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Dispense del libro di Economia e managment
Tipologia: Dispense
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CAPITOLO 1 – ELEMENTI PROPEDEUTICI ALLO STUDIO DEL MANAGEMENT AZIENDALE
**1. Il problema economico
CAPITOLO 2 – L’ASSETTO ORGANIZZATIVO DELL’AZIENDA
**1. Aspetti introduttivi
CAPITOLO 3 – LA GESTIONE AZIENDALE
**1. Elementi introduttivi
1.1. L’impresa nell’attuale situazione di contesto 1.2. Le relazioni dell’impresa con i suoi stakeholders 1.3. La responsabilità sociale dell’impresa: aspetti evolutivi 1.4. Le determinanti dello sviluppo della responsabilità sociale d’impresa 1.5. La certificazione etica: un contributo allo sviluppo della responsabilità sociale d’impresa
Capitolo 1
Elementi propedeutici allo studio del management aziendale
1. Il problema economico
Parlare di azienda significa parlare di problemi economici e del modo più conveniente di risolverli. Un problema è economico ogni qualvolta si desidera soddisfare uno o più bisogni con il vincolo delle risorse scarse, la qualcosa impone una serie di scelte relative: a. alla gradazione dei bisogni, b. al razionale impiego delle risorse a disposizione (principio del minimo mezzo). Essendo i bisogni pressoché illimitati, a fronte di risorse limitate, emerge una netta discrasia che genera per l’appunto un problema economico, il quale spinge l’uomo ad ingegnarsi per cercare di massimizzare il proprio grado di soddisfazione compatibilmente con le risorse disponibili. Da qui il nascere dell’attività economica che si pone proprio come obiettivo il soddisfacimento dei bisogni umani. L’attività economica può svolgersi secondo modalità più o meno organizzate, alcune delle quali qualificabili come azienda. Ciò fa sorgere spontanea la domanda circa le caratteristiche che un organismo deve possedere per essere qualificato come azienda. Ed è proprio a tale domanda che ci accingiamo a rispondere.
2. La definizione del concetto di azienda
La scienze economico-aziendale, nel fluire del tempo, ha percorso un sentiero di sviluppo la cui evoluzione si è manifestata mediante l’accrescimento e approfondimento delle conoscenze, fondendo insieme passato, presente e proiezioni future. L’evolversi degli studi in campo scientifico ha comportato una parallela evoluzione nella definizione del concetto di azienda. Nella transizione del pensiero dottrinale da una posizione all’altra si è giunti, senza soluzione di continuità né drastiche inversioni di tendenza, a definire l’azienda come un <<sistema di forze economiche che sviluppa nell’ambiente di cui è parte complementare un processo di produzione o di consumo, o di produzione e consumo a favore del soggetto economico e di coloro che vi cooperano>>^1. Il sistema-azienda è considerato da Amaduzzi:
(^1) A. AMADUZZI, L’azienda nel suo sistema e nell’ordine delle sue rilevazioni , UTET, Torino, 1963, p. 20
Il primo aspetto chiama in causa la capacità dell’azienda di ricrearsi da sé attraverso processi di apprendimento continuo che divengono, nell’ottica proposta, la sorgente prima della sopravvivenza. In azienda le risorse principali sono, allora, quelle immateriali, intangibili, quali la cultura, le competenze distintive, la capacità di apprendimento continuo. Ciò implica un forte accento sul fattore umano quale fonte e destinatario dei processi di apprendimento. <<Ne deriva una visione dell’impresa quale sistema cognitivo, di tipo autopoietico, con caratteri di autoorganizzazione e di autoregolazione, che può essere definito solo in relazione a sé stesso, che funziona sulla base della propria conoscenza, che determina la propria organizzazione in modo autonomo rispetto ad interventi esterni, che è capace di riprodursi perpetuandosi “attraverso un processo di autocreazione” che, anche in situazioni di perturbazione ambientale, genera “sistematicamente le proprie componenti attraverso l’interazione” di quelle già possedute>>^3. Il secondo aspetto su cui preme soffermarsi è, come detto, la mancanza di scopo. In tal senso, l’azienda ha come unico obiettivo la sopravvivenza e non, come sottolineato dalla dottrina precedentemente richiamata, il soddisfacimento, diretto od indiretto, dei bisogni umani. Da ciò discende, secondo taluni, il venir meno della distinzione tra azienda di produzione ed aziende di consumo-erogazione. Infatti, non considerando più come criterio distintivo