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Gaio Valerio Catullo appunti e
Tipologia: Sintesi del corso
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Gaio Valerio Catullo è un poeta lirico latino nato nel 87 a.C. a Verona da una famiglia agiata. A vent’anni entra nel circolo degli intellettuali del tempo a Roma, dove fa la conoscenza di gente capricciosa e dissipata, cosa che fa variare la sua vena poetica, prima insolente, ora ridente, ma inquieta sempre. Egli a 16 anni dice: “nel tempo che mi fu consegnata la candida veste (toga) quando la florida età trascorreva la sua gioconda primavera io poetai molto d’amore: e di non è ignara la dea che mescola coi dolci affanni l’amarezza”, in quanto conosceva già l’amore con gioia e amarezza. Fu ben fornito di ricchezze con una casa a Verona e a Roma, una villa a Sirmione sul Garda, un'altra fra Tivoli e la Sabina. Egli fu il primo a tradurre i desti di saffo. Compone l’epigramma, un componimento breve che fa parte della produzione strettamente italica e urbana che attinge ai fatti della sua vita quotidiana. A Roma avvenne l'incontro e sorse l'amore per la donna che doveva essere la gioia e la tragedia della sua vita di poeta e d'uomo, ch'egli cantò sotto lo pseudonimo di Lesbia (con tutta probabilità Clodia, una delle sorelle di Publio Clodio Pulcro, moglie di Quinto Metello Celere). Non si sa quando cominciò l'amore con Lesbia; di certo sappiamo sia cessato nel 55 a. C., ma già prima del 57 la morte del fratello aveva allontanato il poeta dalla sua donna. Cicerone la descrive come una donna dai facili costumi, ma è in realtà una donna molto colta e cortigiana che si concede sì a molti uomini, e per questo Catullo ne soffrirà. Secondo lui l’amore era come descriveva Saffo godimento, gaudio e pena da un lato, e gioia e perdizione dall’altro. Probabilmente questo pensiero è nato in lui traducendo un famoso canto di Saffo che parla dei dolori d’amore e di ciò che succede soffrendo; parla della sudorazione, della lingua che non ti fa parlare, delle farfalle allo stomaco. A questa aggiunge una strofa che parla dell’otium, che è per lui inerzia assoluta e dissoluta. Catullo viene sempre descritto come uno dei poeti più personali e intimi che canta della febbre d’amore, del desiderio che non vuol finire, la fiamma dell’amore, la vibrazione perfetta di un’anima che preferisce morire, ma non cessare di amare. Nel 57 C. seguì Gaio Mennio in Bitinia, forse anche per rimediare alle disastrose condizioni finanziarie, dovute alla sua prodigalità. Ne tornò senza aver ottenuto nulla, dopo essersi recato a piangere sulla tomba del fratello sepolto presso il promontorio Reteo. Tornato in Italia, cercò riposo e pace nella sua villa di Sirmione. Tali notizie si desumono dai suoi stessi carmi, dei quali egli fece non si sa quando una raccolta dedicandola a Cornelio Nepote. In questo periodo risale la composizione del Liber, ossia la sua raccolta di libri, messa insieme dopo la sua morte e quindi cronologicamente disordinato. Ma il Liber giunto a noi (che quasi certamente, con i suoi 116 carmi e circa 2300 versi non contiene tutte le poesie composte dal poeta) non può corrispondere al lepidus libellus dedicato al sua amico Cornelio Nepote,
anche perché contiene poesie più ampie e di argomento troppo grave per essere considerate nugae (cose leggere), come Catullo chiama i suoi versi. I carmi si possono dividere in tre sezioni: 1. le cosiddette nugae, piccoli carmi in metri varî con prevalenza di endecasillabi (1-60); 2. i cosiddetti carmina docta (61-68), di maggiore impegno, epitalamî, poemetti, elegie, in composizione strofica di gliconei e ferecratei (61), esametri (62 e 64), galliambi (63), distici elegiaci (65-68); 3. epigrammi in distici elegiaci (69-116) che per l'argomento non si distinguono dalle nugae. I carmi del primo e del terzo gruppo sono pieni degli odî e degli amori di Catullo. Egli passa attraverso tutti i gradi del sentimento alternando ad accenti delicati espressioni violente e volgari. I poeti greci di cui risentì (specialmente Archiloco, Saffo, Callimaco) non intorbidarono mai la limpidezza e sincerità delle sue espressioni. La figura di Lesbia, predominante, non ha mai l'aspetto di una finzione letteraria e balza viva anche nel canto 51 tradotto da Saffo. Nei carmina docta, del secondo gruppo, Catullo s'impone una disciplina più rigida. Uno dei carmi più importanti è il 68, che compone durante il periodo veronese, detto elegiaco (triste), in cui si intrecciano fatti personali con il mito di Leodania e Protesialo. Ha una critica antica e una moderna. La critica antica divide il carme in due parti, una diretta a Mallio e una Allio. Nella prima parte fino al verso 41 l'amico di Catullo ha scritto da Roma il poeta, che al momento si trovava a Verona, per chiedere aiuto e consolazione: è stato colpito da un rovescio della fortuna, a quanto pare un lutto o la fine di un importante legame sentimentale, in seguito al quale, per il troppo dolore, giace insonne nel suo letto solitario, e chiede a Catullo un soccorso che si esprima in “doni sia delle Muse che di Venere”. Da Verona, Catullo gli risponde con una garbata ricusazione: purtroppo non è in condizione di aiutarlo, perché ha subito a sua volta la perdita del fratello ed il lutto è stato così devastante da privarlo di ogni gioia di vivere e di ogni possibilità di applicarsi a quelle che prima erano le sue ragioni di vita punto non è nelle condizioni di procurare nulla di nuovo e, lontano dall'abituale residenza, non ha nemmeno a disposizione nulla che possa essere utile. In questo confluisce anche il mito di Laodamia: Protesilao dopo aver sposato Laodamia, parte per la guerra di Troia, lui fu il primo a scendere dalla nave e a morire. Laodamia si reca dagli dei per chiedere di vedere il suo innamorato per almeno 3 ore. Passate queste tre ore però il guerriero torna nell’ade, così la fanciulla decide di fargli una statua, ma appena il padre la scopre gliela brucia e lei si suicida. Dal verso 41 si ha un dolore più composto, dove risorge dal lutto, come se ci fosse un momento di purificazione. La critica moderna ci da un’unità con due momenti: uno che descrive la purificazione con il ricordo della passata letizia e uno che presenta un’intimità più pacata, un protesa verso la vita, un minor abbattimento, ma non la disgiunzione.