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Fernando Pessoa: IL TEATRO, Appunti di Critica Letteraria

Appunti su Fernando Pessoa, Letteratura Portoghese e Brasiliana

Tipologia: Appunti

2016/2017

Caricato il 03/01/2017

martina_lemmi
martina_lemmi 🇮🇹

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IL TEATRO PESSOANO
In una lettera scritta da Pessoa stesso, si dichiara fondamentalmente un drammaturgo o meglio ancora un
poeta drammaturgo, dato che in tutto ciò che scrive, possiede sia l’esaltazione intima del poeta, sia la
spersonalizzazione del drammaturgo. Questo ci fa pensare che Pessoa abbia creato i suoi eteronimi in termini
di drammaturgia, e non a caso gli eteronimi pessoani vengono definiti “drama em gente”, poiché sono
appunto i personaggi di un dramma. Questo dramma però è un po’ particolare, che non è formato da atti
scenici, bensì da monologhi in versi o in prosa.
Tra le sue opere teatrali ne abbiamo due in particolare: “O Marinheiro” e “Faust”.
O MARINHEIRO è l’unica che si conosca per la sua interezza e per la pubblicazione in vita (1915), delle
altre si sanno solamente brevi frammenti. Questa opera venne scritta in 2 giorni, nel 1913, pensata per essere
pubblicata nella rivista “ A Aguia”, ma alla fine, in seguito ad un rifiuto degli altri membri, sarebbe stata
pubblicata due anni dopo nella rivista “Orpheu”.
E’ il migliore testo drammaturgico di Pessoa, anche se non venne mai messo in scena durante la sua vita. Il
testo è essenzialmente simbolista: Pessoa si serve di immagini/oggetti che sottolineano la realtà e
rimandano, al tempo stesso, al gioco eteronimico -> dicotomia verità-finzione. (Pessoa era influenzato dalle
idee simboliste del teatro di Mallarmé, che affermavano che i drammi avrebbero dovuto essere letti e non
rappresentati. Sarebbe, inoltre, risultato più opportuno sostituire gli attori in scena con figure di cera o ombre
-> “Dramma statico”, non a caso termine coniato da Pessoa r presente nel sottotitolo della tragedia).
Questo testo è originale perché l’autore crea un labirinto di situazioni mentali, in cui il dinamismo interiore
contrasta con l’immobilità esterna dei personaggi in scena (3 donne in scena, che Pessoa chiama
“vegliatrici”, poiché vegliano su una quarta donna morta). Ci troviamo in un castello a picco sul mare e in
una stanza circolare abbiamo queste 3 donne che vegliano, e questa stanza è illuminata dalla luce lunare: ad
un certo momento abbiamo il colloquio tra le donne (per circa 20 pagine). Teoricamente la lettura del
dramma durerebbe 30 minuti, la rappresentazione occuperebbe tempi più lunghi dal momento che sono
presenti pause e punti di sospensione, ma in realtà ci troviamo di fronte ad un testo nel quale il luogo e il
tempo sono inesistenti: è come se il lettore si trovasse in un luogo psichico, si svolge tutto nella mente,
all’interno di un cervello, dove il tempo non scorre è sospeso poiché è fatto di sogni.
Ritornando al colloquio che occorre tra le 3 vegliatrici, questo sembra voglia scongiurare il rischio di vivere.
Le vagliatrici parlano in modo monotono, senza fare nemmeno un gesto (“Cerchiamo di non sfiorare la vita
nemmeno con l’orlo dei vestiti [..] ogni gesto dissolve un sogno”). Allo stesso tempo, parlano anche per
passare il tempo e per uccidere il silenzio. Addirittura le donne propongono di raccontarsi delle storie, anche
che non abbiano senso infatti la maggior parte di questi racconti sono sogni, giusto per scacciare il silenzio
(la minaccia del non essere).
La seconda vagliatrice, la capo-coro, è colei che racconta il sogno più lungo: questo sogno parla di un
marinaio abbandonato in un’isola lontana e sperduta e questo marinaio sogna (sogno nel sogno) una patria
che, a poco a poco, si costruisce con la propria immaginazione. Questa patria che lui immagina, diventa più
vera di quella da dove era venuto, nato e cresciuto. Nel momento in cui il marinaio sogna una patria
immaginaria, più vera di quella natale, lui scompare all’interno del sogno. Nel momento in cui la vagliatrice
sta per comprendere il svelare il significato del suo sogno, interrompe all’improvviso il racconto perché
viene presa dal timore perché sa di aver raggiungo il limite che non poteva oltrepassare. In questa parte si
notano due temi cari a Pessoa: il tema del sogno e quello della paura e della verità. Il momento in cui si
accorge di aver oltrepassato il limite, è presente il climax azione-non azione: desiste nel continuare e si
rilassa psicologicamente.
Nel farsi giorno sorgono due mutamenti improvvisi, di origine mentale: ciò che la seconda vegliatrice aveva
sognato, potrebbe essere più vero rispetto a lei stessa, che l’ha sognato (il sogno ha il sopravvento Sulla
realtà). Tutto ciò viene avvertito anche dalle altre sorelle (“E’ la voce di un’altra.. Viene come da lontano”).
Quello che si percepisce dalla realtà sono soltanto echi, brevi segnali.
Quest’opera può avere varie chiavi di lettura:
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IL TEATRO PESSOANO

