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EDIPO RE DI SOFOCLE Trama, Sintesi del corso di Cultura greco-latina

Riassunto dell'opera Edipo re di Sofocle. Trama e passaggi importanti

Tipologia: Sintesi del corso

2020/2021

Caricato il 01/06/2021

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gloria-selva-16 🇮🇹

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EDIPO RE, SOFOCLE
vv. 1-77
Prologo, sono davanti alla reggia di Tebe, davanti seduti dei giovani con in mano i rami d’ulivo e con loro
il sacerdote di Zeus e altri sacerdoti. Qui rappresentate le varie età. Il testo inizia con una domanda.
Chiama chi ha davanti figli e sembra un re paternalista. La città è piena di aria d’incenso, e di inni rivolti
ad apollo guaritore (peana). Edipo entra in scena con bellissimi abiti e dice anche il suo nome “Edipo”.
Da “vecchio” si capisce che il sacerdote è anziano. Il sacerdote, “sediamo ai tuoi altari”, ci fa capire che
davanti al palazzo di Edipo ci sono degli altari. Dice che i sacerdoti non sono tutti lì ma dice che altri
siano davanti ai due templi di Pallade, o nelle piazze o presso la cenere sulla riva dell’Ismeno. Allusione
poi all’enigma della sfinge, che affliggeva la città di Tebe ovvero punizione per la città, una sfinge
incantatrice, sterminava i tebani che passavano davanti a lei e che non risolvevano l’enigma. Soltanto
Edipo. Da quel momento in poi la sfinge sparisce e Edipo acquisisce il diritto di sposare la moglie del re
appena defunto e diventa re e avranno quattro figli. Il modo di parlare del sacerdote è un modo più
moderno di parlare ma anche qui si vede come alla scrittura antica piace parlare in modo allegorico ma
anche fare considerazioni di ordine generale. “Cos'è una torre, cos'è una nave che sia priva di uomini
che ci vivono dentro…” è una similitudine verso la situazione di pestilenza che stanno vivendo.
Interessante che il re risponda al popolo e al gruppo di giovani e non al sacerdote. C’è empatia dal
sovrano verso il popolo. Edipo è un capo di stato, capo paternalista che considera i suoi sudditi come se
fossero i suoi figli. Creonte è fratello di Giocasta moglie di Edipo. Aveva pensato di inviare il cognato a
Adelfi per interrogare il responso oracolare. La proaresis ovvero intenzione di un protagonista all’inizio
della tragedia, dichiara un’intenzione, lui ha carattere nel proporre e poi con coerenza la svolge.
Aristotele dice che questa è una tragedia perfetta dove il protagonista da subito esprime l’intenzione e
poi durante la trama si vede come con coerenza svolge l’idea avuta. Edipo come sovrano deve
proteggere e salvaguardare il suo ruolo. Lui si presenta come sovrano con piena responsabilità di doveri
e compiti. Aristotele nel sesto capitolo parla delle due emozioni che producono catarsi ed erano la pietà
e la paura. È appunto uscita nella prima parte della tragedia la pietà. Si pensava che la peste un tempo
aveva una causa, una colpa e un responsabile.
vv. 78-150
Il sacerdote dice che Creonte si avvicina. Didascalia relativa all’ingresso. Laio era il padre di Edipo ma lui
non lo sa perché convinto che i suoi genitori siano Polibo e Merope che lo hanno cresciuto. Verbo
“eidon” il verbo vedere. Alla fine di questa tragedia Edipo si accecherà. Diversi riferimenti alla vista. Con
la battuta “l’ho sentito, lo so ma non l’ho mai veduto” v. 105, è un’ironia tragica. Il racconto di Creonte,
Sofocle fa proseguire l’azione scenica con domanda e risposta, deve essere raccontato, un unico
testimone che fornisce una falsa testimonianza, Laio non si sa chi lo abbia ucciso anche se in realtà è
strano che nella realtà Edipo non lo sappia. Dopo la morte di Laio, la sfinge non aiutava ad indagare sulla
morte di Laio. Il sacerdote invoca il sacerdote Febo come salvatore dalla peste. Segue un linguaggio di
natura religiosa. Inno ad apollo, Zeus, Atena e Artemide ma anche Dioniso.
vv. 216-299
Edipo interpreta con errore la realtà, lui stesso s’inganna. Edipo non capisce ancora che sta parlando di
lui stesso, lui non si accorge e non conosce quello che è successo. Nominata dike ovvero la
personificazione della giustizia. il coro al verso 284 dice a Edipo di parlare con il dio Tiresia al pari di
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EDIPO RE, SOFOCLE

