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Eschilo eumenidi, Sintesi del corso di Letteratura

Le Eumenidi di Eschilo

Tipologia: Sintesi del corso

2014/2015

Caricato il 14/11/2015

enrico1993
enrico1993 🇮🇹

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EUMENIDI
La terza tragedia della trilogia prende il nome dalle Erinni, dee che impersonano la vendetta, le quali erano
chiamate anche Eumenidi (ossia “le benevole”) quando erano in atteggiamento positivo. In questa terza
parte dell’Orestea viene narrata la persecuzione delle Erinni nei confronti di Oreste, che culmina nella
celebrazione di un processo presso il tribunale dell’Areopago.[1] Tale giudizio, che vede le Erinni stesse come
accusatrici, Apollo come difensore e Atena a presiedere la giuria, termina con l’assoluzione di Oreste, grazie
al voto di Atena, che vota a suo favore perché non ha madre.
Prologo (vv. 1-142): Braccato dalle Erinni per il matricidio, Oreste è nel tempio di Apollo, dove chiede aiuto
al dio. Quest’ultimo, promettendogli la sua protezione, lo invia ad Atene, presso il tempio della dea Atena,
dove forse troverà la soluzione ai suoi problemi. Appare poi il fantasma di Clitennestra, che aizza le Erinni a
perseguitare il figlio per il suo orribile delitto, lamentandosi del fatto che nessun altro dio si levi in sua difesa.
Parodo (vv. 143-178): Le Erinni si accingono a dare la caccia ad Oreste.
Primo episodio (vv. 179-306): Apollo caccia le dee infernali dal proprio tempio, ed esse vanno in cerca di
Oreste, raggiungendolo quando egli è ormai nel tempio di Atena e ne sta invocando l’intervento. Lì le dee
infernali lo minacciano di infliggergli la meritata punizione.
Primo stasimo (vv. 307-396): Le Erinni cominciano un terribile canto di morte danzando attorno ad Oreste.
Secondo episodio (vv. 397-489): Appare Atena, la quale, dopo essersi informata presso Oreste e le Erinni
su ciò che è accaduto, si offre come giudice in un regolare processo. Il caso verrà sottoposto ad una giuria
ateniese di dodici membri (ricalcata sul tribunale ateniese dell’Areopago, attivo ai tempi di Eschilo),
presieduta dalla stessa Atena. Le Erinni saranno l’accusa, Apollo la difesa.
Secondo stasimo (vv. 490-565): Prima dell’inizio del processo, le Erinni riflettono preoccupate sulle
conseguenze di una possibile assoluzione di Oreste: questo fatto potrebbe indurre alla licenza tutti i mortali,
e causare un forte aumento degli omicidi tra consanguinei.
Terzo episodio (vv. 566-777): Inizia dunque il processo. Le Erinni interrogano Oreste sul modo in cui ha
ucciso sua madre. Oreste si difende spiegando di aver agito per una vendetta legittima, e su ordine di
Apollo. Quest’ultimo poi interviene spiegando che Clitennestra per prima aveva compiuto un’atrocità,
uccidendo il marito (ma questo per le Erinni è un delitto meno grave in quanto marito e moglie non sono
consanguinei), e che in ogni caso l’omicidio del marito è un crimine peggiore, poiché quando si genera un
figlio, è il marito a dare il germe, che la moglie poi si limita a nutrire durante la gestazione.[2] Il figlio insomma
ha lo stesso sangue del padre e quindi ha il diritto di vendicarlo. La giuria infine vota. L’ultima a votare è
Atena, la quale dichiara il proprio voto favorevole ad Oreste, perché la dea, non avendo una madre,
considera più importante la figura paterna. Alla fine il conteggio dei voti è pari: sei per la condanna e sei per
l’assoluzione. Oreste viene dunque assolto, poiché il presidente della giuria, Atena, è a lui favorevole.
Esodo (vv. 778-1045): Le Erinni reagiscono con rabbia alla sentenza, minacciando a più riprese morte e
distruzione. Atena tuttavia riesce a calmarle e, garantendo loro venerazione eterna, le convince a diventare
Eumenidi, ovvero divinità della giustizia anziché della vendetta. Inizia così un canto di benedizione in cui le
dee invocano ricchezza, fecondità e concordia per Atene, mentre Atena prefigura un lungo periodo di
giustizia, che nella città sarà assicurata dal timore per le dee ora venerande. In un corteo di sacerdotesse
guidato da Atena, le Eumenidi vengono infine accompagnate verso la loro nuova sede.
Eschilo Eumenidi
traduzione di Ettore Romagnoli
PERSONAGGI:
PROFETESSA pìttica
APOLLO
ORESTE
L'OMBRA di Clitennèstra
CORO di Furie
Atèna
La scena della prima parte rappresenta l'adito
del tempio di Apollo in Delfi.
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EUMENIDI

