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gaio Valerio catullo ppt, Slide di Latino

gaio Valerio catullo ppt gaio Valerio catullo ppt gaio Valerio catullo ppt

Tipologia: Slide

2022/2023

Caricato il 06/11/2023

nickifor
nickifor 🇮🇹

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GAIO
VALERIO
CATULLO
Sirmione 84 a.C. – Roma 54
a.C
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GAIO

VALERIO

CATULLO

Sirmione 84 a.C. – Roma 54

a.C

BIOGRAFIA

  • (^) Gaio Valerio Catullo nasce a Verona (Gallia Cisalpina) nell'84 in una famiglia

molto agiata.

  • Catullo riceve un'educazione seria e rigorosa e, si trasferisce a Roma intorno al

60 per completare i suoi studi.

  • Giunge a Roma in un momento molto particolare, quando la vecchia repubblica

è ormai al tramonto e la città è dominata da lotte politiche e da un

individualismo sempre più marcato sia in ambito politico che culturale e

letterario.

  • Entra a far parte di un circolo letterario, detto dei neoteroi o poetae novi, che si

ispira alla poesia greca di Callimaco, e stringe delle relazioni di amicizia con

uomini di prestigio come Quinto Ortensio Ortalo e il famoso oratore Cornelio

Nepote.

  • Catullo canta il suo amore per Clodia nei suoi carmi attribuendole il nome

poetico di Lesbia, per il paragone implicito con la poetessa di Saffo. La relazione

tra i due è molto difficile, ella infatti pur amando il poeta non gli risparmia una

serie di dolorosi tradimenti fino alla definitiva separazione.

  • (^) Alla notizia della morte del fratello, Catullo torna nella nativa Verona

rimanendovi per circa sette mesi. Ma la notizia dell'ennesima relazione di

Clodia,, lo induce a tornare a Roma. L'insostenibile peso della gelosia lo rende

irrequieto al punto da lasciare nuovamente Roma nell'anno 57 in Oriente.

  • (^) Catullo compie il viaggio anche allo scopo di risollevare le sue finanze e viene a

contatto con molti intellettuali d'Oriente, ed è al ritorno da questo viaggio che

crea i suoi poemi migliori.

  • Tornato dal suo viaggio in Oriente, Catullo ricerca la pace della sua Sirmione,

dove si rifugia nel 56.

  • (^) Gli ultimi due anni della sua vita sono funestati da un oscuro male, che lo

consuma nella mente e nel fisico fino alla sua morte nel 54.

STRUTTURA DEL

LIBER

Il " Liber " è composto da 116 di " carmi " (per un totale di circa 2300 versi), raggruppati in 3 sezioni non in base ad un ordine cronologico, bensì in base al metro ed allo stile, seguendo un criterio di " variatio " e di alternanza fra temi affini, secondo la mentalità e l'usanza tipiche degli editori alessandrini.

    • (1-60) sono brevi carmi polimetri chiamati " nugae " o " versi leggeri ": espressioni di una poesia intesa come " lusus ", scritta per passatempo e divertimento, a cui però il poeta stesso consegna la propria profonda e tormentata personalità, augura l'immortalità; hanno vari temi tra cui domina l’amore per Lesbia.
  • (^) (61-68) sono definiti " carmina docta ", di maggiore complessità, si è portati ad individuarvi un maggiore impegno compositivo. Si tratta di elegie , epilli ed epitalami nei quali cresce il tono esplicitamente letterario, sono di ampia estensione e dedicati ai temi mitologici.
  • (^) (69-116) sono carmi brevi e di presa immediata, o " epigrammata " ( epigrammi , elegie ): i temi sono praticamente gli stessi del I gruppo, ma resi con metro diverso: il distico elegiaco di argomento prevalentemente erotico.

LINGUA DEL LIBER

  • (^) Lo stile dei suoi versi è formalmente perfetto ed elegante; c’è la ricerca di termini volutamente raffinati.
  • (^) La lingua utilizzata è il risultato di un originale impasto di linguaggio letterario (uso di grecismi ed arcaismi) e " sermo familiaris " (uso di diminutivi, di espressioni prosastiche, proverbiali e "provinciali")
  • (^) Il secondo linguaggio "filtrato" dal primo, a formare uno strumento agile e vivace, che riesce ad adattarsi ai temi, alle occasioni e ai registri più svariati: dall'affetto all'amore, dall'ironia all'invettiva, dall'intimo al pubblico.

CARME 5

  • Il carmina 5 si presenta come un inno alla gioia, simbolo di un amore ancora privo di ostacoli.
  • Tale sentimento (evidenziato dall’utilizzo dei congiuntivi esortativi) emerge già dal primo verso, con un invito a far coincidere la vita con l’amore.
  • L’unica minaccia per il rapporto dei due innamorati sono le critiche dei vecchi tradizionalisti. Il secondo verso si apre e si chiude con il medesimo suono rum e le varie parole che compongono questo e il successivo sono legati sia dall’allitterazione delle lettere s, r, m, u (che vogliono quasi riprodurre il suono dei sussurri) sia dall’iperbato che intercorre tra rumores e omnes e infine da un forte enjambement.
  • Il quarto verso si apre invece con una metonimia: soles è infatti da intendere come giorni; il fatto che tale termine sia plurale sta ad indicare la ciclicità della natura.
  • (^) Il quinto verso contrappone la natura alla vita dell’uomo (metafora brevis lux): il verbo occidere viene ripreso ma il verbo redire viene utilizzato una volta sola ed è sostituito con dormienda. Il ritmo dei due versi è molto lento per sottolineare l’inevitabilità del ciclo della natura. Invita inoltre a riflettere, poiché la morte (perpetua nox) non è vista come una cosa negativa in quanto finché si è in vita si può amare. Nobis è dativo d’agente della perifrastica passiva.
  • (^) Dal verso 7 al verso 9 vi è una sorta di invito ai baci. I versi sono legati tra loro dall’allitterazione della lettera d, da un chiasmo (mille-altera, altera- mille), da un parallelismo (deinde-centum), dall’epifora del termine centum e dall’anafora di deinde e dein. Vi è un forte rimando al genere aritmetico: si può quindi considerare una citazione colta.
  • Dal verso 10 al verso 13 si ha invece il tema dell’invidia e della affacinatio: se qualcuno era felice e un alto invidioso (quis malus) sapeva con precisione la ragione di tale felicità, poteva fare un malocchio.
  • La poesia si chiude con il termine basiorum, che richiama severiorum al verso 2. Si possono quindi individuare tre nuclei semantici da tre versi ciascuno e un quarto con quattro versi. Vivamus mea Lesbia, atque amemus, rumoresque senum seueriorum omnes unius aestimemus assis! Soles occidere et redire possunt: nobis cum semel occidit breuis lux, nox est perpetua una dormienda. Da mi basia mille, deinde centum, dein mille altera, dein secunda centum, deinde usque altera mille, deinde centum. Dein, cum milia multa fecerimus, conturbabimus illa, ne sciamus, aut ne quis malus inuidere possit, cum tantum sciat esse basiorum.

CARME 51

  • (^) Catullo sta rivisitando l’ode 31 della poetessa greca Saffo,

intitolato Ode alla Gelosia, che racconta di una ragazza che si

allontana dalla “scuola” gestita da Saffo per sposarsi.

  • Rispetto a Saffo possiamo dire che Catullo abbia creato

una nuova composizione mirata a rafforzare il testo greco con

sfumature più negative e drammatiche.

  • (^) L’elemento della gelosia non è effettivamente presente
  • (^) La poetessa di Lesbo compone una sorta di epitalamio, un inno

matrimoniale, dotato di una componente di gelosia nei confronti del

marito della sua ex-studentessa e vi inserisce uno sfogo passionale e

un’analisi introspettiva.

  • (^) Il poeta romano, invece, dedica il componimento all’amata Lesbia, da

poco conosciuta e per la quale sta provando le prime pulsioni

d’amore.

  • La comunanza tra i due componimenti risiede pertanto

nel turbamento sentimentale, cioè in quelle pulsioni del cuore del

poeta, sconvolto dinanzi a qualcun altro che guarda e ascolta Lesbia.

  • (^) Tutti i suoi sensi sono stravolti: la voce scompare, la lingua si

inceppa, un fuoco scorre sotto la pelle, gli orecchi hanno il loro suono

sottile, la vista si appanna.

  • (^) L’amore è visto come una sorta di malattia, una sindrome che infetta

non solo l’anima ma anche il corpo, arrivando ad annullare persino la

ragione del poeta.

  • L’ultima strofe non è tratta da Saffo ma è una completa innovazione

del poeta, che riflette sull’otium, che considera come la colpa della

sua rovina.

Ille mi par esse deo videtur, ille, si fas est, superare divos, qui sedens adversus identidem te spectat et audit dulce ridentem, misero quod omnis eripit sensus mihi: nam simul te, Lesbia, aspexi, nihil est super mi vocis in ore, lingua sed torpet, tenuis sub artus flamma demanat, sonitu suopte tintinant aures, gemina teguntur lumina nocte. Otium, Catulle, tibi molestum est: otio exsultas nimiumque gestis: otium et reges prius et beatas perdidit urbes.