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educazione e differenza di genere
Tipologia: Appunti
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di Valentina Guerrini
Prefazione di Simonetta Ulivieri : Fin da quando sono piccoli bambini e bambine si trovano di fronte alle prime differenze di genere; giochi, colori, sport ecc.. sono infatti divisi tra maschio e femmina proponendo ruoli stereotipati, spesso a svantaggio femminile. Messaggi e modelli vengono trasmessi oggi da media, scuola e famiglia, in questo volume vediamo qual è il ruolo della scuola primaria nell'educare al genere. Questa svolge un ruolo importante nel rispetto e nella valorizzazione delle differenze, per costruire relazioni paritarie e far riflettere sui ruoli nella sfere domestica e professionale. Sono necessari insegnanti consapevoli e formati sulla questione. Dopo la legge n. 1670 del 2014 firmata dalla senatrice Fedeli , l’Unione Europea ha stabilito la necessità di predisporre in campo educativo e scolastico strumenti di sensibilizzazione e di lotta contro gli stereotipi di genere. Mentre la legge 107/2015 prevede un'educazione alla pari tra i sessi. [Riportata la voce di dirigenti, insegnanti e anche circa 600 bambini/e che già intorno ai 10 anni hanno percezioni stereotipate delle professioni in relazione al genere] Introduzione : la scuola non è solo il luogo dove si apprendono discipline, ma anche dove si impara a rispettare le differenze e le specificità. È importante valorizzare il genere, evitando l'attribuzione di ruoli stereotipati. Il testo propone un excursus storico bibliografico sulle trasformazioni del concetto di genere e propone due ricerche empiriche tra insegnanti della primaria e alunni di quarte e quinte. Ancora oggi vediamo ragazze intraprendere percorsi di studio umanistici piuttosto che tecnico-scientifici e ci si domanda se abbiano ricevuto un insegnamento scolastico “neutro”.
Richiamo al Capability Approach e ai pensieri di Sen e di Nussbaum , salvaguardia e valorizzazione di genere legate a un'educazione alla libertà, all'influenza del contesto sociale e alla fiducia dell’educabilità umana. L’obiettivo del libro non è solo raccogliere informazioni ma indicare l'importanza, fin dalla scuola primaria, di diffondere la cultura di genere educando alle pari opportunità. I risultati confermano la presenza tutt'oggi di stereotipi. Capito Primo. Genere e educazione (pag 17-66)
1.1 Il concetto di genere nel corso del tempo ha avuto una evoluzione, nella nostra lingua indica una funzione grammaticale, un gruppo di specie, una varietà, una categoria letteraria, musicale ecc.. (In inglese gender ). Per sesso ci riferiamo a una dimensione biologica, naturale e immutabile, per genere ci riferiamo alla costruzione culturale e sociale delle caratteristiche attribuite a maschio e femmina, spesso questo rimanda alla condizione femminile di subordinazione rispetto alla maschile. Per le femministe americane degli anni 70 il termine genere sottolineava la qualità sociale delle distinzioni basate sul sesso. A partire dal saggio di Gayle Rubin , The traffic in women, si definisce il sistema di genere come l'insieme di relazioni e processi socioculturali, che articolano il profilo della differenza sessuale. Quindi nella seconda metà del ’70 i termini sex e gender erano ancora interscambiabili.
La definitiva definizione di gender si ha grazie a Joan Scott , una storica statunitense: categoria analitica che arricchisce lo studio dei fenomeni sociali, e ordine sociale che indica relazioni di potere. (Genere non è sinonimo di “donne”). Grazie a questa definizione si può analizzare la differenza dei sessi sia dal punto di vista sociale che cognitivo nel corso della storia. Scott sostiene che la differenza uomo/donna così come privato/pubblico e materno/paterno non sono naturali ma costruiti dal contesto.
3 dimensioni del genere:
▲ Costruzione storico sociale di m/f e dei loro rapporti: pilastro della definizione
▲ Analizzare m/f in termini di reciprocità e non in modo separato: fa fatica ad affermarsi ▲ Disuguaglianza di potere: inizialmente le differenze naturali implicavano una disparità tra i sessi nel lavoro, nella vita quotidiana ecc.. con subordinazione della donna.
Tra 70 e 80 i Gender Studies si diffondono dagli USA in Europa: sono una modalità di approccio multidisciplinare e transdisciplinare allo studio dei significati socioculturali dell'identità di genere (importante in ogni ambito di studio: dall’economia alla politica).
Tra gli studiosi Margaret Mead: antropologa che riteneva pericoloso considerare le differenze di comportamenti e ruoli come naturali. Genere include sia al maschile che il femminile e rappresenta l'insieme delle modalità con cui questi si rappresentano nelle varie società.
Dalla disparità di genere ai movimenti femministi degli anni 70.