dell’azienda il soddisfacimento, diretto o mediato, dei bisogni, anche la correlativa distinzione delle aziende testé richiamata non ha più ragion d’essere. Tale concezione d’azienda ha suscitato non poche perplessità in diversi studiosi, tra i quali Podestà^4. Questi, rifacendosi alla nota teoria del valore di Guatri^5 ritiene che fine dell’impresa sia la creazione di valore, intesa come accrescimento del valore del capitale economico. Posta tale premessa egli analizza la più o meno elevata compatibilità del fine richiamato con la concezione sistemica dell’azienda. Considerare l’azienda un sistema significa spostare l’enfasi dai soggetti alle relazioni tra le componenti del sistema, relazioni per lo più di natura comunicativa che qualificano l’azienda come sistema cognitivo teso ad un continuo processo di apprendimento. Una volta inquadrata l’azienda nella prospettiva sistemica è necessario analizzare le conseguenze di tale inquadramento sul suo modo di operare. In tal senso è possibile individuare due versioni del comportamento sistemico: una debole e una forte. Nella prima si considera come obiettivo primario del sistema l’adattamento evolutivo all’ambiente. In tal caso non vi è necessità di conseguire l’obiettivo della creazione di valore per garantirsi la sopravvivenza.
(^3) L. D’AMICO, Profili del processo evolutivo negli studi di economia aziendale , Giappichelli, Torino, 1999, p.107. (^4) Cfr. S. PODESTA’, Valore e concezioni d’impresa , in Finanza, Marketing e produzione, n. 2, 1993. (^5) Cfr. L. GUATRI, La teoria di creazione del valore , Egea, Milano, 1991.
Nella versione forte, invece, l’accento è posto sulla autoreferenzialità ed autosviluppo dei sistemi cognitivi, con la conseguenza che il fine principe dell’impresa diviene il suo autosviluppo, ovvero la continua produzione di risorse cognitive, cioè di conoscenza. In tale ipotesi, la creazione di valore risulta una modalità attraverso cui l’impresa è in grado di autoriprodursi. Tali considerazioni spingono Podestà ad affermare che <<il concetto di sistema ci sembra più adatto a spiegare i fenomeni organizzativi interni all’impresa, piuttosto che la sua essenza economica>>^6. Egli, cioè, ritiene opportuno richiamare l’attenzione sulla componente umana, personale dell’azienda, come fulcro attorno a cui ruota l’attività aziendale, chiedendosi se non sia meglio applicare all’azienda una metafora sistemica più che una concezione sistemica ad un istituto nel quale l’innovazione non è tanto frutto del caso quanto delle iniziative imprenditoriali. <<Tale metafora – conclude l’autore – sarebbe certamente in grado di aiutare a comprendere gli assetti organizzativi che vengono adottati per gestire le crescenti e complesse relazioni fra i soggetti, a condizione che venga attribuita la precedenza alla razionalità soggettiva ed al finalismo ambientale, recuperati i quali l’obiettivo della creazione di valore torna ad essere l’essenza dell’impresa>>^7. La terza concezione di azienda che riteniamo meritevole di attenzione è quella proposta da Viganò il quale considera l’azienda <<una esistenza concreta, autonoma e duratura, composta da beni e persone legati da una coordinazione sistemica, aperta all’ambiente. Attua, con componente di rischio, processi economici di acquisizione, combinazione, scambio o erogazione di beni economici accrescendone l’utilità. La gestione, per operazioni e funzioni, si pone finalità varie e mutevoli nel tempo in relativa indipendenza anche dal soggetto economico, specifico e consapevole, che la governa. Tende all’efficienza e all’efficacia. Rispetta regole di condotta nel quadro normativo che ne regolamenta la forma giuridica>>^8. La novità dell’impostazione di Viganò sta nell’aver fornito un preciso elenco delle caratteristiche che dovrebbe avere un’azienda per essere qualificata tale. Gli elementi che, a nostro avviso, meritano un breve commento sono, oltre alla già citata mancanza di scopo, la presenza di atteggiamenti etici e una chiara regolamentazione giuridica. L’assenza di un agire etico, così come un non chiaro inquadramento giuridico, nella concezione proposta, precluderebbe l’acquisto della qualifica di azienda. Visto il modo di comportarsi di molti imprenditori e/o manager viene spontaneo chiedersi quante aziende, nell’ottica in questione, una volta radiografate nella loro dimensione etica, potrebbero continuare ad essere qualificate tali.
