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edipo re di Sofocle
Tipologia: Guide, Progetti e Ricerche
Caricato il 31/05/2016
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CORO di vecchi tebani TIRESIA GIOCASTA MESSAGGERO SERVO di Laio NUNZIO
Folla di supplici tebani. Servi di Edipo. Un ragazzo, guida di Tiresia. Ancelle di Giocasta. Antigone e Ismene bambine.
La scena è in Tebe, davanti alla reggia di Edipo. Sono visibili altari, e un'effige di Apollo.
Edipo parla ai supplici che gremiscono la soglia del palazzo.
Creature, carne in cui Cadmo antico vive! Che è questo posarvi, inerti, qui da me, nel cerchio delle fronde, simbolo implorante? Tebe è carica di fumi, impasto di preghiere, di singhiozzi. Io sono retto: non da diverse labbra udrò le cose, creature. Vengo io. Eccomi: Edipo leggendario, polo di voi tutti. ( Al Sacerdote di Zeus ) Vecchio, chiarisci - sei tu la loro lingua, bravo interprete - che v'inchioda in questa posa: ansia, struggimento? Sta' certo, mi protendo a tutto io, per impulso mio. Sarei ottuso con la sofferenza, a non curvarmi palpitando sulla vostra inerzia.
Ah sì! Edipo, che impugni la mia Tebe, tu vedi gli anni nostri, noi aggrappati ai tuoi rialzi sacri: chi con ali inermi ai grandi spazi, ancora, chi con addosso il piombo dell'età. Noi siamo sacerdoti: io appartengo a Zeus. E questi, poi, scelta adolescenza. L'altra folla è irrigidita, sulle piazze. Cerchio di fronde. O là, tesi all'uno, all'altro santuario della dea, e alla cenere veridica d'Ismeno. Tebe - tu lo vedi - altalena sugli abissi, ormai, non ha forza, soffoca, là sotto! Macabra altalena! È agonia di petali - frutti chiusi - sulle zolle. Agonia di mandrie, bestie sui poderi. Di seme che non vive nelle donne. È il dio arroventato che, piombando, frusta Tebe. È Contagio, nemico sanguinario. Smagrisce il paese di Cadmo: buio Nulla ingrassa di singhiozzi, e lutti. Non sei all'altezza degli dèi, no, no. Non per questo ci aggrappiamo ai tuoi bracieri, io e i giovani che vedi. Ma noi scorgiamo in te l'eroe, il primo, nelle cadenze della vita, nelle svolte volute dai Potenti. Tu toccasti l'abitato di Cadmo, e subito sperdesti la quota che noi offrivamo alla ferrea, ritmica voce. Tutto senza schiarimenti nostri, proprio, senza scuola: fu mano benevola di dio. Noi diciamo, convinti, che la vita ci hai rimesso in rotta! Anche oggi, Edipo - volto che per noi sei tutto - siamo qui, ci vedi, folla protesa, a chiederti difese, non importa quali: forse percependo, tu, sovrumane voci, o scienza, da una fonte d'uomo. Ah, lo so bene: vividi successi, anche di semplici consigli, per chi ha sperimentato tutto. Fiore dei viventi, rimetti in rotta Tebe! Curala, da adesso! Senti, questa gente continua a dirti uomo del miracolo, per il caldo slancio tuo d'allora. Ah no, non voglio che i racconti nostri del tuo regno siano di noi rimessi in rotta salda, poi colati a picco. Raddrizza Tebe, fa' che non barcolli! Fu presagio di festa, quel giorno, e ci ridesti occasione di vivere. Devi ripeterti, oggi. Se sarai capo, ancora, del paese, come adesso domini, meglio dominio popoloso, non svuotato. Non hanno senso scafo, baluardo deserti d'uomini, senza interna vita.
