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Global Attractiveness Index, Dispense di Diritto Internazionale

Global Attractiveness Index Il termometro dell’attrattività di un Paese Decima edizione

Tipologia: Dispense

2024/2025

Caricato il 08/01/2026

andrea-ciardo-2
andrea-ciardo-2 🇮🇹

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Index
Decima edizione
Il termometro
dell’attrattività
di un Paese
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Global

Attractiveness

Index

Decima edizione

Il termometro

dell’attrattività

di un Paese

INDICE

  • PREFAZIONE
  • CONTRIBUTI DEL COMITATO SCIENTIFICO DELL’ADVISORY BOARD
  • CONTRIBUTI DEGLI ALTRI MEMBRI DELL’ADVISORY BOARD
  • EXECUTIVE SUMMARY
  • INTRODUZIONE
    1. Il progetto di ricerca Global Attractiveness Index
    1. Missione, logiche e metodologia di lavoro della decima edizione
    1. I protagonisti dell’iniziativa Global Attractiveness Index
    1. L’audit del Joint Research Centre (JRC) della Commissione Europea
    1. Gli output dell’edizione
  • LA CLASSIFICA GAI 2025 : PRINCIPALI EVIDENZE
    1. Premessa: lo scenario globale all’interno del quale contestualizzare i
    • risultati del Global Attractiveness Index
    1. Il ruolo degli Investimenti Diretti Esteri (IDE) per la crescita del Paese
    1. Caratteristiche, struttura e innovazioni metodologiche dell’Indice
    1. I risultati del Global Attractiveness Index
    • 4.1. La data coverage dei Paesi e il calcolo dell’Indice a ritroso
    • 4.2. La classifica 202 5 dei 146 Paesi
    • 4.3. L’interpretazione dei risultati del GAI 202 5 in sintesi
    • 4.4. Riflessioni in vista dell’edizione
    1. Osservazioni e valutazioni statistiche ed econometriche
  • IL TABLEAU DE BORD DELL’ITALIA E LE PROPOSTE PER IL PAESE
    1. Introduzione ai risultati del Tableau de Bord
    1. L’analisi di dettaglio dei cambiamenti di alcuni Key Performance
    1. I punti di attenzione per la crescita dell’Italia: le politiche commerciali USA Indicator dell’Indice per l’Italia
    1. Le proposte per l’attrattività del Paese e i prezzi dell’energia

PREFAZIONE

Nella vita nulla deve essere temuto, dev’essere solo compreso. Ora è il momento di comprendere di più, così da temere di meno Marie Curie Ma è vero che l’Italia era un Paese molto meno attrattivo della Malesia e delle Mauritius? Questa era la domanda che ci ponevamo ormai dieci anni fa, osservando le principali classifiche di attrattività internazionale. L’Ease of Doing Business della Banca Mondiale ci posizionava al 45esimo posto al mondo, decisamente al di sotto di molti Paesi in via di sviluppo. Questi dubbi, condivisi con alcune delle principali aziende internazionali che investono nel Paese, hanno dato il via ad un progetto che, negli ultimi dieci anni, ha costruito una piattaforma di analisi, misurazione e discussione dell’attrattività internazionale: il Global Attractiveness Index. Il progetto è costruito attorno a un Indice Composito – il GAI – che, basandosi su solide fondamenta scientifiche e utilizzando esclusivamente dati quantitativi e oggettivi, elimina le componenti survey che, in molti altri indicatori, rappresentano un grande fattore di distorsione. La validità scientifica del GAI è difatti stata certificata, ogni anno, dall’audit scientifico redatto dal Joint Research Centre della Commissione Europea. In questi dieci anni il progetto si è allargato, fino a diventare una piattaforma di misurazione, analisi e discussione dell’attrattività a tutto tondo. E così si sono aggiunte le analisi sull’esposizione internazionale legate all’invasione russa dell’Ucraina, le misurazioni circa l’impatto delle imprese multinazionali sull’attrattività degli ecosistemi, l’analisi sulla solidità delle catene di approvvigionamento globali, le valutazioni delle policy di attrattività, e molto altro ancora. Tutto questo lavoro non sarebbe stato possibile senza il supporto di tre partner, tre aziende che, investendo nel Paese, dimostrano che l’Italia è un ecosistema attrattivo per le grandi aziende: Toyota Material Handling, Philip Morris e Amazon. La piattaforma GAI, in questi dieci anni, ha visto il coinvolgimento di tantissimi attori del mondo delle imprese e delle Istituzioni nazionali e internazionali, ingaggiati nelle riflessioni per il riposizionamento dell’Italia e di altri Paesi nei ranking internazionali, anche e soprattutto nel momento in cui l’Indice viene presentato al tradizionale Forum di TEHA a Cernobbio, “Lo scenario di oggi e di domani per le strategie competitive”. Quali sono, allora, le principali evidenze dell’edizione 2025? Il primo posto continua a essere occupato dagli Stati Uniti. Vale la pena ricordare che i dati economici si aggiornano con qualche mese di ritardo: la fotografia del GAI è di inizio