La terza tragedia della trilogia prende il nome dalle Erinni, dee che impersonano la vendetta, le quali erano chiamate anche Eumenidi (ossia “le benevole”) quando erano in atteggiamento positivo. In questa terza parte dell’ Orestea viene narrata la persecuzione delle Erinni nei confronti di Oreste, che culmina nella celebrazione di un processo presso il tribunale dell’Areopago. [1]^ Tale giudizio, che vede le Erinni stesse come accusatrici, Apollo come difensore e Atena a presiedere la giuria, termina con l’assoluzione di Oreste, grazie al voto di Atena, che vota a suo favore perché non ha madre. Prologo (vv. 1-142): Braccato dalle Erinni per il matricidio, Oreste è nel tempio di Apollo, dove chiede aiuto al dio. Quest’ultimo, promettendogli la sua protezione, lo invia ad Atene, presso il tempio della dea Atena, dove forse troverà la soluzione ai suoi problemi. Appare poi il fantasma di Clitennestra, che aizza le Erinni a perseguitare il figlio per il suo orribile delitto, lamentandosi del fatto che nessun altro dio si levi in sua difesa. Parodo (vv. 143-178): Le Erinni si accingono a dare la caccia ad Oreste. Primo episodio (vv. 179-306): Apollo caccia le dee infernali dal proprio tempio, ed esse vanno in cerca di Oreste, raggiungendolo quando egli è ormai nel tempio di Atena e ne sta invocando l’intervento. Lì le dee infernali lo minacciano di infliggergli la meritata punizione. Primo stasimo (vv. 307-396): Le Erinni cominciano un terribile canto di morte danzando attorno ad Oreste. Secondo episodio (vv. 397-489): Appare Atena, la quale, dopo essersi informata presso Oreste e le Erinni su ciò che è accaduto, si offre come giudice in un regolare processo. Il caso verrà sottoposto ad una giuria ateniese di dodici membri (ricalcata sul tribunale ateniese dell’Areopago, attivo ai tempi di Eschilo), presieduta dalla stessa Atena. Le Erinni saranno l’accusa, Apollo la difesa. Secondo stasimo (vv. 490-565): Prima dell’inizio del processo, le Erinni riflettono preoccupate sulle conseguenze di una possibile assoluzione di Oreste: questo fatto potrebbe indurre alla licenza tutti i mortali, e causare un forte aumento degli omicidi tra consanguinei. Terzo episodio (vv. 566-777): Inizia dunque il processo. Le Erinni interrogano Oreste sul modo in cui ha ucciso sua madre. Oreste si difende spiegando di aver agito per una vendetta legittima, e su ordine di Apollo. Quest’ultimo poi interviene spiegando che Clitennestra per prima aveva compiuto un’atrocità, uccidendo il marito (ma questo per le Erinni è un delitto meno grave in quanto marito e moglie non sono consanguinei), e che in ogni caso l’omicidio del marito è un crimine peggiore, poiché quando si genera un figlio, è il marito a dare il germe, che la moglie poi si limita a nutrire durante la gestazione. [2]^ Il figlio insomma ha lo stesso sangue del padre e quindi ha il diritto di vendicarlo. La giuria infine vota. L’ultima a votare è Atena, la quale dichiara il proprio voto favorevole ad Oreste, perché la dea, non avendo una madre, considera più importante la figura paterna. Alla fine il conteggio dei voti è pari: sei per la condanna e sei per l’assoluzione. Oreste viene dunque assolto, poiché il presidente della giuria, Atena, è a lui favorevole. Esodo (vv. 778-1045): Le Erinni reagiscono con rabbia alla sentenza, minacciando a più riprese morte e distruzione. Atena tuttavia riesce a calmarle e, garantendo loro venerazione eterna, le convince a diventare Eumenidi, ovvero divinità della giustizia anziché della vendetta. Inizia così un canto di benedizione in cui le dee invocano ricchezza, fecondità e concordia per Atene, mentre Atena prefigura un lungo periodo di giustizia, che nella città sarà assicurata dal timore per le dee ora venerande. In un corteo di sacerdotesse guidato da Atena, le Eumenidi vengono infine accompagnate verso la loro nuova sede.

Eschilo Eumenidi

traduzione di Ettore Romagnoli

PERSONAGGI:

PROFETESSA pìttica APOLLO ORESTE L'OMBRA di Clitennèstra

CORO di Furie Atèna

La scena della prima parte rappresenta l'adito del tempio di Apollo in Delfi.