Riguardo al concetto di potere ne parlano sia Connell che Foucault , il primo sostiene che questo sia presente all'interno delle varie società, il secondo ritiene che sia disseminato ovunque, e che si manifesti attraverso il nostro modo di parlare e di categorizzare le persone. Si vanno inoltre a imporre regole arbitrarie riguardo ai ruoli (Es donne consumatrici). Bourdieau sosteneva che il rapporto di dominio è riconosciuto dal dominante come dal dominato. Spesso questo potere emerge in modo “discorsivo” nelle interazioni tra individui, ecco che il genere non è più qualcosa “che abbiamo” (costruzione culturale del sesso) ma qualcosa “che facciamo” con e agli altri. Perciò il genere esiste solo come conseguenza della società con i suoi pensieri e azioni.
4 dimensioni dell'esistenza per Connell :
Il genere, in quanto costrutto sociale, non è qualcosa di immodificabile, quindi potrebbe essere un meccanismo attraverso cui decostruire e naturalizzare i termini maschile e femminile ( Butler ). [Modelli di genere non sono presenti solo al livello macro ma anche a livello micro, soprattutto all'interno della famiglia.]
Il concetto di genere non è solo un utile strumento conoscitivo ma anche uno strumento di cambiamento, in questo senso l'educazione a un ruolo importante per la creazione di nuove costruzioni di senso, lo studio di genere deve essere presente già dai primi anni di istruzione.
1.2 Nella società contemporanea l'educazione svolge un ruolo decisivo nel definire il concetto di uguaglianza nelle differenze o cittadinanza delle differenze (“ Noi siamo uguali tra noi soltanto perché siamo diversi gli uni dagli altri ”).
In Italia un libro che propone la storia della dimensione di genere è quello di Elena Gianini Belotti , Dalla parte delle bambine, dove si evidenzia come i ruoli assegnati all'uno e all'altro sesso
questione delle pari opportunità anche in ambito culturale e formativo. Altro progetto (non solo inglese) di tali politiche è contrastare fenomeni di bullismo e violenza dalla primaria. (Es Svezia: iniziativa del governo “ Better Behaviour Better Learning ”, fin dal 1960 però, la parità di genere avuto un posto in primo piano sulla scena politica. Princìpi sempre più inseriti nel sistema educativo a partire dalle scuole d’infanzia (= in tutti gli stati del Nord). Es Spagna: nel 2007 ha provato la legge costituzionale Ley de Igualidad per sensibilizzare le classi contro la violenza di genere, formare i docenti e inserirla nei piani di studio della scuola secondaria).
Oggi, però, le scuole europee sono ancora lontane dall'usare tutti i mezzi a disposizione per sradicare i ruoli tradizionali (es: sì è più attenti al rapporto delle ragazze con la tecnologia che ai ragazzi con le professioni di cura.). L'attenzione degli Stati per realizzare educazione alla differenza di genere va: sull'organizzazione scolastica e migliori metodi didattici e di formazione insegnanti, sul miglioramento della subcultura scolastica, su una maggiore partecipazione dei genitori. 1.3 Il 900 è stato il secolo dell'emancipazione femminile, in passato le donne non dovevano essere istruite per essere buoni e mogli e madri, le giovani borghesi imparavano a leggere per esigenze quotidiane (come leggere preghiere). Inizialmente abbiamo la cosiddetta “ Pedagogia dell'ignoranza ”, poi dalla seconda metà del 700 la “ Pedagogia del sapere come ornamento ” si dà una formazione subordinata alla donna soltanto per renderla gradevole all'uomo. In Italia anche se nel 1877 la legge Coppino prendeva l'istruzione elementare quinquennale gratuita, abbiamo sempre un maggior analfabetismo femminile. Il boom della scolarizzazione di massa avviene tra anni 60 e 70 (1970 legge sul divorzio, 1975 legge sul diritto di famiglia, 1976 consultori femminili, 1977 parità uomo e donna in materia di lavoro e 1978 legge sul lavoro). Dagli anni 80 con il raggiungimento della parità dell'iscrizioni di m/f e l'uguaglianza nelle opportunità, si parla di “ Pedagogia della Differenza ”, si inizia a prendere coscienza della differenze di genere dei soggetti che sono caratterizzati da risorse e specificità, neutralità e universalità del fare educazione sono pretese inutili. Nonostante l'Italia abbia raggiunto i diritti di alfabetizzazione e istruzione abbiamo una visibile differenza di genere nei percorsi formativi e nelle carriere lavorative. Le insegnanti in Italia vanno a diminuire con l'aumento di grado delle scuole (cit Ulivieri: le insegnanti hanno una “ colpa storica ”).
Global Gender Gap 2016: si guarda il divario m/f basandosi su 4 indicatori (salute, istruzione, economia, partecipazione politica), l'Italia è 50ª a livello europeo e 117ª nella classifica mondiale, peggiora ogni anno la partecipazione socio economica. (In testa alla classifica i paesi del Nord) 1.4 Fin dall'inserimento femminile nel sistema scolastico abbiamo avuto il fenomeno della segregazione o autosegregazione formativa , poiché le ragazze hanno compiuto scelte che le hanno portate ad una separazione di studio, e di conseguenza nel mercato del lavoro, dai ragazzi. Dalle scuole superiori all'università i dati MIUR confermano un’alta presenza di ragazze nell'ambito educativo e della cura, contro una sottorappresentanza maschile, più presente nei settori tecnico-scientifici, i quali offrono maggiori possibilità di inserirsi in tempi rapidi nel mercato del lavoro (problema al femminile). Purtroppo è la scuola stessa a riprodurre la distinzione sociale tra i sessi. Altri stereotipi provengono dalla famiglia e dalla società.