Piango con voi, figli. Conosco, non è incognita per me la febbre che vi spinge qui. E decifra, Edipo, tutto: che malati siete, tutti voi, e con voi nel male, anch'io... no, non c'è là in mezzo a voi malato quanto sono io. Ah sì , la vostra è fitta che aggredisce uno, solo lui, se stesso. Non dilaga. Ma io no. La mia anima è tutta un pianto, per Tebe, per me, per te. Vedi, non siete voi, adesso, a scuotermi da beati sogni. Lacrimo da tanto, ve lo dico; da tanto scorro strade, brancola il cervello. Ho studiato tutto, io. E so una terapia, nessun'altra. L'ho applicata già. Eccola: Creonte, di Meneceo, il cognato, va su mio comando alle magiche sale di Febo. Deve farsi dire il gesto, o la parola, con cui faccia scudo, io, alla mia gente. Ma già confronto i giorni, calcolo tempi, e m'angoscia l'esito del viaggio: eh sì , mi pare assenza strana, che supera i limiti del tempo. Arriverà, arriverà. E allora sarà colpa mia, solo mia, se non concreterò le scelte, fino in fondo, che dio limpidamente dice.
Solo morti. Salvo uno: fuggitivo, ossessionato. Nulla poté dire delle cose viste, tranne che...
Cosa, cosa? Segno isolato può farsi pista chiara, se catturiamo inizio, spiraglio del futuro.
Banditi, gridava, capitatigli addosso, a massacrarlo, non con assalto d'uno: fu nugolo di mani.
Il bandito, possibile? No, no: non senza trama mercenaria, con le radici qui, a Tebe. Non avrebbe mai rischiato tanto.
Così si sospettava. Ma crollato Laio, non sorse giustiziere. Troppo male, addosso a noi.
Male? Quale, da bloccarvi l'indagine dei fatti, col trono rovesciato in tale modo?
La Sfinge, iridescenti ritmi. Ci inchiodò gli occhi all'oggi, e noi dimenticammo l'ignoto che sfumava.
Tornerò io all'origine. Sarò io la luce! Agì da dio, Radioso: da devoto uomo tu, col vostro volgervi al caso di quel morto. È logico, equo: voi mi vedrete al vostro fianco, io, sì , giustiziere per la terra nostra, e per il dio. E non sarà come per gente che t'appartiene alla lontana: anzi, è per me, devo squarciare io il velo nero. Ah sì! Chi ha assassinato l'altro, può inventare l'attentato a me. Con le stesse mani. È chiaro: provvedere a quello è beneficio, soprattutto a me. Fate presto, figli, levatevi da lì , dove posate, togliete queste frasche, strumenti di preghiera. Un altro convochi gli uomini di Cadmo. Sono deciso a tutto: che si sappia. O sarà luce di trionfo, con a fianco il dio; o sarà stato schianto. Edipo rientra nel palazzo, con Creonte.
O figli, in piedi: fu questa la spinta a radunarci qui, questa, che ora la sua voce ci promette. O Radioso, che emettesti le magiche parole, vieni, redimici, stronca tu la lebbra! Il Sacerdote e i supplici si allontanano. A passi cadenzati, il Coro di vecchi tebani invade l'orchestra.
str. O eco ridente di Dio, che rivelazione rechi da Delfi carica d'ori a Tebe, tua meta lucente? M'inarco, spaurito, nel profondo, t'attornio tremando, Delio che sani, che vinci! - nel panico sacro di te: m'è oscuro se carico ignoto, o riemerso dai gorghi del tempo m'addossai. Svelalo, tu, frutto di speranza che spicca, vivida, magica Voce!
ant. Per prima chiamo te, figlia di Zeus Atena sovrumana vita; e tua sorella, patrona di zolle Artemide che sul soglio curvo nel cuore di Tebe riposa, Maestosa; e Radioso, volo d'arco; o triplice scudo alla morte, brillatemi innanzi! Se contro Maledizione d'altro tempo aggrappata alla gente bandiste febbre di pena, anche oggi apparite!
str. Aaah, non calcolo carico di pene. La gente, la folla è infetta. Non so brandire l'idea che faccia barriera. Illustre questa terra: ma ora non crescono frutti. Non sanno ululante travaglio - pace di parto le donne. Li vedi: via uno, via l'altro quasi scatto di ali che batte più forte d'incendio travolgente, sfrecciano a lido d'eterno tramonto.
