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Fedro, Seneca, Tacito, Petronio e Apuleio, Appunti di Latino

Riassunti dettagliati e sintetici che trattano di Fedro e il rapporto con Esopo, Seneca vita e opere, Tacito e la sua visione dello Stato, l'oratoria, Petronio la poetica ed il "Satyricon", rapporto tra scienza-tecnica e letteratura latina ed, infine, Apuleio con le sue "Metamorfosi".

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 05/02/2022

giorgia-sulpizi
giorgia-sulpizi 🇮🇹

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FEDRO
Come gli altri autori latini di quel tempo, Fedro aveva una concezione di vita pessimista per cui nutriva una
gravosa sfiducia nei confronti dello Stato. Visse sotto il regime della dinastia Giulio-Claudia, un’epoca in cui
la correlazione tra letteratura e politica faceva fatica ad esistere tanto da far rinunciare al poeta la presenza
di valori quali saggezza e virtù nelle sue fiabe. Di certo Fedro non promuove quella che oggi sarebbe
l’anarchia (dato che elogia Tiberio ed Augusto) ma fa capire che spesso la monarchia tende ad essere
violenta, autoritaria e ingiusta nei confronti delle classi meno agiate.
In particolare Fedro nasce nel 20 a.C. circa e arriva dalla Tracia come schiavo a Roma, dato il suo talento la
famiglia augustea che lo ospitava decise di liberarlo. La morte è da collocare durante il regno di Claudio o
Caligola, una data fortemente variabile perché le uniche informazioni che ci sono state tramandate sono
presenti solamente nelle “fabulae aesopiae”.
A differenza dei suoi contemporanei, Fedro non veniva considerato nonostante la notevole diffusione delle
sue favole. Ne parlerà Aviano secoli dopo e nel 1596 degli umanisti francesi e italiani (tra cui Niccolò
Perotti) rinvennero le sue favole. Purtroppo non furono ritrovate tutte, il secondo libro infatti è incompleto
per una causa ben specifica: la censura. Questa è stata messa in atto da Seiano, un giudice illustre che nelle
storielle di Fedro veniva visto come il personaggio cattivo.
LE FABULAE AESOPIAE
Fedro scelse innalzare la favola a un genere letterario autonomo e di collocarlo nella tradizione giambica
per segnalare la propria volontà di trasmettere un intento didascalico serio attraverso un discorso di stile
comico.
Le Fabulae Aesopiae sono una raccolta in 5 libri che contengono complessivamente oltre un centinaio di
componimenti, il primo ne ha 31, il secondo 8 e il terzo 19. Queste ed altre 30 favole ci sono rinvenute
grazie a Niccolò Perotti, infatti fanno parte dell’appendice perottina.
Lo stile che Fedro utilizza per le sue fiabe è medio così che le possano leggere tutti, talvolta troviamo
poetismi e termini epici o parole di uso quotidiano. Le figure retoriche più gettonate sono allitterazioni,
anafore, omeoteleuti, antitesi e chiasmi.
IL RAPPORTO CON ESOPO
Esopo è uno scrittore greco del 600 a.C. noto per l’invenzione della favola. Il rapporto con lui, chiarisce
Fedro, è aemulatio e non invidia né tanto meno superbia. Infatti nel prologo del quarto libro specifica che
le favole sono esopiche e non di Esopo per vari motivi:
Aggiunge nuovi personaggi per esempio Tiberio, Augusto e altri monarchi;
Inserisce valori romani come la pietas e la religio;
Spiega la nascita di usanze romane.
Nonostante i chiarimenti, il pubblico continuava a far piovere critiche e ad attribuire le favole più belle ad
Esopo e quella mediocri o brutte a Fedro tanto da non ottenere la fama sperata.
Dalle favole di Esopo invece prese le seguenti caratteristiche:
La brevità;
Un conflitto che viene risolto mediante una battura;
Una morale con scopo didattico.
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FEDRO

Come gli altri autori latini di quel tempo, Fedro aveva una concezione di vita pessimista per cui nutriva una gravosa sfiducia nei confronti dello Stato. Visse sotto il regime della dinastia Giulio-Claudia, un’epoca in cui la correlazione tra letteratura e politica faceva fatica ad esistere tanto da far rinunciare al poeta la presenza di valori quali saggezza e virtù nelle sue fiabe. Di certo Fedro non promuove quella che oggi sarebbe l’anarchia (dato che elogia Tiberio ed Augusto) ma fa capire che spesso la monarchia tende ad essere violenta, autoritaria e ingiusta nei confronti delle classi meno agiate. In particolare Fedro nasce nel 20 a.C. circa e arriva dalla Tracia come schiavo a Roma, dato il suo talento la famiglia augustea che lo ospitava decise di liberarlo. La morte è da collocare durante il regno di Claudio o Caligola, una data fortemente variabile perché le uniche informazioni che ci sono state tramandate sono presenti solamente nelle “fabulae aesopiae”. A differenza dei suoi contemporanei, Fedro non veniva considerato nonostante la notevole diffusione delle sue favole. Ne parlerà Aviano secoli dopo e nel 1596 degli umanisti francesi e italiani (tra cui Niccolò Perotti) rinvennero le sue favole. Purtroppo non furono ritrovate tutte, il secondo libro infatti è incompleto per una causa ben specifica: la censura. Questa è stata messa in atto da Seiano, un giudice illustre che nelle storielle di Fedro veniva visto come il personaggio cattivo.

LE FABULAE AESOPIAE

Fedro scelse innalzare la favola a un genere letterario autonomo e di collocarlo nella tradizione giambica per segnalare la propria volontà di trasmettere un intento didascalico serio attraverso un discorso di stile comico. Le Fabulae Aesopiae sono una raccolta in 5 libri che contengono complessivamente oltre un centinaio di componimenti, il primo ne ha 31, il secondo 8 e il terzo 19. Queste ed altre 30 favole ci sono rinvenute grazie a Niccolò Perotti, infatti fanno parte dell’appendice perottina. Lo stile che Fedro utilizza per le sue fiabe è medio così che le possano leggere tutti, talvolta troviamo poetismi e termini epici o parole di uso quotidiano. Le figure retoriche più gettonate sono allitterazioni, anafore, omeoteleuti, antitesi e chiasmi.

IL RAPPORTO CON ESOPO

Esopo è uno scrittore greco del 600 a.C. noto per l’invenzione della favola. Il rapporto con lui, chiarisce Fedro, è aemulatio e non invidia né tanto meno superbia. Infatti nel prologo del quarto libro specifica che le favole sono esopiche e non di Esopo per vari motivi:  Aggiunge nuovi personaggi per esempio Tiberio, Augusto e altri monarchi;  Inserisce valori romani come la pietas e la religio;  Spiega la nascita di usanze romane. Nonostante i chiarimenti, il pubblico continuava a far piovere critiche e ad attribuire le favole più belle ad Esopo e quella mediocri o brutte a Fedro tanto da non ottenere la fama sperata. Dalle favole di Esopo invece prese le seguenti caratteristiche:  La brevità;  Un conflitto che viene risolto mediante una battura;  Una morale con scopo didattico.

LUCIO ANNEO SENECA

Lucio Anneo Seneca detto anche Seneca il filosofo, nasce a Cordoba nel 4 o nell’1 d.C. in una famiglia benestante di rango equestre. Deluso dal comportamento dell’imperatore e dopo la morte di Afranio Burro, egli si ritira a vita privata per scrivere molti saggi fin quando non venne accusato dai pretoriani di aver partecipato alla congiura dei Pisoni. Nel 65 d.C. quindi si suicidò con la cicuta. La felicità secondo Seneca deriva dal sinolo fisica e logica ovvero nella virtù, che deriva dalla conoscenza ma una conoscenza fisica. Studia attentamente il comportamento dell’uomo e gli errori da evitare per procedere fino agli stadi finali. Per intraprendere il percorso verso la felicità l’uomo deve compiere una riappropriazione di sé. Seneca, attraverso gli avvenimenti quotidiani, vuole impartire al lettore il messaggio di fare del proprio meglio ogni giorno più del precedente senza nutrire false speranze. La speranza infatti per lo scrittore è un sentimento assolutamente negativo poiché una semplice illusione. Seneca inoltre vuole illustrare all’uomo la via per diventare saggio riprendendo la dottrina dello stoicismo.

DE BREVITATE VITAE : è il dialogo che presenta maggiormente il percorso per raggiungere la vera felicità,

quello di non sprecare il tempo. L'opera è dedicata a Pompeo Paolino, suo suocero. Con un dialogare vivace e discorsivo e argomentando attraverso delle sentenze, Seneca critica tutti quelli si lamentano per la brevità della vita umana, non risparmiando nemmeno personaggi famosi per la loro sapienza come Ippocrate e il filosofo Aristotele. A detta di Seneca l'esistenza umana non è breve, ma viene resa tale dalla nostra incapacità di adoperare il tempo che ci è stato assegnato in maniera proficua. Molti infatti sprecano i propri giorni negli affari pubblici, è il caso degli occupati. Sono occupati però anche chi è confinato dalla vita politica e investe il suo tempo in modo ugualmente vano. Utilizza anche un exemplum dicendo che il tempo è come il denaro in mano ad un cattivo amministratore. L'unico modo per usare in maniera proficua il proprio tempo consiste dunque nel ritirarsi a vita privata e dedicarsi alla conoscenza, è il caso degli otiosi cioè di coloro che utilizzano il proprio tempo per riflettere. Il saggio è colui che riesce a trasformare il valore del tempo da quantitativo a qualitativo come dirà nelle “Epistulae ad Lucilium”. Per questo Seneca invita il destinatario dell'opera, Paolino, a ritirarsi dalla vita pubblica, poiché solo il saggio vive veramente e, per quanto poco a lungo abbia vissuto, è sempre disposto a morire senza rimpianti, mentre gli occupati non possono dire di aver vissuto veramente. DE PROVIDENTIA: all’interno del passo Seneca vuole rispondere alla domanda del perché si deve soffrire tanto e perché anche i giusti e i buoni debbano soffrire. Risponde anche al dubbio del come mai dio mandi agli uomini innocenti tale dolore. Secondo il filosofo se l’interiorità di una persona è solida le disgrazie che arrivano in maniera inevitabile serviranno a metterlo alla prova e a far evidenziare le sue virtù spirituali. Infatti senza mai metterci in gioco noi non sapremmo il nostro valore reale. Sottolinea inoltre che al buono non viene inviato il vero male ma solo le sembianze del male come le sventure e le malattie ma non il male morale. Argomenta in maniera precisa il fatto che l’uomo è sottoposto a delle prove mostrando così la propria virtù mediante uno dei tanti exemplum che Seneca utilizza frequentemente ma stavolta di carattere militare. L’uomo che è alla ricerca della saggezza deve quindi essere messo alla prova. LA VITA SECONDO NATURA : nel De tranquillitate animi Seneca spiega il suo concetto di vivere secondo natura. Vivere secondo natura significa accettare il proprio destino a cui si è sottoposti poiché solo l’accettazione di questo rende l’animo dell’uomo tranquillo. Accettare il destino non significa però non reagire al fato e lasciar correre le cose negative, è dovere dell’uomo guardarsi intorno e studiare le situazioni per non farsi travolgere dalle azioni negative, e quindi, dal dolore. Un principio del vivere secondo natura riguarda anche l’uguaglianza in natura tra tutti gli uomini, ricchi o poveri che siano.

Petronio, la cui figura è ancora oggi oggetto di congetture, fu un autore latino le cui poche informazioni risalgono dagli Annales di Tacito e da Plutarco. Petronio era denominato “ elegantiae arbiter ” (maestro dell’eleganza), era dunque una figura eccentrica, raffinata, molto acculturata e lo stesso Nerone simpatizzava per lui, tanto da renderlo proconsole della Bitinia. A causa dell’invidia di un prefetto neroniano il quale lo accuserà di aver partecipato alla congiura dei Pisoni, verrà condannato a morte ma lui stesso scelse di suicidarsi. Il suo capolavoro letterario è il Satyricon, su cui si è sollevata la questione petroniana ossia una serie di ipotesi riguardanti la data, il titolo, il genere letterario, l’autore e altre caratteristiche. L’autore dell’opera più affidabile è un certo Petronius Arbiter, venne probabilmente scritto nell’età neroniana, il titolo rimanda al genitivo greco di libri e, quanto al genere, è complesso trovarne uno. IL GENERE: la struttura del Satyricon è eterogenea, troviamo prevalentemente la prosa narrativa con passi in versi, sono presenti molte digressioni, il tono passa dall’essere aulico a grottesco e per finire ad un tono parodico e ironico. Proprio per il tono parodico la critica letteraria ha pensato di catalogare l’opera come un anti-poema epico o anti-romanzo ellenistico. Purtroppo l’opera è rinvenuta frammentariamente e in maniera incompleta, ciò che si possiede del romanzo sono 141 capitoli. Una caratteristica dell’opera è l'atteggiamento stesso dell'autore che, anche se non interviene mai in prima persona, dimostra di divertirsi nel descrivere personaggi stravaganti e pieni di vizi, ma anche un atteggiamento distaccato e di superiorità verso questi personaggi e il loro mondo, inoltre fa trapelare anche il suo disprezzo verso i nuovi ricchi il cui esempio più chiaro è il liberto Trimalcione. Lo scopo di Petronio e dell'opera infatti sembra soprattutto quello di suscitare il riso , con una generale comicità ma anche con umorismo raffinato e oscenità. La visione che emerge dal Satyricon però è pessimistica: la vita è vista come qualcosa in continuo cambiamento, insicura e minacciata dalla morte. Per quanto riguarda il linguaggio che Petronio usa, esso è molto vario, in quanto si adatta ai personaggi, al loro stato sociale e alle situazioni (plurilinguismo ). Per esempio il narratore, il protagonista Encolpio, usa un linguaggio semplice, con espressioni tipiche del parlato, i cosiddetti "colloquialismi", mentre i personaggi derisi dall'autore hanno un tono eccessivamente elaborato che li rende ridicoli. I personaggi incolti invece (Trimalcione) usano un linguaggio volgare, a volte eccessivo, e spesso sgrammaticato, quindi il sermo plebeius. Il realismo del Satyricon consiste nella rappresentazione concreta della vita quotidiana e nell'interesse per fini comici verso personaggi appartenenti agli strati più bassi della società. L’autore descrive l’ambiente sociale dei liberti attraverso la mimesi linguistica descrivendo i loro principi, la loro attenzione riservata esclusivamente al sesso, al cibo e ai soldi e infine la vacuità dei loro valori. Tuttavia Petronio non vuole denunciare i mali della società ma solamente donare un’acuta osservazione del mondo reale.

SCIENZA E TECNICA

La scrittura scientifica è nata in Grecia e si diffuse rapidamente soprattutto in campo medico, astronomico e matematica, nell’Impero romano invece ciò non avvenne. I latini infatti si sono occupati molto di meno di tradurre o scrivere testi di natura scientifica per un motivo prettamente linguistico : durante le guerre imperialistiche la cultura e la lingua greca si diffuse soprattutto nell’élite romana e i testi non vennero tradotti cosicché i termini tecnici non venissero resi in latino. Cicerone cambiò drasticamente la concezione di intellettuale nella sua raccolta enciclopedica “le Discipline” enunciando che l’uomo colto deve essere versatile e cioè sapersi muovere in ogni ambito

artistico, letterario e scientifico. Nello stesso momento nasce la figura dell’architetto, un esempio è Vitruvio con la sua opera, sempre enciclopedica, “De architectura”. Nascono quindi la trattatistica e la manualistica : mentre la prima ha la pretesa di insegnare al destinatario, ovvero il lettore, e manteneva un linguaggio essenziale ma elevato, la seconda riguardava solamente attività pratiche e geografia e il destinatario non doveva essere per forza una persona colta anche perché non vi era correttezza grammaticale. Tuttavia i manuali non riscossero tanto successo, a differenza dei trattati.

APULEIO

Apuleio nasce in Numidia nel 125 d.C. e viene ricordato per la sua opera più importante, le “Metamorfosi”. Compie gli studi di retorica e si avvicina alla filosofia neoplatonica, svilupperà anche capacità in campo giuridico ( De Magia ) che gli permetteranno di essere assolto nel processo contro Pudentilla la quale lo aveva accusato di averle fatto un incantesimo per forzarla a sposarsi con lui (per eredità). Prima di morire gli verrà assegnato a Cartagine il ruolo di sacerdos provinciae , si spegne presumibilmente nel 170 d.C. Le Metamorfosi sono un romanzo di 11 libri rinvenuto completamente che ha come protagonista un ragazzo, Lucio. Questo, oltre ad essere il protagonista del racconto, è anche il prenomen di Apuleio il quale inserisce riferimenti espliciti della sua vita o alcune allegorie che faranno del romanzo un romanzo autobiografico. Autore e personaggio sono entrambi mossi da una irrefrenabile curiositas che nel racconto porterà Lucio a trasformarsi in un asino, con questa metamorfosi Apuleio ci vuole insegnare che la curiosità istintiva può portare alla degenerazione. Alla base della salvezza di Lucio vi è la coltivazione di un nuovo rapporto con le divinità, in particolare con Iside. Il suo sperimentalismo misto a piacere nella scoperta fanno sì che i suoi scritti mantengano una ricchezza lessicale e ricercatezza formale delle parole propri di chi ha una buona formazione retorica alle proprie spalle.