un datore di lavoro che può contare sulla disponibilità del dipendente in
qualunque momento. Il lavoro interIJ1ittente, diffusosi soprattutto nel terziario, è stato
ulteriormente disciplinato dalla circolare n. 4 del 3 febbraio 2005 (emanata dal Mini-
stero del Lavoro e delle Politiche sociali), che garantisce al lavoratore un"'indennità di
disponibilità" percepibile nei periodi di mancata retribuzione.
La legge 30/2003 e il successivo decreto n. 276 hanno poi introdotto anche il cosiddet-
to "lavoro accessorio", consistente in prestazioni occasionali svolte da soggetti non
ancora entrati nel mercato del lavoro o a rischio di esclusione sociale (disoccupati da
lavoro a tempo indeterminato
Occupazione di tipo subord inato
regolata da un contratto che non
prevede alcuna scadenza.
lavoro a tempo determinato
Occupazione di t ipo subord inato
regolata da un contratto che p~e-
vede una scadenza ben precisa
(dopo 6 mes i, dopo 1 anno ecc.).
lavoro a tempo pieno Att ività
lavorativa di tipo subordinato re-
golata da un contra tto che preve-
de solitamente un orario di 40 ore
settimanali.
lavoro a tempo parziale Atti-
vità lavorativa di ti po subordinato
regolata da un contratto che pre-
vede un orario ridotto rispetto alle
40 ore settimanal i; può assumere
varie forme (meno ore per tutti i
giorn i della setti mana, meno gior-
ni la settimana ecc.), a seconda
delle esigenze dell'azienda e del
lavoratore.
530
Agenzie eh•
somministrano
li lavoro
Di progetto
In progetto
sezione 2
I pe
nsionati disabili, ospiti di comunità di recupero, lavoratori extraco-
munitari purché provvisti di regolare pennesso di_soggiomo ), e
avo~o-~partito", o
job sharing, regolato da un tipo di contratto ~on _il quale du~ lavoraton s1 impegnano
ad adempiere congiuntamente la stessa obbhgaz1one lavorauva..
Le nuove disposizioni legislative hanno anche disciplinato un settore dehcato come
quello della mediazione tra offerta e domanda di lavoro: un compito che, fiR
1
agli anni
Novanta del secolo scorso, nel nostro paese era gestito interamente dallo Stato tramite
gli uffici pubblici di collocamento. La necessità di adegua_rsi alla ~ormative europee in
materia aveva rotto tale monopolio già nel 1996, detennmando Il sorgere delle cosid-
dette •agenzie interinali", impegnate a fornire manodopera alle aziende e concrete op~
portunità di lavoro ai lavoratori. A partire dal 2003 tali agerizie hanno assunto il nome
di •agenzie per il lavoro" e da allora hanno l'obbligo di iscrizione in un apposito albo;
l'attività di collocamento da esse svolta ha onnai preso la denominazione ufficiale di
somministrazione del lavoro ed è disciplinata più dettagliatamente.
Il lavoro •somministrato" prevede di fatto due contratti: uno tra l'agenzia e il prestatore
d'opera, l'altro tra l'agenzia e l'impresa in cui il prestatore d'opera andrà concretamente
zia, ma l'azienda utilizzatrice ne assume la direzione e il controllo.
Un'ultima tipologia di lavoro introdotta nel 2003 è il cosiddetto lavoro a progetto, di
fatto divenuto una delle fonne tipiche con cui i giovani accedono oggi al mercato del
lavoro. Diversamente dalle tipologie occupazionali appena illustrate, il lavoro a proget-
to, noto anche con la sigla uco.co.pro." (collaborazione continuativa a progetto), non
è un contratto di lavoro subordinato: il prestatore d'opera assume infatti l'incarico di
eseguire "in proprio" un certo lavoro (un "progetto"), concordando direttamente con
il committente le modalità di esecuzione, i criteri e i tempi di consegna del lavoro e di
corresponsione del compenso.
ELessibilit' · · · · ,
li lavoro
flesslblle come
opportunità
Sul_ pro~esso di flessibilizzazione del mercato del lavoro innescato dalle disposizioni
legi~lan:e a~pen~ ria~sunte i giudizi degli esperti e delle parti in causa rimangono a
tutt oggt assai vanegan.
Sicur~ente presso buona parte dell'opinione pubblica si è diffusa l'idea che una
condlZlone lavorativa più. mobile. e variabile (^) , in una parola pi"u' "fl (^) essi"bil e ", possa rap-
presen~e no~ solo un nsch10, ma anche un'opportunità, in grado di stimolare i la-
vorato~ a cogliere le occasioni più lucrose offerte dal mercato. A conforto di questa
::u~i~n~ sembrano_ parlar_e an~e i numeri: le statistiche diffuse dal1'1srAT e da altri
tutI di n~er~, re_Iauve agh anm successivi alle nuove disposizioni legislative, atte-
stano. unaal d1mmuz10ne delta (^) sso d. 1 d" (^1) socrupaz1one• più o meno su tutto il territorio
naz10n e.
so_mministrazione del lavoro
Istituto creato dalla legge 30 del
14/02/2003 e dal successivo DL n
276 del 10/09/2003, che affidano ii
collocamento della manodopera a
speciali agenzie del lavoro apposi-
tamente registrate.
lavoro a progetto Prestazione la-
vorativa di tipo parasubordinato e
per certi versi simile a quella libero-
professionistica, in base alla quale il
lavoratore accetta l'incarico di rea-
lizzare in modo autonomo un pro-
getto a favore di un committente.
