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georgiche studio individuale riassunto
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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VIRGILIO, GEORGICHE libro III LE CARATTERISTICHE vedi l’introduzione sul Conte è un poema che registra un decennio complesso fallimento dei patti tra Ottaviano e Antonio, le guerre civili, i problemi nel mediterraneo… questo clima si riversa nel tono del componimento stesso poema che rientra nel programma politico di Ottaviano ritornare ai valori romani, al mos maiorum (sviluppato secondo la descrizione del “pius agricola”, colui che lavora la terra con sacrificio, pazienza, fatica, dedito agli dei e che conduce una vita umile e pura) in opposizione alla corruzione del costumi, agli eccessi della ellenizzazione poema didascalico descrizione di come dedicarsi ai campi, agli animali (strutturato secondo il binomio terra- animali e grande-piccolo) la celebrazione della vita agricola non è dedicata al contadino (tanto che i modi di coltivare sono in realtà “sbagliati”) ma alla classe politica romana che deve riscoprirne la bellezza (celebrazione della campagna a uso di chi vive in città) vicinanza con il De rerum natura di Lucrezio da cui riprende anche l’idea della peste (famosa peste di Atene) dal verso 440 libro III
monte Ida (nella regione della Troade), cere grasse di unto, scilla (cipolla di mare), lo sgradevole elloboro e il nero catrame” “ Et spumas miscent argenti vivaque sulfura viva da notare quando si fa la lettura in esametri perché è esametro ipermetro descrive una serie di elementi che fungono da rimedi ripresi da una serie di testi di natura tecnica dimostrazione del labor dei contadini provano qualsiasi cosa pur di salvare i propri greggi (in questo senso li esalta) “ Non tamen ulla magis praesens fortuna laborum est, quam siquis ferro potuit rescindere summum ulceris os: alitur vitium vivitque tegendo, dum medicas adhibere manus ad vulnera pastor abnegat, et meliora deos sedet omnia poscens.” “Tuttavia non c’è alcun rimedio degli affanni (“fortuna laborum” nel senso degli sforzi che fanno i contadini per salvare il gregge) più efficace del caso in cui qualcuno abbia potuto incidere (“ potuit rescindere ”) la cima/la somma bocca della piaga con il coltello (“ ferro…summum ulceris os ”): il male (“ vitium ”) si nutre/vive con il nascondere/nascondendosi/rimanendo nascosto (“ tegendo ” ablativo del gerundio) dentro la piaga, ma il pastore rifiuta di avvicinare alle ferite le mani mediche (“ medicas manus ” cioè rifiuta di far curare l’animale dal medico) e se ne sta seduto chiedendo (“ poscens ” verbo con doppio accusativo) agli dei migliori presagi” “ Quin etiam, ima dolor balantum lapsus ad ossa cum furit, atque artus depascitur arida febris, profuit incensos aestus avertere, et inter ima ferire pedis salientem sanguine venam, Bisaltae quo more solent acerque Gelonus, cum fugit in Rhodopen atque in deserta Getarum, et lac concretum cum sanguine potat equino .” “Invece se il dolore del gregge (“ balantum ” nel senso di animali belanti quasi onomatopeico) infuria, fino dopo essere scivolato/penetrato fino in fondo alle ossa, e quando questa arida febbre si mangia/consuma gli arti (delle pecore), ha funzionato per ridurre i brucianti ardori ferire/pungere la vena zampillante di sangue nella zampa. Nel modo in cui con cui sono soliti (agire) anche i Bisalti e l’aspro/rozzo Gelone quando fuggono sul Rodopeno (monte Tracia) oppure nei deserti dei Geti, bevono latte cagliato con sangue di cavallo” cita tre popolazioni barbare intende dire che sono costumanze barbare e dolorose ma che comunque funzionano, per salvare il gregge è necessario usare tutti i metodi possibili, anche quelli più duri, l’importante è salvare gli animali è sbagliato rassegnarsi e aspettare l’aiuto divino, bisogna agire “ Quam procul aut molli succedere saepius umbrae videris aut summas carpentem ignavius herbas, extremamque sequi, aut medio procumbere campo pascentem, et serae solam decedere nocti, continuo culpam ferro compesce, prius quam dira per incautum serpant contagia vulgus .” “Qual ora tu veda una pecora allontanarsi (dal resto del gregge), andare ad accucciarsi troppo spesso sotto la piacevole ombra o brucare pigramente la cima dell’erba e seguire con molta pigrizia l’ultima delle pecore, o sdraiarsi in mezzo al campo pascolando e allontanarsi da sola a tarda notte. Immediatamente (“ continuo ”) estingui (“ compesce ” nel senso di soffocare) il male/il contagio con il ferro prima che il violento contagio si insinui per tutto il gregge (“ vulgus ” neutro) indifeso
consultato può dare un responso. I coltelli passati sotto la gola a stento si tingono di sangue, la superficie è macchiata da pus rinsecchito” secondo i rituali del sacrificio romano le viscere dell’animale andavano analizzate per verificare la volontà divina ma la malattia aveva reso l’animale talmente tanto malato e prosciugato dall’interno che non era possibile analizzarle (anche bruciale non è possibile) e lo stesso sangue dell’animale fatica a scorrere ed è sostituito da pus “ Hinc laetis vituli vulgo moriuntur in herbis, et dulces animas plena ad praesepia reddunt; hinc canibus blandis rabies venit, et quatit aegros tussis anhela sues, ac faucibus angit obesis. Labitur infelix studiorum atque immemor herbae victor equus, fontesque avertitur, et pede terram crebra ferit; demissae aures, incertus ibidem sudor, et ille quidem morituris frigidus; aret pellis, et ad tactum tractanti dura resistit ” “Così fra l'erba rigogliosa muoiono ovunque i vitelli, rendono l'anima gentile davanti alle greppie ricolme, così la rabbia coglie i cani mansueti, una tosse affannosa scuote i maiali e li soffoca con le fauci gonfie. Ondeggia infelice (nel senso che sta per cadere) il cavallo vincitore (“ victor equus ”) che ormai si è dimenticato/immemore delle gare (“ studiorum immemor ” nel senso di abilità, traslato quindi in “gare”) e dell’erba, si tiene lontano dalle fonti, e con la zampa fa dei solchi nella terra frequentemente (“ crebra ” avverbio), orecchie abbassate, e lì intorno (“ ibidem ” cioè tra le orecchie) c’è un sudore strano (segno della malattia), e quello (il sudore) per quelli (“ et ille quidem ” i cavalli) che stanno per morire (“ morituris ” participio), la pelle è secca e resiste dura al tatto per chi la tocca (“ tractanti ” participio) descrive la lenta morte di tutti gli animali la malattia fa impazzire gli animali il cavallo: non ricorda di essere stato cavallo da corsa e addirittura si dimentica di mangiare e di bere e per ultimo viene descritto mentre traccia dei solchi sulla terra senza senso (segno che la mattia colpisce gli animali in profondità facendogli perdere totalmente il senno) utilizzo di vocali cupe e suoni duri (con la d,r,s) il tessuto fonico e metrico contribuiscono all’idea di dolore, strazio e sovversione della normalità “ Haec ante exitium primis dant signa diebus; sin in processu coepit crudescere morbus, tum vero ardentes oculi, atque attractus ab alto spiritus, interdum gemitu gravis, imaque longo ilia singultu tendunt, it naribus ater sanguis, et obsessas fauces premit aspera lingua ” Nei primi giorni prima della morte danno questi sintomi (gli animali). Se invece la malattia comincia a farsi più cruda/a peggiorare (“ coepit crudescere ”) in un lungo decorso (“ in processu ”), ci sono occhi infiammati e il respiro che viene tratto dal profondo (“ attractus ab alto spiritus ” nel senso che l’animale fatica a respirare), a volte è pesante/è appesantito a causa dei gemiti (“ gemitu gravis ” abl di causa), il basso ventre si tende (“ tendunt ” riflessivo) in un lungo singhiozzo, scende dalle narici nero sangue e la lingua ruvida preme le fauci soffocate/gonfie utilizzo dell’enjambement (“ ab alto…spiritus ”) e dell’allitterazione (“ atque attractus ab alto ”) per dare l’idea del respiro affannoso e della fatica del movimento “ Profuit inserto latices infundere cornu Lenaeos; ea visa salus morientibus una; mox erat hoc ipsum exitio, furiisque refecti ardebant, ipsique suos iam morte sub aegra
(di meliora piis, erroremque hostibus illum!) discissos nudis laniabant dentibus artus .” “Sembrò giovare, inserito un corno (in un angolo della bocca del cavallo), versare del vino (“ Lenaeos ” epiteto per Bacco), quella sembrò per i moribondi l’unica salvezza. Questo stesso (“ ipsum ” il rimedio) era causa di morte (“ exitio ” dativo di effetto, nel senso di “l’effetto era la morte”), una volta ristorati ardevano di furore/di follia, ed essi ormai prossimi alla morte infelice coi nudi denti dilaniavano i loro arti squartati (gli dei concedano/consiglino cose/idee migliori agli uomini devoti (cioè che non ubriachino i cavalli) e (diano/suggeriscano) quell’errore ai nemici)” “ Ecce autem duro fumans sub vomere taurus concidit, et mixtum spumis vomit ore cruorem, extremosque ciet gemitus. It tristis arator maerentem abiungens fraterna morte iuvencum, atque opere in medio defixa relinquit aratra ” “Ecco poi il toro fumante (di sudore) crolla sotto il vomere, vomita dalla bocca sangue misto a bava, e lancia gli ultimi gemiti. Se ne va (“ it ”) il triste contadino separando (“ abiungens ” > “ab” moto da) il giovenco che piange la morte del fratello, e a metà del lavoro abbandona gli aratri conficcati (nel terreno)” la pietas di virgilio prova compassione per gli animali, li sente vicini agli uomini, il comune destino di uomini e animali umanizzazione degli animali “ Non umbrae altorum nemorum, non mollia possunt prata movere animum, non qui per saxa volutus purior electro campum petit amnis; at ima solvuntur latera, atque oculos stupor urget inertes, ad terramque fluit devexo pondere cervix ” “Non le ombre degli alti boschi, non i teneri prati possono rallegrare l’animo (di animali e uomini) (“ non possunt movere animum ”), non il fiume che scorrendo per le rocce più puro dell’ambra raggiunge il campo, e invece/al contrario i fianchi (sinnedoche di corpi) crollano fino in fondo/completamente (“ ima ” aggettivo usato come avverbio), uno stupore preme gli occhi inerti e la testa (“ cervix ”) crolla (“ fluit” letteralmente scivolare via) a terra per il peso (“ devexo ” “de” moto che indica dall’alto al basso) insopportabile/che porta in basso/che abbassa descrizione di un locus amenus nemmeno il luogo perfetto può consolare dalle sofferenze della malattia insistenza nella negazione uso stilistico diffuso in Virgilio (e poi ripreso da dante > bosco dei suicidi) negazione per antitesi (non…ma) serve per sottolineare una situazione non convenzionale, non corretta, non solo non c’è qualcosa che normalmente c’è, ma anzi c’è qualcos’altro che non dovrebbe esserci differenza con la peste di Lucrezio Lucrezio riteneva che la peste fosse spiegabile (fisica epicurea) per Virgilio invece non c’è spiegazione e per questo descrive la sovversione della vita agricola che, secondo lui, non ha rimedio e spiegazione “ Quid labor aut benefacta iuvant? Quid vomere terras invertisse graves? Atqui non Massica Bacchi munera, non illis epulae nocuere repostae: frondibus et victu pascuntur simplicis herbae, pocula sunt fontes liquidi atque exercita cursu flumina, nec somnos abrumpit cura salubres .” “A cosa giovano la fatica e le buone azioni? A cosa (giova) aver rovesciato (“ invertisse ” infinito sostantivato) le pesanti zolle (con l’aratro)? Eppure loro (i pastori) non hanno la colpa di essersi abbandonati/non si sono abbandonati (“a loro non hanno nociuto i doni massici” è la traduzione letterale) al vino (“ Massica Bacchi ” > Massica era una varietà di vino pregiato) e agli
la peste è ovunque e gli animali sono morti, non ha più senso cambiare il luogo del pascoli Chirone l’arte medica tramite i rimedi naturali Melampo l’arte della medicina sciamanica attraverso rituali nessun rimedio ha più senso “ Saevit, et in lucem Stygiis emissa tenebris pallida Tisiphone Morbos agit ante Metumque, inque dies avidum surgens caput altius effert .” “Impazza/si scatena, e mandata fuori (“emissa” -ex/-e indica moto da luogo) in superficie/alla luce dalle tenebre stige la pallida Tisifone (una Furia) spinge in avanti/porta (“ agit ante ”) Malattie e Paura (personificate) e giorno dopo giorno sorgendo solleva più in alto l’avido capo” l’immagine mitologica delle Furie che seminano le malattie è tipica “ Balatu pecorum et crebris mugitibus amnes arentesque sonant ripae collesque supini. Iamque catervatim dat stragem, atque aggerat ipsis in stabulis turpi dilapsa cadavera tabo, donec humo tegere ac foveis abscondere discunt ” “Del belato delle pecore e dei frequenti muggiti risuonano i fiumi e le aride rive e i colli ondulati. E cosi (la pestilenza) provoca la strage a mucchi (“ catervatim ” avverbio, nel senso che produce morti a cataste) e ammucchia/accumula nelle stalle i cadaveri distrutti da una ributtante putredine (si stanno decomponendo), finche si rassegnano a coprire (le carcasse) con la terra (“ humo ” abl strumentale) o a sotterrarle nelle fosse” “ Nam neque erat coriis usus, nec viscera quisquam aut undis abolere potest, aut vincere flamma; ne tondere quidem morbo illuvieque peresa vellera, nec telas possunt attingere putres; verum etiam, invisos siquis temptarat amictus, ardentes papulae atque immundus olentia sudor membra sequebatur, nec longo deinde moranti tempore contactos artus sacer ignis edebat .” “Il cuoio non aveva più alcuna possibilità (letteralmente “non c’era nessun utilizzo per le pelli”), e nessuno può disinfettarne le viscere con l’acqua ne cuocerle con la fiamma, e non possono neppure tosare il vello/la lana consumata dalla malattia e dalla sporcizia, e non possono neanche toccare la tessitura. Ma addirittura se qualcuno (“ siquis ”) avesse tentato (” temptarat ”) (di indossare) quei vestiti nocivi (“ invisos… amictus ”) si impadronivano (“ sequebatur ” verbo singolare che regge due soggetti) delle membra pustole ardenti e un sudore disgustoso, e per chi indugiava (“ moranti ” participio dativo del verbo morior) non troppo tempo dopo (“ nec longo denide…tempore ” senza dover aspettare molto tempo) il fuoco sacro divorava gli arti contagiati” la pelle o la lana ricavata da questi animali non poteva essere utilizzata in nessun modo (per questo si arrendono a sotterrare e basta i cadaveri) utilizzo di negazioni tutto ciò che la peste ha distrutto