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Presentazione dell’opera “Le Eumenidi” facente parte della trilogia dell’ “Oreste” scritta da Eschilo.
Tipologia: Guide, Progetti e Ricerche
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A scrivere l’opera tragica le “Eumenidi” fu Eschilo nato intorno al 525 a.C. e conosciuto anche perché partecipò alla battaglia di Maratona del 490, Salamina del 480 e di Platea 479. Ma è soprattutto noto poiché, nella tragedia, fu il primo a elevare il numero degli attori da uno a due e a ridurre l’importanza del coro portando in primo piano l’elemento del parlato. La caratteristica fondamentale di Eschilo fu quella di espandere la storia in uno spazio e un tempo che si propagano lungo tutta una trilogia abbracciando generazioni e destini di eroi. Un esempio lampante ci è stato fornito dall’Orestea la quale comprende le tragedie dell’Agamennone, Coefore e Eumenidi e che è l’ultima che ci è pervenuta completamente, altre tragedie di Eschilo sono i Persiani, I sette a Tebe, Le supplici e anche Il Prometeo Incatenato. Queste facevano tutte parte di una trilogia, ma le altre opere sono state perse. L’Orestea inscena un accadimento del passato, quando mito e storia si intrecciano, rivivendolo però nel presente. Il prologo si svolge ad Atene nel tempio di Pallade sull’acropoli al colle dell'Areopago, la sede del tribunale. È suddiviso in tre parti. La prima parte a sua volta si divide in due sezioni: nella prima si ricorda la successione delle divinità che precedettero Apollo e si evoca il paesaggio montano; nella seconda viene visto un uomo cosparso di sangue che è supplice nei confronti del dio Apollo e circondato dalle Erinni addormentate. Da questa scena si evince la contrapposizione fra le nuove divinità ma anche fra quelle del passato che risultano orribili e ripugnanti, infatti la profetessa dice : “Το φυλον ουκ οπωπα τησδ’ ομιλιας ουδ’ ητις αια τουτ’ επευχεται γενος τρεφους’ ανατει μη μεταστενειν πονον.” ( Non ho visto mai una razza come questa compagnia, e non so quale terra si vanta di avere nutrito questa stirpe senza averne danno e senza piangere la pena). Nella seconda parte Apollo conforta il matricida Oreste “ Ουτοι προδωσω, δια τελους δε σοι φυλαξ εγγυς παρεστως και προσωθ’ αποστατων εχθροισι τοις σοις ου γενησομαι” (No, non ti tradirò: sino alla fine sarò tuo protettore, standoti accanto e di lontano, e ai tuoi nemici non sarò mite. ) Dopodichè suo fratello Ermes lo guiderà ad Atene dove, alla fine della tragedia, avrà la liberazione delle pene. Nella terza parte lo spettro di Clitennestra risveglia le Erinni addormentate, dee della vendetta, appartenenti ad un mondo antico percorso da mostri e potenze della terra. Dal momento che la preda è fuggita devono andare all’inseguimento di quest’ultima fino ad annientarla. Il coro delle Erinni: “ λαβε, λαβε, λαβε, λαβε· φραζου” (Prendi, prendi, prendi, prendi! Sta attenta!). Nel canto di presentazione del coro, ovvero il parodo, le Erinni condannano il fatto che Apollo pretenda di sovvertire la legge antica. Qui è ancora più chiara la contrapposizione fra gli dei antichi e gli dei nuovi, la quale sarà decisiva nel dibattito che avverà durante il processo. Nel primo episodio è chiaro lo spostamento della scena da Delfi ad Atene. Apollo si presenta dinanzi alle Erinni nel proprio tempio e quest’ultime rivendicano i propri diritti mentre Apollo ribatte che il legame delle nozze è altrettanto inviolabile ed è stato infranto da Clitennestra. Tutto ciò accade mentre Oreste ha raggiunto il simulacro di Atena e aspetta l’esito del giudizio, egli è sicuro che quest’ultima sancirà la purificazione da lui ormai ottenuta grazie al
tempo, ai patimenti, ma anche ai riti svolti presso l’altare di Apollo. Nel frattempo viene raggiunto dalle Erinni che levano un canto dal carattere disumano. Tra un episodio e l’altro si svolge uno stasimo, un canto suddiviso in uno o più gruppi di strofe e accompagnato da un ballo e della musica. Il primo appare diviso in quattro coppie di strofe, Oreste è accerchiato da un anello di danza composto dalle Erinni, le quali esprimono la condanna contro gli assassini delle proprie madri. Questo è un compito assegnato dalla Moira : “ Δωματων γαρ ειλομαν ανατροπας· οταν Αρης τιθασός ων φιλον εληι, επι τον , ω, διομρναι κρατερον ονθ’ ομως αμαυρουμεν αφ’ αιματος νεου” (Per me, ho scelto distruzione di case. E quando violenza domestica abbatta un consanguineo, con lui perseguitiamo: e pur forte, sotto nuovo sangue lo annientiamo.) Inseriscono quindi il loro compito all’interno dell’ordine cosmico in cui non è lecito trasgredire le leggi primordiali: επι δέ μοι γέρας παλαιόν, ούδ’ ατιμιας κυρω, καίπερ ύπο