(^6) S. PODESTA’, op. cit ., p.27. (^7) S. PODESTA’, op. cit. , p.29. (^8) E. VIGANO’ , Il concetto generale di azienda , in E. VIGANO’ (a cura di), Azienda. Contributi per un rinnovato concetto generale , Cedam, Padova, 2000, p.674.
indeterminato, a prescindere dalle alterne vicende che interessano le sue componenti, prime fra tutte quella umana. In altri termini, l’azienda deve trovare in sé la forza di permanere sul mercato in modo economico, la qualcosa chiama in causa un altro importante elemento chiave di tale concetto, e cioè l’economicità. Essa indica la capacità dell’impresa di conseguire nel medio-lungo periodo un flusso di ricavi tale da garantire la copertura di tutti i costi sostenuti nonché una congrua remunerazione del capitale di rischio. L’economicità può essere vista come la sintesi di una serie di condizioni di funzionalità duratura tra loro interdipendenti quali: a) l’autosufficienza economica, intesa come attitudine dell’impresa a conseguire ricavi mediamente superiori ai costi sostenuti; b) l’efficienza, intesa come l’attitudine al miglior impiego delle risorse a disposizione; c) l’efficacia, intesa capacità di conseguire i propri obiettivi; d) l’equilibrio finanziario e monetario: il primo riguardante il rapporto tra le tipologie di investimenti e di finanziamenti, il secondo relativo alla dinamica delle entrate e delle uscite. Strettamente collegata all’economicità, ed in particolare, all’autosufficienza
economica è l’autonomia. Questa va intesa in senso esterno ed in senso interno.
In senso esterno l’autonomia indica la possibilità di definire le linee strategiche
dell’azienda senza forzature da parte di terzi. L’azienda deve, cioè, avere
autosufficienza economica nel medio-lungo periodo, e non necessariamente in
ogni istante, potendo essere smarrita nel breve termine, senza che ciò pregiudichi
l’equilibrio aziendale.
Dal punto di vista interno, l’autonomia sta ad indicare la parziale e non totale dipendenza dell’azienda dal soggetto economico, nel senso che la sua libertà nel definire gli indirizzi strategici deve incontrare un limite nella sopravvivenza dell’impresa. Il soggetto economico, quindi, non può spingere la propria discrezionalità sino al punto di assumere decisioni che possano portare alla disgregazione dell’organismo aziendale.
4. I criteri discriminanti delle diverse tipologie d’azienda
Esistono diversi criteri “oggettivi” per classificare le varie tipologie d’azienda.
Ciascuno di essi può servire ad approfondire e comprendere meglio le
problematiche aziendali ed i meccanismi che regolano il funzionamento delle
aziende.
In questo paragrafo prendiamo in considerazione quattro criteri fondamentali:
4.1. Il fine e l’oggetto dell’azienda
Il “fine” identifica le ragioni che muovono l’operatività aziendale, ovvero
l’obiettivo primario che l’azienda – o meglio, il suo soggetto – intende perseguire
attraverso lo svolgimento dell’attività medesima. L’“oggetto”, dal canto suo, fa
riferimento alla natura dell’attività economica che essa svolge. Per comprendere
le possibili classificazioni in base al fine e all’oggetto, è necessario approfondire
ulteriormente i concetti in discorso, descrivendo anche il processo evolutivo che
ha interessato l’oggetto ed il finalismo delle aziende, nel corso degli anni.
Un’attività può dirsi economica se risulta funzionale ad un processo di
consumo o di produzione e di scambio di beni economici, ossia di beni a cui
l’individuo attribuisce una data utilità economica in virtù del sacrificio che è
disposto a sostenere per soddisfare i suoi bisogni.
