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Il termine handicap risulta obsoleto: il suo continuo utilizzo è espressione del pregiudizio che ancora accompagna le persone che vivono una condizione di disabilità. La resistenza culturale che impedisce l’abbandono della parola handicap in favore del termine disabilità è prova dell’esistenza del pregiudizio sull’handicap. L’ICF:
Siamo tutti “non vedenti” Il pregiudizio è un potere agito-subito: chi lo agisce lo subisce nei termini di una riduzione della possibilità di comprendere la realtà; chi lo subisce, lo agisce portandone il peso, assumendone i contorni e le deformità. Il potere del pregiudizio consiste in questa azione limitante, attiva a passiva. Si configura come potere dell’uomo sull’uomo. Il pregiudizio è una forma del non vedere da cui siamo tutti affetti. Può succedere di non riuscire a vedere ciò che altrimenti sarebbe evidente davanti ai nostri occhi; oppure succede di non riuscire a vedere ciò che potrebbe e dovrebbe esserci nelle realtà che percepiamo come completa. L’analisi del pregiudizio è anche riflessione etica riguardante il dover essere dell’Io, del Tu e del reale. Il pregiudizio è maschera che la ragione confeziona per se stessa o per l’altro quando la diversità non è compresa ma scartata. Il termine pregiudizio indica un giudizio anticipato : giudicare qualcosa o qualcuno prima del tempo, prima di conoscere bene; è un processo di pensiero dal quale emerge un giudizio frettoloso, formulato su qualcosa o qualcuno senza aver sufficientemente indagato in quanto non ci si è dati il giusto tempo (antecedente all’esperienza o suffragato da scarsità di dati empirici, inevitabilmente errato, approssimativo e fuorviante, privo di giustificazione razionale o emesso a prescindere da una conoscenza precisa dell’oggetto). Avere un pregiudizio vuol dire non aver riflettuto abbastanza, essere stati superficiali, non aver preso in considerazione i vari aspetti di una questione. Si rifà al concetto latino di opinio praeiudicata , ovvero congettura o ragionamento inconsistente in quanto, anziché fondarsi sui fatti e la loro analisi, riflette pensieri e logiche già date a priori. L’ opinio praeiudicata è l’effetto di un giudizio anticipato. Lo studio e la ricerca sul pregiudizio richiede l’analisi della natura di questo a-priori. Opinio praeiudicata e praeiudicium non sono la stessa cosa ma risulta infatti necessario spostare il focus dell’attenzione dall’opinione preconcetta, all’a-priori del giudizio, ovvero alle strutture di distorsione del senso su cui poggia la presunta bontà di quelle affermazioni che, seppur quando condivise dai più, non sono altro che l’espressione di altrettanti pre-giudizi. Il vulnus da cui traggono origine i pregiudizi dipende dalle modalità con cui si perviene alla formulazione del giudizio (frettolose e avventate). Il pregiudizio è uno sfondo di senso antecedente il giudizio e sfuggevole al controllo del soggetto intento a pensarne la formulazione. E tale sfondo riguarda le strutture di senso che ne alimentano i contenuti. Il pregiudizio appare al soggetto non come tale ma come argomento valido. La distorsione di senso operata si colloca nel vissuto del soggetto come contenuto originario della sua coscienza, così anche i suoi prodotti sono avvertiti dalla coscienza come autentiche espressioni della soggettività. Laddove è presente il pregiudizio avviene una sorta di contaminazione della soggettività che si estende agli atteggiamenti, alle azioni e al modus operandi del soggetto. Lo studio del pregiudizio implica lo studio dei rapporti umani, dei meccanismi che li regolano, dei problemi che li rendono complessi e difficili e che favoriscono la nascita e la crescita del pregiudizio stesso. Il pregiudizio sfocia sempre in modi d’agire, in condotte e atteggiamenti aggressivi o segreganti, in quanto atteggiamento immotivato da parte di un individuo o di un gruppo, di carattere favorevole o sfavorevole. Solitamente per pregiudizio si intende la tendenza a considerare in modo ingiustificatamente sfavorevole le persone che appartengono a un determinano gruppo sociale. Essendo un processo tanto individuale quanto sociale, pone lo studioso d’innanzi alla necessità di guardare al fenomeno attraverso un doppio canale interpretativo e classificatorio. La psicologia sociale individua nel pregiudizio almeno 3 componenti intrinseche: motivazionale, cognitiva e comportamentale.
Nei periodi di depressione economica, ovvero quando le frustrazioni aumentano, l’aggressività e il pregiudizio risultano più violenti e diffusi. Nel processo tramite il quale il soggetto definisce il bersaglio dei propri comportamenti pregiudiziali, interagiscono sia fattori emotivi sia fattori cognitivi.
Quando lo sguardo sulla realtà è a priori limitato, anche le soluzioni di senso esistenziali subiscono gravi limitazioni; ciò avviene anche quando, a livello culturale, politico, economico e sociale si mettono in atto soluzioni che solo parzialmente affrontano i problemi, essendo espressione di logiche di scarto che, a priori, ne restringono il campo d’azione. Il pregiudizio, per sua natura, risente della riduzione di senso e di prospettiva che caratterizza l’esperienza percettiva. La soluzione consiste nella capacità di guardare al problema oltre il limite dato dalla propria visione del problema stesso. Ciò significa concentrarsi nello sforzo di guardare le cose in forme disincantate, per poi sviluppare ragionamenti e pensieri non vincolati a priori da limiti che non esistono nella realtà ma solo nel pensiero. Ciò vale specialmente per quelle situazioni problematiche che, come per l’handicap, rischiano di venire affrontate attraverso soluzioni di scarto: morale, esistenziale, politico, economico, sociale. Dalle modalità con cui la società risponde al bisogno di aiuto da parte di chi è più debole dipende il suo livello di civiltà o inciviltà. La cultura dello scarto L’uomo che educa, mentre lo fa, deve progettare per colui che cresce capacità di affrontare il distacco, la separazione, il cambiamento per la conquista della propria autonomia e libertà. La radice assimila il diverso nel processo di metabolizzazione: si tratta di portare l’altro dentro di sé annullandone l’alterità. Tutto ciò che resiste all’assimilazione diviene inevitabilmente scarto. La possibilità di individuare una prospettiva da cui guardare e comprendere il tutto senza rinunciare alla complessità con cui esso si presenta allo studio e all’analisi della ragione, è uno dei problemi più importanti della conoscenza. L’uomo, in quanto frammento, per essere compreso necessita di essere visto alla luce dell’intero, a cui si riferisce. Il termine limite ha un ampio campo semantico. Secondo la radice latina limes, significa linea di confine e sta ad indicare frontiera fortificata. Secondo la radice limen, significa soglia, ingresso. E questo limite non è posto per ferire ma è possibilità di trascendenza che rinvia a ulteriore trascendenza. Nel frammento si trova in sé costituito il richiamo all’ulteriorità di cui egli si avverte parte disintegrata, richiamo di trascendenza in quanto desiderio dell’intero a cui appartiene e con cui avverte di essere tutt’uno. Ogni frammento suggerisce la totalità. Ogni particolare, specialmente quando il particolare è il singolo uomo, rappresenta un valore universale in quanto parte ed espressione dell’umanità intera, a cui appartiene per il fatto di esserne parte costitutiva. Ma ogni singolo uomo, in quanto singolarità, è anche espressione di un altro valore rappresentato dall’unicità e irripetibilità della sua persona che, come tale, lo costituisce come diverso da ogni altro singolo essere umano. L’integrazione del frammento ha senso a partire da un’anticipazione simbolica che sappia dare ragione del tutto, senza scarti. I tipi di azione-lavoro per integrare la realtà frammentata, dipendono dal senso che si dà alla realtà. Dipendono dal sistema simbolico di cui ci si serve. Il pregiudizio sull’handicap è espressione di un sistema simbolico che alimenta la cultura dello scarto. Si tratta di una logica illogica, la cui caratteristica prevalente consiste nella rigidità di pensiero di fronte a tutto ciò che appare nuovo, inatteso, diverso. Da qui, l’incapacità di operare quei cambiamenti indispensabili per conoscerlo, comprenderlo e accoglierlo. Ragione per cui non si riesce a vedere oltre l’handicap la dignità della persona umana che, seppur frammentata, mantiene integro il proprio valore. Il pregiudizio sull’handicap diviene azione di scarto, processo di disintegrazione di quel frammento che è l’umanità di chi ha un handicap; diviene mistificazione del processo d’integrazione per cui tale azione si sviluppa solo a livello materiale e non culturale, politico, economico e sociale.
La cultura dello scarto fa riferimento a un’errata interpretazione del significato di frammento e d’integrazione. Ogni frammento ha in sé intero il valore di ciò a cui appartiene e rinvia. La cultura che scarta l’handicap non lo ritiene bello; il pregiudizio si fonda anche su un meccanismo estetico. Eppure, dentro ogni frammento d’umanità si trova lo splendore della vita, dell’umanità, della persona che può e deve divenire personalità. Di fronte al deficit noi ci facciamo prendere dal particolare dell’handicap, dall’incapacità, dalla resistenza alla riduzione di asimmetria, dalla disorganizzazione degli organi invece di rimanere estatici di fronte al miracolo della vita e quindi dell’intero che c’è in quell’altro. Essere frammento è un dato che riguarda ogni uomo, non solo le persone con disabilità: spesso i disabili sono visti e considerati frammenti d’umanità, c’è chi li considera preziosi e chi invece degli scarti. La vera integrazione dello scarto si realizza attraverso l’azione consistente nello scartare lo scarto. Integrare significa rendere accessibile a noi stesi il dono rappresentato da ciò che l’altro è in quanto altro da noi, per quanto diverso possa apparire. Tutto ciò comporta la modifica del contesto ovvero della cultura che genera e costituisce lo scarto dell’alterità. La società contemporanea si è resa conto che non è più possibile continuare a scartare. La società consumistica non produce però sol scarti materiali, ma anche scarti umani : il disadattato, il disagiato, l’inefficiente, il disabile, l’anziano, l’extracomunitario ecc. Nello scarto c’è un valore che va assolutamente recuperato, in quanto contiene possibilità, non ancora esplorate, di progresso e sviluppo umano. La capacità di recuperare e reintegrare gli scarti, sia a livello materiale che culturale, può aprire a nuove prospettive di sviluppo umano e sociale. In particolare quando l’oggetto sottratto allo scarto è qualcosa di essenziale all’uomo. Nell’imparare a prendersi cura dell’altro scartato si ottiene per sé, e a livello culturale, un guadagno consistente nel potenziamento e nell’espansione del valore e del significato dell’umana esistenza. Lo scarto è ciò che va assolutamente recuperato in quanto contiene un dover essere dell’umanità non ancora esplorato. Ogni civiltà ha prodotto scarti che sono stati recuperati dalle civiltà successive e sono poi divenuti parte costitutiva di nuove forme di civiltà. La nostra civiltà è caratterizzata dal perverso meccanismo di scarto e rifiuto dell’alterità, che agisce invisibilmente nella cultura. Il contesto in cui si è insediata la cultura dello scarto si fonda sulla logica dell’indifferenza e dell’ insofferenza. L’essere indifferente è di colui che esalta il valore in sé della soggettività per cui l’altro diviene strumento di affermazione dell’io; l’essere insofferente è di colui che non riconosce l’apertura ontologica dell’essere al dover essere e vive privo di una reale dimensione etica, senza la quale viene meno ogni senso di durata. Integrare ogni frammento significa risanare queste carenze, a copertura delle quali operano pregiudizi e stereotipi come vere e proprie corazze ideologiche. Superare il pregiudizio senza un affondo nella cultura non è possibile. L’ideologia ha preteso di rinchiudere all’interno dei propri parametri teorici la realtà e questo atteggiamento induce una vistosa riduzione dell’esistente. Ciò che sta fuori del perimetro ideologico ovvero che sfugge alle maglie della rete tesa dall’ideologia cade nell’insignificanza. I sistemi simbolici comunicativi per mezzo dei quali gli individui s’intendono nel contesto di relazioni sono parte di specifiche concezioni della realtà che in ogni gruppo si ereditano o sviluppano e per indicare le quali si usa il termine cultura. L’interazione sociale è il luogo in cui è assorbita e metabolizzata. Essa è elemento necessario alla formazione della società e al suo funzionamento. È nel contesto della sua cultura e per mezzo di essa, che un individuo entra nella dimensione propriamente umana della sua vita. Essa gli offre una forma di vita, nella quale e per mezzo della quale la sua esistenza individuale si forma, nella cui cornice può costruire il proprio destino. Il suo potere è quello di dargli un vincolo, situarlo da qualche parte, in un tempo e in un luogo determinati, gravarlo di una certa eredità, per
La crisi si riflette sull’educazione: il sentire e il capire non sono più in comunicazione. Ci troviamo davanti all’incommensurabilità tra senso ed evento, segno ed evento. La parola evento è traducibile in qualche cosa accade e la parola segno in discorso. L’unione di segno ed evento è traducibile in ciò che accade può essere espresso in un discorso. Il problema dello scollamento tra segno ed evento significa che la nozione d’evento si presenta nell’universo dei segni come rottura d’ogni tentativo d’inglobamento per opera del discorso. Il segno, il discorso esprimono il bisogno di senso e d’intelligibilità presenti nell’uomo. La realtà contiene almeno 3 dimensioni fondamentali: l’evento (qualcosa che accade), il segno (discorso su ciò che accade), il senso (il significato di quel qualcosa accade). L’evento si trova oggi intrappolato in un senso che ne riduce e limita la portata. L’ordine prestabilito di segni con i quali l’evento è detto e interpretato, si pone in un orizzonte di senso che scarta come non senso tutto ciò che non rientra nelle categorie culturali in uso. L’evento per sua natura portatore di novità e di eccedenza, se non risulta in grado di forzare l’ordine precostituito di segno-senso che tende a nullificarne gli effetti, si sprigiona come malessere collettivo nelle forme di ansia, paura e ulteriore crisi. Le eccedenze di senso tendono a forzare il sistema di segni e significati con cui convenzionalmente sono interpretate. Per cogliere l’ulteriorità presente nell’evento, è necessario istituire un nuovo ordine di segni e significati in grado di recuperare gli scarti culturali. L’uomo per uscire dalla civiltà della crisi necessita quindi di un logos (senso-discorso) in grado di attingere l’eccedenza di senso di cui è portatore l’evento. Lo scopo principale della ricerca scientifica è quello di dissipare la complessità dei fenomeni, renderli interpretabili, rivelarne l’ordine interno. Il problema che si pone da un punto di vista epistemologico è come riuscire a cogliere la complessità di cui è intrisa la realtà, senza ricorrere a strategie di conoscenza semplificanti o mutilanti il dato di realtà. Secondo Edgar Morin è indispensabile prendere coscienza dei seguenti problemi:
Conoscere, sapere, apprendere si fondano su altro rispetto al dato oggettivo. Il luogo della conoscenza rimane quindi solo e sempre il gruppo sociale, la relazione interpersonale, la persona aperta alla realtà, alla relazione e al dialogo. La conoscenza prodotta da una macchina pensante deriva da un assemblaggio d’informazioni. L’intelligenza, la conoscenza e quindi l’apprendimento, poiché non sono frutto di un assemblaggio di pezzi ma dell’intersoggettività, trovano nel dialogo la loro origine e l’orientamento di senso. Nel futuro, le macchine pensanti potranno entrare a far parte della vita dell’uomo, ma ciò comporterà dei cambiamenti:
La divisione di un insieme si conclude con la determinazione dell’individuo che non può più essere ulteriormente diviso, ma solo identificato con il nome. Il termine individuo sta per ciò che non è ulteriormente diviso. Se ora noi assumessimo che l’insieme uomini potesse essere ulteriormente specificato tramite la seguente ripartizione (genere abili e specie disabili) compiremmo un grave errore logico. Il nuovo insieme quoziente disabili, per formarsi legittimamente dovrebbe essere costituito da elementi equivalenti fra loro ma diversi rispetto all’insieme di derivazione. La disabilità così concepita significherebbe riduzione ontologica, separazione: da una parte gli uomini, dall’altra i quasi uomini. L’uso del termine diverso con riferimento al soggetto disabile risulta quindi scorretto logicamente. Risulta evidente che è per un errore logico che il termine handicap è finito col definire una specie dentro il genere uomini. Il termine handicappati è utilizzato nel linguaggio comune per individuare l’insieme di coloro che, in quanto affetti da qualche deficit o malformazione, sono ritenuti diversi. La concezione dell’altro come handicappato perché concepito diverso a causa del deficit è ciò che caratterizza la natura di questo stigma. Al di qua dell’handicap si pone il normale, al di là il diverso. Avviene così che avere un deficit significa essere percepito dal prossimo come disabile. Di tale percezione, ciò che ferisce è lo sguardo della gente. Il pregiudizio sull’handicap fa riferimento a un sistema simbolico ( la cultura dello scarto ) che scarta quel frammento di umanità che è il disabile. Nella prospettiva dell’integrazione bisogna andare oltre, superare ogni tipologia di logica che faccia apparire come razionale la riduzione di senso, prima e lo scarto poi, di ogni e qualsiasi essere umano: la prospettiva dell’integrazione è quella che non si accontenta delle categorie, non si accontenta quindi delle distinzioni per deficit o per anomalie o per elementi di difficoltà nei confronti dell’organizzazione sociale, ma cerca di vedere gli individui singolarmente, ciascuno con i propri bisogni, per capirne in apri tempo la loro originalità e gli elementi di condivisione. Nella cultura dello scarto, le malattie, la sofferenza, le malformazioni sono considerate errori di natura, colpe, mali, e come tali vanno eliminate. In medicina la malattia è configurata come l’oggetto specifico di cui occuparsi, al di là della singolarità del malato: la malattia è l’entità astratta che la scienza deve, individuandola appunto, sconfiggere; la malattia è un’entità estranea al paziente; questi ne è un semplice portatore: un organismo che è stato guastato mentre altrimenti, per natura, sarebbe stato sano. La natura, per quanto perfettibile umanamente, è pur sempre qualcosa che contiene in se stessa, in modo a lei connaturato, limiti e ostacoli insormontabili. In un mondo senza malattie e malformazioni, errori di natura potrebbero essere considerati, se non già lo sono: non avere un’intelligenza brillante, non avere un fisico atletico, non essere belli, non essere simpatici, non essere ricchi, invecchiare e morire. Mi chiedo perché si facciano movimenti e campagne per la difesa dei condannati a morte, per la difesa degli animali, per la difesa dell’ambiente ecc., ma non ci sia neanche uno striminzito di corteo per chiedere quei cambiamenti culturali che determinerebbero il miglioramento della vita di coloro che, in quanto disabili, non possono condurre un’esistenza come gli altri pur avendone il diritto. Inoltre chiediamoci: che tipo di cultura e società evoluta è la nostra se qualcuno che ama la vita chiede di morire? Perché la ricchezza di umanità ha così poco valore in una società che si dice evoluta? La modernizzazione procede a somma zero: si sono certamente incrementati i livelli di soddisfazione dei bisogni, ma il benessere oggettivo d’alcuni individui o gruppi è cresciuto a scapito di altri. A livello di distribuzione della ricchezza, mentre alcune persone possono appagare anche i propri desideri più frivoli, altre non hanno i mezzi per accedere alla soddisfazione dei bisogni fondamentali (in primis la salute).
I fattori situazioni e socioculturali possono determinare il pregiudizio anche in assenza di disfunzioni della personalità. L’azione violenta sull’altro non può sempre essere spiegata come disfunzione della personalità. Es. il regime nazista generò e utilizzò scientificamente pregiudizi e stereotipi sociali contro gli ebrei, per inibire la responsabilità morale del popolo tedesco di fronte al crimine dello sterminio. Per far funzionare questo sistema, il bersaglio dell’ingiustizia doveva diventare una categoria astratta e stereotipata: finché gli ebrei furono soltanto pezzi da museo, qualcosa da guardare con curiosità, resti fossili di una specie mitica, con la stessa gialla sul petto, testimoni del passato esclusi dal presente, qualcosa che bisognava andare a cercare lontano. Per rendere agli occhi di una persona normale il vicino un estraneo, l’amico d’infanzia un nemico, e la sofferenza dell’altro qualcosa di giusto, è stata necessario l’azione subdola di qualcosa di particolarmente potente, efficace. Si tratta della macchina della distruzione umana, attraverso la quale per molte persone è avvenuta la perdita della sensazione d’essere soggetti. Si è arrivati a far percepire l’ebreo come se fosse un oggetto, qualcosa di non più appartenente al genere umano. Fu facendo leva sul pregiudizio culturale dell’inferiorità del disabile, che Hitler potè sperimentare il funzionamento della sua macchina di morte prima di rivolgerla verso la distruzione degli ebrei. I primi a finire dentro le sue fauci, infatti, furono proprio i disabili: primo scarto di un’umanità che mirava alla perfezione. La forza del pregiudizio, il suo potere, consistono proprio nel sostituire la prossimità con la distanza (fisica, psicologica, spirituale), con l’obiettivo di sopprimere ogni responsabilità morale. Recezione = il processo fisiologico attraverso cui un apparato recettore recepisce, in funzione della sua neurofisiologia specifica, certi segnali degli oggetti esterni e li veicola lungo vie neurologiche a stazioni di elaborazione più centrali: avvengono processi più complessi, di cui è dato osservare il versante soggettivo i fenomeni percettivi, e di descriverli non più in termini fisici bensì psicologici. L’evento percettivo implica la caratteristica della consapevolezza. Percezione = fenomeno psichico che si distingue dalla mera sensazione; si tratta di eventi mentali anche se per il loro spetto semplice e apparentemente automatico essi sono talora considerati più eventi di tipo fisiologico che veri processi mentali. Vi è l’opinione che le percezioni siano il risultato automatico del funzionamento dei recettori sensoriali e che questi agiscano come una sorta di riproduttori fedeli della realtà esterna. Il realismo ingenuo si fonda sull’assunto di base denominato ipotesi della costanza, secondo cui gli oggetti sono percepiti quali essi sono nella realtà oggettiva, fisica, cosicchè l’esperienza soggettiva si caratterizza come copia della realtà. Dunque, ritenere che vedere, udire, toccare sia uguale a conoscere la realtà così com’è, è effetto del realismo ingenuo. La percezione della realtà si fonda su processi mentali in gran parte inconsapevoli, che ne regolano consistenza e funzionamento. La percezione dunque è un fenomeno mentale. Anche la percezione dell’altro come handicappato non può essere spiegata come dato fenomenico, ma come processo mentale, ovvero: programma che rimanda a una memoria e a un apprendimento. In ogni processo conoscitivo ci sono sempre strumenti, in primis la mente dell’osservatore e il linguaggio con cui egli si può esprimere. Con mente dell’osservatore includiamo i suoi sensi. La percezione è sempre un risultato di processi mentali e come tale non riproduce una realtà così come essa è ma ne media la conoscenza al soggetto. Ogni dato è sempre mediato. Va da sé che le persone che hanno dei pregiudizi vedano il mondo in coerenza, in dipendenza dei loro pregiudizi. Il che significa non vedere il mondo, la realtà, ma inventare un mondo e credere che questo sia quello reale. Una persona in situazione di handicap vive nel rapporto con il prossimo e nel suo sguardo, interiorizzando il modo in cui viene percepito. Non ci passa nella mente nemmeno per un istante che forse non siamo nel giusto, che potremmo sbagliarci.
ovunque s’innalzano i muri (materiali o immateriali) della segregazione, del rifiuto e dello scarto. Esso è sgretolabile solo se una scala di valori ben diversa da quella corrente riesce a riannodare i sottilissimi fili delle relazioni interpersonali. L’umanità del disabile, così come l’umanità di ogni altro essere umano, cresce e si sviluppa grazie all’educazione. Ciò che la educa essenzialmente sono le relazioni umane, la ricchezza delle relazioni e la loro attitudine ad aprire alla vita, e al suo profondo e reale significato. Il male più grande di chi ha una disabilità consiste nel sentire di dover vivere isolatamente il proprio dolore, la propria sofferenza, il proprio carico di fatica. A volte la solitudine è una scelta. Avviene in questi casi che si preferisca sottrarre se stessi al contatto benefico con gli altri, alle relazioni con chi vive situazioni uguali e analoghe o con chi il problema non lo vive, ma da esso si sente interpellato nella propria profonda e autentica umanità. In questi casi il pregiudizio sull’handicap non è solo una cappa che impedisce di vedere l’altro al di là del limite, ma è proprio ciò di cui si è intrisa l’anima. Superare il pregiudizio nei confronti di chi vive una condizione di disabilità, comporta studiare la sua immagine sociale e i significati culturali, morali e scientifici ed economici che si attribuiscono alla sua figura in quanto rafforzano e organizzano i processi di stereotipizzazione del fenomeno. Tanto più una persona è giovane, umile, equilibrata, spiritualmente matura, provata dalla sofferenza, tanto più è capace di abbattere le barriere interpersonali con i soggetti affetti da handicap. Costoro sono più capaci di stabilire un campo mutuo e isomorfo con i soggetti in difficoltà. Il muro impalpabile del rifiuto del diverso, a cui concorrono pregiudizi e stereotipi, impedisce a chi lo ha innalzato di vedere nell’handicap una realtà che attraversa trasversalmente l’umanità, e quindi ognuno in se stesso, in quanto indigenza cronica di senso, richiamo insaziabile d’ulteriorità. Il pregiudizio sull’handicap serve per racchiudere in un cerchio chiuso uno scarto d’umanità: i diversi. Ma tale fenomeno è solo un costrutto menale. Gli stereotipi impediscono la reale e effettiva conoscenza di chi ci troviamo di fronte. Dietro al nome giustapposto si perde così l’individuo nelle sue caratteristiche originali, ma anche in quelle che lo accomunano agli altri individui che condividono con lui l’appartenenza ad uno stesso contesto umano, culturale, sociale. Se lo stereotipo è spontaneo meccanismo di difesa dall’angoscia, derivante dal nostro rifiuto di specchiarci in un’immagine non gratificante, negativa sotto il profilo dell’identificazione e ingenerante aggressività, lo stereotipo sociale assurge a giustificazione e ingenerante aggressività, lo stereotipo sociale assurge a giustificazione razionale della rimozione del problema. Si esplica in atteggiamenti di distanza e di non accettazione, e a supporto di processi di emarginazione di stigmatizzazione, avallando l’operazione ideologica per cui malattia, devianza, inferiorità sociale e intellettuale sono divenute ruolo dovuto dai meccanismi di esclusione e addirittura interiorizzato dai diversi. La percezione umana e il pensiero analitico della scienza, tendono a frantumare l’intero per analizzarne le parti. Si tratta di un atteggiamento che, in assenza di una visione dell’insieme, porta a forme di conoscenza disaggregate, disfunzionali. L’azione del pregiudizio sull’handicap concorre a replicare tale atteggiamento nel contesto delle relazioni interpersonali. Pregiudizi e stereotipi rinforzano la mentalità dell’assistenzialismo, della compassione, della dipendenza a scapito di una vera cultura dell’integrazione. La vergogna, il risentimento, la pietà, la compassione non sono affatto criteri cognitivi, ma già costrutti mentali intrisi di componenti affettive. Imbarazzo e disgusto coprono la paura di riconoscersi frammento di fronte al frammento e inizia così, in modo sottile, l’atteggiamento deprezzante e di rifiuto. Pregiudizi e stereotipi generano atteggiamenti di distanza, non accettazione, paura, emarginazione, rifiuto di tutto ciò che non si conosce o non si vuole conoscere. Tanto più emerge la condizione di limite, quanto più è grave il deficit, il pregiudizio sull’handicap offre ragioni per far ritenere logico e sensato il rifiuto. L’atteggiamento di rifiuto è tanto più forte se la persona non dà alcuna speranza di essere in qualche modo produttiva.
Alla base dei pregiudizi che riguardano i disabili fisici e mentali c’è il problema della loro inadeguatezza rispetto agli standard di efficienza del sistema società. Recuperare la vista Non si può agire con la speranza di cambiare il tu se non si è aperti anche alla possibilità del cambiamento del proprio io; l’azione educativa è autentica se ha il potere di trasformare noi insieme a coloro verso cui è rivolta. Per superare la cultura del pregiudizio sull’handicap, ci vuole un’azione educativa capace di modificare i testi e i contesti nei quali il pregiudizio, non solo agisce, ma si costituisce. L’azione educativa idonea a contrastare il pregiudizio sull’handicap richiede interventi globali, ovvero capaci di incidere sulla visione della vita dei soggetti, intervenendo sia sul contesto sociale di appartenenza, sia sul sistema di significati e valori. Il pregiudizio fondamentale di cui la cultura dello scarto è portatrice, non consiste solamente nell’azione di riduzione di senso e valore imposti all’altro nella relazione, ma nel non riconoscere nessun valore all’alterità e al limite. La possibilità del superamento del pregiudizio sull’handicap (la cui essenza sta nell’accoglienza dell’altro non più visto come diverso perché limitato, ma accolto in sé come simile in quanto anche noi costituiti di limite) non dipende da processi di socializzazione ma dalla struttura del nostro Io, originariamente aperto all’altro: ad ogni altro. Il pregiudizio nei confronti delle persone con handicap si costituisce e si sviluppa nei fanciulli a prescindere dalla conoscenza diretta del problema e dalle esperienze personali. L’origine del pregiudizio sull’handicap non può rinvenirsi nelle relazioni interpersonali. Non sono le esperienze di incontro e di conoscenza diretta di persone che hanno deficit o minorazioni a generare l’atteggiamento di pregiudizio nei loro confronti. Il pregiudizio sull’handicap precede l’esperienza dell’incontro con chi ha una disabilità. Le forme e i modi di tale incontro sono dati dall’educazione. Per tale ragione, per modificare atteggiamenti pregiudiziali e stereotipi è necessario ripartire dall’educazione, e attraverso ossa ottenere le trasformazioni idonee a superare le invisibili barriere interpersonali che si frappongono tra le persone. La difficoltà più difficile quanto più la resistenza sociale e civile si annida nelle pieghe della cultura ufficiale e nelle scelte operate dagli uomini preposti e legiferare. Gli interventi per modificare gli atteggiamenti pregiudiziali tramite programmi educativi a ciò finalizzati, nel lungo periodo tendono a regredire fino all’annullamento dei risultati ottenuti. La semplice informazione non muta, non altera l’atteggiamento e il comportamento della persona prevenuta. Più efficaci si sono dimostrati i contatti diretti anche se non sempre la conoscenza diretta agevola l’amicizia. Occorre la presenza di uno scopo comune che sia ben delineato. I pregiudizi sono resistenti al cambiamento perché a sostengo di essi opera il centrismo inteso come affermazione esclusiva dei nostri interessi e delle scelte che ne derivano. Vi è la necessità di intervenire sulla cultura per produrre una radicale metanoia della mentalità rigida a quella critica: il che ci rende pellegrini nei percorsi senza frontiere della conoscenza, della giustizia, dell’amore. L’apprendimento è fortemente condizionato dalle difese dell’io: è più difficile disimparare che non apprendere. Le vecchie abitudini, le credenze divengono parte integrante dell’identità. Avviene che i pregiudizi resistano al cambiamento sottraendosi persino ala forza introspettiva dell’io, all’autoanalisi conoscitiva del soggetto, in quanto ogni indagine su di essi è vissuta dal soggetto come un attentato alle proprie sicurezze. La difesa dell’idea pregiudiziale è una difesa dell’io, una via individuata al fine di garantire una continuità del sé. I meccanismi di difesa dell’io, assolvono a varie funzioni: mantenere l’equilibrio di fronte a situazioni difficili, proteggere o restaurare la stima di sé minacciata dalle forze pulsionali, neutralizzare conflitti con persone o parti della realtà sentiti come altrimenti irrisolvibili. Questi meccanismi possono però impedire,
Per ciò che riguarda i programmi televisivi rivolti agli adulti e mirati alla sensibilizzazione del grande pubblico rispetto ai problemi della disabilità, si evidenza il limite della superficialità e della sensazionalità. I programmi che mostrano l’handicap al grande pubblico puntano spesso solo sull’emotività con il risultato che si finisce per ottenere la socializzazione del dramma umano ma non delle ragioni attraverso le quali il dramma andrebbe letto e decodificato. La normalità di chi ha un handicap suscita reazioni più forti della stessa straordinarietà. Vi sono anche azioni mirate al superamento del pregiudizio sull’handicap che vedono come protagonisti persone con disabilità (es. libri scritti da disabili). I pregiudizi non possono essere eliminati chiedendo a chi ne è pervaso di rinunciare a determinate idee e valori, senza offrirgli in alternativa altri valori e idee. Ciò è possibile con l’educazione. Siamo tutti diversi: siamo tutti unici in quanto nessuno è uguale a qualsiasi altro. In questo tipo di diversità è presente una ricchezza, consistente nel valore dell’unicità concreta, reale, individuale di ogni essere umano (ricchezza del diverso). Pregiudizi e stereotipi nascondono alla vista la ricchezza derivante dalla diversità così concepita, perché il diverso fa paura in quanto rappresenta il nuovo, l’imprevisto, l’estraneo, il non uguale. Meglio l’illusione di essere tutti uguali. Laddove impera il pregiudizio, si è instaurato il rifiuto della ricerca del significato, del valore e della ricchezza della diversità. Pregiudizi e stereotipi concorrono a confezionare le maschere con cui nascondere il dato della diversità di ognuno, per impedire che affiorino alla coscienza domande che possono sconvolgere il sistema di regole e valori istituito dalla logica dello scarto. Per cogliere la ricchezza del diverso, è necessario il confronto con la sua persona, la sua individualità, il suo volto e il suo nome. Il nome è alla base dell’identità di una persona, non la sua condizione esistenziale. Nella quotidianità se tu sei disabile così vieni riconosciuto e identificato. È nel superare tale logica che può nascere la possibilità di un effettivo incontro con l’altro dietro la maschera, e di conseguenza la possibilità effettiva di cogliere quella particolare e unica domanda e offerta di senso rappresentata dalla sua persona. Avere un nome e saper dare il giusto nome a ogni domanda/offerta di umanità e di senso, rappresenta un valore immenso. Il nome identifica, differenza e pone il valore della singolarità. È ciò che arresta il processo della divisione, cogliendo nell’individualità concreta ciò che non può essere ulteriormente scomposto e, per tale ragione, richiede di essere identificato come intero, indivisibile. Nell’imbattersi nell’indivisibile si coglie la realtà dell’individuale, nei confronti della quale o la si riconosce, dandole un nome, o la si rifiuta, ricacciandola nel nulla di chi non esiste perché senza nome. Il nulla mira a oltrepassare il nome e con esso l’individualità e l’unicità concreta che lo sottende. Il potere del nulla è di agire senza nome, senza senso. Il potere che si nasconde dietro il nulla è occulto, non ha volto, non ha nome, perché preferisce essere innominato. Per gli esseri umani, l’umanità non è già data, è qualcosa che va costantemente ricercata e costruita. L’umanità è una specie in fase di permanente costituzione, in tensione continua tra essere poter/dover essere: insaziabile desiderio di ulteriorità. Tale caratteristica, si fonda e trova radici nelle peculiari caratteristiche di ogni singolo, il cui desiderio di realizzazione personale trova senso a partire dal riconoscimento di tale singolarità, in primis attraverso il nome. L’elemento portante di questa umanità-domanda, quindi, è proprio il riconoscimento reciproco dell’io e del tu nella relazione, l’incontro-dialogo tra persone che hanno un nome e quindi si riconoscono nel loro sapersi simili ma anche diverse. Il processo di costituzione d’umanità, si estrinseca con la relazione e nella relazione. Relazione significa apertura ontologica all’altro, apertura all’oltre. La propria umanità nessuno la possiede, ma la scopre nella relazione con l’altro, con la realtà. Nella dimensione dell’apertura alla vita ognuno scopre se stesso.
Il sofferente, il malato terminale, il disabile sono la cifra più alta per confrontarsi con i misteri e i limiti dell’uomo e dell’umanità intera. È lì dove la vita sta per finire, dove il passato si infrange contro gli scogli della fine che avanza, dove il limite sovrasta, che il senso profondo della vita può essere colto, avvicinato, disvelato. Proprio dove la vita sta per finire, è minacciata o è molto limitata, nasce il bisogno di comunicazione, di relazione e di dialogo. In mancanza di relazione umanizzante, l’incontro è pura ritualità che non supera i confini dell’Io e del Tu. Essere accanto significa desiderio di sondare le profondità del mistero dell’incontro. Essere accanto umanizza la relazione, insegna a comunicare, ad ascoltare, a collaborare, a vivere e a trasformare la propria solitudine in un’esperienza di solidarietà. La struttura antropologica dell’uomo consiste nell’essere ontologicamente aperto alla trascendenza; per questo motivo può incontrare la ricchezza del diverso solo chi è assetato di ulteriorità; ma l’ulteriorità, la si può trovare solo oltre la maschera dei pregiudizi e degli stereotipi. L’uomo cresce e si sviluppa psicologicamente, nella misura in cui passa dalla logica dell’io alla logica del tu; dal principio di piacere, al principio di realtà. Dall’io al tu, dal tu al noi, dal noi al reale, dal reale ai valori, dai valori all’altro assoluto, sono tutti passaggi che si fondano sul superamento della legge fisica del baricentro. Al di là del proprio baricentro c’è l’ulteriorità. Il disequilibrio funzionale all’educazione dell’uomo non può prescindere dal legame con la realtà e dalla tensione verso i valori dall’altro. Solo l’educazione ai valori, e quindi l’aggancio esistenziale al mondo dei valori, rende possibile all’uomo un vero e proprio cammino di sbilanciamento verso l’altro e il dialogo creativo con la realtà. Oggi viviamo in un contesto nel quale il mondo delle relazioni umane è sganciato da prospettive di valore: da qui il disorientamento esistenziale. È necessario rieducare ai valori fondamentali della vita. I valori culturali non sono sufficienti all’educazione, sono tropo umani. Non hanno in sé la forza per generare disequilibri così potenti da scardinare la forza gravitazionale del pregiudizio, e quindi spingere fuori dalla nicchia del proprio baricentro l’egoismo di chi ha paura del diverso e non ne vede quindi la ricchezza. La fatica dell’educazione è di portare i giovani nella loro interezza alla responsabilità di fronte ai valori. Il processo inarrestabile del nulla necessita di controazioni forti, concrete. Solo tramite l’educazione è possibile riagganciare l’uomo ai valori fondamentali dalla vita, perché solo grazie a loro potrà orientarsi dentro se stesso e nel mondo. Solo così potrà trovare risposte non pregiudiziali all’handicap che lo affligge e lo circonda. Meraviglia e stupore si trovano all’origine delle esperienza umane più significative. La meraviglia per l’uomo rappresenta la straordinaria possibilità di restare mentalmente aperto: verso ciò che ci è altro e si trova oltre. La meraviglia e lo stupore nascono dalla disponibilità a lasciarsi interrogare da ciò che per altri è scontato: espressione dell’intenzione di guardare alla realtà in modo nuovo, diverso dal solito e da come guarda ad essa il senso comune. Si tratta di imparare a guardare alle medesime cose che vedono tutti, ma attraverso occhi nuovi, liveri da ogni pregiudizio. La meraviglia diviene l’atteggiamento fondamentale dell’uomo che desidera andare oltre il pregiudizio. La persona tollerante tende a non attribuire importanza alle differenze di gruppo; tende a sospendere il giudizio, a elaborare, ad arrestarsi. La persona affetta da pregiudizio si fa prendere dall’angoscia, dalla fretta di costruirsi un’idea di fronte a ciò che non le è familiare. La sospensione del giudizio appare come la caratteristica fondamentale dell’atteggiamento tollerante. Superare il pregiudizio sull’handicap, risulta possibile laddove si riesca a porsi dinanzi all’altro, al diverso, senza fretta, senza angoscia, in un atteggiamento di coinvolgimento, di apertura. Il compito dell’educazione è progettare l’uomo nell’originario perché l’uomo sia capace di dialogare con l’uomo, con il vero, con l’Assoluto: quando si dialoga, si dialoga per un logos. Se non supponiamo un logos