Il problema della formazione scientifica al femminile non riguarda solo l'Italia ma anche in altri paesi, quindi il problema non è più la scolarizzazione femminile, ma le differenze tra i sessi nei percorsi formativi e occupazionali. Secondo alcune ricerche condotte sul rapporto genere-scienza c’è lo stereotipo negativo di far coincidere la mascolinità con l’oggettività e la scienza. Quindi molte ragazze per essere accettate dai ragazzi si conformano ai canoni sociali diffusi (come dichiarandosi un disastro in matematica). Da parte del consiglio europeo si cerca di promuovere gli
interessi delle ragazze verso le scienze, stimolando sicurezza e autostima (far leva sulla motivazione).
1.5 Per quanto riguarda le politiche dell'Unione Europea (riguardare sul libro da pag 55 a 65) in merito a istruzione e formazione non vengono esplicitate linee di azione per raggiungere l'uguaglianza di genere, mentre si parla di crescita intelligente, crescita sostenibile e crescita inclusiva. L'unico riferimento viene fatto nei riguardi della riduzione della segregazione di genere in materia di scienze e tecnologia in ambito universitario, viene invece trascurata la formazione primaria. Mentre nei riguardi della formazione degli insegnanti troviamo una grande attenzione verso le competenze sulle differenze culturali e di genere. Tra gli obiettivi prefissati nella Dichiarazione di Lisbona del 2000 troviamo quello di portare al 60% l'occupazione femminile in 10 anni, ciononostante siamo ancora lontani, con risultati poco tangibili e discontinui. Anche se l'Unione è stata fondamentale nel proporre temi innovativi e nel diventare punto di riferimento per le richieste dei movimenti femministi, verso una “cultura della parità”. In merito a tali obiettivi prefissati, l'Italia registra ancora un alto tasso di disoccupazione femminile, queste sono impiegate maggiormente nei settori di assistenza, cura e pulizie, sono sottopagare rispetto agli uomini e dedicano più tempo ai lavori domestici. Strategia quinquennale per la promozione della parità m/f , 5 priorità: economia e mercato, parità salariale, parità posti di responsabilità, lotta contro la violenza di genere e parità all'esterno dell'Unione. (Attuazione entro il 2020, con occupazione m/f del 75%)
Per quanto riguarda l'Italia lo sviluppo di tali politiche è stato avviato dagli anni 90, in ritardo, ma ad oggi è in linea con gli altri Stati europei. Nel 1997 una svolta si ha con la Direttiva Prodi Finocchiaro che mira a la “Formazione a una cultura della differenza di genere”, questa prevede l'introduzione nei programmi curricolare dello studio dei diritti fondamentali delle donne. Nel primo ciclo di istruzione sono poco attuate nella realtà, maggiore attenzione ai percorsi interculturali e di integrazione.
Il decreto legislativo 93 del 2013 prevede un piano di azione contro violenza sessuale e di genere valorizzando la tematica anche nei libri di testo, è negativo il fatto che tali progetti non siano finanziati dallo Stato e ricadono sulle spalle delle singole istituzioni scolastiche.
Ultima importante riforma della scuola del 2015 prevede che nel PTOF vengano promosse l’educazione alla parità dei sessi, la prevenzione alla violenza di genere e di tutte le discriminazioni.
Il triangolo formazione-occupazione-inclusione sociale è leitmotiv di rinnovamento su cui si fondono le politiche europee in materia di genere ed educazione.
Capitolo Secondo. Il disegno di ricerca: motivazioni, contesto, scelte metodologiche (pag 67-81)
2.1 Nell'epoca attuale accanto all'individuazione di percorsi autonomi e un aumento della libertà individuale permangono orientamenti in senso tradizionale (rimangono stereotipi). In questa ricerca si riconoscono la molteplicità di elementi che influiscono durante gli eventi, i fenomeni sociali e le scelte individuali, in più il punto di vista non è uno soltanto. La caratteristica principale della nostra epoca sta nell’idea che nulla può essere considerato come stabilito, la società è in continuo mutamento. Obiettivo : smascherare le forme di oppressione e di potere esistenti nei contesti educativi, riprodurre le ideologie della cultura dominante e proporre alternative positive e, come dice Freire , emancipative, per il miglioramento della qualità di vita.