Lo svolgimento di questa attività comporta l’organizzazione e la gestione di
un’unità economica, ossia di un aggregato di persone e mezzi in continuo
mutamento. Le differenti attività svolte dalle singole unità economiche, sono
orientate al perseguimento di finalità specifiche. Ogni fine dell’impresa è
subordinato alle superiori finalità dell’uomo, che, mosso da varie motivazioni
identifica i mezzi e le modalità per conseguire i suoi obiettivi e soddisfare i suoi
bisogni. In quest’ottica, l’azienda trova il fondamento della sua esistenza nella
volontà di un soggetto, o di un gruppo di soggetti, che decidono di organizzare e
gestire un’attività produttiva per soddisfare esigenze sia di carattere economico
che psico-sociologiche.
È bene precisare, ad ogni modo, che alle finalità di tipo “soggettivo”,
rappresentate dalle aspettative e dalle aspirazioni del soggetto aziendale, si
affiancano finalità che potremmo definire di tipo “oggettivo”, riconducibili alle
problematiche legate al governo dell’azienda, e volte a garantirne la
sopravvivenza nel lungo periodo. Sono esempi di finalità “oggettive”: la
produzione di beni e servizi adeguati alle richieste del mercato, la realizzazione di
produce per il mercato rivolgendosi ai potenziali acquirenti ed offrendo loro
prodotti e/o servizi in grado di rispondere alle loro esigenze.
Per anni si è ritenuto che la massimizzazione del profitto potesse rappresentare
la finalità principale, o addirittura lo scopo esclusivo di un’impresa di successo.
Agli inizi degli anni ottanta, i cambiamenti continui e repentini nelle dinamiche
ambientali e nei gusti dei consumatori, richiamano l’attenzione delle imprese al
conseguimento di un vantaggio competitivo.
In questa rinnovata prospettiva, si modificano i contenuti del finalismo delle
imprese, al fine di tenere conto di ulteriori elementi, quali la crescente
complessità e la mutevolezza delle varabili interne ed esterne all’azienda.
L’obiettivo della massimizzazione del profitto di breve periodo viene sostituito da
quello della massimizzazione del valore dell’impresa, dove quest’ultimo è inteso
come grandezza volta ad esprimere il rapporto azienda-ambiente in un orizzonte
temporale di lungo periodo, in termini sia economico-finanziari che sociali.
La prospettiva di lungo periodo, l’interazione tra le forze economiche
disponibili (beni materiali, beni immateriali e persone) e l’ambiente,
rappresentano le variabili fondamentali alla base della creazione di valore per
l’azienda.
Un passaggio fondamentale, nel processo di creazione del valore, resta, in ogni
caso, la produzione di un reddito positivo, poiché con esso è possibile conciliare
gli obiettivi di tipo “oggettivo” con quelli di natura “soggettiva”. Infatti, il reddito
conseguito, se da un lato garantisce la sopravvivenza dell’istituto economico
(finalità oggettiva), che diversamente avrebbe difficoltà a rimanere sul mercato,
dall’altro è strumentale alla soddisfazione delle aspettative dei soggetti che,
direttamente o indirettamente, sono coinvolti nella realtà aziendale (finalità
soggettiva).
A tal proposito, il consenso da parte degli attori del sistema competitivo e degli
altri interlocutori sociali, spesso accompagnato da atteggiamenti di fiducia nei
confronti dell’organizzazione, facilita il reperimento, da parte dell’impresa, di
risorse finanziarie e non, indispensabili per l’avvio dell’attività economica. La
produzione e lo scambio di beni e servizi rispondenti alle attese degli attori del
sistema competitivo favoriscono, attraverso la valorizzazione delle competenze
distintive, il conseguimento del vantaggio competitivo da parte dell’impresa.
Quest’ultimo rappresenta la fonte primaria di ricchezza (reddito), che sarà in parte
reinvestita direttamente in un nuovo ciclo produttivo, ed in parte corrisposta agli
interlocutori sociali, sotto forma di dividendi, interessi, stipendi, ecc.