ant. È lì , l'agonia che non so calcolare di Tebe. Creature riarse, riverse - fertile morte - che pianto non bagna. Spose, madri ingrigite disperse a sproni d'altare singhiozzano, tese, peso di lutto. Inno divampa. S'intona balbettante la nota del pianto. Figlia di Zeus, tesoro, dacci soccorso, occhi nuovamente chiari.
str. Bestiale Ares! Nude mani, senza metallo di scudo, m'avvampa, m'assale, spirale di urla. Ruoti, ricorra la strada, via dal paese, oltre frontiera: là all'oceanico letto d'Anfitrite o a scontroso ancoraggio, risacca di Tracia. Muore la notte e abbandona relitti che la luce aggredisce. Stremalo Zeus, che impugni forza di schianti roventi, stremalo, padre, sotto la folgore!
ant. Principe Apollo! Da trecce d'oro ritorto spiovano colpi senza perdono, tesa barriera: così torce d'Artemide, globi di fiamma, scia a striate le rocce di Licia. Lancio richiami all'avvolto d'oro che ha la mia terra nel nome: Bacco, faccia ebbra chiassosa nel nugolo d'Ossesse. S'avventi fasciato di luce lampo chiaro di pino sul dio, divino ribrezzo!
Riappare dal palazzo Edipo, e si rivolge al Coro.
Reclami. E reclami cose - presidio, tregua dalla lebbra - che potrai far tue, solo che ti apra, ti faccia penetrare dalle mie parole, e che ti metta al remo, duramente, contro il male.
Chi è freddo nell'agire, non teme pura voce.
Esiste chi può smascherarlo. Guarda: guidano l'ispirata, magica eccezione che nel sangue ha scienza.
Appare Tiresia, sorretto da un ragazzo.
Interpreti tutto, Tiresia: mondi decifrati, mistici silenzi, cose delle stelle, passi sulla terra. Sei cieco, non importa, tu senti Tebe, quale lebbra ha addosso. O maestà, sei tu la mia scoperta, l'ultima barriera che ci salva. Radioso - se non t'hanno già parlato i miei corrieri - ai nostri nunzi annuncia che un unico riscatto può venire alla cancrena d'oggi: se comprendiamo chi distrusse Laio, e distruggiamo quella gente, o la scagliamo fuggitiva fuori Tebe. Tu non farti avaro di messaggi d'ali, o di qualunque pista esista d'ispirata scienza. Snoda te stesso, e Tebe, snoda me, schioda la lebbra radicata al morto. Tu ci servi. Soccorrere, con le tue doti, e forze: è più alto impegno d'uomo.
Aaah! Intelligenza... che cosa assurda, quando non matura frutto a chi è cosciente. Cosa che sapevo troppo bene, io. E l'ho cancellata. Non sarei da te, adesso.
Che significa? Sei pieno di freddezza.
Lasciami, fammi andare via. Sarà più leggera, a te, la parte tua; a me la mia, fino in fondo, se mi concedi questo.
Parole criminali. Non senti tua la terra che ti fece uomo, se occulti la mistica voce.
Sì , ora vedo che anche quel vociare tuo punta al caos. Purché possa non precipitare anch'io...
Oh no, intelligenza radicata in dio, non volgerci le spalle! Guardaci, in ginocchio, tutti, ci tendiamo.
Vuote intelligenze, tutti! Mai, mai - per dire quanto tengo dentro - mi tocchi, nella luce, disseppellire colpe tue.
Che vuoi dire? Comprendi, e non riveli? Disertare, questo hai in mente? Dissanguare Tebe?
Io non torturerò me stesso, né te. Perché mi frughi? Non ha senso. Da me non cavi nulla.
Sei peggio che maligno. Rocce, inaspriresti. Dunque non t'aprirai. Darai spettacolo, con questa aridità che hai dentro, senza fine.
Critichi l'asprezza mia. La tua, che t'impregna, neanche l'intravedi. E insulti me!