In una lettera scritta da Pessoa stesso, si dichiara fondamentalmente un drammaturgo o meglio ancora un poeta drammaturgo, dato che in tutto ciò che scrive, possiede sia l’esaltazione intima del poeta, sia la spersonalizzazione del drammaturgo. Questo ci fa pensare che Pessoa abbia creato i suoi eteronimi in termini di drammaturgia, e non a caso gli eteronimi pessoani vengono definiti “drama em gente”, poiché sono appunto i personaggi di un dramma. Questo dramma però è un po’ particolare, che non è formato da atti scenici, bensì da monologhi in versi o in prosa.

Tra le sue opere teatrali ne abbiamo due in particolare: “O Marinheiro” e “Faust”. O MARINHEIRO è l’unica che si conosca per la sua interezza e per la pubblicazione in vita (1915), delle altre si sanno solamente brevi frammenti. Questa opera venne scritta in 2 giorni, nel 1913, pensata per essere pubblicata nella rivista “ A Aguia”, ma alla fine, in seguito ad un rifiuto degli altri membri, sarebbe stata pubblicata due anni dopo nella rivista “Orpheu”. E’ il migliore testo drammaturgico di Pessoa, anche se non venne mai messo in scena durante la sua vita. Il testo è essenzialmente simbolista: Pessoa si serve di immagini/oggetti che sottolineano la realtà e rimandano, al tempo stesso, al gioco eteronimico -> dicotomia verità-finzione. (Pessoa era influenzato dalle idee simboliste del teatro di Mallarmé, che affermavano che i drammi avrebbero dovuto essere letti e non rappresentati. Sarebbe, inoltre, risultato più opportuno sostituire gli attori in scena con figure di cera o ombre -> “Dramma statico”, non a caso termine coniato da Pessoa r presente nel sottotitolo della tragedia). Questo testo è originale perché l’autore crea un labirinto di situazioni mentali, in cui il dinamismo interiore contrasta con l’immobilità esterna dei personaggi in scena (3 donne in scena, che Pessoa chiama “vegliatrici”, poiché vegliano su una quarta donna morta). Ci troviamo in un castello a picco sul mare e in una stanza circolare abbiamo queste 3 donne che vegliano, e questa stanza è illuminata dalla luce lunare: ad un certo momento abbiamo il colloquio tra le donne (per circa 20 pagine). Teoricamente la lettura del dramma durerebbe 30 minuti, la rappresentazione occuperebbe tempi più lunghi dal momento che sono presenti pause e punti di sospensione, ma in realtà ci troviamo di fronte ad un testo nel quale il luogo e il tempo sono inesistenti: è come se il lettore si trovasse in un luogo psichico, si svolge tutto nella mente, all’interno di un cervello, dove il tempo non scorre è sospeso poiché è fatto di sogni. Ritornando al colloquio che occorre tra le 3 vegliatrici, questo sembra voglia scongiurare il rischio di vivere. Le vagliatrici parlano in modo monotono, senza fare nemmeno un gesto (“Cerchiamo di non sfiorare la vita nemmeno con l’orlo dei vestiti [..] ogni gesto dissolve un sogno”). Allo stesso tempo, parlano anche per passare il tempo e per uccidere il silenzio. Addirittura le donne propongono di raccontarsi delle storie, anche che non abbiano senso infatti la maggior parte di questi racconti sono sogni, giusto per scacciare il silenzio (la minaccia del non essere). La seconda vagliatrice, la capo-coro, è colei che racconta il sogno più lungo: questo sogno parla di un marinaio abbandonato in un’isola lontana e sperduta e questo marinaio sogna (sogno nel sogno) una patria che, a poco a poco, si costruisce con la propria immaginazione. Questa patria che lui immagina, diventa più vera di quella da dove era venuto, nato e cresciuto. Nel momento in cui il marinaio sogna una patria immaginaria, più vera di quella natale, lui scompare all’interno del sogno. Nel momento in cui la vagliatrice sta per comprendere il svelare il significato del suo sogno, interrompe all’improvviso il racconto perché viene presa dal timore perché sa di aver raggiungo il limite che non poteva oltrepassare. In questa parte si notano due temi cari a Pessoa: il tema del sogno e quello della paura e della verità. Il momento in cui si accorge di aver oltrepassato il limite, è presente il climax azione-non azione: desiste nel continuare e si rilassa psicologicamente. Nel farsi giorno sorgono due mutamenti improvvisi, di origine mentale: ciò che la seconda vegliatrice aveva sognato, potrebbe essere più vero rispetto a lei stessa, che l’ha sognato (il sogno ha il sopravvento Sulla realtà). Tutto ciò viene avvertito anche dalle altre sorelle (“E’ la voce di un’altra.. Viene come da lontano”). Quello che si percepisce dalla realtà sono soltanto echi, brevi segnali.