Vivificare questo circolo virtuoso significa, per un’impresa, attivarsi per
sviluppare processi aziendali in grado di incrementare la produzione di nuova
ricchezza impiegando altra ricchezza realizzata, in un’ottica di lungo periodo. Ciò
potrebbe comportare il sacrificio dei risultati economici di breve in vista di un
accrescimento di “valore” stabile e duraturo per l’azienda (funzione
autorigeneratrice) e per i soggetti (attori del sistema sociale e competitivo).
A motivo della maggiore attenzione prestata all’accrescimento del benessere
economico e sociale dell’ambiente circostante, le imprese assumono, oltre al
consueto ruolo economico, un ruolo più specificatamente sociale, legato ad
un’attività economica finalizzata al soddisfacimento delle aspettative dei diversi
stakeholder, azionisti e non.
In virtù della rinnovata concezione di valore, l’impresa è orientata alla
produzione di nuova ricchezza per il conseguimento e la massimizzazione
contestuale dei risultati di profitto, competitivi e sociali, in una prospettiva di
lungo termine. In quest’ottica, si rafforza il rapporto tra l’uomo e l’azienda,
alimentando il circolo virtuoso che conduce, parallelamente, al successo
dell’impresa ed alla costante soddisfazione dei bisogni umani.
Le aziende di erogazione (Stato, Regione, Provincia, famiglia, ecc.) hanno,
invece, come obiettivo principale e diretto il soddisfacimento dei bisogni ordinari
e straordinari espressi da un gruppo determinato di soggetti.
Tale fine è perseguito impiegando i mezzi in natura e/o monetari di cui
l’azienda dispone. Nel primo caso, il soddisfacimento dei bisogni avverrà
attraverso il consumo diretto dei beni (ad esempio, una sorgente d’acqua a
disposizione di una collettività). Nel secondo caso, l’unità di consumo provvederà
ad erogare direttamente i mezzi monetari necessari al soddisfacimento dei bisogni
di un individuo o di un gruppo di individui (si pensi, ad esempio, ai contributi
erogati dallo stato a classi di soggetti meno abbienti), o, eventualmente, ad
utilizzare tali mezzi monetari per acquisire beni che serviranno, in un momento
successivo, a rispondere alle necessità degli soggetti interessati (si pensi, ad
esempio, alla costruzione di una strada).
Per concludere l’analisi della classificazione delle aziende in base al fine ed
all’oggetto, è opportuno introdurre il concetto di azienda composta , o mista.
rappresentando il presupposto fondamentale per la realizzazione ed il
mantenimento di condizioni di equilibrio economico.
Il secondo criterio utilizzabile, a nostro avviso piuttosto riduttivo, ha carattere
essenzialmente giuridico. Esso si fonda sulla differenza, sancita dal nostro
ordinamento, tra le aziende for profit e non profit, riguardante la destinazione
dell’utile. In base a questo criterio, le aziende profit sono quelle che hanno la
possibilità di distribuire il risultato economico positivo prodotto al soggetto
aziendale. Le aziende non profit, invece, sono quelle che non possono distribuire
l’eventuale surplus economico prodotto.
L’ultimo criterio che ricordiamo in questa sede attiene alla finalità perseguita
dalle due tipologie di azienda. Secondo la logica in discorso, le aziende profit si
costituiscono ed operano con l’obiettivo primario di conseguire un profitto. Il
soddisfacimento dei bisogni di un gruppo più o meno ampio di soggetti
rappresenta una finalità strumentale a quella della creazione di ricchezza. Esse,
infatti, non nascono per soddisfare i bisogni espressi da un gruppo più o meno
ampio di individui, ma beneficiano dell’esistenza di una classe di bisogni da
soddisfare, trasformando questi ultimi in valore economico per il soggetto
aziendale. Diversamente, le aziende non profit nascono con la finalità immediata
di rispondere ai bisogni espressi da una data collettività, per iniziativa di soggetti
mossi da motivazioni di carattere sociale, umano, etico, religioso, ecc. Anche se il
profitto non rappresenta, per queste tipologie di azienda, il principale obiettivo, è
ad ogni modo auspicabile che l’azienda non profit si adoperi per realizzare una
gestione in grado di assicurare l’equilibrio tra i costi, che derivano dall’attività
economica svolta, ed i ricavi, o entrate, relativi alle contribuzioni volontarie (nel
caso, ad esempio, delle associazioni) o coercitive (nel caso, ad esempio, dei
contributi, tributi, tasse, ecc.), al fine di preservare una condizione di equilibrio
economico-patrimoniale soddisfacente.
