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Genitorialità complesse, Sintesi del corso di Psicologia Sociale

riassunto del libro dettagliato e con appunti personali della lettura del libro stesso. l'unico capitolo a non essere stato riassunto parlava di un esperimento effettuato.

Tipologia: Sintesi del corso

2016/2017

Caricato il 25/04/2017

cecisis
cecisis 🇮🇹

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1
GENITORIALITÀCOMPLESSE
Interventidireteasostegnodeisistemifamiliariincrisi
(Bastianoni,Taurino,Zullo,2011)
RiassuntodiCeciliaSistini
CAPITOLO1–L’accoglienzadeiminori“fuorifamiglia”inItalia
1. IlprocessodideistituzionalizzazioneinItalia
Finoallasecondametàdeglianni60inItalia,manonsolo,eraritenutonormaleènecessario
collocareminoriorfanioabbandonatiingrandiistituti.
Laconsapevolezzadeidannievolutividerivantidall'istituzionalizzazioneelasuadefinitiva
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Italia.IlComitatoPermanentedelletreconferenzeaffrontòitemicrucialidell'istituzionalizzazione
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collegamentodegliassistiticonlafamigliaeconl'ambientesocialediprovenienza.
Nel1966sisostienelanecessitàdiridurreilnumerodegliutentiospitidegliistitutiattraverso
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Basaglia,ebbeilmeritodifarconvogliareleconsiderazionilecriticherivolteagliaspettidisumani
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deglistessimanicomi.
Inambitolegislativoilprimoriferimentoesplicitoallecomunitàperminorisia,appunto,con
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GENITORIALITÀ COMPLESSE

Interventi di rete a sostegno dei sistemi familiari in crisi

(Bastianoni, Taurino, Zullo, 2011)

Riassunto di Cecilia Sistini

CAPITOLO 1 – L’accoglienza dei minori “fuori famiglia” in Italia

  1. Il processo di deistituzionalizzazione in Italia Fino alla seconda metà degli anni 60 in Italia, ma non solo, era ritenuto normale è necessario collocare minori orfani o abbandonati in grandi istituti. La consapevolezza dei danni evolutivi derivanti dall'istituzionalizzazione e la sua definitiva condanna come pratica nociva alla salute e al benessere psichico dei minori è stata un'acquisizione lenta e complessa che si è conclusa solo recentemente con la 1. n. 149/2001, che ha sancito formalmente la chiusura definitiva degli istituti per minori alla fine del 2006. Negli anni 50 si svolsero in Italia tre importanti conferenze nazionali sulle condizioni dei minori in Italia. Il Comitato Permanente delle tre conferenze affrontò i temi cruciali dell'istituzionalizzazione infantile specificando sia la necessità di ricorrere al ricovero in istituto solo quando indispensabile sia l'importanza della personalizzazione dell'intervento in istituto con la creazione di un ambiente rispettoso e familiare anche attraverso la realizzazione di piccoli gruppi e garantendo un costante collegamento degli assistiti con la famiglia e con l'ambiente sociale di provenienza. Nel 1966 si sostiene la necessità di ridurre il numero degli utenti ospiti degli istituti attraverso programmazioni a carattere regionale, sussidi economici a famiglie svantaggiate e promozione dell'affidamento familiare. Negli anni 60 non si parlava ancora di superamento ma di riorganizzazione degli istituti per minori. Nello stesso periodo, la 1. 5 giugno 1967 introduce nel nostro ordinamento l'adozione speciale o legittimante che ha consentito di dare avvio a una costante graduale diminuzione del numero dei minori ricoverati in istituti assistenziale: il figlio minorenne non è più considerato un soggetto secondario rispetto ai bisogni e alle necessità dei genitori ma un individuo dotato di diritti imprescindibili da tutelare e garantire. In concomitanza ricordiamo il grande è fondamentale impegno dello psichiatra veneziano Franco Basaglia, ebbe il merito di far convogliare le considerazioni le critiche rivolte agli aspetti disumani degli ospedali psichiatrici e dei manicomi italiani inizialmente in un movimento chiamato appunto "antistituzionale" e nel decennio successivo nella 1.n.180/1978, che decretò la chiusura definitiva degli stessi manicomi. In ambito legislativo il primo riferimento esplicito alle comunità per minori sia, appunto, con l'approvazione della 1. 4 maggio 1983, n.185, sull'adozione e l'affidamento. All'articolo 2 viene affermato che in presenza di un ambiente familiare non idoneo è previsto l'affidamento ad un'altra famiglia, a persona singola, a comunità di tipo familiare. Nell'articolo 5 la "comunità alloggio" viene equiparata all'istituto per minori e considerata, al pari dell'istituto stesso, una forma residuale di affidamento a cui ricorrere solo in condizioni di grave impossibilità nell'impegno delle altre modalità di affidamento. Le nuove disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni affermando la necessità di superare le forme restrittive di tipo puniti per favorire il ripristino dei processi educativi e le funzioni di crescita degli adolescenti, prescrivono le caratteristiche che dovrebbero possedere le comunità destinate all'accoglienza dei minori autori di reati (organizzazione di tipo familiare, capienza non superiore ai 10 posti, presenza di operatori di professionalità diversa, collaborazione di tutte le istituzioni interessate e pieno ausilio delle risorse del territorio).
  1. Il processo internazionale di deistituzionalizzazione Secondo l'Unicef, 100 milioni di bambini vivono e lavorano sulle strade di tutto il mondo. Per far fronte a questo fenomeno è ancora oggi molto diffusa l'accoglienza in istituto ed essa è stata la principale risorsa assistenziale per ridurre il numero di bambini orfani abbandonati dei Paesi occidentali fino a circa 30 anni fa. Poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, in Europa si è messo in discussione il ricorso all'istituzionalizzazione dei bambini e degli adolescenti. Furono così progettati e avviati i primi "sistemi alternativi" di assistenza per i bambini e gli adolescenti abbandonati ed orfani di genitori. In Europa ci vuole più tempo per comprendere gli effetti negativi di tali contesti e furono, appunto, il dibattito che contraddistingueva gli ospedali psichiatrici e, in seconda battuta, anche i movimenti antistituzionali giovanili emersi nel '68, a rappresentare l'elemento catalizzatore che portò gradualmente a considerare istituti per minori delle realtà da superare. Gli anni 60 hanno rappresentato il decennio di maggior sviluppo di esperienze e riflessioni sull'assistenza residenziale: emersero idee che esprimevano il rifiuto di gruppi molto numerosi di ospiti e promuovevano la creazione di realtà caratterizzate dall'ospitalità per un numero non superiore alle 12 persone; si concretizzò culturalmente l'opinione che i trattamenti assistenziali di tipo perfettamente custodialistico‐contenitivo causavano processi di esclusione e deprivazione e che le cure personalizzate e contestualizzate, all'opposto, potevano assicurare maggiori facilitazioni alla salute psicofisica delle persone in difficoltà. La variegata complessità culturale dell'Europa determinò l'accrescere di numerose sperimentazioni con impostazioni teoriche differenti l'una dall'altra, determinando così una disomogeneità nei processi e nei risultati che non ha permesso di stabilire posizioni uniformi tali da generare forme standardizzate di intervento. Diverso è il discorso per gli Stati Uniti, dove le pratiche d'intervento sono state maggiormente condivise e meno differenziate e ciò ha fatto sì che si sedimentassero approcci progressivamente più standardizzati. Approcci che si sono gradualmente focalizzati in misura maggiore su interventi terapeutici centrati sul superamento dei problemi comportamentali portati dai minori ospitati. Problemi che sono stati tradotti sempre più costantemente in diagnosi di malattie mentali e disturbi del comportamento, in linea con la classificazione dei manuali internazionali (ICD) il secondo una prospettiva psichiatrica focalizzata sulla specializzazione terapeutica. Tale impostazione ha coinvolto anche l'Europa. La situazione complessa dell'Europa non rappresenterebbe un limite ma una ricchezza poiché sarebbe proprio questa eterogeneità l'elemento in più rispetto al Nord America. Infatti, la nascita di un movimento culturale crea inevitabilmente un aumento della molteplicità e dell'assortimento delle idee e delle dinamiche sociali, innescando processi di cambiamento che tendono costantemente al raggiungimento di uno stato di equilibrio più o meno uniforme. Una forma di intervento che gradualmente viene a rappresentare una prassi comune di un determinato contesto sociale tende pertanto alla propria istituzionalizzazione. Istituzionalizzazione che porta con sè i benefici della condivisione e della semplificazione organizzativa burocratica, ma anche i limiti derivanti dalla rigidità omeostatica e dal conseguente basso livello di sviluppo di nuovi orientamenti metodologici. Nel caso dell'Europa questo equilibrio non è ancora stato raggiunto, poiché non esiste ancora una condivisione delle pratiche di intervento nei confronti dei minori in carico all'esterno della loro famiglia e non sono ancora stati realizzati processi di valutazione dei risultati ed implementazione delle prassi evidenziate per la loro riscontrate efficacia. Con gli anni 80, ormai in quasi tutta Europa si avviarono, più o meno formalmente, interventi politici di superamento della istituzionalizzazione dei minori, i quali avevano lo scopo di condurre alla chiusura più o meno definitiva gli istituti stessi.

istituzionalizzati e non degenerassero rapidamente in manifestazioni aggressive e distruttive non contenibili dagli educatori.

In seguito a una richiesta di realizzare una sperimentazione di una forma di accoglienza residenziale per un piccolo gruppo di bambini maltrattati e deprivati, effettuata nel 1983 da un assessore comunale di un piccolo paese dell'hinterland bolognese all'Università di Bologna, realizziamo assieme a Emiliani un'esperienza Sperimentale di comunità per minori fondata sulla terapeuticità della vita quotidiana operazionalizzato il costrutto di ambiente terapeutico globale precedentemente enunciato. Una costante supervisione alla progettazione e alla verifica degli interventi effettuati insieme a una forte motivazione personale e di gruppo e all'assunzione responsabile di ruoli e funzioni educativo/terapeutiche hanno consentito di realizzare gli obiettivi di riparazione dei traumi subiti dai cinque minori ospiti e di riorganizzare, nel tempo, i loro percorsi evolutivi fortemente compromessi dalle gravi esperienze di deprivazione e maltrattamento subite molto precocemente negli ambienti familiari d'origine. Gli aspetti centrali dell'intervento di comunità realizzato: ‐ approccio relazionale allo sviluppo ‐ organizzazione della comunità basata su figure adulte stabili, affidabili e responsabili, capaci di garantire continuità relazionale per ripristinare nel tempo le esperienze di affidabilità, sicurezza e fiducia necessarie ai bambini per riorganizzare lentamente i modelli operativi interni dell’attaccamento acquisendo la necessaria fiducia in sé e nel mondo relazionale vicino ‐ dettagliata valutazione e verifica empirica degli obiettivi fissati nel progetto sperimentale e in ogni progetto individualizzato predisposto per ciascun minore Si è messo in evidenza quanto la relazione interpersonale tra gli educatori che svolgono funzioni di cura e protezione e i bambini e gli adolescenti accolti in comunità richiede un'attenzione particolare ai processi psicologici e ai vissuti emotivi che le interazioni quotidiane in comunità attivavano negli educatori, pertanto, quanto sia necessaria la presenza di setting specifici e regolare gli analisi, interpretazione e supporto all'intervento educativo che solo la formazione e la supervisione possono garantire.

CAPITOLO 2 – Le famiglie chiedono aiuto. Rappresentazioni e modelli di intervento nei servizi territoriali

  1. Il continuum agio‐disagio nelle famiglie Gli interventi con le famiglie sono stati a lungo fondati sul presupposto che fosse possibile distinguere in modo netto per famiglie problematiche e famiglia non problematiche. D'altra parte, in un primo tempo, la descrizione del funzionamento delle famiglie è stata elaborata a partire dall'osservazione quando te esclusivamente in contesti clinici; questo ha comportato la messa a punto di una articolazione di tipologie di dinamiche familiari patologiche, ma ha avuto anche come conseguenza il fatto che la famiglia cosiddetta "normale" venisse identificata con quella non osservata in un contesto clinico, ritenuta, per default, priva di sintomi ho problemi. Definire le famiglie "normali" attraverso una categoria residuale (le famiglie normali sono quelle che non ha sono patologiche) ha finito col costruirle come entità omogenee, il cui funzionamento veniva più presupposto che indagato, definito come assenza di conflitto, contraddizione, disagio e sofferenza. Omogeneità e armonia erano così le categorie principali attraverso cui le famiglie "normali" venivano definite. Le cosiddette famiglie normali presentavano un'ampia variabilità di stili di funzionamento e non erano certo esenti da conflitti, periodi critici o fonti di disagio. La barriera che divideva la salute dalla patologia è emersa più labile di quanto si pensasse.

Le famiglie si distribuiscono lungo un continuum che va da un disagio connesso a gravi problemi psicopatologici a un disagio associato alle difficoltà che fisiologicamente esse incontrano nel far fronte alle loro complesse funzioni. La rete delle relazioni familiari costituisce un contesto di appartenenza molto importante per lo sviluppo degli individui; in essa il singolo trova la soddisfazione dei propri bisogni, stringe legami, sperimenta dinamiche relazionali, costruisce identità, acquisisce competenze, sviluppa abilità sociali, si proietta verso l'esplorazione di mondi diversi e nuovi legami, trova risorse per perseguire l'indipendenza. Tutte le famiglie, dunque, sono chiamati ad assolvere compiti che sono tanto importanti per lo sviluppo dei singoli membri quanto complessi da portare a compimento. Esse, infatti, assicurano ai propri componenti un contesto di appartenenza, ma devono anche favorire la loro autonomia. Si configurano come luoghi in cui è possibile esprimere le differenze e al tempo stesso devono adottare modalità negoziali di gestione del conflitto; costituiscono un contesto in cui si impara a stare in relazione con più di una persona alla volta, per poter esplorare altre relazioni fuori dalla famiglia. Le famiglie, inoltre, assolvono le loro funzioni in modo tutt'altro che statico e immutabile: esse sono unità dinamiche che fanno fronte ai loro compiti in condizioni interne ed esterne che variano continuamente. Nel corso del loro sviluppo, di famiglia attraverso numerose fase di transizione che le portano a cambiare per adattarsi alle nuove condizioni interne ed esterne che via via emergono. Le difficoltà che le famiglie incontrano e devono fronteggiare sono dunque connesse da una parte alla complessità stessa delle loro funzioni e dall'altra alle fasi di transizione che si attraversano per assolvere tali funzioni. È proprio nelle tradizioni e nell'attivare le strategie di coping necessarie a fronteggiare le sollecitazioni a cambiare che le famiglie sperimentano la crisi, il conflitto e il disagio fisiologicamente connessi all'incertezza delle fasi di passaggio, al travaglio implicata nella ridefinizione dei rapporti, alla novità ruoli e compiti che la riorganizzazione dei rapporti comporta. I risultati della ricerca scientifica hanno ormai ampiamente documentato come ciò che incide sugli esiti di sviluppo degli individui non sia tanto la struttura della famiglia di appartenenza quanto la qualità delle dinamiche e dei processi che in essa si realizzano. La ricerca psicologica ha messo in evidenza come i figli che crescono in famiglie con genitori conviventi, separati, risposati, single o omosessuali, non corrono più rischi di sviluppare dei problemi di quanti ne corrono i figli che crescono in famiglie con genitori sposati ed eterosessuali. Si tratta di modi diversi di organizzare i rapporti primari, ognuno dei quali ha proprie caratteristiche specifiche, ma tutti potenzialmente in grado di garantire cura e protezione, insegnare il senso del limite, favorire tanto l'esperienza dell'appartenenza quanto quella dell'autonomia, negoziare conflitti e divergenze, sviluppare la capacità di condividere gli stati emotivi, superare le incertezze, sostenere lo svincolo. Rispetto a queste funzioni nessuna forma familiare è di per sé più garantita di altre. Oggi è possibile affermare che l'esito adattivo dei processi familiari dipende: ‐ non tanto dalla assenza di conflitti, bensì dal modo in cui conflitti vengono negoziati all'interno del gruppo ‐ non tanto dall'assenza di disagio e sofferenza, ma da come disagi e sofferenze e vengono affrontati ‐ non tanto da modelli normativi, ma dalle modalità specifiche con cui ogni famiglia utilizza le proprie risorse per adempiere alle proprie funzioni. Secondo questa prospettiva, allora, le famiglie non sono distinte tra famiglia e funzionali e disfunzionali, ma tra famiglie che affrontano i compiti di sviluppo e le fasi di transizione in modo adattivo e famiglie che invece franano dentro modalità di fronteggiamento non adattive.

apertamente un'incapacità quando si tratta di svolgere una funzione di contenimento, cioè di dare regole e di gestire i conflitti.

  1. Condizioni esterne: l’assottigliamento del tessuto comunitario Risorse individuali e risorse familiari sono fattori interni alla famiglia, che a loro volta sono interconnessi con fattori esterni di cui la famiglia può e deve avvalersi: le risorse sociali. Con la locuzione "risorse sociali" si fa riferimento al sostegno di cui le famiglie possono usufruire nell'ambito della loro comunità d'appartenenza. Le fonti del sostegno sociale sono prevalentemente di due tipi: reti formali e reti informali. Le prime si identificano con i servizi presenti in un determinato contesto e con le politiche sociali ed economiche attuate dalle istituzioni deputate al governo della comunità. Le reti informali di sostegno sociali includono, invece, l'insieme dei rapporti parentali, amicali, di vicinato o di mutuo‐aiuto in cui una famiglia è inserita. Il sostegno che queste reti possono fornire può essere strumentale, ovvero finalizzato alla soluzione dei problemi concreti, oppure emotivo, che permette ai membri della famiglia di sentirsi appartenenti a una rete comunitaria su cui poter contare e dentro la quale trovare aiuto e sostegno rispetto ai problemi inerenti alla quantità delle relazioni di cui sono parte. Una differenza da segnalare tra questi due tipi di risorse sociali è che, mentre la rete formale è composta da servizi "esperti", quella informale no. Questo, conseguentemente, implica che, mentre nel contesto della relazione con i servizi esperti le famiglie sono in posizione asimmetrica, nella relazione con i membri della rete informale sono in posizione equivalente. I servizi esperti forniscono prestazioni che richiedono competenze che le famiglie non possono trovare al proprio interno e che vanno a integrare e sostenere le competenze familiari possedute. Gli interlocutori della rete informale condividono con le famiglie analoghi livelli di competenza, compiti e funzioni. La rete del sostegno formale fornisce prestazioni e interventi complementari a quelli della rete informale. Il sostegno informale a cui le famiglie potevano ricorrere godimento delle loro complesse funzioni oggi si è indebolito con indebolirsi e della rete dei rapporti comunitari che, in passato, hanno fatto da con testo allo svolgersi della vita delle famiglie. La mancanza dell'interfaccia comunitaria tra famiglie e servizi produce un vuoto, una frattura che costringe le famiglie che attraversano crisi fisiologicamente legate ai processi di fronteggiamento dei loro compiti evolutivi, a scegliere tra due strategie alternative: tacere le proprie difficoltà, innescando in questo modo un circuito che incrementa l'isolamento e riduce le risorse necessarie nei momenti critici, oppure rivolgersi a esperti. Le famiglie contemporanee chiedono sempre più ai servizi di essere coadiuvate nell'esercizio delle proprie funzioni.
  2. I rapporti famiglie‐servizi: l’urgenza di una riflessione e dell’adozione di nuovi modelli di intervento 5.1 I servizi di fronte alle nuove fragilità familiari L'assenza di una rete comunitaria dentro cui diluire le proprie preoccupazioni e trovare sostegno nei momenti critici mette le famiglie in una situazione di isolamento che rende difficile l'assolvimento di funzioni familiari caratterizzate dalla complessità più volte richiamata. Per questo, le famiglie si rivolgono sempre più ai servizi e alle istituzioni, alle agenzie socio‐sanitarie ed educative per essere aiutate a svolgere le proprie funzioni primarie. Le funzioni familiari hanno cioè sempre più bisogno del sostegno di una rete allargata di rapporti sociali e istituzionali. Coadiuvare le famiglie nelle loro funzioni si presenta pertanto come un compito complesso per i servizi e le istituzioni che si trovano nella posizione di doverle aiutare senza sostituirle, di

assumere un ruolo centrale nella vita delle famiglie stesse potenziandone contemporaneamente l'autonomia. I servizi sono cioè chiamati a svolgere un nuovo mandato: quello di aiutare, sostenere, curare costruendo le competenze di chi è aiutato, sostenuto, curato.

5.1.1 Modelli utili per la costruzione delle competenze familiari Le conseguenze dei processi trasformativi che hanno investito le famiglie richiedono gli operatori delle agenzie psicosociali di aggiungere alle loro competenze tecniche specifiche un nuovo tipo di competenza professionale trasversale: la competenza relazionale. La competenza relazionale fa riferimento alla capacità di un operatore di analizzare il livello relazionale dell'intervento, alla capacità, cioè, di leggere il processo interattivo che ha luogo mentre mette in atto le proprie competenze tecniche. Per poter sviluppare questo tipo di competenza, è necessario che i professionisti delle agenzie sociali adottino modelli co‐evolutivi e costruttivi dell'intervento. Si tratta di modelli che orientano un operatore a interrogarsi sul significato che assume per la famiglia del proprio intervento e, conseguentemente, a organizzarlo non semplicemente sulla base di che cosa ritiene utile rispetto al problema presentato, ma anche sulla base di ciò che ritiene possa potenzia risorse intrafamiliari. Il modello co‐evolutivo, rivolgendo l'attenzione al processo di costruzione dei significati e dunque al valore che l'intervento espletato viene ad assumere nella vita delle persone, orienta a programmare interventi che non puntano soltanto a risolvere il problema presentato, ma anche a costruire competenze e identità positive di tutte le persone coinvolte.

5.2 I servizi di fronte ai compiti familiari inconsueti Le famiglie contemporanee si trovano ad assolvere compiti di sviluppo che risultano nuovi ed inconsueti sia per le famiglie sia per i servizi. Al fisiologico è atteso grado di difficoltà che le famiglie incontrano nel corso del loro sviluppo si aggiunge dunque, per le nuove forme familiari, un ulteriore livello di complessità, legato alla mancanza di strategie usuali di coping adeguate ai compiti che devono affrontare. In questa fase di passaggio, in cui non esistono ancora chiari i modelli di riferimento, uno dei rischi maggiori è che i servizi scambino per patologia l'inconsuetudine delle condizioni entro cui le famiglie contemporanee crescono e si sviluppano. Allo scopo di evitare questa deriva, i "professionisti dell'aiuto" hanno il compito di interrogarsi su quanto gli strumenti concettuali analitici utilizzati permettano loro di accompagnare adeguatamente le famiglie attraverso i nuovi processi di coping richieste dalle profonde trasformazioni in corso. Come sottolinea la Froma Walsh, l'errore spesso commesso dai clinici di patologizzare situazioni di tensione e difficoltà legate a particolari momenti e contesti non può essere corretto dall'errore uguale e contrario di "normalizzare" le disfunzioni. Per non incorrere né nell'uno né nell'altro errore, diventa essenziale riflettere su quali sono le dinamiche legate alla diversità che favoriscono l'evoluzione della crisi innescata dalla fase di transizione e quali invece diventano contesto di insorgenza di patologie. Si tratta di individuare i criteri necessari a formulare diagnosi differenziali, in grado di distinguere quando una famiglia presenta delle difficoltà a causa del inconsuetudine dei compiti o degli eventi da fronteggiare e dunque delle difficoltà di mettere a fuoco e le strategie più adattive e quando invece una famiglia presenta delle difficoltà perché nel fronteggiamento di tali compiti o eventi si sono innescate vere e proprie dinamiche patologiche. La risposta a queste domande mette gli operatori nella condizione di scegliere quando occorre impostare un intervento terapeutico e quando invece sia il caso ad attivare i fattori di protezione utile a promuovere e supportare la resilienza delle famiglie nel far fronte a insoliti eventi e compiti.

  1. Intervento breve‐lungo: un nuovo modo di pensare nella clinica dell’età evolutiva in un contesto di rete Oggi lo sviluppo non è più considerato una semplice successione lineare di fasi prestabilite, non è più visto come un processo armonico è prevedibile. Il processo evolutivo procede, al contrario, attraverso una costante riorganizzazione attiva, passando continuamente da fasi di relativa stabilità a fasi in cui prevalgono le perturbazioni e vi è la possibilità di passare a nuove forme di organizzazione dinamica. Le transizioni che si producono da uno stato a un altro non hanno una traiettoria prestabilita, ma essa è data momento per momento dalla matrice intersoggettiva in cui si innesta il cambiamento. Lo sviluppo, cioè, si realizzano non solo per processi maturativi individuali, ma per processi maturativi interpersonali. Una forma particolare di intervento è quella breve‐lunga, che riguarda situazioni di difficoltà dei bambini e/o dei genitori che non possono risolversi in maniera puntuale, ma che quasi certamente riguarderanno l'evoluzione nel tempo delle diadi‐triadi. Questi pazienti sanno che un terapeuta conosce la storia delle loro relazioni e possono rivolgersi a lui per momenti difficili e ottenere aiuto in tempo rapido, oppure seguono un programma di follow‐up in cui la presenza rassicurante di appuntamenti (spesso a sei mesi‐un anno), costituisce una sicurezza, ma anche la possibilità di elaborare i problemi nel corso dei periodi di intervallo, per poi portarli già parzialmente elaborati al momento dell'incontro. L'intervento breve‐lungo ha una durata breve e si ripeterà però a lungo nel tempo inducendo cambiamenti puntuale e parziali, con equilibri che dovranno poi essere ristabiliti quando emergeranno le fasi successive. Il processo di sostegno alla genitorialità, in particolare, dovrebbe essere discreto, intermittente, non interventista, ma piuttosto di accoglienza e, nei limiti del possibile, basato su cose concrete. In questo nuovo modo di vedere il trattamento è molto più importante offrire un intervento puntuale e poi ripeterlo quando necessario a tempi prefissati o su domanda. È essenziale, però, che ci sia sempre la stessa persona. È necessario individuare in una figura professionale il portatore della continuità nel tempo della storia familiare e relazionale di cui gli utenti fanno dono all'operatore, in modo che all'interno della rete che si viene a costituire ci sia una figura stabile nel tempo, ben definita, delineata e chiara all'utente stesso. Tale figura permetterà all'utente di sentire sé stesso e la propria narrazione presenti nella testa di qualcuno e trasmetterà la sicurezza di esistere nel ricordo di chi, di anno in anno, riprende una narrazione ma interrotta, annota, consiglia, scioglie i dubbi, infonde coraggio e sa ascoltare. Tali sentimenti favoriscono un senso di protezione, accoglimento e ricezione in pratica, fattori che aumentano non solo gli aspetti di compliance, ma anche l'efficacia degli interventi, soprattutto di quelli ripetuti a distanza nel tempo.
  2. Genitorialità difficili Le genitorialità difficili lo sono per particolare difficoltà del bambino, dei genitori, della loro relazione o del contesto di vita. Si collocano all'interno di un quadro d'interazioni, reali e fantasmatiche, perlomeno triadiche, il più delle volte multiple, nell'hic et nunc, nella transgenerazionalità e intergenerazionalità, inclusa quella genetica e in una proiezione futura. Oggigiorno si rivolge i servizi un numero sempre più crescente di famiglie che non possiamo definire patologiche, ma che chiedono ascolto, supporto e sostegno in momenti critici della loro storia evolutiva, che, seppur normativi, richiedono una profonda ristrutturazione delle relazioni familiari. Si tratta, come già detto precedentemente, di relazioni che si collocano su piani di diversa consapevolezza e che coinvolgono non solo la famiglia in senso stretto, ma tutto l'ambiente che la circonda e nel quale essa vive in un rapporto di costante e continua inter‐

relazione e influenza reciproca. I genitori chiedono risposte concrete ai bisogni emergenti che essi incontrano nella quotidiana gestione del proprio ruolo. Quello di cui noi clinici siamo chiamati a prendere atto è che non si può fare equivalenza tra l'avere una malattia mentale e l'essere un genitore malato, tra l'avere una genitorialità malata e presentare un momento, una fase di genitorialità particolarmente difficile o temporaneamente malata.

3.1 Genitori di figli prematuri La transizione alla genitorialità indica il periodo di passaggio in cui una coppia coniugale si prepara l'acquisizione dello "status genitoriale", inteso come assunzione di responsabilità non solo biologica, ma soprattutto sociale ed educativa. Con la nascita del primo figlio avviene una radicale ridefinizione dei ruoli è un riposizionamento razionale. La gravidanza è un periodo ricco di rielaborazione del passato e progettazione per il futuro. Compito delle istituzioni diventa quello di agevolare e favorire tale transizione, accogliendo questa complessità e accompagnando la coppia in un percorso che faciliti l'emergere spontaneo delle doti di ciascuno rispetto alla genitorialità, senza creare l'idea che essere genitori richieda competenze raggiungibili come quelle descritte nella comune divulgazione scientifica. La prematurità si costituisce come un fattore altamente disorganizzante per il funzionamento mentale dei genitori e per la stabilità emozionale, interferendo con i complessi e articolati i processi dinamici che portano alla genitorialità. Il complesso lavoro di ristrutturazione e riorganizzazione personale che ogni nascita porta con se può infatti, in questa situazione di criticità, realizzarsi con estrema difficoltà ostacolando l'organizzarsi di una funzione genitoriale favorevole allo sviluppo del bambino. Il parto improvviso non trova soltanto un bambino prematuro, ma anche una madre impreparata e prematura. La nascita prematura amputa la gravidanza negando alla madre proprio quell'ultimo periodo cruciale per la differenziazione e separazione psichica del bambino. La rapidità del parto provoca un passaggio troppo brusco e inaspettato da una sensazione di pienezza e perfezione a quello di "contenitore privo d'oggetto", creando una situazione di shock. La mente infatti non riesce ad adattarsi altrettanto velocemente alla realtà e ciò genera vissuti di disorientamento, estraneità, confusione, con la sensazione di avere pancia e braccia vuote. La madre finisce spesso per provare un profondo senso di insoddisfazione, delusione rispetto alle aspettative e incompletezza. Sente, infatti, di non essere riuscita a portare a termine il suo compito generativo, di non aver saputo creare quel bambino bellissimo corrispondente al proprio ideale. La nascita è caratterizzata da un forte senso di fallimento e vissuta come una profonda ferita narcisistica. Entrambi i genitori si sentono sospesi in uno stato di incertezza, dovendosi accontentare di prognosi temporanee e indefinite, nell'impossibilità medica di fare previsioni precise su eventuali sequele neurologiche e deficit permanenti. Si assiste dunque o uno spostamento del tempo dell'investimento genitoriale come atteggiamento difensivo volto a proteggere i genitori dalla paura della perdita del bambino. Inizialmente può anche essere una modalità funzionale, che permette un graduale adattamento alla realtà, ma ‐ sei troppo protratto nel tempo ‐ può portare a difficoltà nella sintonizzazione affettiva ed empatica con il proprio bambino e rintracciare quei fili relazionali e rappresentazionali interrotti dalla nascita prematura. Lo scopo degli interventi che hanno al proprio focus sul genitore e comunicare ai genitori informazioni dettagliate e competenze aggiuntive per supplire alle loro scarse possibilità di

missione cambiano comportamenti e stati d'animo, di essere aiutato a comprendere meglio la propria esperienza psichica, attraverso la funzione di specchio sociale creativo svolta dal terapeuta, e può osservare, a prendere e interiorizzare nuovi modelli relazionali alternativi o integrativi ai propri, attraverso l'esperienza in gruppo. Contemporaneamente è necessario lavorare con i genitori sulla dimensione delle rappresentazioni, con l'obiettivo di attivare la funzione riflessiva e le capacità di mentalizzazione, che stanno alla base della costruzione di un linguaggio caratterizzato da significati comuni, in grado di permettere una lettura più funzionale del proprio comportamento e di quello dei figli in un quadro in cui le urgenza, il distacco e l'angoscia di morte ne impediscono il normale sviluppo.

3.4 Famiglie di recente immigrazione e/o ricongiungimento Oggigiorno presso i Servizi giunge un numero sempre maggiore di famiglie immigrate in Italia. Spesso non arriva immediatamente in Italia di intera famiglia: Il più delle volte è il capofamiglia il primo a emigrare e, solo in un secondo momento, viene raggiunto dal resto della famiglia. La genitorialità, esperienza già di per sè critica, se vissuta in un paese straniero diventa un'esperienza ancora più delicata e complessa, che unisce alle difficoltà e ai conflitti caratteristici del processo di transizione alla genitorialità ulteriori elementi di complessità. Il genitore immigrato, infatti, si trova nella necessità di conciliare i modelli rappresentazionali interni di cosa significa essere genitore derivanti dalla cultura di origine con i modelli dominanti nel paese di immigrazione. Deve, cioè, trovare una mediazione, un incontro tra modelli molto spesso totalmente differenti tra loro, per lo più in un momento di vita estremamente delicato. Tale incontro, di difficile elaborazione e integrazione, spesso non trova le figure genitoriali, già alle prese con ulteriori difficoltà che riguardano l'integrazione in un paese straniero, sufficientemente preparate e disponibili, portando spesso a un blocco o a un impoverimento nei gesti e nei messaggi verbali e non verbali dell’accudimento dei figli. Guardare alle famiglie migranti implica il riconoscimento dei loro sistemi di significato e anche comprendere che tali sistemi entrano in crisi, perdendo di potere interpretativo e operativo a contatto con il nostro mondo. Nulla è più ovvio e scontato per un migrante che arriva. Tutto deve essere ricollocato; il sentimento d'identità e la presenza sono minacciati. Nuove identità e nuovi significati vanno costruiti negoziando con la realtà del paese di migrazione.

CAPITOLO 4 – Superare l’allontanamento dei minori dalla famiglia. Il progetto di affiancamento familiare La centralità della famiglia viene ormai ribadita da molti anni in ogni norma, progettazione e disegno che si pone come obiettivo la promozione dell'infanzia e la tutela del minore, ma di fatto sono sempre di più le situazioni in cui le famiglie si trovano in condizioni di ordinaria difficoltà, se non a rischio di derive disfunzionali, di cui faranno le spese anche i minori presenti al loro interno. Si rendono pertanto sempre più necessarie, e auspicabili, politiche di sostegno alla genitorialità e ai nuclei familiari che presentano alcune, molteplici, forme di fragilità o vulnerabilità. La genitorialità è ormai universalmente ritenuta una funzione complessa, in cui coincidono aspetti individuali, relazionali e intergenerazionali, e che rimanda a una serie di temi come la rappresentazione d'essere in relazione con l'immagine interna dei propri genitori, il costruirsi una rappresentazione del proprio figlio, di se stessi nel ruolo di genitore e della relazione di se col Bambino. Si configura pertanto come una dimensione interna simbolica che fa parte dello sviluppo di ogni persona, attivato dall'interazione con l'altro, e deve quindi essere intesa anche come una funzione dinamica in grado di adattarsi alle diverse fasi evolutive che richiedono di assolvere a impegni differenti. Un genitore deve adattare di continuo con grande flessibilità i suoi sistemi alle risposte del figlio, valutando di continuo la situazione globale via via che essa si evolve.

La famiglia nell'attuale realtà sociale va pertanto intesa come unità complessa e multi processuale caratterizzata da intrecci di processi interattivi, simbolici, interpersonali, transgenerazionali, sociali, ognuno dei quali può incidere sullo sviluppo più o meno armonico dei bambini e degli individui che ne fanno parte.

Libro da pag 68 a pag 99

CAPITOLO 5 – Famiglie di origine e comunità per minori. Quali interazioni? (Libro)

CAPITOLO 6 – Le genitorialità complesse e l’intervento residenziale. Aspetti giuridici alla luce del giusto processo e della legge n. 149/

  1. Gli interventi sulle genitorialità complesse Le fonti giuridiche nazionali (Costituzione, diritto di famiglia) internazionali (convenzione ONU ed europea sui diritti del minore) convergono sulla centralità prevalenza dell'interesse dei diritti di questo ultimo (primo fra tutti, quello della salute psicofisica) inquadrano la genitorialità come presidio funzionale e capacità di garantire al figlio un'equilibrata crescita evolutiva. Non tanto quindi diritto sulla prole, quanto diritto dei figli a una famiglia sufficientemente capace di educare, cioè di favorire e rispettare l'emersione della loro autentica personalità, fatta anche di capacità, inclinazioni, aspirazioni, e di garantire un contesto di protezione da ogni forma di violenza, foriera di danni talora irreparabili alla salute e maturazione della personalità in crescita. Il termine "responsabilità genitoriale", rispettosa della dignità del bambino (carta dei diritti fondamentali dell'UE), esclude ogni condotta educativa violenta, a differenza del nostro ordinamento che, punendo l'abuso dei mezzi di correzione, ammette la liceità educativa della violenza modica. Tra le forme di violenza in danno del minore la legge n.143/2001 annovera l'abbandono conclamato o celato dalla trascuratezza e si impegna a prevenirlo, inosservanza della previsione costituzionale, curandone i sintomi prodromici, attraverso un mandato di intervento ai competenti servizi territoriali, per il sostegno e la cura delle genitorialità fragili. Quando, all'esito delle attività di sostegno, la famiglia si confermi priva di una sufficiente capacità educativa del figlio, si sperimenteranno ai fini di cura e prognosi della recuperabilità genitoriale preferibilmente l'affido familiare o l'accoglienza in una comunità familiare per un massimo di 2 anni, dopodiché in caso negativo il diritto del minore dovrebbe essere tutelato con l'adozione o, nei casi di impossibilità/inopportunità della stessa, con un affido giudiziario sine die e connesso conferimento agli affidatari della tutela del minore.
  2. Il giusto processo Sul sistema della giustizia minorile si è abbattuta l'estranea riforma del giusto processo di cui dettami pensati per il processo penale degli adulti vanno temperati e coordinati col principe, anch'esso costituzionale, della protezione e dei diritti del minore e della previsione degli strumenti che li favoriscano, unitamente a quanto previsto dalla Convenzione ONU sui diritti del minore e da quella Europea sull'esercizio processuale di tali diritti. In tale contesto il principio ispiratore della Giustizia Minorile fondata sull’accertamento della verità sostanziale, trova riscontro nell'art. 3 della legge n. 176 che afferma, in tutte le azioni riguardanti i minori, la prevalenza dei suoi superiori interessi e nell'art. 9 c. 2 che riconosce a tutte le parti interessate (compreso dunque il minore) il diritto di partecipare al processo, cui è correlato quello di esprimere la propria volontà con le modalità più acconce a tale obiettivo.

‐ valutazione delle capacità genitoriali e delle risorse presenti anche nella famiglia allargata ‐ ripresa delle relazioni con il proprio figlio in luogo protetto e riappropriazione graduale da parte della famiglia delle capacità educative ‐ affido familiare o apertura dell’adottabilità o rientro graduale del minore in famiglia In tutte queste varie fasi è indispensabile che ci sia un confronto frequente tra il giudice e gli operatori sociali coinvolti nel progetto, facendo attenzione a non confondere i ruoli. È fondamentale che il giudice onorario verifichi che l'intervento di allontanamento del minore rientri all'interno di un progetto: esso non deve mai essere un intervento estemporaneo e circoscritto, ma deve presupporre una presa in carico dell'intero nucleo da parte del servizio sociale. Inoltre deve vigilare affinché i tempi di un allontanamento non si allunghino oltre il tempo necessario e venga data attuazione alle prescrizioni e direttive previste nel decreto del tribunale. È inoltre importante che si agisca il più rapidamente possibile perché l'inutile decorso del tempo, senza che il bambino possa riabbracciare i propri genitori ‐ovviamente se adeguati e idonei‐ è di per sè contrario all'interesse del minore. Quando la prognosi sulla famiglia di origine è positiva, il giudice onorario può proporre al Giudice relatore che venga modificato il precedente allontanamento del minore e favorire l'investimento sul rientro dello stesso a casa sua, anche attraverso passaggi graduali che vanno sempre spiegati ai genitori, affinché sappiano che i loro sforzi per cambiare comportamenti e stili di vita sono stati osservati e valutati e che il giudice ne è informato. Tutte le volte che il lavoro di rete tra servizi, tribunali e famiglia funziona, sortisce effetti tali da garantire il risanamento della condizione di sofferenza in cui versava il minore stesso e/o gli adulti di riferimento e consente il rientro in famiglia del minore.

CAPITOLO 8 – Il sostegno alle famiglie dei minori abusati e maltrattati accolti nelle comunità residenziali Le forme di maltrattamento e trascuratezza che un bambino può subire da un contesto familiare violento, e che comportano l'accoglienza nelle comunità residenziali, possono essere molto differenziate per gravità, qualità e conseguenze. Specularmente, sono differenti le difficoltà dei genitori che provocano danni ai figli, e di conseguenza altrettanto differenziate devono essere le modalità di sostegno da offrire alle famiglie. La genitorialità disfunzionale segnala un disagio esistenziale legato alla storia personale e di coppia e un disagio sociale in senso ampio, legato a particolari situazioni che può incontrare. Quindi sono diverse le dimensioni da valutare e poi successivamente da riparare.

I genitori che maltrattano, trascurano o abusano sessualmente dei loro figli falliscono nel loro compito genitoriale perché negano e non riconoscono i loro bisogni fondamentali per crescere e strutturare la propria individualità, il controllo e l'adattamento. Le situazioni esistenziali che portano un adulto, che dovrebbe assolvere funzione vento e cura della prole, a essere invece fonte di danno, sono molto complesse e riportano a condizioni soggettive legate alla loro storia personale che si intrecciano con molti altri fattori. L'elemento comune e più generalizzabile è che il genitore, a sua volta, non è stato figlio, non ha sperimentato un rapporto in cui si è sentito un bambino riconosciuto, amato, seguito, aspetti che si ritrovano poi nel lavoro clinico con gli adulti, con tutte le sfaccettature e le differenziazioni che la complessità delle storie degli esseri umani propone. Il rapporto tra adulti e bambini è costituzionalmente asimmetrico e riveste un significato particolarmente pregnante nella relazione fra genitori e figli. Questa condizione garantisce infatti le possibilità della crescita e dello sviluppo fisico e psichico del bambino, nella formazione di modelli di pensiero e di comportamento, ma al tempo stesso diventa un forte fattore di rischio o

di danno quando gli adulti, investiti di responsabilità genitoriali, esasperano, anziché attenuare, gli aspetti negativi della pur inevitabile asimmetria e trasformano la relazione in relazione di potere. In generale le famiglie che sviluppano comportamenti maltrattanti sui figli sono caratterizzate da una struttura interna piuttosto instabile, sia sul piano relazionale e di coppia sia su quello dell'organizzazione sociale. Un'altra aspetto Comune a queste situazioni è rappresentato dal fatto che la coppia spesso risente di una forte dipendenza emotiva dalle rispettive famiglie di origine, con cui vive rapporti conflittuali o non risolti. A questa dipendenza sono frequentemente da attribuire stili educativi caratterizzati da aspetti di forte rigidità e dall'uso di strategie dure e punitive, sperimentate e apprese nel contesto familiare d'origine. La relazione di coppia, fragile e/o conflittuale, tende a evolvere spesso in grave conflitto, che può manifestarsi con esplosioni di violenza attiva o con comportamenti omissivi come nella trascuratezza grave, che spesso e associata al maltrattamento e all'abuso sessuale, caratterizzato da costellazioni relazionali particolarmente complesse. Possono essere coppie genitoriali che nell'infanzia non hanno sperimentato la protezione affettiva e la cura fisica ed emotiva e non sono quindi in grado di assicurarla ai figli, perché ne ignorano il senso e le modalità espressive. Diverso il caso della violenza sessuale: anzitutto, è violenza anche se agita nella forma della seduzione che, con modalità più raffinate e confusive, porta l'adulto a prevaricare il bambino o ragazzo ingannando lo sul significato di quanto gli impone e lo induce a fare. E la violenza ambigua che spesso giunge a suscitare perplessità e dubbi in alcuni operatori, in difficoltà a riconoscerla come tale. La violenza sessuale, specie quella intrafamiliare, infatti, matura all'interno di relazioni significative dal punto di vista affettivo e i legami affettivi sono così forti da imporre reazioni di adattamento capaci di diluirle il significato intrusivo. È una relazione che sfrutta la dipendenza e l'inferiorità della giovane vittima e sembra essere questa la molla che muove l'adulto a mettere in atto tali comportamenti per soddisfare bisogni di potere e dominio, più che di piacere, utilizzando il predominio del legame il patto del silenzio, facendo leva sulle minacce e sulla vergogna. Ma le cause della violenza possono essere anche altre: dalla distorsione delle manifestazioni affettive ai giochi di ruolo nelle famiglie disfunzionali. Spesso la relazione incestuosa riveste una funzione importante nel conflitto coniugale all'interno di gravi dinamiche disfunzionali di coppia, funzionando come evitamento e controllo del conflitto stesso.

  1. Il problema epistemologico è purtroppo convinzione diffusa che occuparsi di tutelare i diritti dell'infanzia significa avere un atteggiamento ostile, diffidente, accusatorio nei confronti delle loro famiglie, nei casi in cui i rischi si annidino nella compagine familiare stessa nella fragilità o incapacità degli adulti di esprimere una genitorialità consapevole e responsabile. L'attività degli operatori della tutela esposta così al grave e immotivato giudizio che le azioni e i programmi di protezione dei bambini e ragazzi a rischio siano espressione e conseguenza di un’ostilità ideologica, emotiva, morale nei confronti delle famiglie disfunzionali. La cornice epistemologica in cui si collocano queste pagine, per formulare qualche pensiero in ordine alla possibilità di impostare iniziative di sostegno nei confronti dei genitori maltrattanti, è costituita dalla consapevolezza che la psiche umana è plasmabile e che le relazioni umane non sono rappresentabili correttamente se non attraverso l'osservazione dei percorsi perché in continua evoluzione. A partire da questi presupposti epistemologici c'è la possibilità che interventi operati con rigorosa professionalità e con correttezza e trasparenza nei rapporti, mediante l'offerta di un percorso di ricostruzione degli eventi di vissuti che hanno portato alla caduta di

memoria e percezione e l'apprendimento delle regole. Infatti lo stile a levante della figura di attaccamento condiziona la qualità del legame e la formazione dei modelli operativi interni. La relazione di attaccamento che una persona ha sperimentato influenza la formazione dei modelli operativi interni, che agiscono sulla qualità della relazione con i figli e determina l'atteggiamento dei bambini nella percezione di sé e del mondo. Nei bambini maltrattati fisicamente è gravemente trascurati dai genitori sono stati individuati comportamenti strettamente connessi a relazioni di attaccamento disorganizzato.

4.4 Gli strumenti L'applicazione di qualsiasi teoria, in ogni rapporto di sostegno o di cura, non richiede semplicemente competenze di tecniche intese come corretto utilizzo degli strumenti. Qualsiasi tecnica deve essere mediata da modalità relazionali, non solo attraverso lo strumento verbale ma anche, e più efficacemente, dallo strumento analogico. Il tono di voce, la prossemica, la scelta dei termini, l’atteggiamento rispettoso ed empatico, se in ogni attività clinica sono strumenti professionali determinanti nel percorso terapeutico, nei casi di sostegno coatto devono essere considerati strumenti fondamentali nella costruzione della relazione. I vari approcci andranno integrati organizzati tenendo conto di alcuni passaggi fondamentali ineludibili per individuare gli elementi della recuperabilità. Devono essere applicate rigorosamente le tecniche relative al modello teorico utilizzato, tenendo tuttavia presente che la loro applicazione può non essere considerata esclusiva, ma integrabile con gli altri modelli a seconda dei tempi, decadi, delle necessità e delle risposte. L'attività di ipotizzazione ‐ il lavoro mentale che, basandosi su quanto l'operatore sta ascoltando e osservando, formula ipotesi aperte all'immediata modifica di fronte al susseguirsi di informazioni diverse ‐ è quella che fa la differenza tra un percorso di sostegno che, privo di pregiudizi, può meglio aiutare la famiglia a guardarsi liberamente dentro, a rischiare il recupero e aprire speranze fondate per il ricongiungimento con i figli allontanati e un percorso confuso, con alternanza di chiusure e aperture nelle confidenze e alla speranza. Il passaggio successivo all'ipotizzazione sul sistema familiare e quello di formulare un'ipotesi diagnostica su come e per quali ragioni si è strutturata una situazione di abuso e/o maltrattamento per programmare un'azione di sostegno efficace. La comprensione delle dinamiche familiari e individuali che hanno portato alla presenza di una grave inadeguatezza genitoriale diventa quindi imprescindibile per comprendere la genesi del maltrattamento in quella determinata famiglia e strutturare, quindi, un lavoro di sostegno mirato. Un elemento fondamentale è rappresentato dalle informazioni sulle vicende di trigenerazionali dei genitori.

  1. Cosa e come valutare Integrazione dei vari elementi scaturiti dall'osservazione dell'equipe multiprofessionale offre un quadro già chiaro della situazione familiare, di modo che l'equipe è già in grado di elaborare una valutazione. Quando parliamo di valutazione intendiamo la valutazione della recuperabilità della genitorialità maltrattante. La valutazione presuppone un aspetto di giudizio, una relazione sbilanciata, che non punta al cambiamento, ma ha l'obiettivo di definire una situazione di partenza, statica, quella appunto relativa alla situazione di pregiudizio che si è creata.

La recuperabilità è un concetto dinamico che considera la situazione nel suo divenire, in una prospettiva di cambiamento, che ha come fine il cambiamento, attraverso il percorso di sostegno e cura nella sua accezione più ampia. La valutazione della recuperabilità va intesa come valorizzazione delle risorse genitoriali rilevate e il reperimento di risorse genitoriali appannate, distorte, mortificate da precedenti vissuti traumatici. È necessario quindi che l'approccio sia impostato da subito sulla recuperabilità, orientato a reperire e prendere in considerazione tutti gli aspetti e i segnali che possono aprire spazi di cambiamento. Nella presa in carico delle famiglie maltrattanti deve prevalere da subito una forte valenza di cura sia da parte della rete che del clinico, abbandonando l'ostica giudicante e privilegiando la promozione del cambiamento. In questa prospettiva si può strutturare un lavoro di sostegno alle famiglie maltrattanti e/o abusanti che apra alla possibilità di una qualunque efficacia, nella consapevolezza che per il bambino la migliore esperienza riparativa è sperimentare il risanamento del proprio ambito originario di vita e di relazione.

5.1 Le difficoltà e i pregiudizi nel lavoro con il genitore maltrattante Il tipo di azioni che i genitori maltrattanti hanno messo in atto nei confronti dei loro figli provocano forti emozioni e resistenze. L'impatto con le situazioni di violenza e le conseguenze sui bambini non invitano, certo, a comprendere e a essere empatici con il genitore maltrattante; è necessario un notevole sforzo emotivo e culturale. L'atteggiamento che dovrebbe guidare gli operatori dovrebbe essere improntato a una sospensione del giudizio, che non significa certo collusione o giustificazione del genitore, ma può aprire la strada a una possibilità di cambiamento, che va prima di tutto cercate stimolata. L'estrema complessità delle situazioni da affrontare e le resistenze dei genitori maltrattanti a superare la diffidenza nei confronti di iniziative di sostegno nei loro confronti, il timore di possibili reazioni violente spesso minacciate, la frequente ingerenza dei massmedia nelle vicende, l'insieme di tutte queste circostanze sfavorevoli non è priva di conseguenze sull' atteggiamento degli operatori. Avviene che si verificano frequenti fenomeni di burnout o almeno una forte difficoltà che alla fine si trasforma in disincentivazione nella costruzione della necessaria terapeutica con esiti evidentemente insoddisfacenti o addirittura nulli.

5.2 Le conseguenze di un sostegno insicuro, confuso, intermittente Le oggettive difficoltà che i servizi incontrano quando si dispongono offrire sostegno ai genitori maltrattanti così gravemente da avere indotto l'autorità giudiziaria a decidere l'allontanamento del figlio possono essere superate o almeno attenuate un sistema di collaborazione tra i servizi stessi e loro rispettivi operatori. La rete, ben condotta e gestita, sostiene il singolo operatore sia nella lettura del caso che nella scelta delle strategie più opportune per farlo evolvere positivamente. Un rischio possibile è che la rete dei servizi sia utilizzata per delegare o diminuire le responsabilità. In questo senso la rete cessa di essere una risorsa, per diventare un alibi, dov'è la responsabilità della presa in carico viene rinviata da un servizio all'altro. In questi casi la rete non è più una rete curante, ma una rete che respinge e si chiude su se stessa. Peso questo porta come conseguenza diretta lunghi periodi di permanenza dei bambini in comunità, dove vivono in una specie di limbo, indotti a coltivare aspettative di rientro destinate a non realizzarsi, senza che di fatto la loro situazione esistenziale muti e senza che vengano