vv. 1- Prologo, sono davanti alla reggia di Tebe, davanti seduti dei giovani con in mano i rami d’ulivo e con loro il sacerdote di Zeus e altri sacerdoti. Qui rappresentate le varie età. Il testo inizia con una domanda. Chiama chi ha davanti figli e sembra un re paternalista. La città è piena di aria d’incenso, e di inni rivolti ad apollo guaritore (peana). Edipo entra in scena con bellissimi abiti e dice anche il suo nome “Edipo”. Da “vecchio” si capisce che il sacerdote è anziano. Il sacerdote, “sediamo ai tuoi altari”, ci fa capire che davanti al palazzo di Edipo ci sono degli altari. Dice che i sacerdoti non sono tutti lì ma dice che altri siano davanti ai due templi di Pallade, o nelle piazze o presso la cenere sulla riva dell’Ismeno. Allusione poi all’enigma della sfinge, che affliggeva la città di Tebe ovvero punizione per la città, una sfinge incantatrice, sterminava i tebani che passavano davanti a lei e che non risolvevano l’enigma. Soltanto Edipo. Da quel momento in poi la sfinge sparisce e Edipo acquisisce il diritto di sposare la moglie del re appena defunto e diventa re e avranno quattro figli. Il modo di parlare del sacerdote è un modo più moderno di parlare ma anche qui si vede come alla scrittura antica piace parlare in modo allegorico ma anche fare considerazioni di ordine generale. “Cos'è una torre, cos'è una nave che sia priva di uomini che ci vivono dentro…” è una similitudine verso la situazione di pestilenza che stanno vivendo. Interessante che il re risponda al popolo e al gruppo di giovani e non al sacerdote. C’è empatia dal sovrano verso il popolo. Edipo è un capo di stato, capo paternalista che considera i suoi sudditi come se fossero i suoi figli. Creonte è fratello di Giocasta moglie di Edipo. Aveva pensato di inviare il cognato a Adelfi per interrogare il responso oracolare. La proaresis ovvero intenzione di un protagonista all’inizio della tragedia, dichiara un’intenzione, lui ha carattere nel proporre e poi con coerenza la svolge. Aristotele dice che questa è una tragedia perfetta dove il protagonista da subito esprime l’intenzione e poi durante la trama si vede come con coerenza svolge l’idea avuta. Edipo come sovrano deve proteggere e salvaguardare il suo ruolo. Lui si presenta come sovrano con piena responsabilità di doveri e compiti. Aristotele nel sesto capitolo parla delle due emozioni che producono catarsi ed erano la pietà e la paura. È appunto uscita nella prima parte della tragedia la pietà. Si pensava che la peste un tempo aveva una causa, una colpa e un responsabile. vv. 78- Il sacerdote dice che Creonte si avvicina. Didascalia relativa all’ingresso. Laio era il padre di Edipo ma lui non lo sa perché convinto che i suoi genitori siano Polibo e Merope che lo hanno cresciuto. Verbo “eidon” il verbo vedere. Alla fine di questa tragedia Edipo si accecherà. Diversi riferimenti alla vista. Con la battuta “l’ho sentito, lo so ma non l’ho mai veduto” v. 105, è un’ironia tragica. Il racconto di Creonte, Sofocle fa proseguire l’azione scenica con domanda e risposta, deve essere raccontato, un unico testimone che fornisce una falsa testimonianza, Laio non si sa chi lo abbia ucciso anche se in realtà è strano che nella realtà Edipo non lo sappia. Dopo la morte di Laio, la sfinge non aiutava ad indagare sulla morte di Laio. Il sacerdote invoca il sacerdote Febo come salvatore dalla peste. Segue un linguaggio di natura religiosa. Inno ad apollo, Zeus, Atena e Artemide ma anche Dioniso. vv. 216- Edipo interpreta con errore la realtà, lui stesso s’inganna. Edipo non capisce ancora che sta parlando di lui stesso, lui non si accorge e non conosce quello che è successo. Nominata dike ovvero la personificazione della giustizia. il coro al verso 284 dice a Edipo di parlare con il dio Tiresia al pari di