2 sezione 2 SOCIOLOGIA lpuntodlvlst1 Uno dei maggiori esperti in di Gallino materia di trasformazioni del mercato del lavoro italiano, il sociologo torinese Luciano Gallino (nato nel 1927), a que- sto proposito sostiene che la richiesta di un mercato del la- voro più flessibile, lungi dal configurarsi come un mecca- nismo virtuoso che "lubrifica" il sistema produttivo, è piut- tosto da intendersi come una conseguenza della globaliz- zazione economica, in parti- colare della concorrenza crea- tasi tra i lavoratori occidentali e quelli dei paesi in via di svi- luppo (v. Unità 17, p. 492). La debolezza di questi ultimi in termini di salari e di diritti ga- 1 Un cali center, uno dei simboli di un mercato del lavoro : flessibile. '- ---- -------- ----------------------• rantirebbe cioè alle imprese disponibilità di manodopera a basso costo, e omologhereb- be verso il basso anche la condizione dei lavoratori occidentali, mettendone in qualche modo in discussione i diritti già acquisiti. 01 / O 2 p. 541 . Quale differenza c'è tra flessibilità del lavoro e flessibilità dell'occupazione? ~ì Qual è stata l'importanza del Libro bianco di Biagi per il dibattito italiano sulla flessibilità del lavoro? Quali trasformazioni al mercato del lavoro italiano hanno apportato la legge 30/2003 e il successivo decreto legislativo n. 276 del 1 Osettembre 2003? Qual è il punto di vista di Luciano Gallino sulla flessibilità del mercato del lavoro? Lucl1no Gallino Nato aTorino nel 1927, Lucia- no Gallino inizia la sua attivi- tà in campo sociologico negli anni Cinquanta del Novecen- to, quando diventa collabora- tore dell'Ufficio Studi Relazio- ni Sociali creato dall'industria- le Ad riano Ol ivetti, e quindi ( 1 960- 1971 ) direttore del sRsso (Se rvizio di Ricerche Sociolo- gi che e di Studi sull'Organizza- zi one) , che di ta le ufficio fu la natura le continuazione. Pa rai- lelamente intraprende la car- riera accademica: dal 1965 al 1971 insegna presso la facoltà di Magistero e la facoltà di Let- tere e Filosofia dell'Università di Torino; dal 1971 al 2002 rico- pre la carica di professore ordi- nario di Sociologia alla facoltà di Scienze della Formazione dello stesso Ateneo ; attual - mente è Professore Emerito della stessa disciplina. Da l 1979 al 1988 è pre siden- te del Consiglio Italiano delle Scienze Sociali, e tra il 1987 e 11 1992 ricopre lo stesso incarico presso l'Associazione Italiana di Sociologia; dal 1968, inoltre, dirige la rivista "Quaderni di So- ciologia".. Ha collaborato con alcuni tra 1 più importanti quotidiani na· zi onali (tra il 1970 e il 1975 con
co n "La Stampa") ; attualmente scrive per "la Repubblica·.
