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Descrizione poesia di Caproni. appunti per studenti liceali
Tipologia: Appunti
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di Biancamaria Frabotta
In: Letteratura Italiana Einaudi. Le Opere Vol. IV.II, a cura di Alberto Asor Rosa, Einaudi, Torino 1996
1. L’irrazionale sgomento: genesi e storia del «Seme del piangere».
Riecheggiando un famoso verso del Seme del piangere Giuseppe De Robertis im- mortalò quel libro in una formula critica lapidaria ed estensibile a quasi tutta l’o- pera di Caproni. Il segreto della meritata fama che toccò alla raccolta dedicata dal poeta alla madre defunta, fu colto in «un che di popolare e di sapiente insieme» 1. Io parlo di segreto, ma già questa parola, di ascendenza agostiniana e petrarche- sca, è un po’ deviante se applicata a un libro che, soprattutto nella sezione dei Ver- si livornesi , appare così trasparente da risultare quasi allarmante. Tale è la fragilità fisiologica della sua natura, perfino metrica, che a trattarlo senza la dovuta delica- tezza si rischia di mandarlo in pezzi. Eppure proprio là dove fluisce più persuasi- va la sua melodia comunicativa, il lettore intuisce un’insondabilità di fondo, la re- gola di un gioco sempre enigmatico, anche se accessibile a tutti. Raccontarne la genesi e la storia significa anche accostarsi a questo segreto, ma non mi si frain- tenda. Non si tratta di cogliere il poeta in contropiede, di smascherarne i trucchi, sebbene Caproni, almeno fino alla svolta delle Stanze della funicolare , a suo modo civettasse anche lui con la poetica delle «finzioni» così diffusa nel gusto degli an- ni Trenta e Quaranta. La mia speranza, al contrario, è proprio quella di non dover tradire il testo nella sua letteralità di opera insieme sapiente e popolare. Il seme del piangere^2 celebra un sentimento archetipico, se è vero che l’amore filiale si manifesta ovunque con la ricorrenza di una costante antropologica. Nel- le prime poesie di Caproni la figura della madre è assente, a meno che nella spen- sierata lavorante di Ballo a Fontanigorda e nei «canti delle giovinette | chine sull’a- go» ( Alla giovinezza , vv. 4-5, p. 40) non si voglia riconoscere una protorappresen- tazione di Annina Picchi, «finissima sarta» e ricamatrice. Dal momento che la pla- quette del 1938^3 fu scritta per festeggiare le nozze con Rina Rettagliata, celebrate proprio quell’anno, non si andrebbe al di là di una reminiscenza puramente in- conscia. Se lo paragoniamo a Come un’allegoria^4 del resto, la raccoltina con cui Caproni esordisce due anni prima, Ballo a Fontanigorda non registra scarti stilisti- ci di rilievo. Eppure il matrimonio era intervenuto a liberarlo di un peso. Prima di conoscere Rina, Giorgio aveva disperatamente amato una giovane donna genove- se, Olga Franzoni, precocemente rapita da una setticemia fulminante. Lo shock fu
(^1) AA.VV., Alcuni scritti sulla poesia di Caproni , in G. CAPRONI, Poesie 1932-1986 , Milano 1989, pp. 785-88. La citazione è a p. 788 (cfr. la recensione di G. DE ROBERTIS, «Il seme del piangere» (1959), in ID., Altro Novecento , Fi- renze 1962, pp. 484-88). Questa raccolta ricalca quasi fedelmente la precedente edizione di G. CAPRONI, Tutte le poesie 2 , Milano 1983, che però non comprendeva Il conte di Kevenhüller pubblicato nel 1986. La prima edizione di Il seme del piangere apparve presso Garzanti, Milano 1959. Le citazioni sono tratte da ID., Poesie 1932-1986 cit. (^3) ID., Ballo a Fontanigorda , Genova 1938. (^4) ID., Come un’allegoria , Genova 1936.
violento, tanto che Giorgio le dedica d’impeto la sua opera prima; poi sembrò quasi dimenticarla, ma inequivocabili sintomi sarebbero presto riaffiorati alla su- perficie di un temperamento già di per sé malinconico e propenso ad avvelenarsi anche le più innocenti gioie. In una poesia ormai ben lontana dal candore adole- scenziale dei primi versi, Olga tornerà nelle vesti del fantasma persecutorio che scuote i sonetti di Anniversario , scritti e pubblicati in piena guerra^5. La prima edizione di Cronistoria , con una funzione di spartiacque fra le sue due parti, contiene un congedo in prosa dai genitori che nelle successive riedizioni del- l’opera sarà soppresso, forse per un moto di pudore dell’autore verso sentimenti che riguardano anni tanto lontani. Infatti a rileggere col senno di poi quelle pagi- nette si ha la sensazione di trovarsi di fronte a un vero e proprio grumo psicologico che qui il poeta, sopraffatto dall’uomo, non riesce ancora a domare letterariamente. Al padre Attilio, Giorgio si rivolge con una confidenza virile, «senza rosso- re», forte di un reciproco affetto che non suscita rimorsi, né pone condizioni. At- tilio, che ama solo la musica e la matematica, non dà alcun peso alle parole, tanto meno a quelle della poesia e di fronte alla passione del figlio non sottilizza, né re- crimina. La loro differenza sarà la premessa di una dolce libertà, la stessa goduta «sulle piane degli Archi a Livorno, dove fischiando e senza tristezza» i due aspet- tavano che «il giorno si allentasse per ritornare coi cacciatori di lepri»^6. Ben altra musica risuona nel congedo dalla madre. I toni sono soffocati, penitenziali, quasi sconnessi. Son poche frasi, ma rigurgitanti di sensi di colpa e di rimorsi. Madre e figlio si assomigliano sin troppo e come nel parlatorio di un carcere duro le loro immagini si riflettono nel vetro di un’atavica interdizione. Non può non colpire la diversa ambientazione dei due colloqui. Il mondo col padre è un mondo all’aper- to, allietato da una serena flânerie al riparo da qualsiasi pericolo reale. Come vuo- le la più vieta tradizione simbolica invece il regno delle madri è «un interno», già quasi infero, minaccioso, non redento. Ancora fin nel bel mezzo dei Lamenti 7.^ il complesso parentale è sostanzialmente lo stesso. Il figlio si sente solo, abbando- nato. La mano del padre, ormai vecchio e infiacchito dalla guerra, non ha più la forza di una guida sicura, ma l’eco del suo «tranquillo passo nella | sera degli Ar- chi a Livorno» ( I lamenti , III, vv. 5-6, p. 123) non si è ancora spenta. Come in Cronistoria Livorno è ancora la città del padre, ma è la struttura stessa del sonet- to, così contratta e intrigata, a gridare la verità di un’angoscia altrimenti inespri- mibile. Si tratti di Olga o della mater dolorosa , il lutto per l’«amore morto» non trova altra forma se non un «canto chiuso».
(^5) ID., Cronistoria , Firenze 1943. (^6) Ibid ., p. 74. (^7) Il ciclo dei Lamenti sarà pubblicato nella sezione Gli anni tedeschi , in ID., Il passaggio d’Enea , Firenze 1956.
riori dove sono state relegate, premono, si agitano, trapelano in alcuni tortuosi cenni che solo coevi racconti, come Il gelo della mattina^11 per esempio, renderan- no espliciti, ma la ganga tiene e si rapprende in una mirabile costruzione sintatti- ca che è anche e soprattutto costrizione etica. Per avvistare i primi cedimenti bi- sogna arrivare al ’50, al ’52, quando, forse estenuato dalle fatiche del cantiere o anche presago dell’inevitabile logoramento del tópos genovese, un po’ per gioco, un po’ sul serio Caproni cominciò a scrivere cartoline in versi. Le imbucava alla svelta, indirizzandole quasi sempre ad amici di gioventù che si accontentavano di una voce intonata alla sordina della nostalgia o, come lui amava dire, «sul canti- no» del violino. Non si trattò di un ingenuo sfogo del privato vilipeso, dal mo- mento che le cartoline finirono tutte, o quasi, nell’appendice del Passaggio d’Enea del 1956 e preparano il lettore a una garbata, ma perentoria uscita da quella ma- linconica epopea. Il poeta fa finta di niente, ma alla chetichella pronuncia parole pesanti come pietre, come la spietata antitesi fra Genova, «città fina» e Roma «en- fasi e orina» ( A Tullio , vv. 5 e 13, p. 169), o, ancora peggio: «Lascerò così Geno- va: | entrerò nella tenebra» ( A Rosario , vv. 21-22, p. 170). Nelle tenebre del regno delle madri Giorgio invece entrerà prima ancora di abbandonare la sua erta città in salita che, dopo la bicicletta, il treno, il tram, la funicolare, gli dona l’ebbrezza dell’ultimo viaggio genovese sull’ascensore di Ca- stelletto. Scritta dopo aver appreso dai medici che la madre, gravemente amma- lata, ha ormai i giorni contati, L’ascensore chiude, violando di colpo una lunga re- ticenza, un libro tutto intento a cogliere nella catabasi di Enea il senso più ripo- sto della legge paterna. La vita fin’ora tenuta a distanza, ora che ne è minacciata la stessa matrice originaria, travolge ogni esitazione e mette a nudo in tutta la sua vulnerabilità il seme stesso della perdita e del lutto. L’ascensore è la prima epifa- nia della madre-fidanzata e anche il primo testo di puro godimento fluidamente narrativo eppure del tutto libero dal quotidiano ricatto della prosa. La voce che la detta è sempre in salita, ma la fatica non si avverte e nessuna stecca la incrina e proprio perché racconta un sogno nell’attimo stesso del risveglio, prima che la realtà vi aggiunga le sue inevitabili correzioni. Anzi la prepotenza del dolore e la prodigiosa prossimità della morte fanno vacillare le ultime remore. Il Paradiso non è una promessa, come accade ai mortali, ma una certezza a portata di mano: «Quando mi sarò deciso | d’andarci, in paradiso | ci andrò con l’ascensore | di Castelletto» (vv. 5-8, p. 175). Già Sbarbaro aveva colto il fascino incantatorio di quel luogo: «A questo balcone spalancato su Genova si potrebbe, un’ora come questa, aspettare l’Amore» 12. La leggenda di Annina nasce in presenza di questo
(^11) G. CAPRONI, Il gelo della mattina , Caltanissetta 1952 (poi in ID., Il labirinto , Milano 1984). (^12) C. SBARBARO, L’opera in versi e in prosa , Milano 1985, p. 307.
panorama senza confini e nel preciso momento in cui «la luce nera del mare» (v.
Sperduto sul Voltone, o nel buio d’un portone, che lacrime nel bambino che, debole come un cerino, tutto l’intero giorno aveva girato Livorno! (vv. 3-8, p. 227).
Il piccolo Giorgio ha smarrito la madre nelle nebbie di un passato lontano, ma non tanto da non ribalzar fuori, intatto e pungente al primo importuno colpo di vento. Non c’è sentore di libertà, né di avventura in questa esperienza. L’angoscia della perdita è senza rimedio, come i bambini sanno benissimo perché è lì che il Tempo si fa palpabile, materializzandosi in una distanza incolmabile. Senza più l’antidoto delle immemori passeggiate col padre, mano nella mano, nel regolare intervallo degli Archi cittadini, i Versi livornesi amplificheranno l’eco di quel pri- mo singhiozzo nella sacca uterina di una città-madre che si slabbra fino alla va- stità in bianco e nero della piazza del Voltone ancora più immensa nella percezio-
(^13) G. CAPRONI, Due canzoncine per mia madre: All’antica , La ricamatrice , in «Il Raccoglitore», 5 luglio 1956.
qualche vecchia foto, da scarni racconti casalinghi e non avrebbe mai potuto tol- lerare l’impaccio di una ossatura troppo pesante, troppo arzigogolata. La sua struttura, magra e agile, lo dimostra, ma sulle tombe i fiori marciscono precoce- mente e con loro l’effimera durata della pietà che ha ispirato l’omaggio. Il Seme del piangere è un fiore ancora oggi fragrante. È forse nell’esilità della sua costru- zione il segreto della sua vitalità? A rileggerlo tutto d’un fiato (e difficile è resiste- re alla tentazione di ricominciare ogni volta da capo) ci si accorge che la protago- nista della sua minuta epopea provinciale, Annina, non invecchia mai, O vive, pe- rennemente giovane e splendente, o muore e con lei si inabissa nelle tenebre ogni stessa consistenza dell’essere che in Annina, come anche in Livorno, si manifesta copiosamente. Caproni ne è ben consapevole quando scrive:
Ora io di Livorno ho una immagine che appartiene alla geografia e alla mitologia della mia infanzia. Ed è perciò del tutto inutile il dirmi che Livorno è quasi totalmente a pez- zi, io sapendo bene che la mia Livorno nessun bombardiere può averla toccata, cioè che esisterà sempre, finché esisto io, questa città malata di spazio nella mia mente^17. L’assenza di confini, il senso tutto mentale dell’illimitato, ammalano Livorno, ma la preservano dalla storia ad essa sempre esiziale, così come il tempo, se rin- chiuso nel recinto soggettivo del ricordo, ucciderebbe anche Annina. Il poeta vuole salvare entrambi dalla fine e allora dovrà fare a meno di un fine, inventando una struttura insieme a-topica e a-temporale. Si pongono così le basi di un libro veramente utopico, in cui la realtà e il principio del piacere non si intralciano, ma miracolosamente si sorreggono a vicenda. Annina è un personaggio inventato dal vero, se mi si passa il paradosso. È, come ogni inventio poetica che sopravvive al- la sua occasione, memoria senza ricordi e la narratio , nonostante la ovvietà del raccontino in versi, è già in sé binaria e asimmetrica nella sua sbilenca regola di trama e di sogno. Dopo i troppi bombardamenti che hanno dissestato la struttura della lirica moderna si avverte qui qualcosa di meno coartante di un progetto re- staurativo, ma neppure la passiva obbedienza a una fantasticheria puramente pri- vata. Certo, si può citare Proust, come fa Ugo Dotti nel suo bel saggio sul «con- temporaneo» Caproni, abbandonandosi a riflessioni collaterali che solo in appa- renza possono essere scambiate per divagazioni^18. È vero: Caproni già nel 1951 ha licenziato la sua traduzione di Le temps retrouvé^19 e anche noi, alla ricerca di una genesi più intima, siamo responsabili di aver aperto la porta a ogni possibile epi- fania, reale o solo supposta. Ma sentiamo insieme che Caproni non scrive per in- coraggiare la supplenza del soggetto deficitario nel tempo dei ricordi involontari,
(^17) ID., Io genovese di Livorno , in «L’Italia socialista», 22 febbraio 1948. (^18) Cfr. U. DOTTI, Giorgio Caproni , in «Belfagor», XXXIII (1978), 6, pp. 681-96. (^19) Cfr. M. PROUST, Le temps retrouvé , 1927 (trad. it. di G. Caproni, Il tempo ritrovato , Torino 1951).
bensì, al contrario, inventa leggiadre scenografie per rimediare alla sofferenza del- le incoercibili memorie. In Cronistoria il talento poetico era biasimato come una perversa tendenza del lato materno del carattere. Ora la femminea inclinazione a sostituire la tetra realtà con i suoi luminosi fantasmi è invocata a risanare la vita distrutta, come il farmaco sull’organismo malato, purché sia somministrato con costanza e a piccole dosi, perché non risulti letale: insomma in strofe elementari e semplificate al massimo, in rime «chiare e in -are». Siamo agli antipodi del regime stilistico di Proust. Proprio sgominando gli artifici della ridondanza, gli effetti della pinguedine sintattica intrinseci alla bulimia della prosa proustiana, la linea della vita ripagherà i sacrifici di una dieta così ascetica e una dieta sortisce i suoi effetti solo se è sostenuta da una ferma volontà. Il primo gesto dei Versi livornesi ( Perch’io ...: «...perch’io, che nella notte abito solo», v. 1, p. 195), è tutt’altro che involontario, nel suo sommesso rimando a Cavalcanti, signore di queste regioni dell’Anima ai suoi tempi almeno meno diroccate e franose. Se veramente deside- ra la resurrezione di Annina e di Livorno, il poeta dovrà essere disposto, a missio- ne ultimata, a perdere anche la sua Anima, a congedarla da sé per sempre. Così il «seme del piangere» troverà quasi senza sforzo il ritmo fisiologico delle coppie di rime baciate o alterne che più di altre rievocano il gioco infantile della sparizione allo specchio, il freudiano fort-da. Il viaggio dell’«Io solo», così tanto più scabro del suo prototipo romantico, procede con moto sinusoidale dritto verso il cuore, ma è dalla mente che parte. La piena emotiva dei Versi livornesi non potrebbe mai sfociare nella sua lapidaria finale Iscrizione : «la rima in cuore e amore» (v. 4, p. 232; lectio facilior di un’insospettabile fonte dantesca, Inferno III, 132; XX, 6), senza quel pianto «che [...] bagna la mente» ( Perch’io ..., v. 8, p. 195). Nella linea della vita l’Io rinuncia alle sue pretese, alla sua sovranità ed è l’A- nima che, ricordando e raccontando, restituisce alla madre morta il corpo snello di Annina. La struttura stessa del libro ne risentirà; non basta il ricorso alle facoltà razionali di solito mobilitate a questo fine. Il miracolo di un’Anima che racconta non si attua senza l’ausilio della «preghiera». Fra le due parentesi della Preghiera , la prima e l’ultima, senza arroganza dialogano l’Io, troppo «empirico» ed egoista per alzare la voce e l’Anima, sulla cui consistenza ontologica sarebbe sacrilego ad- dirittura indagare. Qui si innesta la funzionalità del titolo dantesco, ribadito dal- l’esergo purgatoriale e dal severo monito di Beatrice che, contro l’«irrazionale sgomento» dell’Io, innalza la gradazione alcoolica del distillato emotivo dei versi perché essi siano degni del paradiso che li attende. Infatti Beatrice non dialoga, non attende risposte e fra i suoi toni sublimi e il balbo parlare dell’Io si intrufola un’anima minuscola e antropomorfica che fuma sigarette e rapida vola sulle ruote di una bicicletta. A lei si devono gli innegabili effetti narrativi e ne sono subito coinvolti i tempi del discorso che, come poi le rime, si alterneranno fra i cauti ot-
nea di sentimenti postumi al congedo dall’Anima pronunciato a chiare lettere e senza pudore nell’ Ultima preghiera: «Dille chi ti ha mandato: | suo figlio, il suo fidanzato. | D’altro non ti richiedo. | Poi, va’ pure in congedo» (vv. 80-83, p. 231). Frastornato il poeta si guarda intorno e dentro e non incontra altro che so- pravvissuti. Ecco il padre, in cui si riflette, come in uno specchio crudele, lo squallore di una desolata simmetria ( Treno ). Ecco Rina, marginale e quotidiana e la Pasqua cristiana o quella laica del primo maggio appaiono sbiadite parodie della resurrezione di Annina ( Due appunti ). Anche Genova, ancora fino a ieri so- vrana indisturbata, si sfalda in una stanca ritualità di maniera ( Andando a scuola e Divertimento ). Fra tutti questi altri versi spicca solo, in funerea evidenza, la ne- ra sagoma del «becolino», lunga imbarcazione da carico un tempo in uso a Li- vorno. Il becolino varca già l’aria più mesta e opaca del Congedo del viaggiatore cerimonioso. Come un nuovo Caronte (i mezzi di trasporto in Caproni non van- no quasi mai per acqua), un’anima ormai «debole» (v. 46, p. 243) e un po’ equi- voca conduce il suo prezioso carico di ricordi nella morta gora di un ultimo ap- prodo. In un tempo «incerto», in uno spazio «amorfo» (cfr. vv. 1-2, p. 242) la profezia si consuma nell’anafora dei pochi verbi ( piangevo , sentivo ) che intrido- no con monotona regolarità di pioggia l’autunno del mito livornese di Caproni. La voce si fa afona; il tono cantilenante; la sintassi sinuosa come una biscia. La geografia infantile non rivive se non nel tempo mitico che ogni ritorno abolisce. Chi, tornando, sfida il divieto, non troverà che rovine e rottami. La prosopopea del luogo natío ha solo due strade davanti a sé: o è visione, luminoso fantasma della fantasia; o è ripetizione, macabra e barocca. Nei Versi livornesi Livorno è la dimora del fantasma di Annina e risplende di luce riflessa. Il becolino è la sua im- pura «trasmutazione» (v. 43, p. 243) in un buio porto di spettri, fra i quali vago- la il replicante di quel bimbo che col suo pianto aveva dato vita alla docile re- gressione verso le origini di ciò che gli adulti chiamano poesia, o vita e che Ca- proni aveva sposato in distici di nozze felici: «Sii magra e sii poesia | se vuoi esse- re vita» (vv. 12-13, p. 204). La sentenza pronunciata nel Becolino è opposta, in- vece, e sanziona un divorzio: «Piangevo senza saper dire | il seme del mio mori- re» (vv. 53-54, p. 244). Il ritorno alle origini, inizialmente festoso, nasconde a val- le l’affluenza di un sentimento ben diverso.
3. La sfida dell’ultimo esule: un tema sotterraneo.
Il tema, o i temi di un libro di poesia, a seconda che esso sia concepito secondo una struttura monocentrica o policentrica, coincidono con il senso stesso del li- bro, da non confondere con il suo significato. È un messaggio complesso e unita- rio che difficilmente si può sezionare in un sistema di concetti secondari, o peggio
semplificare in una sorta di reductio ad unum incompatibile con la qualità polise- mica del linguaggio poetico. Per Giovanni Raboni la poesia di Caproni vive attor- no a tre temi: la città, la madre, il viaggio, congiunti in una stretta compenetrazio- ne dal tema dell’esilio che ne costituisce il comun denominatore^21. Al fondo del- l’ininterrotta canzonetta scritta «per gioco» e «con fuoco», prolifera un «anello di temi» che nell’opera si svela nel titolo dantesco e nella criptocitazione della famo- sa ballatetta dell’esilio di Guido Cavalcanti. L’omaggio così tributato ai due esuli eccellenti della nostra tradizione poetica non è certo un dotto correttivo alla ba- nalità di un tema troppo consunto dall’uso. Intanto la tradizione invocata agisce come un fondamento bipolare, lirico ed estrosamente eretico, nel caso di Caval- canti, narrativo e rigorosamente ortodosso in quello di Dante. Il punto sembra ancora un altro però e riguarda il substrato utopico di una poesia che non si ac- contenta più di disporsi «come un’allegoria», ma si prodiga per restituire al sim- bolismo contemporaneo almeno l’ombra, l’alone fantasmatico che nell’allegoria premoderna corrispondeva tout court con una verità extraletteraria, una poesia intesa come «cosa creata». In questo senso i tre agenti della vicenda, l’Io, l’Anima e Annina, viaggiano verso il loro futuro, inevitabile esilio col volto rivolto all’in- dietro, verso l’originario statuto che ne certificò la nascita in quanto persone e non personaggi. Solo in un viaggio reale come quello auspicato dall’ammonizione di Beatrice nel XXXI canto del Purgatorio , il Soggetto moderno, estenuato dalle vicissitudini di una storia ormai annosa, può mettersi da parte e lasciare in sua ve- ce libera voce e volo a quell’anima infantile e femminile cui «la terra» ha sempre opposto una strenua «guerra». Non a caso è sempre Dante a ispirare questa rima ricorrente in tutta l’opera di Caproni. Il poeta, incurante della sua struggente inattualità, prega perché il miracolo accada. La sua preghiera, allegorica e meta- letteraria (nel senso che si leva al di là della letteratura) è certo «schietta», ma ben consapevole che «l’errore | è pronto a stornare il cuore» (vv. 9-10, p. 204). Dun- que, coerentemente al titolo, la storia del Seme del piangere , il suo tema sotterra- neo, è una vicenda di purgazione che l’ultimo degli esuli rinnova contro l’errore della poesia contemporanea: la sua vacua astrazione, la sua rinunciataria pochez- za di ombra perduta fra le ombre. Solo il pentimento autentico, nutrendo di lacri- me il seme della vita, restituirà l’esule a quella che, parafrasando un felice neolo- gismo coniato da Contini per Zanzotto, dovremo chiamare la «matria» perduta, la trepidante matrice capace di far tornare claire la camera oscura che da troppo tempo ipnotizza lo sguardo malinconico dei poeti occidentali. Ed è così che un te- ma, fra tutti il più comune, si trasforma in una sfida sapienziale.
(^21) Cfr. G. RABONI, Introduzione a G. CAPRONI, L’ultimo borgo. Poesie (1932-1978) , Milano 1980 (poi in A.A.VV., Alcuni scritti sulla poesia di Caproni cit., pp. 793-98).
gere. Le ragioni del cuore si accampano in favore di Saba, un poeta-padre dun- que, uno schermo letterario su cui proiettare, con inconscia improntitudine, l’a- more per la libera melodia sentimentale di una tradizione ottocentesca. E otto- centesca potrebbe apparire la leggenda della livornese Annina, sposa felice di Attilio nella figurativa festa di un paesaggio finalmente ricomposto dal figlio or- mai pacificato. Ma Livorno, a differenza di Trieste, ha subito l’oltraggio di un bombardamento, storico oltre che psichico e il cuore non basta a risanare le feri- te. Occorre anche l’ausilio della mente e nessuno meglio di Betocchi, con la sua sapienza allegorica velata di naïveté , con la sua fedeltà a una toscanità primige- nia, quando si forgiavano i miti angelici delle origini stesse dell’italianità poetica, può ora offrire a Caproni il suo fraterno soccorso. Attraverso la sua mediazione, l’esule Caproni, dimentico dei più moderni commerci dell’Io così familiari a Sa- ba che vi si aggira «come un levantino», risalirà la catena patrilineare della tradi- zione fino a Cavalcanti e a Dante, come in un grande esorcismo purificatorio. Con loro si vola alto, oltre l’incesto delle rime e del bel canto, verso il Paradiso dove primo non fu il verbum , ma la luce. Con l’aiuto dei padri e non contro di lo- ro agisce l’Anima. Il tramite di questa sfida così utopica nella sua inattualità è ap- punto Betocchi. Pochi ricordano che il tema della «caccia tragica», per esempio, che già affiora nel Seme del piangere e che nelle raccolte successive di Caproni tornerà con l’insistenza di una metafora ossessiva, lo si incontra per la prima vol- ta in una prosa del 1953, La lepre^24 , in stretta connessione con alcuni versi di Be- tocchi, guarda caso, intitolati Alla mamma^25. Nel 1956 Caproni recensì le Poesie di Betocchi con argomenti rivolti più che altro a sottolineare un’affinità^26. Il poe- ta toscano che, notiamolo di sfuggita, fu tra i primi a segnalare in Come un’alle- goria l’avvento di un nuovo poeta, gli fornisce il pretesto per polemizzare contro l’eccesso di simbolismo della lirica contemporanea che al culto dell’indetermina- to e della musica atonale ha infine sacrificato «ogni razionale (o rivelata) verità comune» 27. A questa rinuncia Betocchi non ci sta. «Operaio del verso» piuttosto che intellettuale, egli va alla ricerca di una sostanza che sia «cosa creata», «og- getto» da restituire a simboli ormai così dimidiati e tautologici, da fomentate so- lo i risvolti ingannevoli di un processo mentale che dovrebbe rafforzare la cono- scenza, non minarne i fondamenti. Così Caproni intende la «verità comune» a lui e a Betocchi, le «vere sillabe» di una poesia scritta per l’intera comunità uma- na, non per la ristretta cerchia di una società letteraria. In un’ottica rigorosa-
(^24) ID., La lepre , in «L’Approdo», II (1953), 3, pp. 7-9. (^25) C_._ BETOCCHI, Tutte le poesie , Milano 1984, p. 284. (^26) G. CAPRONI, Realtà vince il simbolo nella poesia di Betocchi , in «La Fiera letteraria», 23 dicembre 1956. (^27) Ibid.
mente cristiana, la teoria dell’arte come rispecchiamento, senza questa premessa metafisica, è destinata a vacillare come un colosso poggiato su piedi d’argilla. Ca- proni ne è perfettamente al corrente. Il realismo non ha senso fuori di un sistema coerentemente ontologico e la rima, «avamposto della poesia», come la battezzò Betocchi 28 o è il veicolo di equivalenze matematicamente allegoriche, colonnato su cui saldare l’architrave del tempio o fatuo, fragile ricettacolo dell’artificio simbolico. In Dante tutto si tiene perché la ragione si erge sulla verità rivelata. Non ci sono equivoci e ogni atto di conoscenza è anche atto di fede. Le ragioni della mente inopinatamente si intrecciano di nuovo con quelle del cuore e se il moto involontario di quel muscoletto, la fede appunto, non vuole pulsare all’u- nisono con il resto, cos’altro potrà fare il poeta «onesto», di nuovo irrimediabil- mente «Io solo», se non inoltrarsi nell’intrigo delle ipotesi e delle parentesi? Nel labirinto delle false alternative fra verità razionali e verità rivelate? Fra il danna- to Cavalcanti e il redento Dante? Fra gli «acuti vetri» e le «vere sillabe»? Capro- ni, coerentemente alla sua scelta di realtà rischia di rimanere intrappolato nella rete allegorica che si è intessuta attorno all’insipienza di un ricordo infantile che, non io si dimentichi, io ho posto a fondamento dell’intera costruzione. Per rime- diare all’eccesso di «sapienza» solo un’opposizione stilistica nitidamente «popo- lare» può riequilibrare il gioco linguistico della creazione. E un gioco, o poco più, sembra infine l’abbrivio, quasi da filastrocca, dell’ipnotica versificazione di queste canzonette.
5. Lo scandalo dell’usuale: o lo stile della vita.
È sul piano della lingua e dello stile che quella che un poeta come Mandel'sˇtam, alle prese con Dante, chiama l’infantilità nativa della lingua italiana, ostenta tut- ta la sua sapienza. Il tono colloquiale, persuasivo, febbrile sceglie sempre l’e- spressione più semplice ed usuale. Gli artifici, a parte quello sovrano delle rime, sono lasciati in disparte, se solo mettessero a repentaglio la libertà del gioco rit- mico. L’alfabetiere del Seme del piangere si vale quasi esclusivamente di vocali: chiare o acute rincorse di assonanze, quando la rima vien meno; scarse allittera- zioni; metafore rare come cammei. Assoluta è invece la precisione del dettaglio visivo e la vivacità toponomastica esalta ogni immagine nell’eternità struggente dei fotogrammi. È una poesia che indossa la dignitosa eleganza dei poveri e quando si inorgoglisce in una neoclassica leggiadria subito si stempera nel sermo communis. Nessuno come Caproni è esperto nell’arte musicale delle variazioni al
(^28) ID., Diario della poesia e della rima , in ID., Tutte le poesie cit., p. 498.
quelli che, oltrepassando un valore puramente cronachistico, testimoniano l’im- mediata fortuna critica del Seme del piangere. Sono certamente ancora oggi da leggere: C. BETOCCHI, Livorno: un poeta e una madre , in «Il popolo», 28 luglio 1959 (si veda anche ID., Sulla poesia di Giorgio Caproni. da «Il seme del piangere» a «Il muro della terra» (1976), in ID., Confessioni minori , Firenze 1985); G. DE ROBERTIS, Recensione al Seme del piangere , in «La Nazione», 5 settembre 1959 (poi, rielaborato insieme ad altri articoli, in ID., Altro Novecento , Firenze 1962, e in G. CAPRONI, Poesie 1932-1986 cit.); P. CITATI, Recensioni a Il seme del piangere , in «L’Illustrazione italiana», n. 11 (1959), e in «Il Punto», 14 novembre 1959; G. PAMPALONI, Giorgio Caproni quasi un poemetto , in «L’Approdo lette- rario», V (1959), n. 8 (si veda anche ID., Nota a G. CAPRONI, Tutte le poesie , Milano 1983, pp. 627-32). Della bibliografia caproniana, arricchitasi nel corso degli anni di numerosi saggi, ritratti complessivi e monografie, che vanno infittendosi dopo la morte del poeta, mi limito a segnalare un elenco essenziale dei contributi più stimolanti re- lativi a Il seme del piangere: P. BIGONGIARI, «Il lamento che il petto ti esplora» (1959), in ID., Poesia italiana del Novecento , Milano 1960, pp. 223-29; M. FOR- TI, «Il Seme del piangere» , in ID., Le proposte della poesia , Milano 1963, pp. 137- 40; G. BÁRBERI SQUAROTTI, Giorgio Caproni , in AA.VV., Letteratura italia- na. I contemporanei , III, Milano 1969, pp. 699-714, in particolare pp. 700-4, e ID., Giorgio Caproni , in Letteratura italiana. Il Novecento , diretta da G. Grana, Milano 1979, IX, pp. 8449-63; S. RAMAT, Giorgio Caproni (1973), in Dizionario critico della letteratura italiana , diretto da V. Branca, I, Torino 1986^2 , pp. 506-9; A. DOLFI, Caproni e l’afasia del segno (1975), in ID., In libertà di lettura , Roma 1990, pp_._ 57-69; cfr. anche ID., Il «Singspiel» di Caproni (1981), ibid. , pp. 71-75, e ID., Caproni , la cosa perduta e la malinconia , in AA.VV., Il mio nome è sofferen- za. Le forme e la rappresentazione del dolore , a cura di F. Rosa, Trento 1993, pp. 323-346; G. RABONI, Caproni al limite della salita , in «Paragone», XXVIII (1977), 334, pp. 112-16; cfr. anche ID., Introduzione a G. CAPRONI, L’ultimo borgo. Poesie (1932-1978) , Milano 1980, pp. 5-13, poi in AA.VV., Alcuni scritti sulla poesia di Caproni , in G. CAPRONI, Poesie 1932-1986 cit., pp. 793-98; P. V. MENGALDO, Giorgio Caproni , in Poeti italiani del Novecento , a cura di P. V. Mengaldo, Milano 1978, pp. 699-704; U. DOTTI, Giorgio Caproni , in «Belfa- gor», XXXIII (1978), 6, pp. 681-96; A. GIRARDI, Metri di Giorgio Caproni (1979), in ID., Cinque storie stilistiche , Genova 1987, pp. 99-134; V. SERENI, Giorgio Caproni , in Poesia italiana del Novecento , diretta da P. Gelli e G. Lagorio, Milano 1980, II, pp. 609-11; A. BARBUTO, Giorgio Caproni. Il destino d’Enea , Roma 1980, pp. 125-42; Genova a Giorgio Caproni , cit. (in questo volume si se- gnala il saggio di C. VITIELLO, Ritmo e linguaggio nel «Seme del piangere» di
Caproni , pp. 121-29); L. TASSONI, Appunti sul canzoniere di Caproni , in «Para- gone», XIXXIII (1982), 392, pp. 72-76; G. L_._ BECCARIA Caproni, la poesia, e oltre (1984), in AA.VV., Alcuni scritti sulla Poesia di Caproni cit., pp. 809-12; S. VERDINO, Caproni, la rima , in «Alfabeta», n. 72 (1985); M. MARCHI, Capover- si sul «Seme del piangere» (1985), in ID., Pietre di paragone , Firenze 1991, pp. 90- 97; L. SURDICH, Giorgio Caproni. Un ritratto , Genova 1990; A. DEI, Giorgio Caproni cit.; W. CREMONTE, In margine ai «Versi livornesi» di Caproni , in «Lengua», n. 12 (1992), pp. 57-65; B. FRABOTTA, Giorgio Caproni Il poeta del disincanto , Roma 1993.