E chi non si farebbe aspro al suono del tuo dire, alla bassezza cui condanni Tebe?
Verrà, la realtà. Anche con la mia barriera muta.
Di' la realtà in arrivo, a me. È tuo dovere.
Non posso. Qui s'arresta la mia voce. Ora brucia, se credi, d'astio aspro, degradante.
Ah, non ti risparmio niente - mi preda rabbia aspra - di quanto sento in me. Ho fissa idea: hai preparato tu il terreno del delitto, tu, delinquente. Non hai colpito, questo no: se avessi avuto gli occhi sani, io griderei che quel delitto è d'uno solo: tuo!
Sinceramente? Ordino a te la fedeltà al decreto, a quel tuo grido. Da oggi, da ora, non cercare più colloqui con la gente, né con me. Tu, tu sei profanatore, lebbra viva della terra.
Non hai pudore, a stanare queste assurdità? Non andrai lontano, non illuderti.
Sono già lontano. Può molto la scienza che mi cresce dentro.
Chi t'ha fatto scuola? Non la tua magia. No, certo.
Tu. Io riluttavo. Tu m'hai strappato le parole.
Parole? E quali? Parla, che capisca chiaro.
Non eri tu l'intelligenza? O saggi il mio sapere?
Non da dire che ho risolto il caso. Sii più chiaro.
Assassino! Dico: tu, saldamente tu, dell'uomo dell'inchiesta.
Non ti sarà dolce, vibrarmi il nuovo attacco.
Devo aggiungere parole, esasperarti?
A tuo piacere. Ma sarà delirio di parole.
Attento. Da tanto tu non intuisci: hai rapporti osceni con chi più t'appartiene. Non vedi il tuo grado di bassezza.
T'illudi d'esaltarti a lungo con il tuo parlare?
Se la vera scienza ha nerbo, sì.
L'ha. Ma per te solo, no. Assurdo. Tu sei cieco: cervello, udito, vista, tutto.
Sei finito. Tu m'infanghi. Fango che, di questa gente entro oggi - non uno ti risparmierà.
Tu sei un essere del buio. Non t'è dato mai ferire me, o altri, occhi padroni della luce.
È vero. È scritto: crollerai, ma non io sarò radice. Arriva Apollo, a te. Chiuderà lui il tuo conto, l'ha deciso.
Fu coincidenza, quella. E t'ha già minato.
Ho ridato vita a Tebe. Questo solo conta.
Basta. Voglio andare. Figlio, prendimi.
Via, via, fuori! Mi pesi, qui davanti, blocco immoto. Sparisci, non ne soffro certo.
Vado, ma dico la ragione che m'ha spinto qui. Non mi spaventa la tua faccia. Tu non puoi colpirmi. Ascolta bene: l'uomo tuo, che da tanto bracchi, con sfide, con ordini che tu fai gridare su Laio assassinato, vive qui. Emigrante, non nativo. È una voce: ma brillerà ch'è sangue radicato in Tebe! Conseguenze non allegre. Occhi, da luminosi, bui. Randagio, altro che signore. Brancolerà su terre strane, passi aperti da bastone. Risplenderà chi è: identità di padre e di fratello ai figli. Che legame! Figlio marito d'una donna, della sua radice! Del padre, fecondatore socio e massacratore! Ritirati, adesso. E calcola bene. Se catturi errore in me, grida forte che scienza del futuro, in Tiresia, è nulla.
Tiresia e la sua guida s'allontanano. Edipo rientra nella reggia.
str. Chi l'ispirato eloquente delfico sasso svelò autore di gesto che spegne in gola la voce, mani rosse di morte? Urge che raffiche di zoccoli al galoppo sconfigga, fiondi falcate fuggiasche. Con lame, incandescenze di lampi lo schiaccia il sangue di Zeus e la sua scorta d'incubo, Teschi che non sbagliano colpi.