PROLOGO

SACERDOTESSA (Prega dinanzi al tempio): Prima con questa prece onoro Gea che profetessa fu prima: indi Tèmide che seconda ebbe sede in questo oracolo, dopo sua madre, com'è fama; e terza, né già per forza, ma piacendo a Tèmide, vi salí Febe, prole dei Titani, figliuola anch'essa della terra; e dono natale a Febo ella ne fece, e il nome serba ancora dell'ava. E il Dio, lasciate le scogliere di Delo e la palude, alle acclivi approdò spiagge di Pallade e a questo suolo, ed al Parnaso giunse. Scorta gli fanno, e grande onore, e innanzi gli schiudono la via, gli Atenïesi figli d'Efesto, e la selvaggia terra rendono pervia. E come ei giunge, il popolo assai l'onora, e il re che questa terra governa, Delfo. E Giove a lui fatidica mente concesse; e quarto, in questo trono, dei vaticini re lo fece; onde ora è profeta di Giove il Nume ambiguo. Le prime preci a questi Numi salgano. Poscia il saluto a Pallade che siede innanzi al tempio io volgo, ed alle Ninfe ch'ànno dimora nella cava rupe coricia, asilo ai Dèmoni, diletta agli aligeri; e Bromio ha quivi impero, non l'oblio, no, dal dí ch'egli fu duce alle Baccanti, ed al Pentèo la sorte

feroce intorno, come a un lepre, strinse. E del Pleisto le fonti, e la possanza di Posídone invoco, e il sommo Giove: e, fatidica voce, il trono ascendo. Ed ora a me fausto l'ingresso, quanto mai già non fu, concedano. - E degli Èlleni se alcuno è qui, traggan la sorte e avanzino: come il Dio guida, i vaticini io dico. (Entra nel tempio. Ma subito ne balza fuori esterrefatta. piomba con le mani al suolo, e si trascina ancora uno o due passi verso gli spettatori) Ahi! terribile a dire, e piú terribile a vederlo, mi scaccia uno spettacolo fuor dal tempio del Nume! Io non ho forze piú: non mi reggo piú: sovra le palme io mi trascino, e non sui piedi. Nulla è una vecchia che teme, è come un pargolo! (Rimane pochi momenti in silenzio) Ai penetrali e alle sacre bende m'accosto, e vedo sulla pietra un uomo supplice, sozzo d'un delitto: sangue stillano ancor le mani e il ferro ignudo; e stringe un ramo di montano ulivo, tutto avvolto di pii candidi bioccoli. È chiaro assai, ciò che finor v'ho detto. Ma dinanzi a costui, sovressi i troni, sopito giace un mostruoso stuolo di femmine: non femmine, anzi Gòrgoni io le dirò: benché, neppure a Gòrgoni

di Clitennèstra, e si rivolge alle Furie) Clitennèstra: Ehi là! Dormite? E che bisogno ho io di sonnacchiose? Perché m'offendete cosí? Perché questa diversa legge? Neppur fra i morti, poi che morte diedi, evito io l'onta, ed erro in turpe bando: ahi!, triste taccia, vi so dir, mi dànno! Ma il male ch'io patii dai miei piú prossimi, che fui sgozzata per man di mio figlio, nessun dei Numi pensa a vendicarmene. Queste mie piaghe l'animo tuo scorga: pupille acute ha l'animo nel sonno, anche se desto poco lungi vede. Eppur molti lambiste, ed io v'infusi, libamenti di pure acque e di miele; e v'imbandii presso la sacra fiamma notturne àgapi, quando eran deserte l'are d'ogni altro Nume. E tutto ciò ora lo veggo sotto i pie' calpesto. E colui v'ha deluse, e fugge, simile a cerbiatto: di mezzo alle reti, agile via si lanciò, di voi si prese gioco. Udite, dunque: ch'io vi parlo, inferne Dive, con tutta l'anima: destatevi: io nel sonno vi chiamo, io Clitennèstra. (Le Furie russano) Clitennèstra: Voi russate, e quell'uom fugge, è lontano: ché non son pari ai miei gli amici suoi! (Le Furie russano)

Clitennèstra: Troppo dormi, e di me non ti dài cura; e Oreste, quei che uccise me, s'invola. (Le Furie russano) Clitennèstra: Sonnecchi, russi? Non ti desti? Sbrígati! Non sai tu dunque fare altro che mali? (Le Furie russano) Clitennèstra: Stanchezza e sonno insieme congiurarono, e la forza alla fiera idra fiaccarono. FURIE: Ghermisci, ghermisci, ghermisci, ghermisci! Clitennèstra: La fiera in sogno insegui, e al par di cane che mai la caccia non oblia, tu mugoli. Sorgi, che fai? Stanchezza non t'abbatta! Vedi il tuo smacco! Non t'afflosci il sonno! Le mie giuste rampogne il cuor ti cruccino. Son le rampogne, per chi senno ha, pungoli. Sopra lui soffia il tuo fiato sanguineo, consumalo con l'alito, col fuoco dei tuoi visceri, ancora inseguilo, ardilo!