  1. Il quadro è molto mutevole – ne discutiamo approfonditamente in questo rapporto
  • e i fattori di rischio elevati, quindi (forse) il primo posto degli Stati Uniti, saldi al comando da più di un quinquennio – non è necessariamente così scontato. Chi può scalzarli dalla prima posizione? Al secondo posto troviamo la Cina, che supera la Germania e si insedia in seconda posizione. Anche il quadro macroeconomico cinese presenta dei rallentamenti – e chi lo sa come si concluderà questa nuova guerra tariffaria

fra Cina e Stati Uniti – e la crescita, che fino a pochi anni fa sembrava irrefrenabile, ora è più contenuta. Al terzo posto la Germania: un Paese il cui score GAI è in riduzione (91,0 nel 2023; 85, nel 2024; 81,4 quest’anno) a seguito del quadro di stagnazione industriale, rallentamento della domanda interna e delle esportazioni. Certo: la Germania ha varato un piano di investimenti da 500 miliardi di Euro che, se correttamente dispiegato, potrebbe dare un forte stimolo all’economia tedesca (e, di riflesso, europea). È tuttavia chiaro che il modello di sviluppo tedesco, basato sulla leadership tecnologica in settori in affanno – a cominciare dall’automotive tradizionale a motori termici – necessita di un radicale ripensamento. La classifica per l’Italia evidenzia delle buone notizie. Il Paese passa dal 19esimo al 16esimo posto con una crescita di 1,9 punti di score, superando la Danimarca, il Belgio e l’Irlanda. La crescita è data dall’aumento degli investimenti, supportati prima dal Superbonus e ora dal PNRR. L’Italia registra nel 2023 un’incidenza degli investimenti sul PIL del 22,5%, un valore mai così alto dal 1990 (in cui registrava una quota del 22,9%) e in crescita di 4,4 punti percentuale negli ultimi 8 anni (vs. 2015). Il nostro tasso di investimenti è superiore di 2,8 p.p. rispetto a quello spagnolo e di 1 p.p. rispetto a quello tedesco. Dopo anni (anzi: decenni) di cronico sottoinvestimento, l’Italia sembra aver invertito la rotta. Il mantra di TEHA Group recita: no investimenti = no lavoro, no lavoro = no crescita, no crescita = no futuro. L’Italia fa bene sul primo elemento (gli investimenti), e fa anche bene sul secondo (il lavoro): tra il 2023 e il 2024 gli occupati in Italia sono cresciuti di ben 326mila unità, superando nel 2024 i 23 milioni di individui (record storico). Per la prima volta dalla redazione dell’Indice, nell’edizione 2025 l’Italia performa meglio della Francia in termini di tasso di disoccupazione (6,8% in Italia a fronte di un valore di 7,4% in Francia). Per vedere come tutto questo si tradurrà nella crescita, e quindi nel futuro, non resta che aspettare le prossime edizioni del GAI. In chiusura, vorrei ringraziare i Vertici delle imprese partner dell’iniziativa: Pasquale Frega (Presidente e Amministratore Delegato, Philip Morris Italia), Leonardo Salcerini (Amministratore Delegato, Toyota Material Handling Italia) e Giorgio Busnelli (Amazon Country Manager Italy), insieme alle loro colleghe e colleghi. Un ringraziamento va anche ai membri del Comitato Scientifico, che fin dalla genesi di questo progetto ci hanno supportato, aiutato, stimolato e incoraggiato: Ferruccio De Bortoli (Editorialista, Corriere della Sera), Enrico Giovannini (Direttore scientifico, ASVIS; già Ministro delle Infrastrutture e della mobilità sostenibile) e Roberto Monducci (già Direttore del Dipartimento per la produzione statistica, Istat). Un sentito ringraziamento anche alla dott.ssa Michaela Saisana, Head dell’unità Monitoring, Indicators and Impact Evaluation e a capo dell’European Commission’s Competence Centre on Composite Indicators and Scoreboards, e a tutto il suo team di lavoro, senza i quali non avremmo potuto perfezionare l’indice e renderlo lo strumento statisticamente affidabile che è oggi.

CONTRIBUTI DEL COMITATO SCIENTIFICO DELL’ADVISORY BOARD

Ferruccio De Bortoli Presidente, Casa editrice Longanesi e Associazione Vidas Che cosa insegna un decennio di esperienza del Global Attractiveness Index? Prima di tutto che la valutazione internazionale delle qualità e dei difetti italici è soprattutto nelle nostre mani. Non solo per quello che facciamo ma anche e soprattutto per come lo raccontiamo. Le classifiche internazionali si basano spesso su interviste, pareri, commenti. Certo ci sono i dati che hanno una loro oggettività, dalla quale non si sfugge, ma i numeri vanno anche ordinati e interpretati. Non semplicissimo: dipende da chi lo fa e con quali intenti. Vi è poi uno schema culturale predominante, generalmente di matrice anglosassone, che è alla base di molte indagini internazionali. E sconta le conseguenze di un bias collettivo e prevalente del mondo degli affari che qualche volta ci è semplicemente ostile. Questo decennio di lavoro ci ha consentito di smascherare tante impostazioni inaccurate, se non malevole, nei confronti del nostro Paese. Si è disboscata un po’ di palude statistica. Qualche troppo celebrata indagine è finita in archivio. Abbiamo recuperato posizioni anche nella classifica dell’orgoglio nazionale che nessuno fa ma tutti sentono. I pregiudizi (tanti) nei confronti dell’Italia sono però anche il frutto malevolo e indigesto di una tendenza nazionale a sentirci migliori nonostante le difficoltà del contesto esterno. I troppi freni burocratici e fiscali - ci sono per carità - di un sistema sociale e politico non sono sempre pro business. E più queste esternalità appaiono problematiche più emergono, o meglio sembrano emergere, le doti di un’azienda, di uno studio professionale, persino di un’istituzione. Questo riflesso comportamentale è duro a morire. Siamo un popolo di individualisti con un debole senso di cittadinanza ma un’ipertrofica tendenza all’autocelebrazione particolaristica. Se vogliamo, il GAI è stato ed è anche un balsamo curativo di questa pericolosa divaricazione sentimentale dell’italianità. I successi personali e aziendali sono anche successi italiani. Non esistono i primi senza i secondi, se non altro perché quando si nasce, si cresce, si studia, si fa parte di una comunità. Splendide e solitarie monadi non ce ne sono. È questa una verità che si stenta ad affermare, specie quando si esporta e si produce molto all’estero. A volte poi il made in Italy non ha sede né legale né fiscale in Italia e ciò alimenta il fenomeno di sentirsi espatriati ( expat ) anche quando non lo si è. Tanti stranieri in patria. I contributi degli altri membri del comitato scientifico sono ovviamente già di per sé, vista l’autorevolezza scientifica di Enrico Giovannini e Roberto Monducci, esaustivi della complessità di una ricerca che annovera ormai 90 milioni di datapoint riguardanti 146 Paesi. Lascio a loro la disamina dei risultati di questa edizione del GAI che ci vede al sedicesimo posto. Mi limito solo a qualche considerazione di fondo. Non prima di aver ringraziato tutto il gruppo di lavoro di TEHA e, in particolare, Diego Begnozzi. Il GAI è un gigantesco serbatoio di dati, un motore statistico in continuo aggiornamento, che rivede le classifiche seguendo il ritmo erratico degli aggiornamenti (come avvenuto in questa edizione, ad esempio, per gli investimenti diretti dall’estero). Cambia pelle ogni istante. Per varie ragioni. Il metodo scientifico è sempre più sofisticato ma l’economia rimane un insieme di comportamenti umani difficilmente decifrabili anche nell’epoca del potere predittivo degli algoritmi. La realtà economica e sociale è in parallela e

vorticosa evoluzione. La sua resilienza è di fondamentale importanza. Comprenderla e metterla a sistema è cruciale per disegnare i percorsi di crescita del futuro. Il GAI misura anche la qualità del capitale sociale. E non si tratta solo di istruzione e sanità. Cerca di comprendere quanto la bontà delle relazioni umane, il senso di giustizia, la certezza del diritto, l’ambiente culturale, abbiano un impatto positivo sullo sviluppo delle attività economiche e sull’attrattività dei capitali. Questa è stata, a mio avviso, una delle chiavi di volta del suo successo in questi anni. È uno strumento a disposizione per chi vuole investire nel Paese. Non può capirlo solo attraverso un business plan , specialmente in una fase storica di frammentazione della globalizzazione e di spinte sovraniste e nazionaliste. È un documento indispensabile per promuovere l’Italia, a disposizione delle nostre ambasciate e istituzioni all’estero. Il peso crescente in una economia avanzata dei servizi, soprattutto digitali, ostacola però la misurazione della produttività complessiva di un sistema. In Italia ancora più ardua data l’ampiezza della cosiddetta “economia non osservata”. Una delle particolarità, ormai storiche del GAI, è quella di inserire dei KPI, degli indicatori, che tengano conto delle nuove tendenze e rendano la classifica il più possibile aderente alla realtà. Quest’anno sono stati aggiunti la Total factor productivity e il Government effectiveness index nel pilastro dell’efficienza, oltre al saldo energetico in quello della dotazione naturale. Quest’ultimo segnala il nostro grado di dipendenza energetica nei confronti dell’estero. Siamo al centoseiesimo posto. E se questo indice fosse presente, costantemente, nelle discussioni quotidiane sul nostro mix energetico siamo certi che darebbe il senso di una nostra debolezza strutturale e ci farebbe capire che abbiamo bisogno di produrla l’energia, non solo di acquistarla a prezzi competitivi. Aggiungiamo altre peculiarità del GAI. Per esempio, la fotografia aggiornata della velocità relativa del nostro Paese, o Nazione come meglio si desidera, rispetto ai principali competitori. Gli Stati Uniti conservano il loro primato di Paese più attrattivo al mondo nonostante le incognite dell’era Trump. O forse, ma sarà il tempo a dirlo, anche grazie a una “attrattività forzata” dal mutato contesto geopolitico. La Cina non sembra subire danni dalla guerra commerciale in atto anche se l’attendibilità delle sue statistiche è uno dei grandi misteri della globalizzazione. E guadagna una posizione, al secondo posto. La perdita di attrattività della Germania (che in questa edizione scende dalla seconda alla terza posizione) è dovuta anche al crollo degli investimenti esteri oltre alle difficoltà dell’export legate soprattutto alla crisi dell’automobile. Continua la crescita della Spagna che è diciannovesima (ma l’anno prima era solo ventiquattresima). Scende la Francia: dal tredicesimo all’undicesimo posto. Il Regno Unito risente in misura significativa degli effetti a lungo termine della Brexit (il referendum è del lontano 2016) e cala dal quarto al sesto posto. Attrae meno capitali dall’estero. Nel ranking degli IDE, gli investimenti diretti dall’estero, perde ben 129 posizioni. Sale l’India di un gradino (è ventiduesima). Solo Italia e Spagna, nella crescita economica, sono al di sopra delle medie storiche. Non è un primato da sottovalutare quello che condividiamo con gli amici iberici. Siamo più stabili e resilienti di quanto avremmo mai potuto immaginare. C’è un miglioramento strutturale. La stabilità politica aiuta. Non cresciamo come vorremmo ma non arretriamo come abbiamo, a lungo, temuto. Il GAI è un balsamo che cura alcune paure eccessive ma non è un anestetico per mali endemici del nostro Paese che non dobbiamo sottovalutare.

A tale proposito, appare evidente come l’opinione pubblica italiana sia troppo spesso concentrata su tematiche, anche importanti, ma di breve respiro, e disattenta ai documenti che disegnano le politiche future, alle quali guardano le imprese per assumere le proprie decisioni. È il caso del Piano strutturale di bilancio (Psb) varato dal Governo a settembre scorso, nel quale sono indicati gli investimenti e le riforme che si intendono realizzare nei prossimi anni, al di là del PNRR. Diversi osservatori, al momento di presentazione del Psb, avevano notato la vaghezza di alcuni impegni e la mancata quantificazione di investimenti non solo necessari per il Paese, ma anche dovuti per attuare nuovi regolamenti e direttive europee (Ripristino della Natura, case Green, Legge sul Clima, ecc.). Recentemente, il Consiglio dell’Unione europea, nel disinteresse dei media e delle forze politiche, ha formulato le sue raccomandazioni all’Italia, che dovranno essere la base per la formulazione della prossima Legge di Bilancio e di altri interventi. Ad esempio, il Consiglio critica lo scarso impegno per la decarbonizzazione, nel quadro delle nuove politiche della “Bussola per la competitività” e del Clean industrial deal , dal quale l’Italia potrebbe trarre maggiori benefici e vantaggi economici rispetto agli altri Paesi europei a causa della sua più alta dipendenza dalle importazioni e del più alto costo dell’energia rispetto alla media UE. Analogamente, andrebbe rafforzata l’economia circolare, che porterebbe benefici per tutto il sistema produttivo nazionale, considerata la più alta dipendenza dell’Italia dalle importazioni di materie prime rispetto alla media UE. Ancora, il Consiglio invita a fare di più per mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici considerando la maggior vulnerabilità dell’Italia rispetto agli altri Paesi europei, anche in proiezione futura. Dunque, bisognerebbe investire nella protezione e nel ripristino della natura, e nel potenziamento delle reti idriche, e migliorare il coordinamento tra i diversi livelli istituzionali. Raccomandazioni chiare riguardano lo sviluppo delle competenze, indicato come essenziale per la competitività, la resilienza e l'equità, anche alla luce della prevista diminuzione della popolazione. Lo sviluppo e l’attrattività delle competenze sono condizione necessaria affinché il nostro Paese possa svilupparsi nel prossimo futuro e beneficiare delle nuove politiche europee. Analogamente, il Consiglio indica come necessaria la promozione della qualità del lavoro e la riduzione della segmentazione del mercato del lavoro, anche per sostenere salari adeguati, e aumentare la partecipazione delle donne, rafforzando ulteriormente le politiche attive e migliorando l'accesso a servizi di assistenza all'infanzia. Le analisi svolte in questo Rapporto e le Raccomandazioni del Consiglio andrebbero tenute ben presenti nella stesura della prossima Legge di Bilancio, la quale dovrebbe prevedere investimenti e riforme utili a migliorare la competitività, l’equità e la sostenibilità ambientale del nostro modello di sviluppo e non cercare di soddisfare “appetiti” di singoli segmenti della società in vista delle elezioni del 2027. L’attrattività di un Paese si costruisce con pazienza e perseveranza sulla base di una visione di futuro credibile, coerente e percepibile per gli investitori. L’incertezza che regna negli Stati Uniti potrebbe essere un fattore di riorientamento degli investimenti finanziari verso il continente europeo, come alcuni operatori del settore stanno già registrando: attuare le raccomandazioni contenute in questo Rapporto e nei documenti del Consiglio europeo consentirebbe al nostro Paese di intercettarne una quota significativa, con effetti benefici di breve e lungo termine.

Roberto Monducci già Direttore del Dipartimento per la produzione statistica, Istat La decima edizione del progetto Global Attractiveness (GAI 2025) conferma, rafforzandoli, i segnali di miglioramento della posizione competitiva dell'Italia già registrati nel corso degli anni precedenti. Inoltre, vengono introdotti nuovi elementi di misurazione e valutazione dell’attrattività, proseguendo un percorso di innovazione che caratterizza strutturalmente il complesso impianto statistico adottato. L’indice di posizionamento dei paesi aggiornato al 2025 colloca ora l’Italia al sedicesimo posto nella graduatoria internazionale, guadagnando tre posizioni rispetto al 2024 e sette nei confronti del 2022; inoltre, lo score sottostante mostra, rispetto al 2024, una riduzione rispetto al livello massimo di riferimento (rappresentato dagli Stati uniti) e recuperi significativi dei gaps nei confronti dei principali paesi europei: riduzione del gap dell’11,2% nei confronti della Germania, del 5,7% rispetto alla Francia, del 14,9% rispetto alla Gran Bretagna e del 10,9% nei confronti della Svizzera. D’altra parte, si amplia dell’1,6% il differenziale positivo dell’Italia rispetto alla Spagna e si registra il superamento dello score su Irlanda e Danimarca. I risultati dell’edizione 2025 confermano quanto già segnalato nelle precedenti edizioni, con un costante miglioramento del posizionamento del nostro Paese nel contesto internazionale, la cui regolarità testimonia la crescente presenza e diffusione di fattori strutturali di competitività e attrattività, attivi anche nell’attuale fase di difficoltà delle economie industrializzate. Al di là dei progressi nella graduatoria complessiva, dei ventiquattro KPIs che formano l’indice generale di posizionamento, cinque sono in miglioramento in termini di ranking, uno in peggioramento e diciotto permangono stabili. Gli avanzamenti riguardano indicatori afferenti a tutti e quattro i pilastri in cui si articola l’indice di posizionamento, con particolare riferimento a quello dell’“Efficienza” per il quale, comunque, il posizionamento generale dell’Italia permane ancora piuttosto arretrato. Come già sottolineato, sotto il profilo metodologico e tematico è da registrare l’operazione di “manutenzione” del sistema attraverso l’introduzione, eliminazione e modifiche nelle modalità di rappresentazione di alcuni indicatori. Si tratta di scelte adeguate all’impianto e alle finalità del GAI, per motivazioni sia statistiche (relative a problemi di variabilità, qualità, ridondanza) sia di contenuto (maggiore aderenza alla realtà economica). In particolare, i due nuovi indicatori, relativi all’efficienza dei sistemi amministrativi e di governance dei diversi paesi e alla loro dipendenza energetica, rappresentano correttamente le due dimensioni tematiche per le quali si richiedeva migliore copertura informativa, modernizzando l’impianto GAI e rendendolo più efficace, con un migliore allineamento a temi fortemente sentiti dagli investitori. Il miglioramento della posizione italiana negli ultimi anni può essere spiegato sulla base di diversi fattori: in generale è opinione diffusa che la fase post-Covid, seppure caratterizzata da forti turbolenze e discontinuità, abbia determinato un cambiamento radicale nelle politiche di bilancio europee tale da avvantaggiare – relativamente - paesi, come l’Italia, in forte sofferenza nel precedente contesto di disciplina fiscale. Questa interpretazione, seppure fondata sotto il profilo macroeconomico, sembra tuttavia insufficiente a spiegare i progressi realizzati dalla nostra economia in un ampio ventaglio

contribuito a cambiamenti di rilievo sia nelle configurazioni produttive del sistema sia nei suoi percorsi di crescita.^1 In definitiva, il quadro proposto dal GAI, consentendo di misurare in modo multidimensionale i progressi compiuti dalla nostra economia, i ritardi che ancora la contraddistinguono e il potenziale di crescita del sistema, evidenzia - sulla base di un solido framework concettuale e di misurazione - gli aspetti rilevanti da considerare per il rafforzamento selettivo di politiche per l’attrattività e la crescita del nostro sistema produttivo. (^1) Monducci, Dosi et al. (2023), «From organizational capabilities to corporate performances: at the roots of productivity slowdown». Industrial and Corporate Change, 32, Oxford University Press). Il lavoro propone un’interpretazione della struttura e dell’evoluzione del nostro sistema produttivo che sembra particolarmente adeguata a spiegare il quadro empirico esposto, con particolare riferimento al ruolo delle imprese a controllo estero: “… our findings show that organizational capabilities, our “state” variables, are more important in determining firm performances than managerial practice … Higher organizational complexity—captured by the range and variety of actions put in place by firms—is thus reflected in better performance … These results suggest the emergence of “neo-dual” or “winners take the most” configurations, featuring a productive structure increasingly quasi-dichotomous”.”.

CONTRIBUTI DEGLI ALTRI MEMBRI DELL’ADVISORY BOARD

Pasquale Frega Amministratore Delegato e Presidente, Philip Morris Italia In un contesto internazionale segnato da instabilità geopolitica, tensioni commerciali e transizioni tecnologiche accelerate, l’attrattività di un Paese non è più un dato acquisito, ma una sfida strategica. È il risultato di scelte consapevoli, di politiche lungimiranti, di un impegno collettivo che coinvolge nella stessa misura Istituzioni, Imprese e Territori. In questo scenario, il Global Attractiveness Index di TEHA Group rappresenta, con il consueto rigore scientifico e metodologico, uno strumento essenziale per comprendere dove siamo e dove possiamo arrivare. Anche quest’anno il Global Attractiveness Index dimostra che la strada intrapresa è quella giusta: l’Italia ha saputo consolidare il percorso avviato, registrando risultati di rilievo sia sul fronte degli investimenti – saliti al 22,5% del PIL, il valore più elevato dal 1990 – sia in termini di occupazione, con il tasso di disoccupazione che nel 2024 è sceso al 6,8%, superando in performance alcuni importanti partner europei come la Francia. Si confermano inoltre i progressi dell’export nazionale, leva fondamentale per la promozione dell’eccellenza italiana nel mondo. Questo insieme di fattori ha contribuito a far avanzare il nostro Paese di tre posizioni nell’indice complessivo, dal 19° al 16° posto, segnando così il miglior risultato di sempre. I dati parlano chiaro: l’Italia si conferma tra i Paesi più dinamici al mondo per eterogeneità delle esportazioni; le nostre imprese dimostrano una straordinaria capacità di resilienza e adattamento, anche grazie alla forza delle filiere produttive che, nel loro insieme, costituiscono un modello di eccellenza. Una piccola impresa italiana che si inserisce in una filiera strutturata ha la possibilità di innovare, di crescere, di accedere a mercati internazionali e di contribuire alla competitività complessiva del sistema-Paese. Sono orgoglioso di portare l’esempio di un’azienda che, grazie ad importanti investimenti accompagnati da una visione strategica ben precisa, ha l’onore di lavorare quotidianamente al fianco di una filiera integrata formata da 8.000 imprese italiane – di cui 1.000 attive in agricoltura – che genera occupazione per circa 4 4 .000 persone su tutto il territorio nazionale ed esporta prodotti dell’eccellenza Made in Italy in oltre 50 Paesi del mondo, per un valore di circa 2 miliardi di euro all’anno. È questa la dimostrazione di come una “filiera” sia molto di più della mera somma dei singoli attori che la compongono: è piuttosto un modello di sviluppo che coniuga stabilità e innovazione, prossimità e apertura, artigianalità e tecnologia. Ma tutto questo non può avvenire in assenza di un contesto normativo, regolatorio e fiscale – tanto a livello nazionale quanto a livello europeo – chiaro, semplice, funzionale ed efficiente. Un contesto che non ostacoli l’innovazione, ma la favorisca in un’ottica di sempre maggiore capacità di attrarre investimenti ad alto valore aggiunto. È essenziale che le regole del gioco siano pensate per rafforzare la competitività del sistema-Paese e dell’Europa tutta, sostenere le trasformazioni in atto e promuovere una visione condivisa di futuro. L’attrattività non è solo una questione economica: è una visione di Paese. È la capacità di raccontare e realizzare un modello di sviluppo che metta al centro le persone, i territori, le competenze. È la volontà di costruire un’Italia che non si limiti a partecipare

Giorgio Busnelli Vicepresidente e Country Manager di Amazon.it Nel 2025 Amazon celebra un anniversario importante: quindici anni di presenza in Italia. Dal nostro arrivo nel 2010 con il lancio di Amazon.it, abbiamo investito oltre 25 miliardi di euro nel Paese. Lo abbiamo fatto innovando costantemente, rivoluzionando il modo di fare acquisti degli italiani e trasformando radicalmente le loro esperienze di consumo. Il nostro impatto sull'economia italiana si manifesta, infatti, su più fronti. Attualmente contiamo oltre 60 strutture in tutta Italia, tra sedi logistiche, uffici corporate, data center e servizio clienti, impiegando più di 19.000 dipendenti a tempo indeterminato. Solo nel 2024, i nostri investimenti hanno contribuito alla creazione di oltre 40.000 posti di lavoro indiretti e più di 10.000 indotti in settori come costruzioni, logistica e altri servizi professionali. Offriamo ai nostri dipendenti opportunità di carriera in diversi ambiti, garantendo formazione continua, remunerazione competitiva e luoghi di lavoro moderni e sicuri. L'innovazione è al centro della nostra presenza in Italia. A Vercelli, l'Amazon Operations Innovation Lab, con un investimento di oltre 700 milioni di euro, rappresenta uno dei centri europei più avanzati per l'innovazione robotica. Qui, scienziati e ingegneri sviluppano tecnologie all'avanguardia, tra cui robotica avanzata e soluzioni basate sull'intelligenza artificiale. L'Italia sarà inoltre il primo paese fuori dagli Stati Uniti a sperimentare le consegne commerciali con i droni. Il nostro impegno si estende al supporto delle Piccole e Medie Imprese italiane. Attraverso il nostro marketplace, migliaia di PMI hanno trovato una vetrina digitale per raggiungere milioni di clienti. Programmi come "Accelera con Amazon" offrono formazione gratuita per la digitalizzazione, mentre la Vetrina Made in Italy, sostenuta da partnership con Agenzia ICE, Regioni Italiane, SIMEST e SACE, promuove l'export dei prodotti italiani. Ad oggi, le vendite all'estero dei nostri partner di vendita hanno superato i 3.8 miliardi di euro. Digitalizzazione, crescita delle competenze, internazionalizzazione delle aziende italiane e promozione del Made in Italy sono elementi fondamentali del nostro impatto positivo in Italia, a beneficio non solo delle grandi aree urbane, ma anche dei territori meno sviluppati, stimolando la crescita delle realtà esistenti e attraendo nuovi investimenti e innovazione. Dalla classifica mondiale del Global Attractiveness Index, che Amazon supporta per il secondo anno, emerge come l'Italia stia migliorando il proprio posizionamento, raggiungendo la 16ª posizione, così come l'importante contributo delle multinazionali, soprattutto statunitensi, alla crescita dell'economia italiana ed europea. Dalla ricerca emerge un dato significativo: le multinazionali a controllo statunitense impiegano oltre 3,6 milioni di persone nell'Unione Europea, rappresentando il 2,3% dell'occupazione totale. In Italia, queste aziende danno lavoro a più di 350.000 persone, contribuendo all'1,9% dell'occupazione nazionale. Questi numeri evidenziano il ruolo fondamentale degli investimenti diretti statunitensi nel tessuto economico e occupazionale europeo e italiano Amazon contribuisce a tale risultato: abbiamo un’importante presenza in Europa, in cui abbiamo investito circa 180 miliardi di euro negli ultimi 15 anni e creato oltre 150.

posti di lavoro. Questi investimenti hanno permesso a più di 127.000 piccole e medie imprese (PMI) europee di crescere nel Mercato Unico: Solo nel 2024, queste aziende hanno raggiunto un successo straordinario attraverso il marketplace di Amazon, generando oltre 15 miliardi di euro in vendite all'esportazione all'interno dell'UE. Questa storia di successo esemplifica come il nostro costante investimento nelle infrastrutture europee, nella tecnologia e nel capitale umano continui a creare opportunità significative per imprese e lavoratori in tutto il continente. Il rapporto mostra che c’è ancora da fare, e identifica tre direttrici di policy su cui le Istituzioni sono chiamate all’azione: (i) investimenti in formazione per ridurre il mismatch (ii) Valorizzare i talenti e attrarre competenze (iii) un quadro normativo europeo e nazionale chiaro, stabile, certo e armonizzato che faciliti gli investimenti e l'innovazione, a beneficio di imprese e consumatori. Sono tre linee di intervento per Amazon cruciali per rendere l’Italia e l’Europa ancora più competitive. La formazione dei nostri dipendenti è una delle nostre priorità, per questo investiamo in modo sostanziale nella loro formazione e nello sviluppo delle competenze, attraverso programmi come Career Choice , un percorso formativo dedicato ai dipendenti dei centri logistici che rappresenta uno strumento concreto per promuovere l’occupabilità e la crescita delle competenze nei settori chiave per l’economia digitale. Attraverso questo programma, copriamo fino a 8.000 euro in quattro anni per corsi di formazione riconosciuti a livello nazionale, offrendo l’accesso a nuove opportunità professionali dentro e fuori dall’azienda, tra cui ruoli come Cloud Support Specialist, Cyber Security Specialist, Network Security Specialist e IT Support Specialist , in collaborazione con Amazon Web Services. Dal suo lancio nel 2014, oltre 4.000 dipendenti Amazon in Italia hanno partecipato al programma, che quest’anno è stato rinnovato e potenziato per rendere l’accesso all’istruzione ancora più semplice e inclusivo per tutti i nostri dipendenti. Tra le novità più significative c’è l’eliminazione della quota a carico del dipendente: Amazon anticiperà ora fino al 100% delle spese di formazione, eliminando il 5% precedentemente richiesto al dipendente. Un’altra novità riguarda l’abolizione del tetto massimo di spesa in quattro anni, consentendo ai partecipanti di proseguire liberamente il loro percorso educativo nel tempo. Inoltre, è stato aumentato il budget annuo per ciascun partecipante, ampliando ulteriormente l’accesso a corsi di qualità e percorsi altamente specializzati. Il tema delle competenze è strettamente legato allo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, che ha il potenziale per sbloccare opportunità significative per l’Italia, tra cui l'aumento della produttività e della competitività. Siamo focalizzati sullo sviluppo, gestione e uso responsabile dell'Intelligenza Artificiale, collaborando con le istituzioni per creare un ambiente favorevole all'innovazione e garantire che gli approcci regolatori siano proporzionati, armonizzati e promuovano un'innovazione sicura. Il nostro approccio consiste nel creare e sviluppare applicazioni pratiche e reali dell'IA che portano ad un miglioramento dell'esperienza di clienti e dipendenti. Ad esempio, Amazon utilizza l'intelligenza artificiale per migliorare la sicurezza, l'accessibilità e l'efficienza sul posto di lavoro, ottenere una maggiore sostenibilità e migliorare l'esperienza di acquisto per i consumatori e di vendita per i venditori che utilizzano il nostro negozio. Per permettere all’Italia di beneficiare pienamente delle opportunità dell’IA è cruciale lo sviluppo delle competenze, per colmare il divario tra domanda e offerta di competenze in IA – e

includono la complessità dell'IVA, che richiede registrazioni separate in ogni paese UE, i sistemi di Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) non armonizzati, e l'obbligo di fornire informazioni sui prodotti in tutte le lingue locali. Per superare questi ostacoli, si raccomanda di sfruttare strumenti digitali per semplificare gli adempimenti amministrativi, implementare un sistema IVA unificato entro il 2028, creare una piattaforma centralizzata per l'EPR e utilizzare il Passaporto Digitale del Prodotto come hub centralizzato per le informazioni sui prodotti. In Amazon crediamo che un Mercato Unico Europeo forte, e sostenibile sia la ricetta vincente per la crescita della competitività italiana, e vogliamo fare la nostra parte per rafforzarlo. Siamo pronti a collaborare con le Istituzioni e le aziende partner per raggiungere questi obiettivi e valorizzare il potenziale del nostro Paese per renderlo ancora più competitivo attraverso l’attrazione di investimenti di qualità. Dialogo e collaborazione tra pubblico e privato sono essenziali per affrontare in modo efficace e condiviso le sfide complesse che ci aspettano.

Leonardo Salcerini Amministratore Delegato, Toyota Material Handling Italia In Toyota, crediamo che ogni sfida sia un’opportunità per costruire qualcosa di migliore. È il principio del Kaizen, il miglioramento continuo, che ci guida ogni giorno nel creare valore sostenibile per le persone, le imprese e la società. Ma oggi, più che mai, non basta migliorare: dobbiamo costruire. E per farlo, serve una nuova forma di leadership , una più diffusa e consapevole buildership , la capacità di guidare costruendo, non solo strategie, ma relazioni, cultura, visione. È un approccio che mette al centro le persone, riconoscendole come protagoniste del cambiamento. In Toyota, lo viviamo ogni giorno, sono le persone che fanno l’organizzazione, e sono loro che, grazie alle tecnologie, la conducono verso il futuro. Il Global Attractiveness Index 2025 ci restituisce un messaggio chiaro, l’Italia sta crescendo, ma non abbastanza velocemente. Il nostro Paese guadagna posizioni in termini di attrattività, ma resta indietro su tre fronti strategici, innovazione, efficienza e orientamento al futuro. Il filo rosso che unisce queste criticità è la questione delle competenze. In un mondo che corre verso la Society 5.0, visione evolutiva della società, che mi sta molto a cuore ricordare, proprio perché inizialmente proposta dal governo giapponese, dove la tecnologia è al servizio dell’uomo e del benessere collettivo, non possiamo permetterci di lasciare indietro il capitale umano. Il mismatch tra domanda e offerta di lavoro, la fuga di cervelli, la scarsa attrattività per i talenti internazionali e un sistema educativo non sempre allineato alle esigenze del mercato sono segnali che richiedono un cambio di passo deciso, altrimenti questa visione non la si realizza. La visione è appunto il passaggio da una società dell’informazione (Society 4.0) a una società centrata sull’uomo, in cui le tecnologie più avanzate, come intelligenza artificiale, robotica, Internet of Things e big data, sono integrate per risolvere problemi sociali e migliorare la qualità della vita. Non si tratta solo di progresso tecnologico, ma di progresso umano. L’obiettivo è creare una società in cui innovazione e benessere coesistano, dove la crescita economica sia accompagnata da inclusione, sostenibilità e felicità diffusa. In un modello più attuale, le persone devono necessariamente essere messe al centro. Non come risorse da gestire, ma come potenziali da liberare. È questa la visione che ispira anche il marketing 6.0, un’economia guidata da valori, dove le imprese non vendono solo prodotti, ma generano esperienze, impatto positivo e well-being diffuso. Le organizzazioni non sono più strutture statiche, ma ecosistemi dinamici, guidati da chi li vive e li trasforma. Per questo, oggi più che mai, serve un’alleanza forte tra scuola, università, imprese e istituzioni. Serve un investimento coraggioso nella formazione tecnica, nelle competenze digitali, nella cultura STEM. Serve un Paese che sappia attrarre e trattenere i suoi talenti, che li faccia sentire parte di un progetto più grande. Il dato demografico è chiaro, nei prossimi vent’anni, l’Italia sarà il Paese con la minore quota di popolazione in età lavorativa. Ma non è il destino a decidere il nostro futuro. È la nostra capacità di reagire, di innovare, di costruire. Insieme.