montane), 18 domande divise in 3 parti: gioco e tempo libero, rapporto con le materie scolastiche, professioni. (Viene preso in considerazione anche il contesto socio culturale di appartenenza)
Capitolo terzo. La percezione della differenza di genere nelle insegnanti della Scuola primaria
3.1 Le finalità della ricerca con gli/le insegnanti
Gli obiettivi prioritari di questa ricerca divengono la spinta alla riflessione, la consapevolezza di scoprire i bisogni formativi, le motivazioni e i principi che sostengono l’insegnamento. Affinché si abbia un’istruzione di qualità in una dimensione internazionale è necessario che gli insegnanti ripensino al loro ruolo e diventino promotori di un’educazione critica alla realtà e che sappiano sviluppare negli individui competenze necessarie a trasformarla. Pensare ad un insegnamento come un insieme di processi relazionali e problemi professionali da affrontare in modo riflessivo e attraverso la ricerca, dovrebbe formare un insegnante competente e non solo, in grado di apprendere dalla propria esperienza e crescere in maniera continua professionalmente. Da una ricerca del 1969 di Marzio Barbagli e Marcello Dei, sugli insegnanti della scuola media unica, emerge che sia gli uomini che le donne svolgono una funzione conservatrice, cioè la discriminazione e l’eliminazione dal sistema scolastico di allievi delle classi inferiori, e la trasmissione dei valori dominanti che abituano alla passività e alla subordinazione. Inoltre, si nota anche una differenza tra insegnanti donne e uomini, sia dalla professione esercitata, sia dalla formazione ricevuta e la motivazione. Qualche anno dopo Elena Gianini Belotti dichiara che gli insegnanti sono conservatrici poiché tendono a riproporre schemi educativi, rapporti e valori così come li hanno ricevuti.
Nel mondo della scuola, in realtà, gli svantaggi e le discriminazioni di genere non hanno un’evidente visibilità poiché i docenti sono per la maggioranza donne e le bambine frequentano regolarmente la scuola e con ottimi risultati. Dietro a ciò, però, permangono dei dubbi, infatti l’insegnamento viene considerato un lavoro puramente femminile sia per la “naturale propensione”, sia perché permette di avere tempo libero per impiegare nelle faccende domestiche e familiari.
Uno degli aspetti più evidenti del sistema scolastico è, appunto, la femminilizzazione, che si è rafforzata nel tempo soprattutto in relazione alla perdita di prestigio dell’insegnante, e va attenuandosi al crescere del grado di scuola e in relazione alle aree di insegnamento (maggiore concentrazione nelle aree linguistico-umanistiche, più bassa in quelle scientifiche-tecnologiche); unico dato in aumento è la presenza femminile nell’ambito della dirigenza scolastica. Questa scarsa considerazione del ruolo dell’insegnante è dovuta alla scarsa desiderabilità sociale, espressa dal basso valore assegnatole sia in termini simbolici che materiali; secondo Schizzerotto, in relazione a questa scarsa desiderabilità sociale, dovremmo domandarci quali siano le motivazioni e le aspirazioni delle donne che scelgono tale mestiere. Questa presenza massiccia del genere femminile può portare a “modificazioni di senso” e ad una “rivoluzione simbolica” dei saperi e delle modalità di insegnamento; è necessario riflettere su quanto si stia continuando ad impartire un insegnamento “neutro”, o fortemente connotato al maschile, o riutilizzato in base alle proprie esperienze.
3.2 Le questioni di genere nella propria formazione: bisogni e aspettative
In questa ricerca, genere, insegnamento, formazione degli insegnanti e formazione professionale, sono state esplorate in modo separato. Affrontando il tema della differenza di genere è emerso una sorta di stupore, pensando a tali tematiche all’interno della scuola primaria; sono altre le “emergenze educative” da affrontare. Il campione utilizzato coinvolge insegnanti sia a tempo indeterminato che determinato, in ambito sia umanistico che scientifico, ed alcuni di sostegno;
inoltre, le loro formazioni sono alquanto varie e diversificate, infatti non tutti hanno affrontato durante la loro formazione questioni relative alla differenza e agli stereotipi di genere, o alla segregazione formativa e alle pari opportunità, e, nel caso, siano stati affrontati, non in egual modo e misura. Inoltre, buona parte degli insegnanti non hanno partecipato neppure a corsi di aggiornamento in formazione relativamente a questi ambiti, solo il 22% del totale li hanno frequentati, sia per motivi personali che formativi. Nel resto d’Europa vige una maggiore attenzione verso queste tematiche, inserite, quindi, nella formazione iniziale del personale docente.
Nel questionario, attraverso una domanda aperta, si è cercato di comprendere il grado di conoscenza e di consapevolezza riguardo alla differenza tra sesso e genere; nel definire il sesso non ci sono stati grandi problemi, ma nella definizione di genere si, ne sono risultate molte risposte poco chiare o che associano al genere solo una categoria grammaticale e linguistica che accomuna cose e/o persone con caratteristiche comuni, solo il 33% ha dato una risposta soddisfacente. Da qui emerge che per buona parte degli insegnanti non è chiara la differenza tra i due concetti, soprattutto manca la consapevolezza dell’influenza storica e sociale riguardo alle caratteristiche fisiche- biologiche dell’uomo/donna. Tutto questo può ripercuotersi in modo non positivo sull’insegnamento, incentivando gli stereotipi e le false credenze sulle differenze di genere. Altre domande puntavano sull’individuare il bisogno di formazione dei docenti su queste tematiche e quanto ritenessero necessario affrontarlo in classe. Sebbene alcune risposte siano incerte o non lo ritengono importante (per alcuni è importante nella scuola secondaria di secondo grado), la maggior parte ritiene utile organizzare momenti di informazione e divulgazione sulle pari opportunità e sulle differenze di genere. Le scuole in cui si registra la maggioranza di risposte affermative sono le scuole che si trovano fuori dal centro della città.
Per quanto riguarda la formazione dei docenti, la maggioranza ritiene che sia necessario affrontare questi temi; è stato poi chiesto quali temi vorrebbero affrontare mediante corsi di aggiornamento e formazione, il 55% ha risposto “non saprei”, ma il resto ha esposto dettagliatamente i loro bisogni, i quali, nella maggior parte, sono inerenti all’ambito delle differenze di genere, o vicini ad esso, come l’educazione al rispetto di ognuno. Le loro proposte sono state raggruppate in 3 macro aree:
3.3 L’identità di genere nella professionalità docente
Non è da trascurare l’importanza della figura dell’insegnante-uomo nella scuola primaria, e i vantaggi nell’avere figure sia maschili che femminili. Molti studi hanno individuato la dimensione della cura come fondamento per l’identità professionale di un insegnante; Gilligan distingue tra un’etica della cura femminile e un’etica della cura femminista, la prima rappresenta un’etica centrata su obblighi morali, la seconda critica questa concezione che separa pubblico e privato per smascherare la concezione del sacrificio di sé come disposizione femminile e pensare alla cura anche come realizzazione di sé. Sempre secondo Gilligan, sono proprio i diversi modelli di socializzazione a cui i bambini vengono abituati fin dai primi anni di vita a far sentire gli uomini più lontani dai lavori di cura; un’etica della cura e della giustizia non dovrebbero essere comprese come “di genere”, ma come orientamento morale. Questa ricerca è tesa ad indagare le motivazioni che hanno spinto gli insegnanti uomo/donna verso questa professione, chiarendo cosa significa per loro essere uomo o donna nella scuola di oggi. Per quanto riguarda le motivazioni, l’influenza esterna è molto alta per le donne, meno per gli uomini, ma per prima cosa è l’interesse personale che spinge sia uomini che donne verso questa professione; nella maggior parte dei casi, quindi, la scelta sembra essere consapevole e dettata da un piacere spontaneo. Per quanto riguarda l’essere uomo o donna, nella maggioranza dei casi non
La ricerca condotta sulle insegnanti rivela che, per la maggior parte di loro, non ci siano collegamenti tra l’appartenenza ad un genere e i risultati di apprendimento, e che l’interesse manifestato dai maschi o dalle femmine verso certe materie non sia così differente. Per quanto riguarda il gioco, affermano che i bambini preferiscono attività più movimentate e sportive, mentre le bambine hanno un atteggiamento più calmo e tranquillo.
Dalle varie risposte ne consegue una mancanza di interesse verso queste questioni di genere, e la mancanza di consapevolezza è un dato evidente. Per esempio, in una scuola di Borgo S. Lorenzo, le insegnanti stanno lavorando ad un progetto sull’orientamento inteso come “orientamento a realizzare il proprio progetto di vita” che mira ad abituare gli alunni a capire i loro desideri ed a liberarsi da ogni stereotipo. Altre differenze sono state percepite in relazione al bisogno sentito di formazione professionale su tali argomenti, e riguardo alla percezione dei lavori più adatti a uomini o donne. Un punto fermo tra tutte le insegnanti è l’importanza del rispetto e della valorizzazione della differenza. A livello legislativo ci sono vari documenti che fanno riferimento all’importanza di garantire a tutti e a tutte le stesse opportunità formative, ma lavorare in maniera critica e riflessiva spetta al docente professionista, per rimuovere gli stereotipi sedimentati nella nostra cultura. Nelle Nuove Indicazioni per il Curricolo si sottolinea l’importanza dell’insegnamento di Cittadinanza e Costituzione e al Documento di Indirizzo sulla Diversità di Genere, così da permettere l’eliminazione delle disuguaglianze di genere tramite la realizzazione di buone pratiche.
Capitolo quarto. La vita quotidiana e la percezione del futuro di bambini e bambine Una ricerca in alcune scuole primarie della Toscana
4.1 Tra videogiochi, bambole e sport: i giochi preferiti dai bambini e dalle bambine
Uno degli obiettivi di questa ricerca era quello di scoprire se già a 9-10 anni i bambini hanno già immagini stereotipate delle professioni in relazione al sesso, e, soprattutto, riguardo alle professioni tecnico-scientifiche; quindi, si è indagato sul lavoro che vorrebbero fare da grandi e le loro motivazioni, e la loro percezione delle professioni in generale. Per vedere se ci sono delle tendenze stereotipate legate all’appartenenza di genere, è stato opportuno indagare anche sulla loro sfera quotidiana, dalle attività che svolgono a casa, come giochi, uso di videogiochi, PC, attività domestiche, etc…
Ci siamo soffermati molto sui giochi, poiché il mercato ha sempre prodotto giochi e giocattoli ben differenziati per genere, e ci si chiede quanto questo possa influire, già in età precoce, a creare stereotipi di genere, come la percezione dei ruoli femminili e maschili nell’ambito domestico e lavorativo. Questa differenziazione è data anche dalle pubblicità e dagli spot, come dalle immagini che troviamo sulle scatole dei giocattoli. La prima parte del questionario è rivolta all’analisi del gioco, in cui veniva chiesto quanto spesso effettuassero determinati giochi, quale fosse il loro gioco preferito, con chi preferissero giocare e se, secondo loro, esistano giochi più adatti all’uno o all’altro sesso o adatti ad entrambi. Tra i giochi effettuati molto spesso da entrambi ci sono delle notevoli differenze (i maschi prediligono i giochi di movimento, seguiti dai videogiochi; le femmine preferiscono disegnare, poi giochi di movimento e dopo i videogiochi; i giochi che più si differenziano tra i due sono le bambole e i pupazzi), solo per alcuni le percentuali si equivalgono. Per quanto riguarda i videogiochi ci sono differenze da scuola a scuola, infatti, in luoghi situati fuori dal centro urbano, l’uso di videogiochi è molto più basso. Anche se ci sono quindi notevoli differenze, c’è la tendenza a preferire gli stessi giochi; le bambole e le macchinine sono poco gradite. per quanto riguarda i giochi preferiti, i bambini preferiscono i videogiochi in primis, seguiti dal calcio, anche le bambine i videogiochi, seguiti da pallavolo e nascondino. Sebbene entrambi preferiscano più di tutto i videogiochi si riscontrano delle differenze sia in percentuale (maschi
60%, femmine 30%), sia per i temi affrontati nei giochi e dalle tecnologie stesse (m: play station, f: computer). È stato poi chiesto se, secondo loro, esistano giochi adatti per generi differenti o ad entrambi, i maschi hanno risposto affermativamente per il 78%, le femmine il 70%, negativamente, invece, rispettivamente il 19% e il 27%, specificando quali siano questi giochi, confermando i vari stereotipi conosciuti, e per quanto riguarda i maschi, assumendo un linguaggio a volte dispregiativo verso le attività “da femmina”. Non ci sono evidenti differenze da scuola a scuola. Secondo alcuni studi, le bambine più dei maschi, tendono a scegliere più giochi “per l’altro genere” o “neutri” fin da piccole. Interessante è un’iniziativa di alcuni genitori inglesi che si sono impegnati per eliminare le divisioni sessiste nei giocattoli, poiché significa limitare la fantasia e la creatività, con conseguenze negative e creazione di stereotipi tipici e discriminatori.
Questa iniziativa “Let toys be toys” è stata accolta da una catena di giocattoli svedese, che ha deciso di eliminare la separazione in settori gioco secondo il genere. Quando è stato chiesto con chi preferissero giocare, entrambi hanno espresso una maggiore preferenza nel giocare con coetanei dello stesso sesso, le femmine, però, sono maggiormente disponibili a giocare con tutti.
4.2 Il tempo libero a casa: computer, faccende domestiche, riparazione di oggetti e altro
Qui si è cercato di indagare quanto tempo, i bambini e le bambine, passano davanti al computer, le differenze sono leggere, ma sono notevoli invece da scuola a scuola, rilevando sempre un uso molto basso nelle scuole in contesti extraurbani. Per quanto riguarda invece con chi utilizzano il computer, la maggior parte del tempo lo usano da soli, poi con amici e con genitori, seppur con una piccola differenza, privilegiando il genitore dello stesso sesso del bambino, ed, in generale, il padre è più presente nell’uso di questa tecnologia. Per quanto riguarda la difficoltà nell’usarlo, invece, i maschi riscontrano qualche difficoltà in più. Nei lavori domestici entrambi collaborano con i genitori, leggermente in misura maggiore le femmine, e per la maggior parte, entrambi, nella propria cameretta, e per le femmine apparecchiare.
4.3 Discipline scolastiche
Si è indagato come si sentono i maschi e le femmine davanti alle varie materie scolastiche. Gli ultimi risultati OCSE Pisa 2012 dipingono un quadro dell’Italia sempre al di sotto della media OCSE, ma si ha un complesso miglioramento dal 2003 e 2009, ma permane il gap tra maschi e femmine. Questo aspetto emerge anche dalle ricerche TIMSS del 2011, in cui emerge una differenza di punteggio nella matematica, ma al di sopra della media TIMSS. Spencer, Still e Quinn hanno mostrato come rendere noto alle donne che secondo gli stereotipi sono meno portate in matematica, contribuisca ad un calo prestazionale. I dati sono un’ulteriore conferma degli stereotipi vigenti per cui i bambini preferiscono la matematica e le bambine l’italiano. Le motivazioni date per la matematica sono di vario tipo: generiche, proiezione futura nello studio, dote naturale, influenza familiare per i maschi; utilità pratica, sfida contro le difficoltà, facilità, per le femmine. Per quanto riguarda l’italiano: piacere di fare testi, arricchire il lessico, per i maschi; piacere di scrivere, facilità, per le femmine. Per quanto riguarda scienze (preferita per il 43% dei maschi): affascinano e interessano gli argomenti, piacere nel fare esperimenti, interesse per l’ambiente, utilità professionale futura, per le bambine aggiungiamo l’interesse per il corpo umano, per la natura e per gli animali. Per quanto riguarda, invece, le preferenze delle altre materie non ci sono state differenze sostanziali, solo per arte e immagine (f) e educazione motoria (m). La lingua inglese è maggiormente preferita dalle femmine per il gusto di imparare una nuova lingua o per la sua facilità, per i maschi è utile. Un dato molto particolare è relativo alla religione nella scuola di Borgo S. Lorenzo, scelta come materia preferita dal 30% dei maschi e dal 27% delle femmine; è stato poi chiarito che la scuola si trova in un contesto in cui la religione ha un ruolo fondamentale.
classificazione operata da Holland, che attribuisce ad ogni categoria una connotazione maschile o femminile, la ricerca conferma questa suddivisione, con alcune tendenze diverse.
Nella ricerca, è stato anche chiesto ai bambini quale lavoro non vorrebbero mai fare da grandi. I risultati ottenuti mostrano che la professione del medico è una di quelle preferite ma, allo stesso tempo, una di quelle che non verrebbero mai fatte. Il mestiere dell’insegnate è al secondo posto tra quelli che bambini e bambine non vorrebbero mai fare. Le altre professioni non-scelte si diversificano in base al genere; infine, alcuni bambini non farebbero mai le professioni estetiche perché considerate “da femmine”.
4.5 Lavori da uomini, da donne e da tutti e due
In una parte del questionario, gli alunni dovevano indicare se, secondo loro, i mestieri proposti erano più adatti ai maschi o alle femmine, o se non c’era differenza. Un notevole numero di alunni, soprattutto le femmine, ha ritenuto tutti i lavori adatti a tutti, ma alcune professioni si sono connotate prettamente maschili o femminili. In generale, i bambini più delle bambine hanno ritenuto un particolare lavoro più adatto agli uomini, dimostrando quindi di avere delle percezioni stereotipate. Le professioni che sono risultate più adatte agli uomini sono: l’ingegnere e l’autista, seguite dal pilota d’aereo, dall’architetto e dal poliziotto. Pochi i lavori ritenuti più adatti alle donne, e tra questi: la ballerina, la parrucchiera, l’insegnante, l’infermiera. In generale comunque si riscontra una visione stereotipata su questo argomento, soprattutto da parte dei maschi.
4.6 Lo scienziato e la scienziata me li immagino così…
In tutto il mondo si riscontra una crisi delle vocazioni scientifiche, in Italia è evidente soprattutto in relazione alla differenza di genere. Diverse ricerche sostengono che la propensione dei bambini verso la scienza sia influenzata dalla percezione che essi hanno della scienza e di quelli che ci lavorano. Bambini e bambine hanno immagini stereotipate di questa figura professionale. La ricerca ha chiesto ai bambini di disegnare una persona che lavora in un contesto tecnico-scientifico. Dall’analisi dei disegni raccolti è visibile una differenza nel modo di rappresentare la persona che lavora nella scienza: per i maschi si tratta di un uomo, le femmine si dividono a metà tra chi immagina un uomo e chi una donna. C’è una maggiore varietà, rispetto a prima, nel modo di rappresentare la figura dello scienziato e anche una maggiore cura per i particolari.
4.7 Riflessioni conclusive
Dai risultati ottenuti con questa ricerca si nota una forte influenza dei mezzi di comunicazione nelle scelte dei giochi preferiti e nel lavoro che vorrebbero fare da grandi; la famiglia è un elemento centrale nel guidare i processi decisionali di bambini e bambine. Nell’ambito dei giochi, qualcosa sta cambiando perché i videogiochi vengono preferiti non solo dai bambini, ma anche dalle bambine. In casa sono sempre abituati/e a collaborare alle faccende domestiche. Per quanto riguarda la scelta della professione, la ricerca conferma la presenza di stereotipi di genere. La variabile contesto territoriale è risultata determinante in alcuni casi.
Capitolo quinto. “Dalla scuola al Gender Lifelong Learning”
5.1 La scuola tra riproduzione di stereotipi e produzione di innovazione
La scuola e i vari contesti educativi hanno la funzione di poter incidere sul percorso formativo dei futuri cittadini e di poter supportare questo processo. C’è da chiedersi, però, se la scuola attuale sia davvero luogo di parità, e come la relazione educativa tra docente e studente possa incidere nella trasmissione e nell’eliminazione degli stereotipi di genere.
Dagli anni Ottanta, le studentesse superano di numero gli studenti nella scuola secondaria superiore e, dagli anni Novanta, superano i ragazzi anche nelle Università. Le ragazze, inoltre, riportano risultati migliori dei maschi. Dunque non sembra esserci nessuna differenza di genere a svantaggio delle ragazze; ma in realtà il fenomeno della SEGREGAZIONE FORMATIVA è indice dell’esistenza di una divisione di genere all’interno della scuola. Come si spiegano le ragioni di tale fenomeno?