χθόνα ταξιν εχουσα και δυσήλιον κνεφας.” (Privilegio antico è il mio, e ignominia non mi tocca, pur se ho sede sotto terra, in tenebre nemica al sole). Nel secondo episodio compare Atena, che rappresenta la conciliazione fra le tenebre e il caos con l’armonia di questa nuova civiltà, la quale si informa della situazione:”η καπ’ εμου τρέποιτ’ αν αιτιας δίκην; -πως δ’ου; σέβουσαι γ’ αξίαν καπ’ αξιων.” (È affidereste a me anche l’esito della causa? - E come no? Noi onoriamo degnamente te che sei degna). Da una parte le Erinni si appellano alla legge antica, dall’altra Oreste non può negare di aver ucciso la madre ma esprime allo stesso tempo una diversa concezione della giustizia che valuta anche le circostanze di quella determinata azione. In questo momento Atena quindi riconosce la difficoltà del giudizio perché non può respingere un supplice ormai purificato e teme allo stesso tempo per la città di Atene a causa dell’ira delle Erinni, per cui “επει δε πραγμα δευρ’ επεςκηψεν τοδε, ομως ομομφους οντας αιρουμαι πολει φονων δικαςτας ορκιμω αιδουμενους θεςμον, τον εις απαντ’εγω θηςω χρονον.” (E poichè questa causa qui è giunta, per i delitti di sangue io sceglierò giudici giurati e ne farò un istituto per tutto il tempo avvenire). Dopodiché nel secondo stasimo le Erinni espongono di nuovo le ragioni per cui sono da condannare i colpevoli di matricidio: se il reo dovesse scampare alla pena le madri non avrebbero più difesa contro questo delitto, infatti proprio qui il canto assume caratteri universali: si riferiscono ovviamente ad Oreste ma anche, in generale, a tutti gli altri uomini. “Νυν καταςτροφαι νεων θεςμιων, ει κρατεςει δικα <τε> και βλαβα τουδε μητροκτονου· παντας ηδε εργον ευχερειαι ςυναρμοςει βροτους· πολλα δ’ ετυμα παιδοτρωτα παθεα προςμενει τοκευςιν μεταυθις εν χρονωοι.” (Ora, sconvolgimento di nuove leggi avverrà, se trionferanno la causa e il delitto di questo matricida: questo evento indurrà alla licenza i mortali tutti. E molte sicure calamità -uccisioni per mano dei figli- attendono i genitori per l’avvenire). È significativo anche il seguente passo: “μητ’ αναρκτον βιον μητε δεςποτουμενον αινεςηις· παντι μεςωι το κρατος θεος ωπαςεν, αλλ’ αλλαι δ’ εφορευει. Ξυμμετρον δ’επος λεγω· δυςςεβιας μεν υβρις τεκος ως ετυμως, εκ δ’ υγιειας φρενων ο παςιν φιλος και πολυευκτος ολβος.” (Né vita in anarchi né sotto dispotismo tu loderai: alla giusta misura il Dio concede potenza, ogni cosa diversamente sorvegliando. Parola opportuna io dico: dismisura è figlia di empietà secondo il vero. Ma sanità di mente nasce felicità, a tutti i cara e molto invocata).
Sebbene entrambe le scelte portano alla stessa conseguenza, il protagonista scegli la seconda opzione. Infatti qualunque scelta egli compia, disobbedirà ad una divinità: Apollo se lascia invendicato il padre, le erinni se uccide la madre. Compie questa scelta per una ragione arcaica: viene anteposta la causa del padre a quella della madre e quindi la struttura patriarcale domina sul matriarcato. Un altro nucleo tematico molto importante è quello costituito dalla legge del taglione che è la prima forma con cui una comunità di Ranica diritto di occuparsi del crimine. Prima il diritto di sangue veniva scontato nel pagamento di beni da parte del familiare più prossimo dell'uccisore, quindi era una faccenda legata all'ambito privato. Il principio del taglione costituisce comunque un pericolo in quanto provoca una catena di uccisioni: perciò viene ammesso un superamento, ovvero la formazione di un tribunale in cui amministrare la giustizia che considererà anche le circostanze in cui avviene il delitto. Intrecciato al nucleo della legge del taglione è il principio dell' ereditarietà della colpa. Infatti Agamennone è dovuto morire perché era colpevole ma era anche condannato alla colpa del momento che ha dovuto scontare il delitto del padre Atreo quindi Agamennone diviene responsabile senza aver commesso quel delitto, di conseguenza Clitennestra dopo aver ucciso Agamennone deve essere per forza uccisa dal figlio Oreste. Il tema su cui si concentra maggiormente Eschilo e il rapporto per il destino è la volontà: infatti il libero arbitrio dell'uomo è un apparenza visto che su di lui grava un destino inesorabile. D'altra parte se la salvezza di quell'uomo viene garantita dalle divinità e essa è possibile, però l'uomo deve percorrere una via caratterizzata dal dolore e dalla preghiera nei confronti del dio. Infatti la sentenza di Oreste alla fine è amministrata unicamente dalla divinità Atena dal momento che i voti pareggiano, ciò sta a significare che gli dei emettono l'unica vera e possibile sentenza e che gli uomini hanno le capacità di risolvere problemi di questa portata.