ant. Squillo di luce dai ghiacci di Parnaso, una voce esplose: tutti sui passi d'uomo del mistero. Spazia per ispidi deserti, per caverne, si confonde alle pietraie il toro maschio desolato, isolato, pista che schiva ombelicali verità della terra: ostinato nugolo che si rinnova.
str. Incubo! Mi martella chiaro lettore di voli. Non suffrago. Non posso smentire. Senza sbocchi: muto. Plano tra inquietudini. Buio l'oggi: anche oltre, il buio. Rissa dilagante tra figli di Làbdaco e quello di Pòlibo? Quale? Ignoro. L'ho sempre ignorato. Non ho elementi esperienze, riscontri
per far guerra al credito d'Edipo, forte tra la gente e farmi giustiziere di morti misteriose di Labdacidi.
ant. Cosmiche menti, Zeus e Apollo. Sanno tutto, del mondo. Ma qui, tra uomini, non c' è prova reale che un vate salga più in alto di me. Certo con dottrina sua un'altra dottrina può varcare, l'uomo. Io no: non concedo se non vedo discorso che regge - accordo alle critiche aspre. Una cosa fu chiara: l'assalto su lui della femmina alata. Che mente, quel giorno, brillò all'esame, che festa, per Tebe: non voglio premiarlo con basso, losco sospetto.
Dal palazzo appare Creonte. Viso buio.
Uomini di Tebe! Sento che Edipo, il poderoso Edipo, m'incrimina, con trame mostruose. Non l'ammetto: e mi presento a voi. È vero: sono ore amare, queste. Ma se s'illude d'essere bersaglio, lui, d'un attentato mio - mio, capite, di piani e di concreto gesto - la vita non ha più attrattive, è tempo immoto: sotto cappa di sospetto. Poi, quell'opinione sua m'addossa castigo non leggero. Anzi, enorme, se squillerà in città che sono fango: e fango tu, i miei, mi chiamerete.
Forse l'insulto è stato strappo d'ira, non meditata idea.
Deve esserci una fonte, clamorosa, che docile a un mio piano il mago dice subdole parole. Ma chi è?
Voce correva: con che conscio fine, non saprei.
L'occhio non vagava, non vagava la ragione, mentre mi si scagliava addosso la mia colpa?
Non so dirti. Non scorgo i moventi del potere. Eccolo, è lui. Là sulla soglia. Appare dalla reggia Edipo.
Sei tu? Sei qui, come hai potuto? Ne hai, di coraggio. Con che faccia vieni alla mia porta? Tu, sicario in piena luce della mia persona, predone solare del potere? Rispondimi, per dio: che hai intuito in me, debolezza, pazza ingenuità, per costruire il piano? O forse non avrei notato le spire della frode? O le scoprivo, e non le avrei stroncate? Ingenuo, no, il tuo colpo di mano? Mettere il potere nel carniere senza sforzo di gente e di complici tuoi! Con gente e con mezzi si preda, il potere!
Tu farai come dico. Ribatterò il tuo dire. Punto a punto. Tocca a te ascoltarmi, adesso. Poi rifletti, scegli come vuoi.
Maestro, a predicare! Ma io non valgo molto, come allievo. T'ho scoperto: tu mi odi, m'hai colpito già.
Guardalo, il primo punto: comincerò da lì. Attento!
Ah, dice questo: esperto sei tu. Ora sono io che ti faccio domande, come tu con me. È mio diritto.
Interroga: non sono omicida, non cado nella rete.
Rispondi. Mia sorella è la tua donna?
Smentire è assurdo, in questa tua domanda.
Domini spartendo il tuo primato con la donna?
Quanto l'attrae, da me l'ha, sempre.
E non v'eguaglio? Coppia, voi: io terzo?
Appunto. Sei della famiglia, e pecchi.