Quest’opera può avere varie chiavi di lettura:

  • TABUCCHI: il significato vero dell’opera va cercato nell’equazione “apparenza illusoria = verità occulta”. Questa cosa rimanda all’esoterismo pessoano. Il marinaio si comporta come se stesse all’interno di un labirinto dal quale riesce, alla fine, ad uscire. Egli si libera e riesce ad uscire dal labirinto in cui era incappato e uscendo, chiude il circolo e si dissolve.
  • DE CUSATIS: 1) il marinaio può essere un’allegoria della creazione letteraria, quindi si ipotizza che la seconda vagliatrice sia il poeta stesso.
    1. Il climax potrebbe essere dato dalla presenza, avvertita dalla seconda vagliatrice, di una quinta persona nella stanza (a sua volta un altro Fernando Pessoa). L’essere, trovandosi bloccato in sé, in un io che è prigione e labirinto, si inventa una voce (o altre voci) per poter uscire/evadere. Ecco qui la creazione eteronimica -> la trasformazione è l’unico mezzo che l’io ha a disposizione per ritrovare una sua omogeneità smarrita.

FAUST: opera incompiuta e frammentaria alla quale Pessoa lavorò per 25 anni, fino al 1934 (anno della sua morte). Pessoa si ispira al “Faust” di Goethe poiché l’opera di una vita, nonché l’opera pessoana è incompiuta dal momento che è imbrigliata in ripensamenti e riflessioni, tipiche dell’autore. Anche il protagonista principale è in continua riflessione e dibattito con Dio e con il Diavolo (lotta intelligenza vs vita). Questo conflitto si concetti astratti porta ad un eccesso di razionalizzazione. Il Faust è l’alter-ego di Pessoa, poiché parla attraverso monologhi lirici dal tono tragico. L’intelligenza (il Faust-Pessoa) viene sconfitta dalla vita poiché non riesce a comprendere -> conclusione della tragedia del Faust anti-goethiano, vittima delle sue ossessioni.