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Analisi, introduzione e spiegazione delle tragedie di Sofocle: Edipo Re e Antigone.
Tipologia: Sintesi del corso
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Introduzione Sofocle muore nel 405, a 90 anni. Viene lodato da Frinico e Aristofane, elemento raro per i poeti comici del V secolo. Sofocle godette sempre di grande stima, fin dalla sua prima rappresentazione nel 468. Si comportò sempre da perfetto cittadino ateniese rivestendo molti incarichi pubblici (fu stratego due volte). Le fonti attestano anche la sua grande religiosità. La sua produzione fu copiosa, ma oggi ci rimangono solo 7 sue opere. Scrisse drammi satireschi, anche se al centro si trovò sempre la tragedia. Punto fondamentale del teatro tragico sofocleo fu l’EROE. L’uomo solo che, trovandosi costretto ad affrontare il suo destino, sceglie di farlo nel modo più nobile possibile, senza indietreggiare nemmeno davanti alla morte. Vediamo molti suoi personaggi condannati a pagare un prezzo altissimo sia per delitti compiuti volontariamente sia per errori commessi involontariamente (Aiace, Antigone). L’Antigone venne messa in scena nel 442 ripartendo da dove si era fermata la tragedia eschilea dei Sette contro Tebe. Vinse il primo premio. La tragedia si apre con la relazione di Antigone alle leggi emanate da Creonte, re di Tebe. Antigone disubbidisce alla legge per seppellire il fratello Polinice, ma viene vista da una guardia e viene condannata a essere sepolta viva. Antigone, impossibilitata di salvarsi (contrapposizioni leggi famigliari-statali) nonostante sia la fidanzata del figlio di Creonte, si suicida impiccandosi in prigione. Questo atto genera altro dolore. Il fidanzato si suicida e per il dolore anche la madre Euridice, Creonte quindi rimane solo nel suo dolore. La tragedia più celebre è l’Edipo re (eroe tragico per eccellenza), rappresentato intorno al 425. Non ottenne grande successo. I personaggi che agiscono sulla scena (Edipo e Giocasta) cercano una persona (assassino di Laio) che non conoscono (Edipo), mentre gli spettatori sì. Questa costruzione mantiene vivo l’interesse del pubblico, che non è più rivolto alla ricerca dell’assassino, ma a come l’investigatore giungerà alla soluzione. Questo porta il detective a scoprire di essere l’assassino, che l’uomo ucciso era suo padre e che sua moglie in realtà è sua madre. L’ultima tragedia di Sofocle è l’Edipo a Colono, che si conclude con una morte misteriosa di Edipo, senza rumore o dolore, quasi a simboleggiare un risarcimento alle sofferenze patite. Sofocle non assiste alla messa in scena. Infatti, venne rappresentata postuma (405/401). Sofocle fu autore, attore, musicista e ballerino. Lampro fu suo maestro. A Sofocle vengono attribuite tre importanti innovazioni: L’aumento del numero di coreuti (da 12 a 15) [in questo modo il corifeo poteva staccarsi e dialogare più facilmente con gli attori); L’introduzione del terzo attore [maggiore vivacità nelle scene]; La rinuncia all’obbligo di mettere in scena ogni anno una tetralogia “legata” [questo rese possibile concentrare l’attenzione dei poeti sul protagonista del dramma, sul singolo personaggio, sul singolo eroe]. Sofocle scrisse due trattati. Uno sul coro e l’altro sulla scenografia. Sofocle morì poco prima della disfatta di Atene. Pochi anni dopo infatti gli Spartani ebbro la meglio. Sofocle probabilmente sapeva che con la sua morte sarebbe finita anche la grande produzione tragica ateniese. Un esempio è il fatto di aver fattore recitare vestiti a lutto gli attori (406) una volta appresa la notizia della morte di Euripide, come a dire che con loro moriva anche la tragedia. Edipo re Nel prologo Edipo è rappresentato al culmine della sua potenza: divenuto sovrano di Tebe per aver risolto l’enigma della Sfinge, egli regna da anni sulla città, che ha goduto di un lungo periodo di prosperità. Quando esce dalla reggia per pronunciare i versi iniziali della tragedia Tebe è sconvolta da una violenta pestilenza e la gente chiede aiuto. Creonte, cognato di Edipo, fratello della moglie Giocasta, chiede aiuto all’oracolo di Delfi e il responso è: la peste cesserà quando l’assassino di Laio sarà esiliato dalla città. La vicenda diventa simile a un romanzo giallo. Edipo è impegnato in prima persona, ma gli spettatori già conoscono la soluzione conoscendo il mito. Edipo potrebbe scoprire subito la soluzione se ascoltasse l’indovino Tiresia. Edipo, messo davanti alla verità, si rifiuta di crederci e
caccia Tiresia. Il rapporto Edipo-Creonte è sempre più aspro e solo grazie a Giocasta questo non sfocia in rissa. Una delle parti più lunghe e importanti della tragedia è il dialogo Edipo-Giocasta, nel quale i due si confessano le reciproche esperienze oscure (Giocasta abbandona suo figlio perché destinato a uccidere il padre, Edipo che scappa dalla casa che genitori “adottivi” perché destinato a uccidere il padre). I due non capiscono ancora il legame di parentela che li lega. Giunge un messaggero e annuncia che il padre “adottivo” di Edipo è morto. Dopo un momento di allegria (oracolo non giusto), Edipo capisce che non si trattava del suo vero padre. Giocasta a questo punto capisce il legame che li unisce. Giocasta è sconvolta e si ritira nella reggia. Edipo scopre la verità. L’esodo suggella la vicenda: un secondo messaggero esce dal palazzo reale riferendo al coro dei vecchi tebani che Giocasta si è impiccata per la vergogna e che, alla vista del cadavere, Edipo si è accecato con le spille d’oro che adornavano le sue vesti. Divenuto re, Creonte salva la città dalla pestilenza scacciando Edipo, l’assassino di Laio, da Tebe. Analisi Vedi appunti Lezione 9- Frasi “Cos’è una torre, cos’è una nave che sia priva di uomini che ci vivano dentro…” “Si trova quel che si cerca, sfugge quel che si trascura”. “Chi non ha paura di agire, non si spaventa per delle parole”. “Soccorrere un uomo, sin dove è possibile e con tutti gli strumenti che si hanno, è la più nobile delle fatiche”. “Terribile cosa è il sapere se non giova a colui che sa!” “Scacciare un amico fidato è come scacciare da sé la vita, che è il bene più prezioso”. “Bene non pensa che pensa troppo in fretta”. “L’arroganza genera i tiranni”. “E che mai dovrebbe temere l’uomo che è esposto ai capricci della sorte e nulla può prevedere di sicuro? È meglio vivere alla ventura, come a ciascuno riesce”. “Oh razza dei mortali quanto simile sei al nulla”. “Come vorrei che tu non avessi dovuto sapere!” “Bella al tempo suo è ogni cosa”. Antigone Antigone è una delle più antiche tragedie di Sofocle. Gli Ateniesi, dopo averla vista in scena, vollero Sofocle come loro rappresentante politico. Temporalmente ci collochiamo dopo lo scontro fratricida tra Polinice ed Eteocle, entrambi figli di Edipo, nel frattempo morto (Edipo a Colono). Ci troviamo in una Tebe desolata per la guerra. Dopo la morte di entrambi i fratelli, il re di Tebe è diventato Creonte. [Creonte era già stato re dopo la morte di Laio fino all’arrivo di Edipo e dopo l’esilio di Edipo fino alla cessione del titolo ai due figli maschi del cognato-nipote]. Nel prologo della tragedia, Antigone rivela ad Ismene (le due figlie di Edipo e Giocasta) il primo editto di Creonte come sovrano. Creonte ha deciso che Polinice rimarrà senza sepoltura in quanto ha combattuto contro la sua patria, come esule e negli schieramenti della città di Argo. Antigone non lo accetta. Ismene ha paura dello zio, mentre Antigone è pronta a sfidarlo.
“È impossibile conoscere di un qualsiasi uomo, e animo e pensiero e saggezza, se prima non si è messo alla prova negli atti del comando e del far leggi”. “A me ora sembra che sia pessima guida della città chi non si attenga alle decisioni più convenienti, ma per qualche paura tenga chiusa la bocca. E ancora disprezzo chi antepongo un amico alla patria”. “La speranza di guadagni spesso perde l’uomo”. “Non c’è cosa per gli uomini, che sia più perniciosa del denaro. Distrugge la città, esilia gli uomini delle loro case, convince e seduce menti oneste a compiere azioni vergognose. Insegna agli uomini ogni infamia e a piegarsi ad ogni sacrilegio”. “Molte cose mirabili esistono. Nessuna è più prodigiosa dell’uomo”. “Seppure dotato oltre ogni speranza del sapere dell’arte nel quale è saggezza, l’uomo ora si volge al male ora si volge al bene”. “Ma senza patria è l’uomo troppo temerario in cui alberghi il male. Mai ospite sia del mio focolare chi agisce così, e mai il suo pensiero sia il mio”. “Nella vita dei mortali nulla di troppo grande entra senza sventura. Perché l’errabonda speranza per molti uomini è bene, per molti invece inganno di vana bramosia”. “E allora figlio mio non rinunciare mai alla saggezza per il piacere di una femmina”. “Non esiste città che sia di un uomo soltanto” “La città non è di chi la governa?” “Tu, da solo, regneresti bene su una terra disabitata”. “Non la ricchezza, non Ares, non le torri, non le fosche navi percosse dal mare: nulla può sottrarsi al destino”. “Quando l’uomo perde ogni gioia, io non lo vedo più come un vivo, lo penso come un morto che respiro. Ma sì, fatti ricco nella tua casa, se ti piace, e vivi con lo sfarzo di un tiranno, ma, se ciò non dà gioia, io non lo comprerei nemmeno per un’ombra di fumo, in confronto alla felicità”. “Agli uomini dimostrando come sia la stoltezza il peggiore dei mali per l’uomo”. “La saggezza è di gran lunga la prima fonte della felicità. Mai commettere empietà verso gli dèi! Le grandiose parole dei superbi, ripagate da grandi sventure, insegnano alla vecchiaia la saggezza”.