Non è così , se seguissi logica, la mia, che ti dico. Concentrati su questo, intanto: dimmi la scelta probabile, umana, tra regno con freddi sudori, o senza sussulti nel sonno, se personale potenza non varia. Io non ho, impastata in me, febbre di trono. Piuttosto, di vivere come sul trono. Chiunque, di chiaro cervello, è così. Tu sei la mia fonte. Io attingo, senza tremori. Se avessi potere, chissà quanti gesti non scelti. Può appartenere al trono quel fascino che primato e potenza indolori non hanno? E come? Non sono ingenuo; non al punto di cercare altezze strane, senza frutti in sé. Oggi sono un idolo. Oggi ho solo inchini. Oggi chi cerca te, davanti a me scodinzola. Ogni speranza di favore passa qui, da queste mani. E tenderei ad altre alternative, io, dando colpi a questo? Assurdo. Cervello che funziona bene non s'ammala: mai! Non sposerei l'idea che pensi, non è in me. E non avrei lo slancio di mettermi con altri, mente d'un'azione. Puoi documentarti. Va' da Apollo, interroga l'ispirata voce, se fu leale il mio messaggio. Ma non basta. Se cogli una mia trama, un vincolo con l'uomo dei prodigi, giustiziami: ma non con voto solitario. In coppia! Il mio, col tuo, m'inchioderà! Sensazione torbida, egoistica, la tua: non incriminarmi. Non è retto dire probi i vili, ciecamente, e vili i probi. Cancellare uno dei tuoi, fedeli - ascolta - è come se ti strappi cosa che più senti tua, dentro: la vita! Col tempo capirai la verità, senz'ombre. Tempo è unico giudice del giusto. Basta un giorno: capisci chi fa il male.
Alte parole, principe, coi piedi radicati in terra. Precipitosa mente invece inciampa.
Ma quando si precipita, qualcuno, e mi sfiora con attacco viscido, scatta il contrattacco mio, a precipizio. Se mi disarmo, e aspetto, lui ha già vinto, e io sono finito.
A che pensi? Confinarmi via da Tebe?
Nooh! Cadavere, ti voglio, non fuggiasco!
Se sveli prima l'origine dell'odio...
Da ribelle, pronto alla disobbedienza, parli?
Sì. Non è sentenza limpida, la tua.
Per me sì , mi basta.
Anch'io ho dei diritti.
Tu? Hai il male, nelle vene.
Se fossi tu, a non capire?
Non importa. Docilità è dovere.
Non a ordine perverso.
Povero Stato, Tebe...
Ch'è anche mia. Non tutta tua.
Fermi, principi! Vedo Giocasta. Viene dalla soglia, nell'attimo critico. Ora c'è lei. Deve sanarsi, la frattura.
Giocasta appare dalla reggia.
Che miseria! Lingue che duellano, impazzite! Ma non avete pudore a frugare le miserie vostre, con Tebe nella lebbra? Non rientri nel palazzo, tu? E tu Creonte, a casa? Trascinerete cosa che non conta a lacerazione senza fine?
Sangue fraterno! Tuo marito, Edipo, fa di me giustizia mostruosa. Alternativa tra due pene: l'esilio dalla terra, o la condanna a morte.
Esatto. L'ho sorpreso, nella sua viltà, s'era deciso per il colpo vile, e l'annientamento fisico, per me.
Desolazione pura, fine disperata voglio e giuro, a me, se miei sono i piani di cui m'incrimina.
Edipo, ti scongiuro, fidati di lui. Ha giurato. Gli devi rispetto religioso: come a me, e al popolo che ti circonda.
str. Fidati, mio re. Buon volere mostra, e chiaro sentimento.
Piegarmi? Dimmi, in che?
Onoralo. Meschino non fu mai. Ora giurando giganteggia.
Sei conscio di che chiedi?
Conscio.
ant. Sovrano, ti ripeto: bada sarei pazzo, pazzo e cieco se rinnegassi te. Tu rimettesti in rotta Tebe, Tebe mia che mareggiava nel dolore. Come ti rivorrei timone di salvezza!
Dio, dio! Mio re, fa' capire anche a me da che nacque quest'onda di rabbia.
Ma sì. Per me vali più, molto più di costoro. È Creonte: quanto male ha tramato, per me!
Parla. Chissà se chiarirai con esattezza la nemica accusa.
Assassino, mi chiama! Assassino di Laio.
Certezza interiore, o voce rimbalzata a lui?
S'è fatto scudo di tristo incantatore. Lui non compromette le sue labbra, mai.
Sblòccati. Lascia cadere questa storia. Ascolta: non c'è essere vivo, padrone di scienza presaga. Voglio darti trasparenti segni. Poche parole. Un presagio, sì , toccò Laio, un tempo. Ah, non da Apollo, non da lui, non posso dirlo. Dalla ciurmaglia sua: che aveva una meta segnata, morte per mano di figlio, creatura nata da me, e da lui. Poi finisce - voce di tutti - che l'ammazzano ladri mai visti. Là, al triangolo di strade. Anche il figlio. Sbocciato - neanche tre giorni - e quello gli strinse nei lacci i due nodi dei piedi. Lo fece rotolare per rocce senza pista: non lui, mani diverse. Vedi, Apollo non concreta nulla: né quello ammazza il padre, né Laio ha il colpo mostruoso - incubo, era - da quel figlio. Le verità dei maghi! Le loro linee nette! Non pensarci più, neppure un attimo. Dio fruga, trova i bisogni: e allora svela tutto lui, apertamente.
Come m'annebbio, dentro. L'intelligenza si ribella, ora, nel sentirti.
Che dici? Che angoscia ti stravolge?
Un'impressione. Hai detto tu che Laio cadde nel sangue là, al triangolo di strade?
Sì , correva voce. E ancora non è dimenticata.
Dov'è il punto preciso del dolore?
Fòcide, si chiama, strada che si spacca, da Delfi, da Daulide, e lì si fonde in una.
E il tempo, dimmi, corso dalle cose?
Poco prima che brillasse la tua luce di monarca, si gridò la notizia per le strade.
Ah Zeus! Cos'hai deciso, che mediti, per me?
Che hai? Edipo, che ti bolle, dentro?
Non interrogarmi, non ancora. Spiegami Laio. Che uomo era, e a che fiorire d'anni?
Grande. Germogliava bianco tra i capelli, appena, come polvere. Ecco, come appari tu. Non c'era molta differenza.
Che peso! Ora ho barlumi. Ero cieco. Martellavano me, le infernali parole che ho detto.
Cosa? M'inchiodi. Non ti guardo, non posso.
Ho freddo terribile, dentro. Forse il profeta vedeva. Tu puoi darci le prove. Devi trarti di bocca un'altra parola.
Io sono inchiodata. Se so la risposta, dirò.
Viaggiava leggero, o con scorta forte, da uomo che comanda?
Cinque erano in tutto. Tra loro un attendente. Un carro solo, che portava Laio.
Aaah, traspare tutto! Ma chi vi disse i fatti, allora, chi?
Un tale, servo. Lui tornò, unico superstite.
Esiste? E ancora nella casa?
Ah no. Fu quando ritornò dal luogo e vide te padrone del potere. Laio era morto. Mi s'attaccò alla mano, mi scongiurò di metterlo in campagna, ai pascoli di bestie, fuori, fuori dagli occhi della gente. L'ho lasciato andare. Non era che uno schiavo. Ma meritava il mio regalo, e anche più.
Che torni, immediatamente, qui. E possibile?
È possibile. A che scopo tendi?
Ho paura di me stesso. Forse m'è già uscito di bocca, troppo chiaro, perché sento voglia di vederlo in faccia, l'uomo.
Sta' tranquillo, sarà qui. Ma credo di avere dei diritti anch'io, devo sapere il peso che ti tieni dentro, Edipo.
No, non posso più lasciarti fuori. Troppa tensione, al limiti dell'incubo. Tu sei la cosa più importante. A te, soltanto a te posso parlare. E troppo grave il mio momento.
e d'ogni atto. Hanno codice fisso su nelle altezze, fiorito nell'azzurra distesa: Olimpo solo n'è padre. Non è creatura di fibra che ha dentro la morte. Incuria non può intorpidirlo. Racchiude divina maestà. Non tramonta.
ant. Squilibrio semina despoti. Squilibrio nausea delirante di scelte incoerenti, che sfociano nel nulla, scala aerei fastigi poi piomba in morsa fatale, scheggiata, dove passo che salva non c'è. Supplico dio: non sciolga tensione preziosa allo Stato. Dio sarà baluardo infinito, per me.
str. C'è uomo che marcia con fronte ritta, per opere di braccia, o della mente. Giustizia non l'intimorisce. Ma sedi di Potenti non onora, e allora lo predi la quota di male! Paghi la febbre che lo fa cadere se s'arricchisce di ricchezza ingiusta, se non frena gesto profanante, se stringe ossessionato beni proibiti. Pericolosi casi. C'è l'uomo che devia colpi di dio, fa scudo alla vita? Se questa morale risplende ha senso il mio essere coro?
ant. Non andrò più all'apice del mondo col brivido sacro. Basta col santuario d'Abe, basta con Olimpia se l'uomo non additerà perfetta coincidenza di magici disegni. O Forza del cosmo - se è retto nome - Zeus, mio tutto, non essere cieco, vegli il tuo eterno potere! S'accantonano, opache di anni magiche note su Laio. Luce di culto non brilla, su Apollo. Religione langue! Giocasta esce dal palazzo con servi che recano offerte votive.
Nobili di Tebe, ho deciso - pilastro nella mente - pellegrinaggio ai templi dei Potenti. Offro fiori, aromi accesi: eccoli, guardate. Edipo esagera. S'impenna il cuore suo, rovente, in rifrangersi d'angosce. Non decifra, coi fatti del passato il nuovo oggi, con buonsenso, anzi è preda di voci che ode; basta che sia voce di spettri, paure. Ho tentato tutto. Ma non migliora. Perciò mi tendo pellegrina a te, Apollo della Luce, qui sulla mia strada. Mi prostro, supplico: procuraci riscatto di purezza. Terrore freddo in tutti noi, con lui, negli occhi, irrigidito. Lui, timoniere alla manovra. Irrompe il Messo che giunge da Corinto.
Ditemi, gente, m'informereste voi su dove sta la reggia del monarca, sì , d'Edipo? Ditemi piuttosto lui dov'è, se lo sapete.
Ecco la facciata, lui è dentro, viaggiatore. Questa è la donna, la madre: madre dei suoi figli.
Sia florida, tra fiorenti cari, sempre, lei, la sposa perfetta del re!
Ricambio le parole, viaggiatore. È giusto: sei gentile. Ora di' chiaro lo scopo del tuo viaggio, e il tuo messaggio.
Gioia: alla reggia, all'uomo tuo, signora.
Gioia? Qual è l'origine del viaggio?
Da Corinto. Ecco, racconto: e può essere festa, per te assurdo, il contrario - ma forse amarezza.
Possibile? Ambigua magia... che sarà?
La corona dell'Istmo! Per lui! La gente dell'Istmo lo vuole sovrano. A gran voce!
Che dici? Pòlibo, venerando, non domina più?
Ah no. Morte lo chiude nella terra.
Ripeti! Morto, morto il padre di Edipo!
Merito morte, non parlassi sincero.
GIOCASTA ( a una del seguito ) Ragazza, che fai? Non voli da lui, dal re? Raccontagli tutto! O echi misteriosi degli dei! Dove siete? Pòlibo! Da quanto l'evitava, Edipo, nell'incubo d'ucciderlo! Ed ora Pòlibo è nel Nulla: caso naturale. Non ha colpe, lui. Appare Edipo.
Giocasta, amore, occhi miei, perché mi chiami sulla strada?
Senti quest'uomo. Aguzza gli occhi, intanto, se trovi scopo al quale vanno gli arcigni indovinelli del tuo dio.
Chi è? Che ha, da dirmi?
Da Corinto. Ci sta dicendo che tuo padre Pòlibo non è, non è più: è un morto.
Che dici, amico? Rischiarami, con la viva voce.
Se questo devo dire - prima verità - ripeto: Pòlibo è scomparso, è nella morte.
Un attentato? Abbraccio d'una febbre?