Nella scuola agiscono in parallelo due curricoli: quello esplicito, che appare uguale per maschi e femmine, e quello implicito, che include i comportamenti degli insegnanti, le immagini i sé che hanno gli studenti, le aspettative della famiglia. Quest’ultimo curricolo influenza anche le percezioni che i giovani hanno delle professioni. Circa la metà dei paesi europei prende atto della segregazione formativa, ma lo interpreta come un problema femminile, cercando di incrementare la partecipazione delle ragazze ai percorsi di studio tecnici e scientifici, e trascura la popolazione maschile. In Italia si ha il problema del sessismo linguistico, che viene posto a livello istituzionale nel 1986 con “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana” di Alma Sabatini. Infatti, nella lingua italiana, permane l’uso dell’universale maschile che, di fatto, esclude il genere femminile. Nelle professioni scientifiche spesso non esiste la forma femminile, e questa mancanza, che si riscontra anche in altre professioni, è dovuta al fatto che le donne hanno avuto accesso a determinati lavori molto più tardi degli uomini. Un femminile più rappresentato a livello istituzionale e sociale deve essere definito anche a livello linguistico. La questione è complessa e non può essere cambiata la lingua se non c’è una trasformazione a livello mentale e culturale. Per quanto riguarda i contenuti scolastici, c’è poca attenzione alla differenza di genere; le normative si limitano a dare indicazioni molto generali e tutto è lasciato al buon senso degli insegnanti.
5.2 Il valore della relazione educativa nella costruzione del proprio progetto di vita
Oggi, gli insegnanti hanno la responsabilità di gestire processi formativi sempre più complessi e devono essere delle guide per gli alunni, in modo da incoraggiarli a sviluppare il pensiero riflessivo. Dewey fu uno dei primi sostenitori dell’importanza di quest’ultimo, sottolineando come il compito della scuola sia quello di sviluppare sistemi di pensiero riflessivi poiché rappresentano il presupposto essenziale nella formazione di individui liberi e responsabili. Secondo Schon, il professionista riflessivo mette in atto una riflessione “in azione” e “dopo l’azione”. Nel primo caso cerca di cogliere il senso di situazioni nuove, problematiche e di agire nell’immediato; nel secondo caso riflette a posteriori su ciò che è successo. È una meta-riflessione che consiste nel coraggio di mettere in discussione la verità delle proprie conoscenze. Quindi il pensiero riflessivo influisce sulla ricostruzione dell’esperienza professionale e nella comprensione delle azioni educative.
La formazione dei docenti deve fondarsi sul partire da sé, sulla cura di sé dell’insegnante che avvia la sua competenza di genere da una competenza biografica.
E, siccome non si può insegnare ad altri un rapporto libero e costruttivo con la realtà se non si è sperimentato in prima persona, gli insegnanti per primi dovrebbero utilizzare tutta la ricchezza dell’esperienza di ricerca su di sé, per lavorare in questa direzione. Bisogna educare alla curiosità, ad andare oltre l’oggettività apparente, per far sì che si riesca a “smontare” una sorta di gerarchizzazione dei saperi che la tradizione ci tramanda. Per fare questo, è necessario che
discente, basata su ascolto e empatia, che quest’ultimo costruisce l’identità. L’impegno pedagogico di tutte le scuole italiane dovrebbe essere quello di pensare all’orientamento come un modo di lavorare trasversale, da parte di tutti i docenti, a partire dai primi gradi di istruzione. Gli educatori devono essere consapevoli del fatto che l’ambiente scolastico e quello familiare contribuiscono a costruire gli aspetti caratteristici del modo di essere e di percepire la realtà. Una scuola orientante abitua al pensiero critico, al decentramento del proprio punto di vista, a prendere decisioni. Maria Luisa Pombeni afferma che “la didattica orientativa costituisce parte integrante della funzione docente”. Inoltre, distingue tra competenze generali e specifiche; le prime sono propedeutiche alle seconde e si acquisiscono a scuola e in famiglia. Oggi, come indicato dalle competenze chiave europee, è compito della scuola abituare ogni studente a: avere consapevolezza di sé, raggiungere le capacità per partecipare attivamente al proprio processo formativo, comprendere le dinamiche sociali e culturali della realtà in cui vive, e, di conseguenza, continuare ad auto-orientarsi in una prospettiva di life long wide learning. Quindi la scuola dovrebbe concentrarsi su tre aspetti: promuovere le competenze di base di cittadinanza, promuovere le capacità progettuali di scelta, valorizzare le potenzialità di ognuno. La scuola non è solo preparazione alla vita, ma è vita stessa perciò è necessario formare ragazzi e ragazze in una prospettiva di long-life learning che, durante la fase scolastica, potenzi tutte le dimensioni del sé, in una logica di empowerment. L’istruzione dovrebbe contribuire ad espandere le libertà personali e divenire fattore di emancipazione individuale e di promozione della democrazia.