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Riassunto completo del libro: “Gestire la classe”.
Tipologia: Appunti
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Le classi sono sistemi complessi in cui individui e gruppi collaborano e interagiscono all’interno di un quadro normativo e valoriale per costruire insieme dei percorsi di apprendimento. Tra le molte definizioni di gestione della classe presenti in letteratura, spicca quella di Brophy che descrive l’insegnante efficace come colui che promuove l’autoregolazione sull’apprendimento degli studenti, coltiva relazioni interpersonali e valorizza l’etica e gli ideali piuttosto che limitarsi a regole e sanzioni. Tale visione si discosta profondamente dagli approcci comportamentali tradizionali che intendono controllare il comportamento degli studenti attraverso tecniche e rinforzi esterni. Secondo questi modelli, l’insegnante fornisce istruzioni standard valide per tutti gli studenti e per molte situazioni poiché si basa sull’idea di uno studente plasmabile che segue passivamente le indicazioni ricevute. Questo approccio presenta però un limite significativo poiché non valorizza lo studente come protagonista attivo e responsabile del proprio apprendimento infatti, già negli anni sessanta Carl Rogers criticava l’idea di un’educazione ridotta ad una trasmissione lineare di informazioni in cui gli studenti erano dei semplici esecutori, motivati unicamente da ricompense immediate. Negli ultimi vent’anni, il dibattito sull’educazione di qualità ha portato ad un cambio di prospettiva perché oggi la qualità educativa si misura non solo nei risultati finali ma anche nella capacità di monitorare e valorizzare i processi di apprendimento.
processo fondato su uno scambio continuo di segnali verbali e non verbali tra i membri, consente al sistema di operare in modo coordinato e armonioso quindi i segnali possono essere verbali (come domande, affermazioni o commenti) e non verbali (come sguardi, posture o movimenti). Nonostante questo principio sia applicabile a molte situazioni relazionali come quelle familiari o sociali, la sua rilevanza nella gestione quotidiana della classe non è sempre pienamente riconosciuta; ad esempio quando gli insegnanti descrivono gli indicatori di una lezione riuscita, spesso si concentrano solo sui comportamenti degli studenti quando in realtà il successo di una lezione dipende anche dalle azioni dei docenti. Un aspetto connesso all’interdipendenza è l’equipotenzialità ovvero la possibilità che i membri di un sistema possano assumere ruoli diversi in determinate circostanze. Sebbene nella classe i ruoli di docente e studenti siano solitamente ben definiti, ci sono situazioni in cui gli studenti possono partecipare attivamente come co-creatori di conoscenza. In questo modo, non si limitano a ricevere informazioni ma contribuiscono al processo di apprendimento. 2 .2. “I processi di evoluzione del sistema classe”: Il rapporto tra stabilità e cambiamento risulta fondamentale per comprendere come funzionano i sistemi complessi come una classe. Innanzitutto, ogni sistema tende naturalmente al cambiamento e all’evoluzione ma il modo in cui ciò avviene dipende dalla prospettiva adottata infatti, nei modelli comportamentisti il cambiamento è spesso causato da fattori esterni come premi o punizioni. Invece, in un approccio sistemico nasce dall’interno come il risultato delle interazioni e delle attività dei membri del sistema. Tuttavia, il cambiamento non può avvenire senza stabilità infatti per evolversi in modo equilibrato, un sistema deve sapersi adattare alle sfide esterne mantenendo la propria identità e preservando la sua struttura di base. Pertanto, questo equilibrio tra stabilità e cambiamento è ciò che consente al sistema di evolversi in modo efficace. Ciò si manifesta anche nelle microtransizioni; piccoli cambiamenti che si verificano nelle interazioni quotidiane. In classe si manifestano quando si passa da una lezione frontale ad una discussione o quando l’insegnante crea spazio per permettere agli studenti di esprimersi. Questi momenti, seppur minimi, aiutano a riorganizzare le interazioni in classe per rendere il processo educativo più equilibrato e dinamico. 2 .3. “Uno sguardo triadico”: La classe può essere considerata un sistema aperto in cui ogni interazione, anche quando sembra coinvolgere solo due persone assume inevitabilmente una dimensione pubblica che interessa tutto il gruppo, diventando così un “terzo attore”. Questo concetto che deriva dalla teoria dei sistemi ci aiuta a comprendere la classe non più come una somma di interazioni isolate ma come un insieme interdipendente e dinamico in cui ogni gesto, parola o silenzio contribuisce a plasmare il clima relazionale e culturale. Tradizionalmente, le interazioni in classe sono spesso interpretate come scambi diadici in cui il docente pone una domanda, uno studente risponde e l’insegnante valuta o commenta. Questa visione però non considera il contributo del gruppo nel suo insieme, differentemente dallo sguardo triadico che permette di analizzare le interazioni in classe come processi complessi dove tutti i partecipanti, anche quelli non direttamente coinvolti esercitano un’influenza reciproca. Ad esempio, se un insegnante commenta una risposta errata con un’etichetta come “Sei il solito fannullone” non si limita a correggere l’errore ma invia un messaggio che produce un doppio effetto:
perché dipende anche dal riconoscimento da parte degli studenti che ne legittimano il ruolo attraverso la partecipazione attiva e il rispetto reciproco infatti quando l’autorità del docente non è riconosciuta, il suo ruolo può essere contestato, dando origine a tensioni che rischiano di compromettere il clima di classe e la relazione educativa. Questi conflitti, se non gestiti in modo costruttivo rischiano di trasformarsi in scontri rigidi in cui nessuna delle parti è disposta a cedere; ecco perché bisognerebbe adottare un approccio collaborativo basato sulla negoziazione dell’autorità cioè invece di ricorrere ad imposizioni rigide, l’insegnante potrebbe favorire un dialogo aperto così che gli studenti possano partecipare attivamente e contribuire alla costruzione condivisa del percorso educativo. Secondo ricerche come quelle di Candela, il potere in classe non è fisso ma viene co-costruito attraverso il dialogo quindi gli studenti non si limitano a seguire passivamente ma trovano dei modi per intervenire mettendo in dubbio, argomentando e proponendo idee alternative. Tali contributi (che trovano ulteriore sostegno negli studi di Lipponen e Kumpulainen) se riconosciuti arricchiscono il processo educativo perché trasformano il dialogo in un momento di costruzione condivisa del sapere.
tradizionali l’insegnamento si basa sulla spiegazione di concetti scientifici seguita da esempi o applicazioni pratiche. Secondo il National Research Council (2000), il modello didattico IB si articola in cinque fasi: 1): Gli studenti affrontano quesiti orientati scientificamente. 2): Per rispondere, analizzano prove raccolte tramite osservazioni o fonti di informazione come libri, materiali online… 3): Sulla base delle evidenze, formulano possibili risposte al quesito iniziale. 4): Collegano le spiegazioni elaborate ad altre conoscenze scientifiche. 5): Presentano e giustificano le loro conclusioni alla classe. Naturalmente, l’adozione di un metodo teoricamente centrato sugli studenti come l’Inquiry-Based Learning (IB) non garantisce automaticamente una sua piena applicazione pratica infatti in molti casi è necessaria una guida iniziale più strutturata da parte del docente, soprattutto per introdurre gli studenti al ragionamento induttivo che risulta meno familiare rispetto ai metodi tradizionali. Dopotutto, l’efficacia di questo approccio non dipende dalla correttezza della risposta finale ma dalla capacità degli studenti di sviluppare strategie autonome per trovarla. A tal proposito, le esperienze riportate dagli studenti di scuole secondarie di secondo grado che hanno sperimentato questo metodo hanno evidenziato un cambiamento significativo nell’ambiente di apprendimento che riguarda un maggiore coinvolgimento attivo, una collaborazione più stretta con l’insegnante e una motivazione più elevata verso lo studio delle materie scientifiche. Sebbene le evidenze siano ancora preliminari, questi risultati indicano che questo tipo di approccio ha il potenziale per migliorare non solo il contesto scolastico ma anche gli esiti di apprendimento, rendendo l’esperienza educativa più dinamica, partecipativa e significativa. 4.2. “Innovazione tecnologica e modelli ICT”: I giovani nati a cavallo del nuovo millennio, spesso definiti “nativi digitali” sono cresciuti in un mondo in cui le tecnologie informatiche fanno parte della quotidianità. Questo ha trasformato profondamente il loro modo di elaborare e utilizzare le informazioni, rendendoli spesso poco ricettivi ai metodi didattici tradizionali infatti, si può fare riferimento alle ICT (Information and Communication Technologies) nelle scuole come computer, lavagne interattive multimediali (LIM), tablet e smartphone. Il loro utilizzo può però variare notevolmente: Secondo una classificazione basata su otto livelli che vanno dal loro mancato utilizzo (livello 0) alla creazione di applicazioni avanzate (livello 7) dimostra come la complessità e la creatività nell’uso di queste tecnologie dipendono fortemente dalle competenze e dall’approccio del docente. In Italia, il Piano Scuola Digitale (PSD) avviato nel 2007 ha introdotto importanti innovazioni come l’editoria digitale, la diffusione delle LIM…Questi interventi hanno reso gli ambienti scolastici più moderni e tecnologicamente avanzati ma i progressi sono stati disomogenei. In Italia, il rapporto tra computer e studenti rimane tra i più bassi d’Europa e l’uso delle tecnologie, spesso relegato alle aule di informatica riduce significativamente il loro impatto sulle attività didattiche quotidiane. Anche secondo gli studi come quello di Legrottaglie e Ligorio, le ICT sono impiegate per attività tradizionali come la visione di slides o video, senza sfruttare appieno il loro potenziale. Questo dipende anche dal fatto che il loro utilizzo può mettere in discussione l’autorità tradizionale del docente, soprattutto quando gli studenti dimostrano una maggiore padronanza tecnologica come nel caso di un’insegnante che durante un corso di formazione ha rifiutato di farsi aiutare dai suoi studenti con una videocamera, temendo di compromettere la propria autorità in classe. Per superare queste resistenze, bisogna non solo investire sulla formazione degli insegnanti ma anche promuovere un cambiamento culturale cosi da creare un ambiente scolastico più inclusivo e partecipativo. 4.3. “La <
In base all’equilibrio tra questi due, Baumrind propone una classificazione sugli stili genitoriali che ci aiuta a comprendere come l’insegnante possa agire in modi differenti a seconda delle situazioni: 1). Stile autoritario: Privilegia il controllo e la rigidità delle regole senza dare importanza ai bisogni emotivi e relazionali della classe. 2). Stile permissivo: Si distingue per l’assenza di un controllo strutturato e di regole definite, il che può generare confusione e disordine. 3). Stile autorevole: Trova un equilibrio tra struttura e sostegno quindi le regole non sono imposte ma negoziate. Questo garantisce un ambiente sicuro e favorevole alla crescita. In questo quadro, la flessibilità dello stile autorevole emerge come elemento centrale poiché l’insegnante non si limita a seguire schemi predefiniti ma modula il proprio intervento in base alle esigenze specifiche della classe. Questa capacità di adattamento che combina guida e ascolto rappresenta la chiave per un insegnamento efficace dove struttura e sostegno trovano il giusto equilibrio.
Inoltre, una ricerca condotta in scuole primarie ha utilizzato la “Social Network Analysis” per rappresentare graficamente i modelli di comunicazione in aula; ad esempio nelle lezioni centralizzate l’interazione é fortemente controllata dall’insegnante quindi gli studenti non interagiscono tra loro. Questo può garantire ordine e chiarezza ma rischia di limitare la creatività e l’interazione. Invece, nelle lezioni democratiche la comunicazione viene distribuita tra tutti i membri della classe in cui gli studenti partecipano attivamente, condividono idee…ecco perché il docente assume il ruolo di facilitatore. Tuttavia, emerge una differenza sostanziale perché nelle lezioni democratiche, l’insegnante interviene meno frequentemente per richiamare al silenzio invece in quelle centralizzate il controllo rigido della comunicazione tende a generare frustrazione negli studenti che spesso si traduce in un brusio continuo. Naturalmente, anche durante una lezione frontale si possono integrare momenti di collaborazione e confronto tra gli studenti senza che il docente rinunci al suo ruolo di guida.
Nei paesi scandinavi, la scuola è vista come uno strumento per ridurre le disuguaglianze sociali quindi i compiti a casa sono ridotti o eliminati poiché ritenuti fonte di ingiustizia. Questo approccio non sembra penalizzare i risultati accademici infatti gli studenti di questi Paesi si collocano ai vertici delle classifiche internazionali. In Cina e in altri paesi asiatici, l’istruzione viene considerata una priorità nazionale infatti, i bambini trascorrono molte ore a scuola, inclusi i fine settimana perché l’idea base è che l’eccellenza accademica non solo migliora la vita del singolo ma contribuisce anche al progresso economico e sociale. Qui, il principio di equità si traduce in meritocrazia cioè ognuno deve avere l’opportunità di eccellere, spingendo al massimo il proprio potenziale. In Italia, il dibattito sull’efficacia dei compiti a casa è complesso perché la loro utilità dipende da molte variabili: I compiti possono essere copiati, svolti con l’aiuto dei genitori/tutor o addirittura ignorati. Questo non solo influisce sull’apprendimento degli studenti ma anche sulla percezione di giustizia all’interno della classe perché se un insegnante non distingue tra chi si impegna seriamente e chi adotta scorciatoie rischia di alimentare frustrazione e demotivazione, creando disuguaglianze che minano il senso di equità tra gli alunni. Per evitare tali problemi e rendere i compiti a casa uno strumento davvero efficace è necessario ripensare alla loro funzione, limitando la quantità e gararendo che i compiti vengono ripresi in classe e integrati nel percorso di apprendimento; ecco perché risulta molto importante assegnare delle attività che stimolano la partecipazione attiva degli studenti senza ricorrere alla ripetizione passiva.
Così come accade per gli insegnanti, anche le emozioni degli studenti si sviluppano attraverso dinamiche di interdipendenza con l’ambiente scolastico infatti il modo in cui i docenti insegnano e interagiscono con la classe ha un impatto diretto sulle emozioni dei ragazzi; ad esempio approcci rigidi e poco dialogici possono generare emozioni negative come ansia, paura o frustrazione. Da ciò capiamo che in un clima di classe teso o caratterizzato da standard severi, gli allievi con difficoltà possono sentirsi sopraffatti perché si convincono di non essere in grado di raggiungere gli obiettivi richiesti quindi promuovere un clima di classe che favorisca il benessere emotivo non solo migliora i risultati accademici ma contribuisce anche a sviluppare nei ragazzi una motivazione intrinseca e una maggiore soddisfazione personale. Ciò richiede che gli insegnanti adottino un approccio empatico, flessibile e orientato al dialogo.
Molto importante il progetto “Punto di vista: L’operatore a scuola”, attivo nella provincia di Ferrara poiché offre un servizio di psicologia scolastica continuativo e integrato, coinvolgendo oltre venti scuole secondarie di primo e secondo grado. COSA FARE IN PRATICA:
**- Riflettere sulle emozioni in un sistema di interazioni reciproche.