FURIA 1 (Si desta, e scuote una compagna): Svégliati! E sveglia quella, io sveglio questa. (Ne scuote un'altra) Dormi? Déstati, dunque, e al sonno càlcitra: vediam se il sonno fu vano preludio.

(Le Furie si destano una dopo l'altra) FURIA 2: Strofe prima Ahimè, che smacco soffrimmo, compagne! FURIA 3: Ahimè, travaglio che invano ho durato! FURIA 4: Ahi quale affronto, che male insoffribile dobbiamo plorare! FURIA 5: Da le reti balzò, fugge la fiera! FURIA 6: Vinta dal sonno, perduta ho la preda. (Le Furie si aggruppano in due semicori intorno all'altare di Apollo) FURIA 2: Antistrofe prima Figlio di Giove, ben tu sei furace. FURIA 3: Le antiche Dive, calpesti tu giovine! FURIA 4: Benigno al supplice, all'uom senza Iddio, funesto ai parenti, un matricida, tu, Nume, hai salvato. FURIA 5: Chi potrà dire che giusta è tale opera? SEMICORO PRIMO: Strofe seconda Una rampogna nel sogno giunse, come l'auriga che a mezzo il pungolo stringe; ed il fegato mi batte, e l'anima. Sotto il flagello

del reo carnefice, un gelo un brivido ghiaccio m'assidera. SEMICORO SECONDO: Antistrofe seconda Tali, dei nuovi Numi le gesta. Contro Giustizia tengono un seggio che tutto or gemica grumi sanguinei. Contaminata la sacra pietra scorgi dall'orride macchie del sangue. SEMICORO PRIMO: Strofe terza Ei, ch'è pur vate, con brama spontanea, bruttava i recessi fatidici di macchia domestica; e, contro le leggi dei Superi, le Norme antichissime struggeva, ad onor d'un effimero. SEMICORO SECONDO: Antistrofe terza A me diviene odïoso: né libero sarà che mai renda quell'empio, se pur fra le tènebre, del suolo fuggisse. È colpevole: a lui nuovo Dèmone piombare dovrebbe sul cèrebro.

SECONDO EPISODIO (Improvvisamente appare Apollo) APOLLO: Via di qui, ve l'impongo, uscite súbito,

Ma ciò ch'è giusto, vedrà bene Pallade! CORIFEA: Mai non sarà che di cacciarlo io resti! APOLLO: Caccialo! Aggiungi travaglio a travaglio. CORIFEA: Non scemar, coi tuoi detti, il mio diritto! APOLLO: Godere i tuoi diritti, io non vorrei! CORIFEA: Grande sei tu, tu presso a Giove siedi. Ma la materna strage grida, e insegue come un cane, quest'uomo, a la vendetta. APOLLO: Ed io proteggo, io farò salvo il supplice! Su l'uom, sul Nume che tradisce un supplice, né v'è costretto, incombe alta vendetta. (Apollo da una parte, le Furie dall'altra, lasciano la scena)

SECONDA PARTE (La scena è in Atene, dinanzi al tempio d'Atèna Pallade. Al principio di questa seconda parte, giunge Oreste, e si prostra dinanzi al simulacro della Dea) ORESTE: Atèna Dea, per gli ordini di Febo giungo: il fuggiasco accogli tu benevola: ch'io non impuro, né con le man' sozze, ma innocuo già, purificato già

in altre case, in altri umani tramiti, attraversando e terre e mari, docile ai fatidici mòniti d'Apollo, giungo al tuo tempio; e al simulacro tuo strettomi, aspetto dal giudizio il fine. (Irrompono nell'orchestra le Furie, cercando, fiutando il suolo, come una canea in traccia della preda) FURIA 1: Ecco! Un palese indizio del fuggiasco. Segui le tracce della muta guida! FURIA 2: Come canea su ferito cerbiatto moviamo dietro le stille di sangue. FURIA 3: Seguir quest'uomo assai mi fiacca; ed ansima il mio polmone: ch'errai della terra per ogni luogo, lo cercai, volando sul mar, senz'ali, al par di nave rapida. FURIA 4: Ed ora, certo, egli è nascosto qui: ché mi conforta odor d'umano sangue. FURIA 1: Cerca, su, cerca per tutto, ed investiga ché il matricida non fugga impunito! FURIA 2: Bene ei trovò soccorso! Strettosi all'idolo sacro d'Atèna, chiede giudizio del sangue versato. FURIA 3:

Ma lecito non è: non si riscatta il sangue materno che al suolo stillava effuso, che bagna la terra. FURIA 4: No: dalle membra ancor vive, tu devi l'èpula offrirci di rosso libame: nelle tue vene convien ch'io m'abbeveri. FURIA 1: Vivo t'emacierò, ti condurrò ad espiare la colpa, tra gl'Inferi. FURIA 2: Qui tu vedrai chiunque altri degli uomini peccò, facendo ingiuria ai Numi, agli ospiti, ai suoi genitori, ciascuno avendo la débita pena. FURIA 3: Che l'Ade v'è sotto la terra, giudice solenne dei mortali, che nella mente tutto scrive, e vigila. (Le Furie si aggruppano intorno all'altare di Diòniso) ORESTE: Dalle sciagure ammaestrato, appresi ciò che convenga in ogni evento; e so quando parlar convien, quando il silenzio. Saggio maestro or favellar m'impone. Langue su la mia man, si strugge il sangue: del matricidio la recente macchia lavata è già: con sangue espiatorio presso l'ara del Dio fu cancellata: lungo sarebbe annoverare quanti

contatto ebbero meco, e illesi andarono. E santamente e con pio labbro, adesso chiamo la Dea di questa terra, Atèna, che a soccorrermi giunga. Ella, senz'armi, e me stesso e la terra e il popol d'Argo fido alleato ognor guadagnerà. O sia che tu ne le contrade libiche su 'l fluvïale tramite tritonio che ti die' vita, a sostener gli amici, o nascosto o palese il piede avanzi, o sia che, ardita guidatrice, vigili con virile saldezza il pian di Flegra, tu, che sei Dea, che pur da lungi m'odi, amami, e me da queste pene salva. FURIA 1: Apollo non potrà, non la possanza potrà d'Atèna farti salvo. Andrai randagio, né mai piú pace saprai! Ombra vagante, esangue epula, ai Démoni tu non rispondi, i detti miei tu spregi, tu sacro a me. Sarai la mia pastura, non su l'ara sgozzato, anzi ancor vivo; e udrai quest'inno che t'allacci e affàscini!

PRIMO CANTO INTORNO ALL'ARA FURIA 2: Su via, dunque, la danza s'intrecci, poiché la ferale canzone vogliamo intonare, e dire la sorte che agli uomini comparte la nostra congrega.

da le man' stilla: io rovino, le lor case, allor che Marte entro i letti ov'ha tranquillo nido, compie amica strage. Sopra questo ci avventiamo, e per quanto sia gagliardo, l'abbattiam con nuovo sangue.

Strofe terza Anche se giungono al cielo, la fama, la gloria degli uomini, cadono al suolo disfatte, deserte d'onore, quando avanziamo recinte dai lividi pepli, e batte l'infesto mio piede la danza. Con un gran lancio dall'alto io piombo, e l'orma somma del mio pie' gravo sopra i fuggiaschi, gravo a sterminio le membra, e infliggo la trista sorte.

Antistrofe terza Né chi rovina, nel turpe delirio, del crollo s'avvede: come caligine attorno lo scempio gli svola; e la lor misera fama, sovr'esse le case addensa fra lagrime le tenebre cieche. Con un gran lancio dall'alto io piombo, e l'orma somma del mio pie' gravo sopra i fuggiaschi, gravo a sterminio le membra, e infliggo la trista sorte.

Strofe quarta Questa è la nostra legge,

e al nostro fine agevoli troviamo i mezzi. Memori e severe ai mortali, e inesorabili, senza onore né pregio, viviam lunge dai Numi, dove non s'apre tramite né ai vivi, né ai defunti, ove non brillano giammai del sole i lumi.

Antistrofe quarta Chi mai dunque fra gli uomini non mi venera e teme, udendo la mia norma fatale, a cui concede esito il Dio? L'antico privilegio anche oggi in me perdura; né priva andrà d'onore, se pur sotto la terra io mi rifugio, ne la tènebra oscura.

TERZO EPISODIO (Giunge Atèna) Atèna: Da lungi udito ho de l'appello il suono, dallo Scamandro, ove la sede mia stabilita ho nel suol, che, parte eletta dei predati trofei, tutto a me sacro, per sempre, i duci e i prenci d'Argo vollero, e ai figli di Tesèo dono ne fecero. Di lí spingendo il pie' mai stanco, giunsi senz'ali, e ai venti fremea gonfia l'egida. Or, qui veggendo cosí nuova accolta,

non temo io già, ma stupefatta resto. Chi siete mai? Lo chiedo a tutti. A questo che, stranïero, all'idol mio si stringe, e a voi, disforrni ad ogni essere nato, cui né mai tra le Dee videro i Numi, né somigliate alle parvenze umane. Ma rinfacciare apertamente altrui la sua deformità, non mi par giusto! CORIFEA: Figlia di Giove, in breve il tutto udrai. Noi della Notte siam le fiere figlie, Dire chiamate nelle inferne case. Atèna: Noti mi son la stirpe vostra e il nome. CORIFEA: E il nostro ufficio presto apprenderai. Atèna: L'apprenderò se me lo dice alcuno. CORIFEA: Dalle case scacciam qualunque ancide. Atèna: E dove trova di sua fuga il termine? CORIFEA: Dove per sempre ogni letizia è morta. Atèna: Tale è la caccia che su costui gridi? CORIFEA: Egli sua madre assassinare ardí. Atèna: Né la furia teméa d'altra pressura? CORIFEA:

Pungol non v'ha, che al matricidio astringa! Atèna: Son due le parti, e solo una parlò. CORIFEA: Ei non può dare il giuro, né riceverlo! Atèna: Piú che oprar giusto, averne fama brami! CORIFEA: Dimmi il perché, saggezza a te non manca. Atèna: Far non può il giuro che trionfi il falso. CORIFEA: Chiedi le prove, e tu la lite giudica. Atèna: Dunque il giudizio rimettete a me. CORIFEA: Come no? Ti prestiamo l'onor debito. Atèna: E tu, che cosa opporre, ospite, puoi? Di' la tua patria, la progenie tua e le vicende, e dalle accuse scólpati, se fede hai pur nella giustizia, e siedi perciò, come Issïon, supplice sacro vicino all'ara e al simulacro mio. Rispondi a tutto, e fa ch'io chiaro intenda. ORESTE: O diva Atèna, prima io dall'estreme parole tue, vo' tôrre un gran sospetto. Non giunsi qui contaminato. All'idolo tuo non m'assisi con le mani impure. E grande prova addurre io te ne posso.

Ogni destino volga a sua posta! Narrando i mali dei lor vicini, si chiederanno l'un l'altro un fàrmaco, una difesa dai mali, ahi, miseri!, dove consigli non son che vani!

Strofe seconda Bene è spesso che tra gli uomini trovi luogo, e che degli animi a custodia il timor segga: non disdicono a saggezza angusti freni. Qual città, quale uomo credi che potrà, se in cuore dramma di timore non alberghi, venerare la giustizia?

Antistrofe seconda Niuno ormai, se la sciagura lo percuota, osi levare piú le supplici parole: O Giustizia, e voi, troni dell'Erinni! Leverà presto tal gemito qualche padre, qualche madre tormentata, poi che il tempio di Giustizia crolla già.

Strofe terza Non lodar vita servile, né che sciolto abbia ogni freno.

Ogni possanza nel mezzo locar volle il Nume, che vigile or qui l'occhio volge, ora altrove. Io dico in verità, ch'è Tracotanza figliuola d'Empiezza; ma dal pensier prudente nasce Beatitudine, diletta ad ogni gente.

Antistrofe terza Sempre a te ripeto: «Próstrati all'altare di Giustizia. Né calpestarlo, per lucro che vegga, con piede sacrilego: ché pronta la pena t'aspetta, il destinato giorno. Dunque, rispetta chi luce ti diede; e se giunge al tuo tetto a rifugiarsi un ospite, abbi di lui rispetto».

Strofe quarta Chi, non costretto, la giustizia pratica, mai non vivrà d'ogni fortuna privo, mai non cadrà nell'ultima rovina. Ma chi veleggia con opposti sensi, molte recando, e mal raccolte prede, dovrà col tempo, a forza, raccogliere le vele, allor che la procella piomberà sopra la spezzata antenna.

Antistrofe quarta Soccorso invoca allor, nell'invincibile vortice chiuso, ma nessun l'ascolta; ché ride il Nume, allorché vede un empio senza piú millantar, senza piú forza, tra le iatture senza uscita, al culmine piú non regger del flutto. E l'antica fortuna, di giustizia allo scoglio, non pianta e non veduta, urta, e si fiacca.

QUARTO EPISODIO Atèna (All'Araldo): Lancia l'appello, e frena, o araldo, il popolo. E la squillante búccina tirrena, sino al cielo, di vivo alito gonfia, l'acutissima voce alzi alla turba. (Si leva l'acutissimo squillo della tromba. Accorre tutto il popolo e riempie la scena) Atèna: Poi che già piena è l'assemblea, conviene che silenzio vi regni, e Atene e i giudici queste mie leggi, ch'io sancisco eterne, odano, ed equa le sentenza diano. (Si presenta Apollo) CORIFEA: Apollo re, nei tuoi dominî impera. Quale ufficio a te spetta in questa causa? APOLLO: Testimonio qui giungo e n'ho diritto:

ché al tempio mio, che all'ara mia, già venne quest'uom supplice, ed io puro l'ho reso. E partecipe giungo: è mia la colpa del matricidio. Apri ora tu la causa, e giusta, come sai, dà la sentenza. Atèna: A voi parlare. Aperta è già la causa. Quegli che accusa, favellando primo, dirittamente i fatti ci esporrà. CORIFEA: Molte siam noi, ma parleremo brevi. E tu motto per motto a noi rispondi. Or di' prima se tua madre uccidesti. ORESTE: L'uccisi: mai non negherò lo scempio. CORIFEA: Una delle tre prove è vinta già. ORESTE: Non millantar: caduto ancor non sono. CORIFEA: Or devi dire come l'uccidesti. ORESTE: Stretta una spada, le tagliai la gola. CORIFEA: Istigato da chi? Chi vi t'indusse? ORESTE: Dai responsi di Febo. Ei lo conferma. CORIFEA: T'indusse Apollo a uccidere tua madre? ORESTE:

