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“GESTIRE LA CLASSE”., Appunti di Psicodinamica Delle Relazioni Sociali

Riassunto completo del libro: “Gestire la classe”.

Tipologia: Appunti

2023/2024

In vendita dal 09/01/2025

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Buby02 🇮🇹

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CAP.I. “GESTIRE LA CLASSE. PARTECIPAZIONE E DINAMICHE INTERATTIVE”:
Le classi sono sistemi complessi in cui individui e gruppi collaborano e interagiscono all’interno di un quadro
normativo e valoriale per costruire insieme dei percorsi di apprendimento.
Tra le molte definizioni di gestione della classe presenti in letteratura, spicca quella di Brophy che descrive
l’insegnante efficace come colui che promuove l’autoregolazione sull’apprendimento degli studenti, coltiva
relazioni interpersonali e valorizza l’etica e gli ideali piuttosto che limitarsi a regole e sanzioni. Tale visione si
discosta profondamente dagli approcci comportamentali tradizionali che intendono controllare il
comportamento degli studenti attraverso tecniche e rinforzi esterni. Secondo questi modelli, l’insegnante
fornisce istruzioni standard valide per tutti gli studenti e per molte situazioni poiché si basa sull’idea di uno
studente plasmabile che segue passivamente le indicazioni ricevute. Questo approccio presenta però un
limite significativo poiché non valorizza lo studente come protagonista attivo e responsabile del proprio
apprendimento infatti, già negli anni sessanta Carl Rogers criticava l’idea di un’educazione ridotta ad una
trasmissione lineare di informazioni in cui gli studenti erano dei semplici esecutori, motivati unicamente da
ricompense immediate.
Negli ultimi vent’anni, il dibattito sull’educazione di qualità ha portato ad un cambio di prospettiva perché
oggi la qualità educativa si misura non solo nei risultati finali ma anche nella capacità di monitorare e
valorizzare i processi di apprendimento.
1. “La tensione fra partecipazione e controllo”:
L’idea che la partecipazione degli studenti sia un segnale di interesse è largamente condivisa dai docenti,
come emerge dalle risposte raccolte durante i corsi di formazione che hanno condotto con insegnanti di
scuole primarie e secondarie. Tuttavia, la quotidianità scolastica sembra raccontare una realtà diversa: Dalle
numerose ore di osservazione in aula emerge che, invece di favorire momenti di partecipazione i docenti
richiamano frequentemente gli studenti al silenzio o al rispetto della regola di parlare uno alla volta. Questa
discrepanza suggerisce che, se da un lato la partecipazione viene riconosciuta come elemento
fondamentale di una lezione efficace, dall’altro non sempre trova spazio nella gestione concreta della classe.
Tuttavia, secondo le teorie sociocostruzioniste, ispirate da Vygotskij e Bruner l’insegnante deve guidare
questa partecipazione senza soffocare il ruolo attivo degli studenti; ecco perché è molto importante
riconoscere che ogni classe sia composta da persone con esigenze, culture e storie diverse quindi il compito
del docente sarà quello di regolare questa partecipazione, valorizzando le differenze e adattando il proprio
intervento al contesto e agli obiettivi didattici. Inoltre, ogni forma partecipativa dev’essere contestualizzata
tenendo conto di diversi fattori che riguardano la materia, il momento della giornata, il metodo didattico e
la cultura della classe. Seguendo quest’ottica, le dinamiche interattive in aula diventano uno strumento
fondamentale per modulare il rapporto fra partecipazione e controllo.
2. “La classe come sistema di interazioni”:
Secondo Doyle, la classe non è un contenitore passivo per i processi di insegnamento e apprendimento ma
rappresenta un sistema complesso in cui tutte le parti interagiscono tra di loro. Seguendo questa
prospettiva, un approccio sistemico alla gestione della classe permette di affrontare la complessità delle
situazioni, ponendo al centro le dimensioni interattive che caratterizzano le dinamiche in aula.
Diversamente dai modelli lineari, spesso limitati ad interventi pratici privi di una solida base teorica, questo
approccio offre degli strumenti preziosi sia per comprendere le relazioni tra i diversi elementi del sistema
classe che per progettare interventi mirati al cambiamento e al miglioramento. In particolare, tre aspetti
risultano fondamentali per analizzare e interpretare le interazioni in aula come:
A). Interdipendenza dei componenti: Evidenza come ogni elemento del sistema venga influenzato dagli altri.
B). Processi di evoluzione: Riconoscono la natura dinamica della classe e il suo continuo adattamento alle
nuove esigenze.
C). Sguardo triadico: Amplia la prospettiva analizzando le relazioni non solo tra insegnante e studente ma
anche tra il gruppo e il contesto più ampio dove opera.
Questi tre elementi costituiscono una base fondamentale per comprendere la complessità delle interazioni
in aula e per promuovere una gestione della classe più consapevole ed efficace.
2.1. “Il principio di interdipendenza”:
La classe può essere considerata un sistema complesso composto da parti interconnesse che agiscono in
modo interdipendente per favorire l’adattamento e l’evoluzione dell’insieme. In questo sistema, ogni azione
di un componente influisce sugli altri, creando un effetto circolare che coinvolge l’intero gruppo. Tale
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CAP.I. “GESTIRE LA CLASSE. PARTECIPAZIONE E DINAMICHE INTERATTIVE”:

Le classi sono sistemi complessi in cui individui e gruppi collaborano e interagiscono all’interno di un quadro normativo e valoriale per costruire insieme dei percorsi di apprendimento. Tra le molte definizioni di gestione della classe presenti in letteratura, spicca quella di Brophy che descrive l’insegnante efficace come colui che promuove l’autoregolazione sull’apprendimento degli studenti, coltiva relazioni interpersonali e valorizza l’etica e gli ideali piuttosto che limitarsi a regole e sanzioni. Tale visione si discosta profondamente dagli approcci comportamentali tradizionali che intendono controllare il comportamento degli studenti attraverso tecniche e rinforzi esterni. Secondo questi modelli, l’insegnante fornisce istruzioni standard valide per tutti gli studenti e per molte situazioni poiché si basa sull’idea di uno studente plasmabile che segue passivamente le indicazioni ricevute. Questo approccio presenta però un limite significativo poiché non valorizza lo studente come protagonista attivo e responsabile del proprio apprendimento infatti, già negli anni sessanta Carl Rogers criticava l’idea di un’educazione ridotta ad una trasmissione lineare di informazioni in cui gli studenti erano dei semplici esecutori, motivati unicamente da ricompense immediate. Negli ultimi vent’anni, il dibattito sull’educazione di qualità ha portato ad un cambio di prospettiva perché oggi la qualità educativa si misura non solo nei risultati finali ma anche nella capacità di monitorare e valorizzare i processi di apprendimento.

  1. “La tensione fra partecipazione e controllo”: L’idea che la partecipazione degli studenti sia un segnale di interesse è largamente condivisa dai docenti, come emerge dalle risposte raccolte durante i corsi di formazione che hanno condotto con insegnanti di scuole primarie e secondarie. Tuttavia, la quotidianità scolastica sembra raccontare una realtà diversa: Dalle numerose ore di osservazione in aula emerge che, invece di favorire momenti di partecipazione i docenti richiamano frequentemente gli studenti al silenzio o al rispetto della regola di parlare uno alla volta. Questa discrepanza suggerisce che, se da un lato la partecipazione viene riconosciuta come elemento fondamentale di una lezione efficace, dall’altro non sempre trova spazio nella gestione concreta della classe. Tuttavia, secondo le teorie sociocostruzioniste, ispirate da Vygotskij e Bruner l’insegnante deve guidare questa partecipazione senza soffocare il ruolo attivo degli studenti; ecco perché è molto importante riconoscere che ogni classe sia composta da persone con esigenze, culture e storie diverse quindi il compito del docente sarà quello di regolare questa partecipazione, valorizzando le differenze e adattando il proprio intervento al contesto e agli obiettivi didattici. Inoltre, ogni forma partecipativa dev’essere contestualizzata tenendo conto di diversi fattori che riguardano la materia, il momento della giornata, il metodo didattico e la cultura della classe. Seguendo quest’ottica, le dinamiche interattive in aula diventano uno strumento fondamentale per modulare il rapporto fra partecipazione e controllo.
  2. “La classe come sistema di interazioni”: Secondo Doyle, la classe non è un contenitore passivo per i processi di insegnamento e apprendimento ma rappresenta un sistema complesso in cui tutte le parti interagiscono tra di loro. Seguendo questa prospettiva, un approccio sistemico alla gestione della classe permette di affrontare la complessità delle situazioni, ponendo al centro le dimensioni interattive che caratterizzano le dinamiche in aula. Diversamente dai modelli lineari, spesso limitati ad interventi pratici privi di una solida base teorica, questo approccio offre degli strumenti preziosi sia per comprendere le relazioni tra i diversi elementi del sistema classe che per progettare interventi mirati al cambiamento e al miglioramento. In particolare, tre aspetti risultano fondamentali per analizzare e interpretare le interazioni in aula come: A). Interdipendenza dei componenti: Evidenza come ogni elemento del sistema venga influenzato dagli altri. B). Processi di evoluzione: Riconoscono la natura dinamica della classe e il suo continuo adattamento alle nuove esigenze. C). Sguardo triadico: Amplia la prospettiva analizzando le relazioni non solo tra insegnante e studente ma anche tra il gruppo e il contesto più ampio dove opera. Questi tre elementi costituiscono una base fondamentale per comprendere la complessità delle interazioni in aula e per promuovere una gestione della classe più consapevole ed efficace. 2.1. “Il principio di interdipendenza”: La classe può essere considerata un sistema complesso composto da parti interconnesse che agiscono in modo interdipendente per favorire l’adattamento e l’evoluzione dell’insieme. In questo sistema, ogni azione di un componente influisce sugli altri, creando un effetto circolare che coinvolge l’intero gruppo. Tale

processo fondato su uno scambio continuo di segnali verbali e non verbali tra i membri, consente al sistema di operare in modo coordinato e armonioso quindi i segnali possono essere verbali (come domande, affermazioni o commenti) e non verbali (come sguardi, posture o movimenti). Nonostante questo principio sia applicabile a molte situazioni relazionali come quelle familiari o sociali, la sua rilevanza nella gestione quotidiana della classe non è sempre pienamente riconosciuta; ad esempio quando gli insegnanti descrivono gli indicatori di una lezione riuscita, spesso si concentrano solo sui comportamenti degli studenti quando in realtà il successo di una lezione dipende anche dalle azioni dei docenti. Un aspetto connesso all’interdipendenza è l’equipotenzialità ovvero la possibilità che i membri di un sistema possano assumere ruoli diversi in determinate circostanze. Sebbene nella classe i ruoli di docente e studenti siano solitamente ben definiti, ci sono situazioni in cui gli studenti possono partecipare attivamente come co-creatori di conoscenza. In questo modo, non si limitano a ricevere informazioni ma contribuiscono al processo di apprendimento. 2 .2. “I processi di evoluzione del sistema classe”: Il rapporto tra stabilità e cambiamento risulta fondamentale per comprendere come funzionano i sistemi complessi come una classe. Innanzitutto, ogni sistema tende naturalmente al cambiamento e all’evoluzione ma il modo in cui ciò avviene dipende dalla prospettiva adottata infatti, nei modelli comportamentisti il cambiamento è spesso causato da fattori esterni come premi o punizioni. Invece, in un approccio sistemico nasce dall’interno come il risultato delle interazioni e delle attività dei membri del sistema. Tuttavia, il cambiamento non può avvenire senza stabilità infatti per evolversi in modo equilibrato, un sistema deve sapersi adattare alle sfide esterne mantenendo la propria identità e preservando la sua struttura di base. Pertanto, questo equilibrio tra stabilità e cambiamento è ciò che consente al sistema di evolversi in modo efficace. Ciò si manifesta anche nelle microtransizioni; piccoli cambiamenti che si verificano nelle interazioni quotidiane. In classe si manifestano quando si passa da una lezione frontale ad una discussione o quando l’insegnante crea spazio per permettere agli studenti di esprimersi. Questi momenti, seppur minimi, aiutano a riorganizzare le interazioni in classe per rendere il processo educativo più equilibrato e dinamico. 2 .3. “Uno sguardo triadico”: La classe può essere considerata un sistema aperto in cui ogni interazione, anche quando sembra coinvolgere solo due persone assume inevitabilmente una dimensione pubblica che interessa tutto il gruppo, diventando così un “terzo attore”. Questo concetto che deriva dalla teoria dei sistemi ci aiuta a comprendere la classe non più come una somma di interazioni isolate ma come un insieme interdipendente e dinamico in cui ogni gesto, parola o silenzio contribuisce a plasmare il clima relazionale e culturale. Tradizionalmente, le interazioni in classe sono spesso interpretate come scambi diadici in cui il docente pone una domanda, uno studente risponde e l’insegnante valuta o commenta. Questa visione però non considera il contributo del gruppo nel suo insieme, differentemente dallo sguardo triadico che permette di analizzare le interazioni in classe come processi complessi dove tutti i partecipanti, anche quelli non direttamente coinvolti esercitano un’influenza reciproca. Ad esempio, se un insegnante commenta una risposta errata con un’etichetta come “Sei il solito fannullone” non si limita a correggere l’errore ma invia un messaggio che produce un doppio effetto:

  • Sullo studente che si sente squalificato pubblicamente con ripercussioni sulla sua autostima e sul suo rapporto con il docente.
  • Sulla classe che registra la svalutazione e la incorpora nella percezione della cultura di gruppo.
  1. “Le dimensioni di qualità dell’insegnamento”: Per concludere questa panoramica sulla gestione della classe in un’ottica costruzionista e sistemica, bisogna considerare le quattro dimensioni fondamentali della buona genitorialità che non solo soddisfano i bisogni individuali degli studenti ma contribuiscono anche a creare un ambiente scolastico più coeso, rispettoso e collaborativo, identificate da Schofield e Beek: A). Disponibilitá: Si riferisce alla capacità dell’insegnante di trasmettere fiducia, sia nelle competenze degli alunni che nelle relazioni con gli altri infatti, da un lato l’insegnante si presenta come una figura di riferimento affidabile e comprensiva mentre dall’altro soddisfa il bisogno di sicurezza dell’allievo, aiutandolo a costruire una fiducia che, una volta generalizzata lo renderà sempre più sicuro delle proprie capacità. B). Sensibilità: Riguarda la capacità di entrare in sintonia con i pensieri e le emozioni degli studenti, riconoscendo e accogliendo anche quelle negative quindi l’insegnante non si limita a fornire sostegno ma aiuta anche i ragazzi a dare senso alle proprie emozioni e bisogni.

perché dipende anche dal riconoscimento da parte degli studenti che ne legittimano il ruolo attraverso la partecipazione attiva e il rispetto reciproco infatti quando l’autorità del docente non è riconosciuta, il suo ruolo può essere contestato, dando origine a tensioni che rischiano di compromettere il clima di classe e la relazione educativa. Questi conflitti, se non gestiti in modo costruttivo rischiano di trasformarsi in scontri rigidi in cui nessuna delle parti è disposta a cedere; ecco perché bisognerebbe adottare un approccio collaborativo basato sulla negoziazione dell’autorità cioè invece di ricorrere ad imposizioni rigide, l’insegnante potrebbe favorire un dialogo aperto così che gli studenti possano partecipare attivamente e contribuire alla costruzione condivisa del percorso educativo. Secondo ricerche come quelle di Candela, il potere in classe non è fisso ma viene co-costruito attraverso il dialogo quindi gli studenti non si limitano a seguire passivamente ma trovano dei modi per intervenire mettendo in dubbio, argomentando e proponendo idee alternative. Tali contributi (che trovano ulteriore sostegno negli studi di Lipponen e Kumpulainen) se riconosciuti arricchiscono il processo educativo perché trasformano il dialogo in un momento di costruzione condivisa del sapere.

  1. “Come facilitare la partecipazione in classe?”: Favorire la partecipazione attiva degli studenti è una delle funzioni centrali della scuola contemporanea e del ruolo educativo degli insegnanti. Sebbene sia possibile stimolare un dialogo efficace anche attraverso lezioni frontali tradizionali, la pedagogia e la psicologia hanno messo a disposizione una serie di metodi e strumenti per rendere l’apprendimento più coinvolgente e partecipato. Tuttavia, per comprendere appieno come incoraggiare questa partecipazione bisogna riflettere su alcuni aspetti chiave; primo fra tutti l’organizzazione degli spazi scolastici infatti, secondo il pedagogista Loris Malaguzzi con il modello educativo di Reggio Emilia gli spazi sono progettati per valorizzare la creatività e l’immaginazione. Gli atelier pensati come laboratori permanenti del fare e del creare mettono al centro il bambino e le sue potenzialità. Invece, negli istituti primari e secondari gli spazi presentano alcune caratteristiche ricorrenti; ad esempio l’insegnante occupa una cattedra più alta e visibile rispetto agli studenti che sono distribuiti in banchi più piccoli. Inoltre, la lavagna è posizionata in modo da enfatizzarne l’autorità e il controllo sul flusso della lezione. In questo modo, la partecipazione attiva degli studenti e la co-costruzione del sapere passa in secondo piano, lasciando poco spazio all’agency e all’autonomia. Tuttavia, anche in aule strutturate in modo tradizionale è necessario promuovere delle pratiche volte a stimolare il dialogo, la collaborazione e l’interazione attraverso delle strategie discorsive e metodologiche. Ciò non implica soltanto un miglioramento estetico o pratico degli spazi ma anche una trasformazione culturale del modo di fare scuola. QUADRO 2.1. “Organizzare nuovi spazi di apprendimento è possibile?”: Nella configurazione tradizionale di un’aula scolastica, l’insegnante occupa la cattedra, spesso seduto con la lavagna alle spalle e i banchi disposti in file frontali. Questa configurazione rappresenta un modello di insegnamento centralizzato, in cui il docente funge da fulcro principale e mantiene il controllo sulle dinamiche della classe. Ora immaginiamo un’aula diversa: Priva di cattedra con banchi componibili disposti per favorire la formazione di gruppi dove gli studenti possono interagire. L’insegnante, anziché restare fisso in un punto può muoversi liberamente o sedersi accanto agli studenti così da avere una comunicazione più diretta e partecipativa. Tali ambienti non solo ridefiniscono il modo di gestire la classe ma promuovono anche un’esperienza scolastica più dinamica, capace di coinvolgere attivamente gli studenti e gli insegnanti. Un altro aspetto cruciale riguarda i tempi scolastici che spesso nelle scuole secondarie sono rigidamente predefiniti infatti il calendario settimanale viene stabilito all’inizio dell’anno con le lezioni che durano generalmente un’ora o al massimo due ore consecutive per ciascuna materia. Inoltre, le attività come i laboratori diventano meno efficaci quando si svolgono entro un’ora accademica, un tempo troppo breve dato che una parte significativa di questo tempo viene spesso dedicata a spostarsi, prepararsi e organizzare il lavoro. 4.1. I metodi basati sull’<>: I metodi di insegnamento basati sull’investigazione (Inquiry-Based, IB) invitano a ripensare una disciplina o un argomento didattico come un campo di apprendimento piuttosto che come un semplice oggetto di studio. Questo approccio, particolarmente diffuso negli ultimi anni nell’ambito delle materie scientifiche si distingue per il suo carattere induttivo in cui l’insegnante guida gli studenti in un processo attivo di costruzione della conoscenza, dando loro spazio ad attività di studio, di osservazione, di sperimentazione e di riflessione su tematiche pratiche di interesse scientifico. Invece, nel metodo deduttivo dei metodi

tradizionali l’insegnamento si basa sulla spiegazione di concetti scientifici seguita da esempi o applicazioni pratiche. Secondo il National Research Council (2000), il modello didattico IB si articola in cinque fasi: 1): Gli studenti affrontano quesiti orientati scientificamente. 2): Per rispondere, analizzano prove raccolte tramite osservazioni o fonti di informazione come libri, materiali online… 3): Sulla base delle evidenze, formulano possibili risposte al quesito iniziale. 4): Collegano le spiegazioni elaborate ad altre conoscenze scientifiche. 5): Presentano e giustificano le loro conclusioni alla classe. Naturalmente, l’adozione di un metodo teoricamente centrato sugli studenti come l’Inquiry-Based Learning (IB) non garantisce automaticamente una sua piena applicazione pratica infatti in molti casi è necessaria una guida iniziale più strutturata da parte del docente, soprattutto per introdurre gli studenti al ragionamento induttivo che risulta meno familiare rispetto ai metodi tradizionali. Dopotutto, l’efficacia di questo approccio non dipende dalla correttezza della risposta finale ma dalla capacità degli studenti di sviluppare strategie autonome per trovarla. A tal proposito, le esperienze riportate dagli studenti di scuole secondarie di secondo grado che hanno sperimentato questo metodo hanno evidenziato un cambiamento significativo nell’ambiente di apprendimento che riguarda un maggiore coinvolgimento attivo, una collaborazione più stretta con l’insegnante e una motivazione più elevata verso lo studio delle materie scientifiche. Sebbene le evidenze siano ancora preliminari, questi risultati indicano che questo tipo di approccio ha il potenziale per migliorare non solo il contesto scolastico ma anche gli esiti di apprendimento, rendendo l’esperienza educativa più dinamica, partecipativa e significativa. 4.2. “Innovazione tecnologica e modelli ICT”: I giovani nati a cavallo del nuovo millennio, spesso definiti “nativi digitali” sono cresciuti in un mondo in cui le tecnologie informatiche fanno parte della quotidianità. Questo ha trasformato profondamente il loro modo di elaborare e utilizzare le informazioni, rendendoli spesso poco ricettivi ai metodi didattici tradizionali infatti, si può fare riferimento alle ICT (Information and Communication Technologies) nelle scuole come computer, lavagne interattive multimediali (LIM), tablet e smartphone. Il loro utilizzo può però variare notevolmente: Secondo una classificazione basata su otto livelli che vanno dal loro mancato utilizzo (livello 0) alla creazione di applicazioni avanzate (livello 7) dimostra come la complessità e la creatività nell’uso di queste tecnologie dipendono fortemente dalle competenze e dall’approccio del docente. In Italia, il Piano Scuola Digitale (PSD) avviato nel 2007 ha introdotto importanti innovazioni come l’editoria digitale, la diffusione delle LIM…Questi interventi hanno reso gli ambienti scolastici più moderni e tecnologicamente avanzati ma i progressi sono stati disomogenei. In Italia, il rapporto tra computer e studenti rimane tra i più bassi d’Europa e l’uso delle tecnologie, spesso relegato alle aule di informatica riduce significativamente il loro impatto sulle attività didattiche quotidiane. Anche secondo gli studi come quello di Legrottaglie e Ligorio, le ICT sono impiegate per attività tradizionali come la visione di slides o video, senza sfruttare appieno il loro potenziale. Questo dipende anche dal fatto che il loro utilizzo può mettere in discussione l’autorità tradizionale del docente, soprattutto quando gli studenti dimostrano una maggiore padronanza tecnologica come nel caso di un’insegnante che durante un corso di formazione ha rifiutato di farsi aiutare dai suoi studenti con una videocamera, temendo di compromettere la propria autorità in classe. Per superare queste resistenze, bisogna non solo investire sulla formazione degli insegnanti ma anche promuovere un cambiamento culturale cosi da creare un ambiente scolastico più inclusivo e partecipativo. 4.3. “La <>”: Negli ultimi anni, negli Stati Uniti è stato introdotto un metodo didattico noto come flipped classroom che propone un’inversione delle consuete attività scolastiche cioè invece di dedicare il tempo in classe alle spiegazioni e quello a casa agli esercizi, questa metodologia invita gli studenti ad esplorare autonomamente i contenuti teorici a casa, riservando le ore in classe a chiarimenti, approfondimenti e attività interattive. A parte questo, la flipped classroom presenta alcune sfide perché per gli insegnanti richiede un significativo impegno iniziale per la progettazione delle lezioni e per la creazione di materiali adatti all’apprendimento autonomo, oltre alle competenze tecnologiche specifiche. Un altro elemento cruciale riguarda la responsabilità degli studenti che devono impegnarsi nell’apprendimento individuale a casa.

In base all’equilibrio tra questi due, Baumrind propone una classificazione sugli stili genitoriali che ci aiuta a comprendere come l’insegnante possa agire in modi differenti a seconda delle situazioni: 1). Stile autoritario: Privilegia il controllo e la rigidità delle regole senza dare importanza ai bisogni emotivi e relazionali della classe. 2). Stile permissivo: Si distingue per l’assenza di un controllo strutturato e di regole definite, il che può generare confusione e disordine. 3). Stile autorevole: Trova un equilibrio tra struttura e sostegno quindi le regole non sono imposte ma negoziate. Questo garantisce un ambiente sicuro e favorevole alla crescita. In questo quadro, la flessibilità dello stile autorevole emerge come elemento centrale poiché l’insegnante non si limita a seguire schemi predefiniti ma modula il proprio intervento in base alle esigenze specifiche della classe. Questa capacità di adattamento che combina guida e ascolto rappresenta la chiave per un insegnamento efficace dove struttura e sostegno trovano il giusto equilibrio.

  1. “Flessibilità negli stili di apprendimento”: Nella prospettiva sociocostruzionista, l’insegnamento e l’apprendimento sono strettamente interconnessi. Così come gli insegnanti possono adottare diversi approcci, anche bambini e adolescenti imparano in modi differenti quindi la qualità dell’istruzione dipende dalla capacità dell’insegnante di riconoscere e rispettare queste differenze. Tuttavia, nella realtà scolastica di tutti i giorni, questa consapevolezza viene spesso ignorata perché il sistema educativo fatica a riconoscere che le persone adottino strategie mentali diverse per affrontare i compiti di apprendimento. A tal proposito, gli stili di apprendimento (definiti anche come “linguaggi” personali) rappresentano il modo in cui ciascuno elabora le informazioni. Alcuni individui, infatti, apprendono meglio attraverso riflessioni astratte mentre altri hanno bisogno di esperienze pratiche o di sperimentazioni attive per interiorizzare le conoscenze. Tuttavia, non tutti gli stili sono sempre efficaci infatti quando c’è una discrepanza tra le modalità preferite di apprendimento e le richieste del contesto ci sono delle difficoltà che possono compromettere la riuscita del compito. Questo accade perché la scuola tende ad uniformare l’insegnamento, nonostante sia evidente che le persone apprendano in modi diversi infatti, ancora oggi la lezione frontale é il metodo dominante, progettata per studenti capaci di memorizzare, rielaborare verbalmente e restituire le conoscenze in modo conforme alle aspettative dell’insegnante. Da qui, capiamo perché uno studente su quattro ha difficoltà di apprendimento almeno una volta nel corso della propria carriera scolastica dato che ciò che gli viene insegnato risulta essere poco interessante, imposto e privo di gratificazione personale.
  2. “Flessibilità nell’orientamento interattivo”: Le modalità con cui un insegnante conduce la classe possono essere descritte attraverso il concetto di “orientamento interattivo” che si colloca lungo un continuum tra due approcci principali:
  • Orientamento centrato sull’insegnante: Il docente mantiene il controllo delle attività, definendo obiettivi e metodi in modo unilaterale. In questo contesto, gli studenti seguono un modello trasmissivo in cui si dà molta importanza alla memorizzazione e alla riproduzione fedele dei contenuti. Questo approccio, se troppo rigido, rischia di limitare la partecipazione attiva e la creatività degli alunni.
  • Orientamento centrato sullo studente: Considera l’apprendimento come un processo partecipativo e condiviso, valorizzando così l’autonomia e il confronto. Nonostante ciò, la maggior parte delle lezioni si concentra soprattutto su un orientamento centrato sull’insegnante. Studi osservativi, infatti, rivelano che le lezioni frontali occupano circa il 70% del tempo scolastico. Tuttavia, solo un equilibrio tra i due approcci può realmente coniugare la trasmissione dei saperi con la creazione di un ambiente educativo stimolante e inclusivo dove regole e autonomia si integrano in modo efficace e armonioso.
  1. “Flessibilità nella forma delle interazioni”: Il tema delle dinamiche di partecipazione in classe ci invita a riflettere sulle modalità interattive che caratterizzano le lezioni. Ad un primo sguardo, gli scambi in aula sembrano seguire uno schema rigido e ordinato: L’insegnante pone una domanda, un alunno risponde e il docente fornisce un feedback. A tal proposito, si distinguono in letteratura due modalità principali di interazione: 1). Cumulativa: Gli interventi si susseguono in modo lineare e frammentato, coinvolgendo uno studente alla volta. 2). Esplorativa: I contributi degli studenti si arricchiscono reciprocamente, dando vita ad una discussione collettiva più articolata.

Inoltre, una ricerca condotta in scuole primarie ha utilizzato la “Social Network Analysis” per rappresentare graficamente i modelli di comunicazione in aula; ad esempio nelle lezioni centralizzate l’interazione é fortemente controllata dall’insegnante quindi gli studenti non interagiscono tra loro. Questo può garantire ordine e chiarezza ma rischia di limitare la creatività e l’interazione. Invece, nelle lezioni democratiche la comunicazione viene distribuita tra tutti i membri della classe in cui gli studenti partecipano attivamente, condividono idee…ecco perché il docente assume il ruolo di facilitatore. Tuttavia, emerge una differenza sostanziale perché nelle lezioni democratiche, l’insegnante interviene meno frequentemente per richiamare al silenzio invece in quelle centralizzate il controllo rigido della comunicazione tende a generare frustrazione negli studenti che spesso si traduce in un brusio continuo. Naturalmente, anche durante una lezione frontale si possono integrare momenti di collaborazione e confronto tra gli studenti senza che il docente rinunci al suo ruolo di guida.

  1. Flessibilità nel discorso”: Nel libro sul discorso della classe, Walsh evidenzia quanto sia centrale il linguaggio nell’insegnamento, non solo per i contenuti ma anche per il modo in cui vengono comunicati. A tal proposito, le dinamiche discorsive in classe (rapide e orientate a molteplici obiettivi) sono state nel tempo oggetto di osservazione approfondita secondo due dimensioni principali: A). Obiettivo dell’interazione: Definisce lo scopo didattico dell’attività come spiegare nuovi contenuti, condurre una discussione, verificare conoscenze o mantenere l’ordine in classe. B). Modalità relazionale tra insegnante e studenti: Determina il grado di coinvolgimento e partecipazione degli alunni. Dall’interazione di questi due aspetti emergono quattro tipologie principali di interazioni discorsive:
  • Monologiche : Prevedono domande chiuse e risposte brevi, valutate dall’insegnante con un semplice feedback. Rischiano però di risultare poco efficaci se applicate rigidamente perché limitano la partecipazione degli studenti e privilegiano esclusivamente la prospettiva del docente.
  • Dialogiche: Si fondano su domande aperte e autentiche infatti invitano gli studenti a rispondere liberamente e a costruire il discorso insieme ai compagni. In questo modo, si riduce l’asimmetria tra insegnante e studenti perché vengono riconosciuti entrambi come autori legittimi sul processo di apprendimento.
  • Co-costruttive: Il docente coinvolge l’intera classe attraverso un processo di costruzione collettiva del sapere.
  • Sequenze di scaffolding : Si sviluppano quando gli studenti esprimono il bisogno di chiarire o approfondire un contenuto quindi l’insegnante offre un supporto graduale poiché modula il proprio intervento per aiutare gli alunni a costruire gradualmente nuove conoscenze o competenze. Secondo Alexander, il dialogismo è una modalità particolarmente efficace per stimolare il pensiero critico e rafforzare le capacità argomentative. A tal proposito, identifica cinque principi chiave che caratterizzano l’insegnamento dialogico: 1). Collettivo: Insegnanti e studenti collaborano per affrontare insieme i compiti di apprendimento. 2). Reciproco: Si da molta importanza all’ascolto attivo, alla condivisione di idee e alla considerazione di prospettive alternative. 3). Collaborativo: Gli studenti possono esprimersi liberamente, senza timore di sbagliare, lavorando insieme per costruire conoscenze condivise. 4). Esplorativo: Ogni intervento si collega agli altri, creando un filo logico e coerente di pensiero. 5). Propositivo: Pur aperto e dialogico, il discorso rimane finalizzato al raggiungimento di obiettivi didattici chiari. A parte ciò, l’insegnamento dialogico si avvale di diversi repertori discorsivi che arricchiscono il processo educativo:
  • Discorsi sulla vita quotidiana: Riguardano numerose tipologie di comunicazione come l’esposizione, l’interrogazione o la valutazione che vengono adattate al contesto scolastico per rendere il dialogo più vicino all’esperienza reale degli studenti.
  • Discorsi per l’apprendimento: Gli alunni non si limitano a risposte brevi o predefinite ma spiegano, analizzano, pongono domande…
  • Discorsi per l’insegnamento : I docenti utilizzano strumenti tradizionali come la ripetizione, la verifica delle conoscenze o l’esposizione per guidare gli studenti ad un contesto dialogico.
  • Incoraggia la cooperazione attraverso delle opportunità di alfabetizzazione anche per chi proviene da contesti svantaggiati.
  • Sviluppa competenze culturali e sociali, fondamentali per l’interesse alla vita pubblica.
  • Promuove un pensiero indipendente, essenziale per contrastare il pensiero unico. Grazie a questi principi, possiamo fare riferimento a delle esperienze significative come la scuola di Barbiana negli anni Cinquanta dove Don Lorenzo Milani educava i ragazzi svantaggiati all’interno di un contesto etico e partecipativo. Questa scuola non si limitava ad offrire istruzione ma costruiva una comunità in cui pensiero, interazione e collaborazione erano degli strumenti per affrontare le disuguaglianze e formare cittadini consapevoli. Ancora oggi, queste riflessioni mantengono tutta la loro attualità anche se metterle in pratica continua a rappresentare una sfida; proprio per questo bisogna che la scuola s’impegni a creare contesti in cui gli studenti possano vivere esperienze tangibili di giustizia e democrazia. Un esempio concreto di questa visione è il progetto “Chance” a Napoli: Una scuola pensata per i ragazzi che hanno abbandonato gli studi dove si promuove il rafforzamento dell’identità, la costruzione dell’autostima e lo sviluppo delle competenze; fondamentali per una partecipazione attiva e consapevole alla vita democratica.
  1. “La giustizia in classe”: Come osservato da Bruner, la scuola non può mai essere culturalmente neutrale: Ciò che trasmette e i linguaggi che utilizza riflettono sempre il ruolo che essa e i suoi insegnanti svolgono nella cultura e nella vita degli studenti. Tale aspetto emerge chiaramente anche nel tema della giustizia in classe che si articola secondo tre dimensioni:
  • Giustizia distributiva: Riguarda la distribuzione delle opportunità educative tra gli studenti. Teoricamente, un insegnante può dare a tutti gli stessi spazi per intervenire e il medesimo tempo per recuperare un insuccesso. Naturalmente, anche gli allievi possono agire con giustizia o meno verso gli insegnanti; ad esempio attraverso il grado di impegno, di attenzione o provocazione.
  • Giustizia procedurale: Si riferisce alle regole e ai criteri applicati dall’insegnante come per le valutazioni, il controllo dei conflitti…così da creare un ambiente collaborativo e inclusivo.
  • Giustizia interazionale: Riguarda il modo in cui gli insegnanti si relazionano con gli studenti, sia negli ambiti disciplinari che in quelli personali. Tale dimensione comprende aspetti come la capacità di ascoltare o di coinvolgere tutti gli studenti in modo equilibrato. Naturalmente, anche quest’ultimi hanno la responsabilità per il docente di rispettarlo e di impegnarsi a seguire le regole che contribuiscono a creare una relazione educativa corretta. Inoltre, la giustizia in classe non è unidirezionale ma si basa su un principio di interdipendenza cioè gli studenti possono pretendere correttezza dai docenti solo se, a loro volta, adottano comportamenti giusti e rispettosi. 2.1. “Gli studenti sono uguali o diversi? Valorizzare le differenze senza dimenticare l’uguaglianza”: La scuola è un luogo dove convivono diversi principi di giustizia come:
  • Principio di uguaglianza: Sostiene che tutti gli studenti devono essere trattati allo stesso modo. Esso trova il suo fondamento nella Costituzione italiana, nell’articolo 3 (“Tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge”) che si basa sull’idea che la giustizia risiede nell’assenza di differenze.
  • Principio di equità: Riconosce che, per garantire a tutti le stesse opportunità bisogna considerare le differenze di partenza tra gli studenti. Ad esempio, un alunno con una preparazione di base inferiore rispetto ai compagni ha più diritto a risorse e attenzioni aggiuntive per colmare questo divario. Spesso, però, il sistema scolastico italiano non riesce a garantire ciò.
  • Principio del bisogno: Si basa sull’idea che alcuni studenti necessitano di un supporto specifico per superare difficoltà particolari come per gli alunni con disabilità o difficoltà personali. In questi casi, la giustizia richiede interventi personalizzati che riguardano ad esempio un insegnante esperto di italiano come seconda lingua o tempi aggiuntivi per le verifiche. Tuttavia, differenziare in base al bisogno richiede grande attenzione infatti, se le motivazioni di queste scelte non vengono spiegate chiaramente alla classe, gli altri studenti li potrebbero percepire come privilegi ingiustificati, creando così nuove forme di disuguaglianza. Ecco perché, il principio del bisogno dev’essere equilibrato con quello dell’uguaglianza e dell’equità. QUADRO 4.1. “È giusto assegnare i compiti a casa?”: Da anni, il tema dei compiti a casa genera un acceso dibattito, sia dentro che fuori dalla scuola, mettendo in evidenza prospettive diverse sul loro ruolo nell’apprendimento.

Nei paesi scandinavi, la scuola è vista come uno strumento per ridurre le disuguaglianze sociali quindi i compiti a casa sono ridotti o eliminati poiché ritenuti fonte di ingiustizia. Questo approccio non sembra penalizzare i risultati accademici infatti gli studenti di questi Paesi si collocano ai vertici delle classifiche internazionali. In Cina e in altri paesi asiatici, l’istruzione viene considerata una priorità nazionale infatti, i bambini trascorrono molte ore a scuola, inclusi i fine settimana perché l’idea base è che l’eccellenza accademica non solo migliora la vita del singolo ma contribuisce anche al progresso economico e sociale. Qui, il principio di equità si traduce in meritocrazia cioè ognuno deve avere l’opportunità di eccellere, spingendo al massimo il proprio potenziale. In Italia, il dibattito sull’efficacia dei compiti a casa è complesso perché la loro utilità dipende da molte variabili: I compiti possono essere copiati, svolti con l’aiuto dei genitori/tutor o addirittura ignorati. Questo non solo influisce sull’apprendimento degli studenti ma anche sulla percezione di giustizia all’interno della classe perché se un insegnante non distingue tra chi si impegna seriamente e chi adotta scorciatoie rischia di alimentare frustrazione e demotivazione, creando disuguaglianze che minano il senso di equità tra gli alunni. Per evitare tali problemi e rendere i compiti a casa uno strumento davvero efficace è necessario ripensare alla loro funzione, limitando la quantità e gararendo che i compiti vengono ripresi in classe e integrati nel percorso di apprendimento; ecco perché risulta molto importante assegnare delle attività che stimolano la partecipazione attiva degli studenti senza ricorrere alla ripetizione passiva.

  1. “La circolarità dei diritti e dei doveri”: Il tema dei diritti e dei doveri è sempre stato strettamente legato a quello della giustizia. Un tempo, veniva trattato come una materia autonoma attraverso l’educazione civica introdotta nel 1958. Oggi, invece, rappresenta il cuore della missione della scuola ovvero quello di formare cittadini attivi, consapevoli e responsabili. Ecco perché, l’efficacia dell’azione educativa dipende dalla capacità di gestire la relazione tra il singolo e la collettività, un compito che gli insegnanti non possono più ignorare quindi il docente ha reso più trasparente ciò che gli studenti dovevano sapere infatti, alla fine di ogni lezione individuava degli argomenti chiave per caricarli su una piattaforma online così gli studenti sapevano esattamente cosa studiare. Inoltre, ha anche coinvolto gli alunni nella creazione delle domande per le interrogazioni; ad esempio ogni studente proponeva dei quesiti sugli argomenti studiati che venivano poi inseriti in una scatola e durante le interrogazioni sorteggiati. Tale approccio ha avuto diversi vantaggi sul miglioramento del rapporto docente- classe, sulla collaborazione e sullo sviluppo del pensiero critico.
  2. “La responsabilità in classe”: In democrazia, i diritti e le responsabilità sono strettamente legati: Avere diritti significa anche essere responsabili delle proprie azioni. Oggi si parla molto di responsabilità, spesso con toni critici. Ad esempio, gli insegnanti si lamentano che molti studenti non si sentono responsabili verso le persone come quando mostrano atteggiamenti aggressivi verso i compagni. Allo stesso modo, le famiglie tendono ad incolpare gli insegnanti per ciò che non funziona a scuola. Da qui capiamo che il termine “responsabilità” significa prendersi cura degli altri e dell’ambiente dove si vive quindi gli insegnanti devono rispondere alle esigenze degli studenti con ascolto e comprensione. Solo in questo modo, la scuola potrà diventare un luogo in cui i giovani possono imparare ad essere responsabili, non solo per obbligo ma anche perché capiscono l’importanza di far parte di una comunità. Tuttavia, molti docenti non riescono ad essere dei buoni punti di riferimento per loro infatti emergono due problemi che riguardano da un lato la perdita di autorità degli insegnanti la quale rende difficile costruire relazioni efficaci mentre dall’altro la tendenza a deresponsabilizzare gli studenti, riducendo le loro opportunità di sentirsi partecipi e coinvolti nel loro percorso di crescita. In questo senso, la responsabilità a scuola dev’essere sviluppata attraverso spazi di responsabilità concreta e nelle relazioni quotidiane in classe in cui docenti e alunni imparano a collaborare e a rispettarsi reciprocamente. 4 .1. “La dinamica relazionale nell’assunzione di responsabilità”: Tra le sfide che si affrontano in classe, una delle più complesse è la gestione degli insuccessi scolastici. Spesso, si genera un conflitto di attribuzione cioè sia genitori che studenti tendono ad incolpare l’insegnante mentre quest’ultimo, a sua volta, si difende respingendo ogni responsabilità. Alla base di ciò, vi é una confusione tra colpa e responsabilità perché la prima mira ad identificare un colpevole specifico invece la seconda coinvolge tutti i soggetti secondo un processo relazionale. Ad esempio, se molti studenti ottengono
  • Adottare procedure trasparenti cioè coinvolgere gli allievi nella definizione delle regole, ad esempio chiarendo i criteri di valutazione e rendendoli condivisi.
  • Trattare con rispetto ossia ascoltare e legittimare le richieste degli studenti, creando un ambiente di reciprocità dove diritti e doveri si bilanciano. - Favorire l’assunzione di responsabilità da parte di tutti i componenti del sistema: A differenza della colpa, la responsabilità è un concetto relazionale perché significa non solo rispondere di sé stessi ma anche degli altri. In classe, questo principio deve guidare sia gli insegnanti che gli studenti, rendendoli partecipi del processo educativo quindi i docenti devono assumersi parte della responsabilità per i successi e gli insuccessi degli allievi dato che scelgono i metodi didattici e guidano l’apprendimento. A loro volta, gli studenti devono essere messi nelle condizioni di sentirsi responsabili del proprio percorso, non solo rispettando le regole ma anche partecipando attivamente alle decisioni e alla co-costruzione delle pratiche educative. CAP.V°. “EMOZIONI. STARE (BENE) A SCUOLA”: Per migliorare il benessere scolastico, è importante riconoscere il ruolo delle emozioni poiché condizionano profondamente l’apprendimento e la partecipazione infatti si manifestano secondo due livelli:
  • Collettivo: Il gruppo classe funziona come un organismo unico dove le emozioni influenzano tutti. Questo clima può unire o dividere, favorendo o ostacolando gli obiettivi educativi.
  • Individuale: Ogni studente vive le emozioni in modo unico, a seconda della propria storia e delle esperienze passate; ad esempio un fallimento può essere vissuto come una delusione insuperabile da chi ha già affrontato insuccessi mentre per altri può rappresentare una sfida da superare. Inoltre, le emozioni fanno parte della nostra vita quotidiana ma spesso è difficile descriverle con precisione infatti le possiamo considerare come processi complessi che si articolano in: A). Dimensione fisiologica: Le emozioni attivano il nostro corpo attraverso il sistema nervoso autonomo e quello endocrino; ad esempio l’ansia può provocare dilatazione delle pupille, accelerazione del battito cardiaco e tensione muscolare. B). Dimensione cognitiva: Ogni emozione dipende da come interpretiamo un evento dato che influenzano le nostre esperienze e il nostro modo di pensare. C). Dimensione espressiva: Le emozioni si manifestano esternamente attraverso espressioni facciali, postura, tono di voce…Tuttavia, il modo in cui le esprimiamo dipende anche dal contesto culturale e sociale, ad esempio in alcune comunità viene considerato normale esprimere apertamente le emozioni invece in altre è preferibile mantenerle sotto controllo. Inoltre hanno una funzione adattiva essendo che motivano all’azione e orientano le nostre scelte quindi ci informano su ciò che è importante per noi e su quanto una persona o un evento influenzano i nostri obiettivi.
  1. “Le emozioni degli insegnanti”: Negli ultimi anni il tema delle emozioni dei docenti è stato collegato al burnout; un fenomeno che descrive l’esaurimento emotivo e professionale causato dallo stress cronico e che si manifesta attraverso tre dimensioni principali:
  • Esaurimento emotivo: La sensazione di essere sopraffatti dalla fatica e dalla frustrazione con difficoltà a mantenere entusiasmo e impegno.
  • Depersonalizzazione: Un distacco emotivo che porta a trattare gli studenti in modo impersonale.
  • Scarsa realizzazione professionale: Una percezione di inefficacia e insoddisfazione rispetto al proprio lavoro. Naturalmente, il burnout dipende sia da caratteristiche personali (perché le persone più vulnerabili all’ansia o con una scarsa autostima sono maggiormente esposte al rischio di esaurimento emotivo) che da fattori di contesto (dovuto alla mancanza di sostegno sociale da parte di colleghi e genitori o alle difficoltà gestionali di classi numerose). Inoltre, le modalità di insegnamento hanno un impatto significativo sul benessere dei docenti come: •Approccio rigido sul controllo delle interazioni, spesso associato all’esaurimento emotivo e all’insoddisfazione quindi gli sforzi per mantenere la disciplina risultano inefficaci, generando frustrazione sia nei insegnanti che negli studenti. •Approccio centrato sullo studente in cui i docenti favoriscono la partecipazione attiva, valorizzano le opinioni degli studenti e dichiarano di vivere un forte senso di soddisfazione e realizzazione professionale.
  1. “Le emozioni dei bambini e degli adolescenti”:

Così come accade per gli insegnanti, anche le emozioni degli studenti si sviluppano attraverso dinamiche di interdipendenza con l’ambiente scolastico infatti il modo in cui i docenti insegnano e interagiscono con la classe ha un impatto diretto sulle emozioni dei ragazzi; ad esempio approcci rigidi e poco dialogici possono generare emozioni negative come ansia, paura o frustrazione. Da ciò capiamo che in un clima di classe teso o caratterizzato da standard severi, gli allievi con difficoltà possono sentirsi sopraffatti perché si convincono di non essere in grado di raggiungere gli obiettivi richiesti quindi promuovere un clima di classe che favorisca il benessere emotivo non solo migliora i risultati accademici ma contribuisce anche a sviluppare nei ragazzi una motivazione intrinseca e una maggiore soddisfazione personale. Ciò richiede che gli insegnanti adottino un approccio empatico, flessibile e orientato al dialogo.

  1. “Le competenze socio-emotive”: La scuola e in particolare la classe é un contesto sociale essenziale dove bambini e adolescenti imparano a riconoscere, regolare ed esprimere le proprie emozioni infatti, condividere delle esperienze emotive legate ad episodi di conflitto o insuccesso aiuta gli studenti a sviluppare consapevolezza sul proprio vissuto interiore, a riconoscere le situazioni che attivano certe emozioni e a trovare dei modi più adeguati per gestirle. Tale processo avviene su due livelli complementari: Da un lato, gli studenti sperimentano come le loro emozioni possano servire per comunicare degli stati interiori e attivare negli altri risposte funzionali ai propri bisogni come empatia, giustizia o aiuto mentre dall’altro scoprono che esistono delle norme condivise che regolano l’espressione delle emozioni per armonizzarle con le aspettative del gruppo. Pertanto, la regolazione delle emozioni in classe è molto importante, soprattutto per il gruppo così da affrontare situazioni critiche legati ad episodi di aggressività tra compagni o conflitti tra studenti e insegnanti. A loro volta, i docenti si trovano spesso a dover regolare le proprie emozioni per mantenere un clima sereno infatti, alzare la voce può essere un modo per richiamare l’attenzione ma quando questa pratica si trasforma in urla o minacce non solo può ferire profondamente ma rischia di alterare le dinamiche relazionali del gruppo con effetti negativi sul sistema classe. QUADRO 5.2. “Tu chiamale se vuoi...emozioni. Alcuni spunti per un dialogo emotivo”: Parlare di emozioni all’interno di un gruppo come una classe può essere complesso ma rappresenta un passo fondamentale per promuovere il benessere e lo sviluppo personale ma affinchè ciò avvenga in modo efficace bisogna costruire delle competenze emotive, legittimare le emozioni ed integrarle nell’esperienza scolastica così da aiutare gli studenti a riconoscere le proprie emozioni e a sviluppare una maggiore consapevolezza emotiva. Inoltre, gli insegnanti che promuovono un dialogo emotivo efficace sanno tenere conto delle emozioni durante le interazioni, favoriscono delle relazioni basate sul dialogo e modellano comportamenti rispettosi e inclusivi. QUADRO 5.3. “La competenza emotiva degli insegnanti”: La competenza emotiva dei docenti si suddivide in quattro aree: A). Buona consapevolezza di sé per sfruttare le emozioni positive come gioia ed entusiasmo e motivare gli studenti a rendere le lezioni più partecipative. Oltre a ciò, sono in grado di valutare realisticamente i propri punti di forza e le proprie fragilità emotive. B). Sensibilità sociale in cui riconosce le emozioni altrui tantè che instaura legami basati sulla vicinanza, sul sostegno e sulla comprensione reciproca. C). Capacità di decisione responsabile che significa considerare attentamente l’impatto educativo, emotivo e relazionale delle proprie scelte. D). Autocontrollo emotivo in cui gestiscono le proprie emozioni anche in situazioni difficili senza compromettere il rapporto con gli altri. Naturalmente, queste capacità assumono particolare rilievo nei casi più complessi dove i comportamenti degli studenti possono nascondere difficoltà emotive o personali. Pertanto, la competenza emotiva degli insegnanti non si limita a migliorare l’ambiente scolastico ma rappresenta un pilastro fondamentale per il benessere emotivo e relazionale degli studenti. 3 .1. “Emozioni nei contesti difficili. Il caso delle scuole di El Salvador”: Un progetto formativo promosso dal Ministero dell’Istruzione del paese El Salvador in collaborazione con l’Università di Bologna ha offerto un esempio concreto di come la scuola possa rappresentare un presidio di inclusione, soprattutto in contesti di grave disagio sociale. In un paese segnato da una lunga guerra civile (1980-1992) e da profonde disuguaglianze economiche e sociali, il sistema educativo salvadoregno ha avviato, dal 2009, un percorso per garantire l’accesso

Molto importante il progetto “Punto di vista: L’operatore a scuola”, attivo nella provincia di Ferrara poiché offre un servizio di psicologia scolastica continuativo e integrato, coinvolgendo oltre venti scuole secondarie di primo e secondo grado. COSA FARE IN PRATICA:

**- Riflettere sulle emozioni in un sistema di interazioni reciproche.

  • Promuovere relazioni positive per migliorare il benessere.
  • Usare con attenzione le parole in classe.
  • Sostenere la regolazione emotiva degli studenti.
  • Collaborare con gli psicologi scolastici.**