la parola ai testi -------~..---.,.. VERSO L;----=== :1esslbllltà non tpr-.atrfetà .,, leggere COMPETEtv:ze e interp' cornprendere di va,;o ~;!re tesr; I 11 / t2 Sunseri - Ocone • Pro e contro la flessibilità: due posizioni a confronto Proponiamo d i seguito due interviste pubblicate quasi contemporaneamente, che esprimono due po- sizioni molto d iverse sulla guestione della flessibilità del lavoro. Nella prima Renato Brunetta (nato nel 195 0), economista e uom~ politico, dà una lettura in chiave posit iva del concetto di "flessibilità: a suo g iud izio erroneamente identificato con quello d i "precarietà: e lamenta le insufficienti aperture intrapre- se in tale d irezione nel nostro paese. Nella seconda il sociologo torinese Luciano Gallino (nato nel 1927) segnala il pericoloso slittamento d i significato che, a suo giudizio, si produce quando la parola "flessibilità" non viene più riferita alla prestazione lavorativa - chiamata a declinarsi secondo le esigenze dell'attività produttiva - , ma alla stessa occupazione, condannando così i lavoratori alla precarietà e all'insicurezza. Renato Brunetta: la flessibilità è come il fidanzamento «Qual è la maggiore difficoltà di fare impresa oggi in Italia? Direi la scarsa flessibilità del sistema»: comincia così la chiacchierata con Renato Brunetta, economista veneziano ed europarlamentare di Forza Italia 1. Ma flessibilità ormai sta diventando sinonimo di precariato. E allora? «Ecco, vede, l'errore è proprio qui. Precariato e flessibilità non sono la stessa cosa e le aziende non hanno alcun interesse a sviluppare il precariato.» Questa è bella: le aziende non hanno interesse al precariato? «Assolutamente no. Perché sul lavoratore precario non puoi fare nessun investimento in capitale umano. Non puoi fare formazione, non puoi in alcun modo fidelizzarlo. Insom- ma, non puoi impostare lo sviluppo dell'azienda, mentre è noto a tutti che la ricchezza principale di ogni impresa è costituita dai suoi uomini.» Veramente non tutti la pensano così. «Solo gli incolti. Troppa sinistra italiana e troppo sindacato sono ancora convinti che
nella Gran Bretagna della prima rivoluzione industriale. Ma sono passati un po' di anni da allora.» Ma i sindacati non sono d'accordo e la sinistra nemmeno. «Non è esattamente così. II centrosinistra non può dimenticare il suo passato, perché non dobbiamo dimenticare che il primo intervento che toglieva un po' di vincoli al mercato del lavoro era stato fatto da Tiziano Treu nel 1997 ai tempi del primo governo Prodi2. Maroni I Forza Italia è il nome del movimento politico fon- dato da Silvio Berlusconi nel 1994, confluito nel 2008 nella più ampia formazione del Popolo della Libertà (PdL). In quello stesso anno Brunetta è di- ventato Ministro per la Pubblica amministrazione e l'Innovazione del governo Berlusconi. 2 Brunetta si riferisce qui alla legge 196 del 24 giugno 1997 (•Norme in materia di promozione dell'occupazione"), approvata quando Tiziano Treu era ministro del Lavoro. Tale legge, a tutt'oggi nota come "pacchettoTreun, introduceva alcuni elementi di flessibilizzazione del lavoro, ad esempio istituen- do il lavoro interinale e i cosiddetti "co.co.co. • (con- tratti di collaborazione coordinata e continuativa, a cui si allude immediatamente dopo), trasformati dalla cosiddetta ulegge Biagi• del 2003 in contratti di lavoro a progetto (•co.co.pro. "). QI "O QI
QI i j I _
La necessità di
organizzarsi
Ma allora cos'è successo in questi anni, se anche economisti di grido individuano nella
precarietà del lavoro la panacea di tanti mali?
«Assistiamo a un fenomeno che dura da 20-25 anni e che ha avuto un'accelerazione negli
ultimi 5-10: la politica, che un tempo dettava le regole all'economia, almeno delineando-
ne la cornice di riferimento, oggi subisce palesemente la sua iniziativa. Anche gli impren-
ditori, che non possono non fare il loro tornaconto, riescono in questa situazione di de-
bolezza della politica a far credere che esso coincida con l'interesse generale della società.
Essi hanno imposto il loro vocabolario e la loro ideologia. La politica deve riprendere in
E i precari stessi cosa possono fare per tutelarsi?
«Organizzarsi, come fecero i lavoratori con i sindacati ai tempi della "rivoluzione indu-
striale". Negli stessi sindacati o in nuove forme organizzative. Bisogna combattere la di-
spersione: il precario è per definizione solo e perdente; vince se si associa a chi è nella sua
stessa situazione. Non è un caso che le aziende puntino a smantellare i contratti collettivi
di lavoro, fissati su base nazionale: l'individuo che deve contrattare da solo un posto di
lavoro è praticamente nelle mani dell'impresa.»
C'è anche qualcuno che dice che la precarietà non è sempre un male?
«Non credo. Nessuno, se potesse, accetterebbe ciò che essa impone. E cioè: una nuova
organizzazione della vita, del lavoro (sempre maggiore), del tempo libero (sempre più
ridotto), della vita familiare ( che spesso non può nascere) e sociale.»
Come evolverà la situazione?
«Secondo me ci sono buone speranze per un'evoluzione positiva: la sbornia liberista po-
trebbe presto passare. Il discorso pubblico è ancora dominato dalla retorica della flessibili-
tà, ma oggi c'è più accortezza e meno entusiasmo in giro. Mi auguro che una brutta fase sia
presto chiusa e che gli interessi degli imprenditori e delle grandi multinazionali possano
non predominare su quelli dell'intera comunità. Soprattutto quando c'è di mezzo, come
in questo caso, la dignità della vita umana.»
(C. Ocone, Le trappole della flessibilità. Gallino: «L'economia schiaccia la politica»,
da •n Mattino", 27 agosto 2006)
.
Perché, secondo Brunetta, la flessibilità è necessaria?
Perché, sempre secondo Brunetta, la flessibilità non va temuta?
Perché, secondo Gallino, il termine"flessibilità" è ambiguo?
A che cosa è dovuta, sempre secondo Gallino, la fortuna riscossa dalla nozione di "flessibilità"?