4.2 La natura giuridica del soggetto aziendale
In base alla natura giuridica del soggetto aziendale distinguiamo:
soggetto giuridico e soggetto economico.
Il soggetto giuridico è il titolare dei diritti e degli obblighi derivanti dallo
svolgimento dell’attività economica.
Il soggetto economico ha potere di governo e di controllo dell’azienda,
attraverso la definizione delle scelte strategiche di fondo.
Definiamo azienda pubblica quell’organismo economico di <<diretta
pertinenza dello Stato e di altro ente pubblico>>^10 , il cui soggetto giuridico, vale a
dire il soggetto titolare di diritti e di obblighi derivanti dall’esercizio dell’impresa,
è una persona giuridica di diritto pubblico. La principale finalità di un’azienda
pubblica è quella di soddisfare i bisogni di una collettività di soggetti, dando
prevalenza all’interesse sociale rispetto alla logica economica del profitto.
Si definiscono, invece, aziende private , quegli organismi economici il cui
soggetto giuridico è un persona fisica, o una persona giuridica, di diritto privato.
In questa circostanza, il titolare dei diritti e degli obblighi non è più un ente
pubblico, bensì un soggetto o un ente privato.
Per quanto riguarda la distinzione tra aziende individuali e collettive , definiamo
individuali le aziende che hanno come soggetto giuridico una persona fisica, ed
aziende collettive quegli organismi economici il cui soggetto giuridico è costituito
da più persone fisiche o da una persona giuridica.
Sono esempi di aziende collettive le società di persone (società semplice,
società in nome collettivo, società in accomandita semplice) e le società di
capitali (società a responsabilità limitata, società per azioni, società in
accomandita per azioni).
Mentre le aziende individuali sono sempre private, diversamente accade nel
caso delle aziende collettive.
È, infatti, possibile che un’azienda di tipo societario, nella fattispecie una
società di capitali, considerata un’impresa privata data la sua forma giuridica,
risulti in realtà governata e controllata (soggetto economico) da un organismo
pubblico, come lo Stato o altro ente pubblico. In tal caso, ci troviamo di fronte ad
un’azienda pubblica. Essa è istituita con lo scopo di tutelare un particolare
“interesse pubblico”, espresso dalla collettività.
In definitiva, per qualificare un’azienda collettiva come pubblica o privata
occorre conoscere la natura giuridica del soggetto economico.
(^10) CASSANDRO P. E., Trattato di ragioneria, cit., p. 24.
In sostanza, le ragioni alla base della nascita di un’azienda divisa possono
essere molteplici. In primo luogo, ad esempio, potrebbero esistere motivazioni di
carattere finanziario o fiscale, generalmente legate a disposizioni normative
speciali volte a favorire lo sviluppo di zone territoriali svantaggiate. In
alternativa, potrebbero esistere motivazioni di natura tecnico-operativa,
riguardanti l’attività esercitata dalle varie filiali dell’azienda divisa. L’obiettivo
potrebbe essere quello di favorire la specializzazione per attività o per funzioni di
determinate sezioni dell’azienda.
4.4. L’attività svolta
Riprendendo la distinzione tra aziende di produzione ed aziende di erogazione,
identifichiamo, all’interno di ciascuna macroclasse, differenti tipologie in base al
criterio dell’attività svolta:
a) la macroclasse delle aziende di produzione comprende, al suo interno, le imprese che operano nel settore primario, le imprese che operano nel settore secondario, quelle che operano nel settore terziario e nel settore terziario avanzato; b) le aziende di erogazione possono distinguersi in aziende familiari, Stato ed altri enti pubblici, aziende composte pubbliche, e aziende “non profit”. Analizziamo brevemente ciascuna categoria, partendo proprio dalla
macroclasse delle aziende di produzione.
Appartengono al settore primario:
Il settore secondario comprende:
Il settore terziario include: