

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
La vita e le opere di Giacomo De Benedetti
Tipologia: Appunti
1 / 3
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!


Giacomo Debenedetti
Giacomo Debenedetti (Biella, 25 giugno 1901 – Roma, 20 gennaio 1967) è stato uno scrittore, saggista e critico letterario italiano. Fu tra i maggiori interpreti della critica letteraria in Italia nel XX secolo, uno dei primi ad accogliere la lezione della psicoanalisi e delle scienze umane in genere, e tra i primi a cogliere tutta la portata del genio di Marcel Proust.
Suoi figli sono la storica dell'arte Elisa Debenedetti e lo scrittore Antonio Debenedetti.
La lapide in ricordo di Giacomo Debenedetti collocata nel 1987 a Torino, in corso San Maurizio 52
Giacomo Debenedetti nasce a Biella da una famiglia ebraica, ma si trasferisce giovanissimo a Torino. Conclusi con ottimi voti gli studi secondari, s'iscrive alla locale università e, in seguito, a ben tre indirizzi di laurea: matematica, giurisprudenza e lettere. Nel 1922, con Sergio Solmi e Mario Gromo, fonda la rivista letteraria Primo Tempo , che chiuderà dopo appena undici numeri. Conosce Piero Gobetti, con cui nasce una breve ma intensa amicizia, e inizia una proficua collaborazione alla rivista Il Baretti , sulla quale pubblicherà saggi importanti su Raymond Radiguet, Umberto Saba e Marcel Proust.
Nel 1926 Debenedetti pubblica il primo libro di narrativa, Amedeo e altri racconti (1926), e nel 1929 il primo dei volumi della serie Saggi critici. Tra gli anni trenta e quaranta continua a scrivere la seconda serie dei Saggi critici ( 1945). Negli anni trenta inizia a occuparsi anche di cinema come sceneggiatore per la Cines, sotto falso nome a causa delle leggi razziali emanate dal regime fascista, ed è costretto a nascondersi anche dopo il trasferimento a Roma, nei momenti più acuti della repressione, prima e durante la seconda guerra mondiale. Nel 1938 pubblicò, sul Meridiano di Roma , un esame dello stile letterario di Mussolini che gli attirerà le critiche di Carlo Dionisotti.[1]
Nel dicembre 1944, mentre al Nord Italia ancora si combatte, pubblica, sulla rivista romana "Mercurio", 16 ottobre 1943 , un testo che descrive la tranquilla vigilia e la successiva giornata del rastrellamento del ghetto ebraico di Roma. Debenedetti è con Silvia Forti Lombroso e Luciano Morpurgo uno dei primissimi testimoni ad affrontare in un racconto autobiografico il problema delle persecuzioni ebraiche in Italia, non dalla prospettiva di coloro che furono deportati nei campi di sterminio ma di coloro che furono costretti alla clandestinità negli anni della guerra. In assoluto si tratta della prima memoria scritta della Shoah italiana. [2]^ Nel 1945 lo scritto viene ristampato a Lugano in "Libera Stampa" e a Roma nella edizioni O.E.T., nel 1947 Jean Paul Sartre ne promuove la traduzione francese che verrà stampata in Les Temps Modernes. Sempre nel 1944 pubblica il racconto Otto ebrei , un episodio del processo al questore Pietro Caruso, durante il quale il Commissario di Pubblica Sicurezza Alianello dichiarò di aver eliminato otto nomi di ebrei dalla lista degli ostaggi designati per la fucilazione alle Fosse Ardeatine.
Finita la parentesi dolorosa delle persecuzioni razziali, entra come docente incaricato di letteratura italiana, prima all'Università di Messina, poi all'Università di Roma, pubblicando la terza serie di "Saggi critici" (1959). In tre occasioni (1962, 1964, 1967) tenta di diventare professore ordinario, venendo tuttavia respinto, in uno dei più noti "scandali" della storia dell'accademia italiana.
Debenedetti continua anche negli anni cinquanta e sessanta a occuparsi di critica letteraria con saggi e libri, ma non riuscirà a vedere pubblicata la maggior parte della sua vasta produzione critica, che uscirà postuma a cura della moglie Renata Orengo: Il personaggio uomo (1970), Il romanzo del Novecento (1971), Poesia italiana del Novecento (1974), Verga e il naturalismo (1976), Personaggi e destino. La metamorfosi del romanzo contemporaneo (1977), Vocazione di Vittorio Alfieri (1977), Pascoli: la rivoluzione inconsapevole (1979), Rileggere Proust (1982), Quaderni di Montaigne (1986).
Formatosi sulla critica crociana, Debenedetti se ne allontana presto, attratto da forme di conoscenza esterne all'orizzonte della sola tradizione critica letteraria italiana: rivolgendosi allo studio di autori stranieri (è stato tra i primi a cogliere tutta la portata del genio di Proust, il cui nome ricorre frequentemente nei suoi scritti), e facendo maturare la sua critica in un contesto europeo, configurandola inoltre come ricerca delle "ragioni" dell'autore, il quale punta alla rivelazione non di un dato obiettivo, ma esprime un problema interiore (tanto che si riconoscono in essa suggestioni della psicoanalisi, da Sigmund Freud e Carl Gustav Jung e della fenomenologia (Edmund Husserl, ma anche la sociologia e l'antropologia culturale).
La ricchezza e la novità delle sue letture si traducono in un'attività di critico che non vuole chiudersi all'interno di un metodo; pronto ad analizzare, assieme ai simboli e ai miti degli autori, così com'erano calati nella realtà delle opere, anche la propria soggettività di lettore, soprattutto di fronte ai testi più amati (Giovanni Pascoli, Italo Svevo , Federigo Tozzi, Umberto Saba).
Anni prima, in un'intervista mai raccolta in volume, Debenedetti aveva concentrato la sua attenzione sulla esigenza da cui era stato spinto il narratore nel nostro secolo a «rincorrere» il personaggio, a conoscerne le motivazioni segrete, e quelle palesi, per poi sciogliersi da ogni vincolo con lui:
« Oggi si vede chiaro che dai romanzi iniziali del nostro secolo usciva un'immagine stravolta, sofferente dell'uomo, che quest'immagine doveva " aprirsi come una scorza " (adopero parole di Proust), " epifanizzarsi " (adopero quella di James Joyce), rivelare la persona dietro le spiritate e proteiformi contorsioni del personaggio (mi riferisco a Pirandello) per venire a capo di un nucleo umano protestatario e imbavagliato, tenuto in mora, impedito di esprimersi da un mondo, da una società non più in accordo con sé medesima [3]^ »
Il pensiero critico di Debenedetti ruota intorno alla questione uomo, come persona, e lo fa con lo stesso proposito e l'identico criterio conoscitivo di un narratore (quale egli fu in scritti come Amedeo e altri racconti , Otto ebrei , 16 ottobre 1943 ). Tutta la sua vita letteraria si è mossa nell'universo romanzesco. Questa sorta di perpetuo intervento nell'immaginario altrui finiva per scontrarsi con l'infelicità e la nevrosi dell'uomo moderno, e portava lo scrittore e critico ad affinare una particolare attitudine a riconoscere nel destino dei personaggi romanzeschi la loro insicurezza e crisi d'identità. Di questa scomparsa del personaggio uomo, Debenedetti scrisse e delineò una " commemorazione provvisoria " nel saggio II personaggio uomo.
Debenedetti avvertiva la nostalgia del personaggio uomo, allo stesso modo in cui si dichiarava convinto della necessità di non abbandonare alle lusinghe della civiltà di massa i valori della letteratura. Ritornando all'intervista, una sua dichiarazione finale, a oltre quarant'anni di distanza, scioglie alcuni nodi sulla dibattuta questione della funzione del critico:
« A costo di sembrare inattuale, il critico deve tenere in salvo per l'indomani i valori, transitoriamente sconfessati, se crede davvero che siano valori. Posto che egli non si sia sbagliato (ma allora lo si vede subito dai difetti della sua dimostrazione critica), ciascuno di quei valori, apparirà come una tappa necessaria per giungere a nuove e profonde forme d'espressione »