Giove, tu dici, ha piú riguardo ai padri? Ed egli in lacci il vecchio Crono avvinse. Ché non esponi il fatto a questi giudici? A udirlo, o testimonî, io vi sollecito. APOLLO: Mostri a tutti esecrandi, odio dei Numi, si può sciogliere un laccio, esiston farmachi di questo male, ed assai vie di scampo. Ma poi che spento è un uomo, e n'ha la polvere bevuto il sangue, mai piú non risurge. Trovare incanto a ciò, non lo potrebbe il padre mio, che tutto ordina e tutto in cielo e in terra, senza ansimo, volge. CORIFEA: Vuoi che costui venga assoluto? Pensa! Versato il sangue ha della madre: come del padre, in Argo, abiterà la casa? A quali altari pubblici potrà far sacrifizî? Qual tribú vorrà partecipar con lui l'acqua lustrale? APOLLO: Anche questo dirò: se a dritto, intendilo! A quel che figlio noi diciam, la madre genitrice non è: bensí nutrice del nuovo germe: genitore è quegli che il germe espresse. Come ospite l'ospite, se non lo strugge un Nume, essa lo porta. E dei miei detti dar prova ti posso. Aver puoi padre senza madre: è presso a noi la figlia dell'Olimpio Giove,

a farne prova, che non fu cresciuta entro l'oscuro viscere; ma quale Dea, generar saprebbe un tal rampollo? O Palla, ed io, per quanto posso, grande la tua città, la tua gente farò; e mandai questo alla tua casa supplice, che per sempre fedele egli ti fosse, ed alleato, o Diva, egli e i suoi posteri; e sacri ognora questi patti restino. Atèna: Bastino i detti. Or voi, giusto, sí come coscïenza vi spinge, il voto date. CORIFEA: Tutte scagliate abbiam le nostre freccie: della causa il giudizio ora attendiamo. APOLLO: Avete udito: nel dar voto, o giudici, il giuramento in cuor sacro vi sia. Atèna: Or la mia legge udite, Attiche genti, voi prime elette a giudicare questa causa di sangue. Al popolo d'Egeo anche i venturi dí, questo consesso darà sentenza, qui dove le Amazzoni posero campo e tende, allorché l'odio contro Teseo le spinse a guerra, ed esse, di fronte alla città, questa munirono di torri eccelsa rocca, ed immolarono vittime ad Are: onde la rupe ancora d'Arëopàgo ha nome. Esso il rispetto ed il timore ai cittadini in cuore

indurrà, che non mai, né dí, né notte, vïolino giustizia, e che le leggi, d'Atene i cittadini mai non mutino: ché, se di fango e umor fradici, l'onda limpida inquini, ber piú non la puoi. Vita consiglio ai cittadini miei né senza freno, né servil: né lungi dalla città si scacci ogni timore: qual uom giusto sarà, se nulla teme? Voi temetelo dunque e rispettatelo: esso schermo dell'Attica sarà, e salute d'Atene; e alcun degli uomini il simile non ha, né fra gli Sciti, né di Pelope il suol: tale consesso, venerando severo incorruttibile della terra d'Atene propugnacolo, vigile su chi dorme, io stabilisco. Questo ammonisco ai cittadini miei che sia per l'avvenire. Adesso alzatevi, prendete i voti, ed ossequenti al giuro, equa sentenza pronunciate. Ho detto. CORIFEA: Ed io t'esorto che d'onor non frodi questa dura d'Atene ospite schiera. APOLLO: Di temere io t'impongo i miei responsi che son di Giove, e non li renda sterili. Eumènidi: D'omicidî t'impacci: a te non spetta: né l'oracolo tuo sarà piú sacro. APOLLO:

Anche mio padre mal mi consigliò, che d'Issíone udí le prime preci? CORIFEA: Anche in Fere, per te, le Parche un giorno vita perenne diedero ai mortali. APOLLO: Giusto non è far bene a chi ti venera, massime allor ch'ei di soccorso indige? CORIFEA: Le antiche leggi da te son distrutte: le antiche Dee di loro epule privi. APOLLO: Presto, sconfitta nella causa, innocuo vomirai sui nemici il tuo veleno. CORIFEA: Tu cianci! Ove io la causa perda, infesta a questo suol sarà la torma nostra. APOLLO: Fra i Numi antichi, fra i novelli Numi, tu vai priva d'onore: io vincerò. CORIFEA: Giovine Iddio, tu me conculchi annosa: ma se infierire contro Atene io debba non so: che fine abbia la causa attendo. (Durante tutta questa discussione s'è compiuta la votazione. Atèna si approssima ultima a dare il voto) Atèna: È la mia volta: a me l'ultimo voto. In favore d'Oreste io lo darò. Madre non ho che generata m'abbia;