Apollo. Tiresia è un indovino e come quasi tutti gli indovini è cieco. Edipo ancora prima pensava di consultarsi con Tiresia. Il corifeo con una didascalia scenica introduce l’entrata di Tiresia. vv. 300- Primo episodio con un capovolgimento del comportamento da prima ad ora con Tiresia. Verbi del vedere e del conoscere (da sottolineare). Quando Edipo si scoprirà colpevole perché ha seguito conoscenze non buone si accecherà, preferisce togliersi la vista ingannevole per poter comprendere meglio ciò che ha sempre visto ma mai compreso. Tiresia da non vedente ha accesso alla verità. Quando c’è un piccolo monologo, il personaggio termina con una sentenza o una frase di carattere generale. È per dare uno stop e far capire all’altro attore di iniziare la sua battuta. V. 325 Tiresia con …- fa capire che sta per uscire di scena ma Edipo lo sta trattenendo. Inizia uno scontro tra due caratteri molto forti. Tiresia sa quanto pesa la verità E non vuole rivelare a Edipo la verità vista la sua posizione dare. Tiresia è molto fermo nella sua posizione ma Edipo si scaglia facilmente. Il re è sovrano e si aspetta, che quando venga chiesta una cosa ad una divinità, che egli ubbidisca. Edipo ha una reazione impulsiva, provoca Tiresia e lo accusa di essere il mandante nonché esecutore dell’omicidio. Tiresia sentendosi attaccato, dice una parte di quella verità, tanto che Edipo si stupisce e chiede con quale sfrontatezza gli venga lanciata l’accusa. Edipo ancora non capisce cosa gli voglia dire Tiresia, e allora lui ribadisce che, la persona che il re sta tanto cercando come omicida di Laio, è lui stesso. Edipo di fronte a queste parole di Tiresia che pensa siano oltraggiose, pensa la macchinazione di un colpo di stato, e pensa che dietro all’indovino, che pensava appunto che non volesse prendere il suo posto al trono, ci sia dietro il fratello della moglie ovvero Creonte. Edipo è convinto di riconoscere tutti i fili di questa trama. Quindi un collegamento tra Tiresia e Creonte. Edipo, quindi, dice in un lungo monologo, che il profeta dice le cose solo quando ne ha profitto e che dietro di lui c’è chi (Creonte) vuole rubargli il trono, inoltre qui Edipo racconta che fu l’unico a risolvere l’enigma della sfinge pur non sapendo nulla. Tiresia risponde a tono dicendo che lui non è servo del re ma di apollo, che il re ci vede, ma non sa né in quale sciagura si sta trovando, né dove abita e tanto meno con chi. Gli chiede quindi se almeno sappia da chi è nato. Si può dire che qui la tragedia sia già finita perché il colpevole è stato trovato ma in realtà la storia prosegue. Tiresia, in seguito, rimarca le parole rivolte alla maternità e paternità di Edipo, infatti, quest’ultimo chiede di dirgli chi siano i suoi genitori. Riguardo alla genitorialità era un punto debole, lui racconterà che si dice che un giorno a Corinto, Edipo incontrò una persona ubriaca che mette in dubbio che i re di Corinto siano i suoi veri genitori allora lui andò da Apollo a Delfi per chiedere un oracolo, e nel ritorno vuole allontanarsi da Corinto Perché l'oracolo gli disse che avrebbe ucciso il padre. Allora va verso Tebe e lì incontra un vecchio che gli ostruisce la strada. Tiresia al verso 444 dice “e tu accompagnami ragazzo”, qui conferma così come le iconografie su questo profeta che lui cammina accompagnato da un giovane fanciullo essendo cieco, il ragazzo è personaggio muto nella scena. Tiresia dice a Edipo che è nella reggia dove vive l’assassino che scoprirà di essere un vero nativo di Tebe perché fratello dei suoi stessi figli essendo che è figlio ma anche marito della donna che lo ha messo al mondo e del padre l’uccisore. La verità non gli farà comodo perché diventerà povero e cieco. Tiresia, inoltre, gli dice che mentre rientrerà a palazzo di pensare a quello che il profeta gli disse. Ossimori “fratello dei suoi figli ma anche padre, figlio e marito di colei da cui nacque e compagno di letto ma anche assassino del padre”, associazioni tra di loro impossibili, qualcosa di inimmaginabile. Profezia molto inquietante.

preda all’ira gli diede una bastonata, il vecchio cadde a terra e fu travolto da un carro. Edipo qui ancora è convinto di essere figlio dei genitori adottivi e non dello stesso Laio l’uomo che uccise. Il corifeo dice che però c’è ancora una speranza da parte del testimone. Si sta introducendo la questione della falsa testimonianza. Perché Edipo l’unico che risolse l’enigma della sfinge, nonché marito della regina per difendere la posizione potrebbe testimoniare il falso. Si scopre poi che il pastore a cui spettava gettare quel bambino dai piedi legati dalla rupe, in realtà si commosse e non lo fece e diede in affidamento il bambino ad un altro pastore a Corinto. E quest’ultimo diede il bambino al sovrano ovvero Polibo che non riusciva ad avere figli. vv.863- Secondo stasimo. Brevità, c’è solo una doppia successione di strofe antistrofe ovvero due coppie strofiche con strofe e antistrofe. Giustizia che capeggia e poi un biasimo e atteggiamento critico di chi pecca nella dismisura. Forse un messaggio da parte dello stesso poeta sulla giustizia. vv.911- Terzo episodio. Giocasta esce dal palazzo con sacrifici per fare un’offerta ad apollo. Ci fa riflettere sul suo carattere e sulla sua religiosità che sembra più superstiziosa che veramente religiosa. Un minimo di richiesta mercantile io ti offro qualcosa ma tu in cambio dai la liberazione al popolo dalla peste. Durante il viaggio incontra un messaggero che proviene da Corinto. Il messaggero cercherà di rassicurare Edipo, che sarebbe potuto tornare a Corinto e avrebbe commesso un atto scempio ma il messaggero lo rassicura dicendogli che merope Polibo non sono i suoi genitori di sangue. Dicendogli questo Edipo inizia a pensare e cade in una depressione. Nel momento prima dell’arrivo del messaggero siamo nella prima parte della scena del frammento di vaso. (scheda di presentazione di Edipo re). v.950 bisogna immaginare che ci sia stata una pausa dove gli attori hanno fatto qualcosa affinché Edipo possa uscire di scena ed entrare l’ancella. Ironia tragica della scena dove Giocasta e Edipo negano la voce del messaggero ovvero che Polibo è morto a Corinto. Dramma della non conoscenza di Edipo che sta emergendo. La domanda “quindi non mi ha generato Polibo?”. Osservazione sul figlio adottivo come un dono per genitori che non possono avere figli anche se non di sangue è come se fosse loro figlio. La genitorialità adottiva è al pari di quella di sangue. Il messaggero Nunzio racconta la storia del ritrovamento di Edipo da piccolo. Edipo chiede chi è il pastore che gli diede in braccio Edipo piccolo. E il messaggero dice che era uno della casa di Laio. Il coro risponde, che potrebbe essere il contadino che poco prima andarono a chiamare da parte di Giocasta. Giocasta alle spalle del marito ha le mani congiunte e il viso abbassato perché lei ha capito dal racconto che l’uccisore è il marito stesso. Infatti, lei dice al marito di dimenticarsi di quell’uomo, ma Edipo vuole sapere da chi proviene veramente. Giocasta sa tutta la verità ma non riesce a guardarla in faccia, mentre Edipo ancora non sa nulla. Giocasta sa che Edipo è suo figlio che ha generato con Laio e che ora è suo marito. Giocasta entra a palazzo, il luogo dove a breve accadranno cose bruttissime. Edipo è determinato a cercare la verità e non la teme. Il fatto di provenire da un’umile origine è un tema ricorrente. Perché lui figlio di un pastore e di una regina. vv. 1086- Fine del terzo episodio. Inizio quarto episodio. Abitanti anziani di Tebe si pongono delle domande sul padre di Edipo. Edipo stesso darà la didascalia d’ingresso del messaggero da Corinto. Il contadino è accompagnato da servi di Edipo. Ci tiene a sottolineare che lui ha vissuto nella casa di Laio e non era uno schiavo esterno. Edipo chiede al contadino se ha mai visto l’uomo che arriva da Corinto e il contadino fa

finta di non capire o di non vedere. Il servitore di Laio non vuole parlare. Il servo racconta quindi come ha ricevuto il bimbo Edipo, dicendo che glielo affidò uno della casa di Laio. Il servo dice che è stata Giocasta a darglielo, perché voleva che lo uccidesse dopo averlo generato, dopo l’oracolo sulla possibile morte del padre e il matrimonio con la madre. Edipo, quindi, capisce tutto e Edipo entra nel palazzo. Questa è la fine della complicazione scenica perché da qui Edipo non sarà più lo stesso infatti invoca la luce, che lo ha ingannato vedendo una realtà falsa. Edipo ha compiuto il vaticinio di apollo perché era destino che il figlio uccidesse il padre. Aristotele riconosce questa tragedia come la tragedia perfetta perché la tragedia perfetta deve muovere l’emozione di pietà e paura. vv. 1186- Quarto stasimo ed esodo. Riflessione finale sulla sorte di Edipo. Edipo sembrava essere il prototipo del successo ma tutto gli si è rovesciato. Il coro insiste sulla questione incestuosa ma inconsapevolmente fatta. “Chiudere gli occhi” prendere riposo, oppure nella morte. Un servo racconta cos’è successo dentro il palazzo, quindi, cos’è successo fuori scena. Linguaggio piuttosto aulico, tipico dei messaggeri. Lui sta preannunciando il suicidio di Giocasta e l’accecamento di Edipo come autopunizione. L’arte dei fuori scena che attraverso le descrizioni ci fanno capire cosa è successo. Narrazione molto dettagliata, fermare l’attenzione sulla funzione drammaturgica. Il dolore per Edipo è troppo pesante quindi si acceca e si auto esilia. Una didascalia dà l’indizio del rumore della porta che si apre. Qui c’è molto patos, ma si è incerti se definirlo paura o pietà. Edipo appare con il volto insanguinato e arranca. qui si conclude con una prima sezione, la seconda inizia quando Edipo torna in scena e poi ce ne sarà una terza dove arriverà anche Creonte. Creonte ha sempre voluto stare in un potere secondario ma senza volerlo si ritrova a poteri più elevati. Creonte dice che sta venendo in pace, Edipo chiede a Creonte di esiliarlo, e Creonte agisce in ossequio anche ad degli oracoli. Edipo dice a Creonte che dei figli maschi non deve fare conto ma diversamente deve fare con le figlie femmine, inoltre dice che lascia scegliere a Creonte il luogo di sepoltura della sorella e di lasciare Edipo tra le montagne così come dice il suo destino. La guerra fra i due figli di Edipo, appena il padre non era più sovrano, dovevano alternarsi al potere, Teocle e Polimice. Polimice per reclamare il diritto del trono che il fratello Teocle non voleva dargli, si allea con sovrano di argo di cui sposa la figlia e va in armi contro il fratello. I due fratelli si uccidono a vicenda nello stesso momento. Nella tragedia di Antigone si assiste alla sorte dei cadaveri dei due fratelli. Creonte, quindi, deve prendere di nuovo il potere e far fronte a una guerra civile tra due fratelli. Teocle avrà una cerimonia di sepoltura invece il fratello sarà considerato traditore e non può seppellito e deve essere lasciato in pasto alle bestie selvatiche. Antigone la sorella, rifiuta questa cosa e quindi getta un po’ di sabbia sul corpo del fratello per dare sepoltura anche al fratello. Antigone condannata a morte dallo zio per aver commesso questo atto di pietà. Cultura maschilista, perché ad un sovrano importavano i figli maschi ma qui invece Sofocle fa provare tanta tenerezza da Edipo verso le figlie femmine. Edipo non si perdona che i suoi stessi figli siano nati dalla sua stessa madre. Edipo, Creonte e le figlie rientrano a palazzo quindi un’uscita di scena. Il coro poi conclude spiegando dell’imprevedibile sorte di Edipo. vv.1422-1525. Con le nuove condizioni, vedremo una trasformazione di comportamento e di rapporto tra Edipo e Creonte. Versi finali dell’esodo della tragedia. Gli attori non cambiavano maschere, ogni attore ha la sua maschera che lo identifica. La maschera di Edipo ha avuto una trasformazione con l’aggiunta, magari, del sangue. C’era un probabile segno legato alla cecità. Si vede il peso della coscienza di aver peccato, che nel mondo antico non ha perdono. Si apprezza la magnanimità di Creonte che non imperversa contro Edipo alla conclusione della vicenda.