Da questo una serpigine che greggi strugga ed erba, su le zolle spargendosi, le letifere macchie la terra coprirà. Che ti faccio? Verso lagrime? Sarò con questi cittadini acerba? O della Notte misere figlie, nessuno, onor prestato v'ha. Atèna: Credete a me: non v'affliggete troppo. Vinte non foste: il numero dei voti fu pari: e spregio a te non vien. Ma v'erano segni ben chiari del voler di Giove; e quegli stesso che il responso diede, giunse a prestar la fede sua, che Oreste compier dovea lo scempio, e andare immune. Non vi crucciate dunque, e il fiero sdegno non infliggete a questo suolo, e sterile non lo rendete, non struggete i germi col morso edace dell'infeste bave. Ed io con certa fede a voi prometto che in questa terra di giustizia avrete riposte sedi, e onor dai cittadini, presso l'are sedendo, in troni fulgidi. CORO: Antistrofe prima Ahi, nuovi Iddei, sotto i pie' calpestate le antiche leggi! Di man le mie prede voi mi strappate! Ma, spoglia d'onore, io, sciagurata, nell'aspra mia doglia, stillerò lo sterminio

sopra questo terreno, dal furore dell'anima sprizzando atro veleno. Da questo una serpigine che greggi strugga ed erba, su le zolle spargendosi, di letifere macchie la terra coprirà. Che faccio? Verso lagrime? Sarò con questi cittadini acerba? O della Notte misere figlie, nessuno, onor prestato v'ha. Atèna: Prive d'onor non siete, e non vi piaccia, per troppo d'ira, questo suolo rendere sterile, o Dive. Anch'io - dirlo che giova? - posso in Giove fidare: io sola so del ricetto le chiavi ove la folgore è sigillata. Ma per che, la folgore? Ben t'indurrai per le parole mie a non scagliare con impronta lingua su questa terra il maleficio, e tutti farne abortire i frutti. In cuor sopisci l'impeto amaro della negra furia, e delle cose e degli onor partecipe con me sarai: di questa terra grande offerte le primizie a te saranno per gli sponsali, e quando nascon pargoli: onde il consiglio mio loderai sempre. CORO: Strofe seconda Questo da me si tollera, da me vetusta Diva! E, ahimè, di questa

terra, impunita la sozzura resta! Spirerò la mia furia, la mia collera. Ahimè, ahimè, sciagura, quale tortura penetra il fianco mio! O Madre notte, il mio furore ascolta. Gli onori a me dovuti, antica Diva, invincibile frode or me ne priva. Atèna: Le furie tue sopporterò: ché annosa piú sei di me: piú accorta anche tu sei: ma senno acuto Giove anche a me diede. Se ad altre terre, ad altre genti andrete, brama vi pungerà, ve lo predíco, di questo suol: ché ai cittadini miei maggior gloria addurranno i dí venturi. E tu, vivendo in onorata sede, d'Erettèo presso la dimora, offerte avrai da turbe d'uomini e di femmine, quali niun altra gente a te farebbe. E su la terra mia tu non gittare i sanguinei pungigli, onde si struggono i cuori giovanili in una furia d'ebbrezza senza vino; e non accendere come galli pugnaci i cittadini, non annidarvi la guerra civile, la promiscua strage. E non s'appressi, resti la guerra oltre le porte, ed ivi terribile di gloria amore avvampi. Queste le offerte ch'io ti faccio. Beni largire e averne, onori aver, partecipe

di questo sacro suol diletto ai Numi. CORO: Antistrofe seconda Questo da me si tollera, da me, vetusta Diva! E, ahimè, di questa terra, impunita la sozzura resta! Spirerò la mia furia, la mia collera. Ahimè, ahimè, sciagura, quale tortura pènetra il fianco mio! O madre Notte, il mio furore ascolta. Gli onori a me dovuti, antica Diva, invincibile frode or me ne priva. Atèna: Mai stanca mi farà parlarti il bene: dir non potrai che tu, vetusta Diva, spregiata da me giovine, e dal mio popolo, vai da questo suolo in bando. Ma, se pur tu la Dea Suada veneri, che dal mio labbro col suo miel ti molce, resta fra noi. Ché se restar non vuoi, giusto non è che l'ira tua su Atene piombi, né il danno od il furor sul popolo: ch'esser tu puoi di questo suol partecipe direttamente, e onore aver perenne. CORIFEA: Qual sede, o Atèna, dici tu che avrei? Atèna: D'ogni cordoglio immune: or dunque accettala. CORIFEA: