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Tipologia: Sintesi del corso
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Il fenomeno erotico
CAPITOLO 1 DI UNA RIDUZIONE RADICALE
Tutti gli uomini desiderano conoscere e nessuno vuole ignorare, però perchè preferiamo conoscere anziché ignorare, pur pagando un grande sforzo? Come prima risposta, noi desideriamo conoscere per il semplice piacere di conoscere che è il più puro dei piaceri e per godere di noi stessi attraverso il processo della conoscenza che diviene il semplice mezzo di un godimento di sé. Più essenziale del desiderio di conoscere è il desiderio di sè stesso, che non desidera altro che il godimento di sé. A ciò si può subito obiettare perchè anche se a volte la conoscenza ci appaga fino al piacere, può anche fallire nello svelarci il vero o lasciarci nell’illusione di averlo scoperto; in questo caso non conosciamo per il piacere di conoscere o per godere di noi stessi perché ci comporta una sofferenza. Come seconda risposta: conoscere riguarda la sicurezza di colui che conosce ovvero la tutela di sé e il desiderio di tutelarsi che è più essenziale del desiderio di conoscere, quest’ultimo non si concentra su ciò che conosciamo ma su noi che conosciamo. In questo caso si tratta di un paradosso poiché nella definizione più classica della scienza “si definisce scienza una conoscenza certa”. La scienza raggiunge la propria certezza distinguendo fra le cose ciò che può ridursi alla permanenza e ciò che non può, da ciò deriva l’oggetto in quanto certificato e certo per lui che conosce; dall’altro lato l’inoggettivabile, ciò che resta in sé e non soddisfa le condizione della conoscenza, è ciò che è dubbio. Chi traccia il confine fra certezza e dubbio, fra oggetto e l’inoggettivabile? Colui che conosce, l’ego, l’io che separa ciò che per lui diverrà oggetto da ciò che non lo diverrà e gli sfuggirà. La certezza indica il rinvio del conosciuto sull’ego in modo che questo oggetto entri in gioco con l’ego che lo oggettiva, lo costituisce e lo certifica. L’oggetto brilla di certezza che non avrebbe alcun senso se non si riferisse all’ego. Nell’oggetto appare colui che lo certifica. Costituire l’oggetto mi fa godere di me stesso. L’univocità della certezza non ha nulla di certo infatti, anche se un’unica certezza reggesse l’ego e i suoi oggetti, l’ego le sfuggirebbe. Diverse argomentazioni lo comprovano; per primo ci si può interrogare sull’estensione del campo della certezza. Certificare significa mantenere con padronanza un oggetto sotto la custodia del proprio sguardo; poterlo costituire dopo averlo analizzato chiaramente in modo che lo sguardo se ne impadronisca senza imprecisioni né residui. È così ridotto ai suoi atomi di evidenza che l’oggetto si offre alla certezza. Si deve cominciare con gli oggetti più semplici perché soltanto fenomeni poveri di intuizione possono rivelarsi ricchi di certezza. Cosa mi importa di quella certezza? Tale certezza non riguarda che degli oggetti che si rapportano a me non essendo esattamente me, né come me. Come sono io infatti? Sono secondo la mia carne che si lascia influenzare senza fine dalle cose del mondo e lo può fare perché si rivela influenzabile da se stessa e in se stessa. Mi offre come un fenomeno nel quale il flusso delle intuizioni supera la sicurezza delle forme che potrei sempre assegnare loro. Fra tale fenomeno (la mia carne) e i fenomeni poveri dell’oggettività si scava un taglio definitivo. La loro certezza non mi interessa più nel momento stesso in cui la domino perché riguarda solo l’uso dei fenomeni di genere diversi dal mio, ma non tocca la maniera che mi è propria. Cosa guadagnerebbe questo ego se gli si accordasse senza discutere la certezza degli oggetti certificati? L’ego raggiunge una certezza soprattutto se si sbaglia sulle evidenze più ovvie; più mi sbaglio più sono perché per sbagliarmi occorre pensare e farlo implica eseguire un’azione che attesti il fatto di essere. Senza dubbio alcun l’ego raggiunge in tal modo una certezza. L’ego ha una certezza, ovvero quella di restare presente ogni volta che penserà. Di cosa non posso più dubitare? Che io sia nell’istante in cui penso di essere e che io sia ogni volta che ripeto questo istante. Ma proprio di un oggetto non più certificato non posso dubitare che esso sia ogni volta e fin quando lo penso: se arrivo a pensarlo, esso è oggetto pensato. Sono certo nella misura in cui lo sono i miei oggetti. Si obietterà che comunque esiste una differenza: l'oggetto può non offrirsi sempre al pensiero, mentre io potrei sempre pensare a me stesso, poiché pensare non dipende che da me ma tale obiezione non ha valore, perché la morte finirà per sospendere la mia facoltà di pensare a me. Resta un’alternativa ovvero che io sono certo di me perché penso a me: mi rendo oggetto di me stesso e non ne ricevo che una certezza di oggetto, quindi mi manco come ego. Ammetto che io sono certo dell’oggetto di me stesso quindi che quell’io stesso non è già più l’oggetto di cui lui è certo semplicemente perché la certezza riceve sempre la propria certificazione da un altro; quell’io che certifica a se stesso l’esistenza di un me divenuto oggetto è altro rispetto a me e la certezza di me oggetto non riguarda l’io che sono. Una volta che sono certo di esistere, allora posso davvero dubitare di me, non ho mai smesso di dubitare di me. Ho dubitato della mia possibilità e del mio futuro, dei miei talenti e della forza dei miei desideri. Possiamo
dipendo dalla certezza, l’effettività certificabile non mi si addice perché non mi riduco a un modo di essere infatti non mi basta essere per restare colui che sono: ho bisogno di essere amato, della possibilità erotica. Se viene proposto a qualcuno di rinunciare ad essere amato per un periodo non accetterebbe nessuno, neppure il più grande cinico del mondo perché opererebbe in me una sorta di castrazione trascendentale e abbasserebbe al livello di un’intelligenza artificiale. Coloro che hanno rinunciato alla possibilità di essere amati hanno perduto in proporzione la loro umanità. La domanda “sono amato?” non presuppone forse in primo luogo che io sia? Per esser amato, per esistere bene, si dovrebbe semplicemente essere. L’ente che io sono considera quello di potersi far amare. Il modo di essere dell’ego può ridursi al modo di essere degli oggetti e degli enti del mondo e si può comprendere a partire da quest’ultimo. Solo oggetti e enti per esistere devono anzitutto essere. Al contrario io non posso anzitutto esistere che secondo la possibilità radicale di essere amato o che si possa amarmi. L’“essere amato” diviene un enunciato analitico perché io non potrei essere o sopportare di essere, senza che resti almeno aperta la possibilità che qualcuno mi ami. Per me essere significa essere amato. Non posso accettare di essere che all’esplicita condizione di essere amato? Perché nel mio essere resisto all’assalto della vanità solo sotto la protezione di questo amore. Si deve farla finita con ciò che produce la certezza degli oggetti del mondo, la riduzione epistemica, che conserva di una cosa solo ciò che in essa resta ripetibile. Occorre scartare anche la riduzione ontologica che della cosa conserva solo il suo statuto di ente. Scoprirmi come un fenomeno dato e donato tale da garantirsi come un dato privo di vanità. Non sappiamo né ciò che essa è né se essa è e neppure se ha da essere. Possiamo tratteggiarne la funzione distintiva: si tratta di rassicurarmi contro la vanità del mio proprio fenomeno dato “e donato” rispondendo a “non sono forse, malgrado tutte le mie certezze, invano?. Chiedere di rassicurare la mia propria certezza di essere contro ‘assalto cupo della vanità significa tornare a chiedere proprio “sono amato?”. La sicurezza appropriata all’ego dato mette in opera una riduzione erotica. Io sono: eletta a primo principio dalla metafisica non vale niente se non giunge a rassicurarmi contro la vanità assicurandomi di essere amato. Io posso disinteressarmi completamente di essere fino a non considerarlo qualcosa di mio. Non basta che io sappia di essere con certezza per accettarlo e amarlo. Al contrario la certezza di essere può soffocarmi come una gogna. Per ogni ego, essere o non essere può diventare una questione di libera scelta. nel regime della vanità posso riconoscere io penso quindi sono con assoluta certezza, per annullare subito tale certezza chiedendomi “a che scopo?”. La certezza della mia esistenza non basta mai a renderla giusta o a rassicurarla. Dimostra soltanto il mio sforzo solitario per inserirmi nell’essere con una decisione solo mia. Una certezza prodotta dal mio proprio atto di pensiero resta un’iniziativa mia. Non ottengo altro che un’esistenza desertica prodotto di un dubbio iperbolico. Io sono: certezza senza dubbio, ma al prezzo dell’assenza di ogni dato. Io sono: l’ultimo frutto del dubbio stesso più che la prima verità. Io dubito e questo dubbio è una certezza. La certezza inchioda l’ego a un’esistenza sufficiente per ricevere lo choc della vanità. Occorre perché io sia non solo con certezza, che io sia più vale a dire essere di un essere che rassicuri da altrove che da me. Solo un altro diverso da me potrebbe rassicurarmene perché la rassicurazione non si confonde con la certezza. La certezza nasce dalla riduzione ontologica e si gioca fr all’ego, padrone, e il suo oggetto dominato; l’ego diviene certo della propria esistenza; la conoscesse ancora come un oggetto suo proprio, un prodotto derivato. La rassicurazione risulta dalla riduzione erotica; si gioca fra l’ego, la sua esistenza, la sua certezza e i suoi oggetti da un lato e dall’altro, un’istanza qualsiasi e ancora indeterminata ma sovrana che risponda alla domanda “sono amato?” e permetta di resistere all’obiezione “a che scopo?”. L’ego produce la certezza, mentre la rassicurazione la supera radicalmente perché proviene da altrove. Certificare me stesso dipende da me. Ricevere la rassicurazione contro la vanità della mia esistenza di richiede che impari da altrove che io sono se ho da essere. Far fronte alla vanità significa che io non sono un ente (né da me, né come ente privilegiato) ma sono in quanto amato (eletto da altrove). Di quale altrove può trattarsi? Perché si compia la riduzione erotica basta comprendere ciò che mi chiedo: non una certezza di sé ma una rassicurazione proveniente da altrove. Altrove comincia non appena cede la chiusura onirica del sé su di sé e quando vi penetra un’istanza irriducibile a me; e quindi io mi ricevo. Non ha importanza che questo altrove si identifichi come un altro in generale. La sola cosa importante è che mi giunga da altrove poiché esso che si importa in me. Se resta anonimo, l’altrove mi giungerà senza annunciarsi né preavvisare, senza lasciarmi prevedere nulla di sé. Se mi coglie alla sprovvista mi colpirà al cuore e mi riguarderà a fondo. L’avvenimento anonimo mi fornisce una rassicurazione su di me nella stessa proporzione in cui mi nega qualsiasi certezza su di lui. Non si deve ricercare l’identità dell’altrove poiché la cosa più importante è il suo anonimato. A tale proposito conviene comprendere come esso compia la riduzione erotica. Poiché altro anonimo mi rassicura venendo a me, rompe l’autismo della certezza di sé che dal sé viene, mi espone a lui e
determina originariamente ciò che io sono attraverso questo per chi. Essere significa essere secondo l’avvenimento dell’altrove, verso e per ciò che non sono, qualsiasi cosa esso sia. Io non sono più perché lo voglio ma perché sono venuto da altrove, sono in quanto mi si vuole bene o male, in quanto posso sentirmi accolto o no; in quanto suscettibile di una decisione che non mi appartiene e mi determina a priori, mi giunge da altrove, dalla decisione che mi rende o meno amabile. La rassicurazione decide che io potrei essere solo in quanto amato o no. Per me essere si trova sempre determinato da una sola tonalità originaria: essere in quanto amato o odiato da altrove. Al contrario della certezza di sé che viene ancora all’ego da sé, la rassicurazione non può mai venire all’ego da lui stesso ma sempre da altrove: da qui un’alterità radicale dell’ego verso se stesso e originariamente. L’egoismo di un ego ridotto, acquisisce un privilegio etico, quello di un egoismo alterato da altrove e aperto da questo stesso altrove che ha l’audacia di non nascondersi nella neutralità trascendentale dove l’io penso si lusinga nella propria certezza come se potesse non dovere niente a nessuno, da altrove. L’egoismo della riduzione erotica ha il coraggio di non dissimulare il terrore che minaccia ogni ego. Se l’ego non fosse che chi ritiene di essere, da dove trarrebbe la forza di restare se stesso e di sopportare così la sua mancanza di sicurezza? Nessuno può comportarsi come se non ci fosse alcuna differenza nell’essere o meno amati, come se la riduzione erotica non aprisse una differenza cardinale. Con quale diritto si può tracciare di egoismo l’ego che confessa onestamente la propria mancanza di sicurezza e si espone senza ritegno a un altrove che può non conoscere e non deve, in qualsiasi caso, mai dominare? Si deve farla finita con la vanità di secondo grado fingendo di non sentirsi toccati nell’intimo dalla vanità di ogni certezza. Senza l’egoismo e il coraggio razionali di compiere la riduzione erotica, lascerei affondare l’ego in me. Nessun altruismo o sostituzione potrebbero imporsi a me, se il mio ego non resistesse per primo alla vanità e al suo “a che scopo?” quindi se non chiedessi una rassicurazione da altrove. Alla luce della riduzione erotica, lo stesso egoismo ammette un’alterità originaria e rende quindi possibile soltanto l’esperienza dell’altro. Il mondo si fenomenalizza rendendomi a lui sottomesso: reclamarlo mi si impone come primo dovere. Sostituire all’ego pensante l’ego che ama o odia potrebbe indebolirlo per due motivi. Perché dipende dall’ego cogitans pensare se stesso attraverso sé solo, quindi produrre la propria certezza in perfetta autonomia. “Sono amato?”, tale interrogativo mi fa dipendere da un altrove anonimo che non posso controllare: mi espone all’incertezza radicale. La rassicurazione da altrove non verrebbe ad aggiungersi alla certezza di sé per confermarla ma non compenserebbe la debolezza dopo averla provocata. Entrando nella riduzione erotica perderei me stesso perché il mio carattere non mi apparterrà mai più in proprio ma mi manderà in estasi verso una distanza indeterminata che deciderà comunque tutto di me. L’ego si indebolisce con una duplice eteronomia di ritiro; tale indebolimento è incontestabile. Si deve dare per scontato che la riduzione erotica colpisca l’ego nel più intimo. Se sotto l’influenza della riduzione erotica non posso riconoscermi con certezza in quanto amato o odiato, quindi come amato potenzialmente (amabile) entro in un territorio del tutto nuovo, si tratta di apparire a me stesso al di là di qualsiasi status di ente eventuale, come amato potenziale. La questione “allora sono amato?” non considera più l’essere e non si preoccupa più dell’esistenza, mi introduce in un orizzonte dove il mio status di amato o odiato non rinvia più che a se stesso. Non devo accertarmi della mia rassicurazione: entro nel regno dell’amore e ottengo il ruolo di colui che può amare, che può essere amato e che crede di dover essere amato, l’amante. L’amante si oppone al pensante perchè sostituisce alla ricerca della certezza quella della rassicurazione, sostituisce alla domanda “sono?” “mi amano?”, egli non è in quanto pensa ma è in quanto amato. Mentre il pensante non pensa che per essere l’amante non ama tanto per essere quanto per resistere a ciò che annulla l’essere: la vanità che chiede “a che scopo?”. L’amante ambisce a superare l’essere per non soccombere con lui. Dal punto di vista dell’amante e della riduzione erotica l’essere e i suoi enti appaiono come contaminati e intoccabili; si tratta di amare perché nulla di non amato o di non amante resiste. Passando dal pensante all’amante, la riduzione erotica non modifica la figura dell’ego per giungere allo stesso scopo: certificare il proprio essere. In riduzione erotica la domanda “cosa è l’ente” perde il proprio privilegio di domanda più antica. Allora sono amato da altrove? Questa inversione dell’atteggiamento naturale può compiere una riduzione di nuovo genere che abbiamo identificato come la riduzione erotica. Ma come si compie? Si deve tornare all’amante. In regime di riduzione erotica constata che nessun ente, nessun alter ego, né lui stesso, può fornirgli la minima rassicurazione di fronte alla domanda “sono amato?”. Tanto meno un ente qualsiasi rassicura l’amante. La vanità si estende universalmente. Compie la riduzione erotica in tutte le regione del mondo e alle loro frontiere. Seguendo i loro tre momenti privilegiati: lo spazio, il tempo, l’identità di sé.
il presente. L’arrivo dell’altrove non si compie soltanto al presente, mi dona il mio primo presente. Con il suo passaggio avviene qualcosa. Tale dono del presente preciso risulta dall’arrivo di un altrove nel futuro indefinito della mia attesa. Questo presente non giunge che per colui o coloro che condividono la medesima attesa: quella di un arrivo donato. È quindi un’assenza a comandare l’accadimento del tempo presente, sufficientemente precisa d non confondersi con alcun’altra assenza. Ogni attesa seleziona una popolazione invisibilmente separata dal resto dei suoi simili attraverso la stessa identità dell’assente che vincerà. Io mi distinguo per ciò che noi siamo, per ciò che attendiamo ovvero ciò che può giungere a noi senza che lo attendiamo coscientemente. L’attesa di quell’altrove non mi temporalizza soltanto: mi identifica assegnandomi a me stesso, ciò che deve avvenire per me mi dice che io sono. Per me solo l’altrove che attendo fa la differenza: non solo fra il tempo in cui nulla accade e il presente in cui avviene l’altrove, poi passa, ma anche fra me che attendo questa venuta. questo passaggio, questo altrove, e tutti gli altri. L’attesa si sgonfia quando la riduzione erotica si attenua. L’attesa dell’altrove che deve accadere determina il solo presente tollerato dalla riduzione erotica. L’attesa dell’altrove appena passato, appena fatto presente, determina un passato conforme alla riduzione erotica: fanno parte del passato i momenti in cui il richiamo dell’altrove è già riecheggiato e ha già fatto il presente del proprio dono, il passato comincia da quando ciò che avviene lo ha superato. Il passato, in riduzione erotica, sanziona la chiusura dell’attesa. Rinunzia ad ogni possibilità di un nuovo accadimento, alla possibilità di attendere nuovamente. Non conserva i presenti trascorsi m chiude il futuro. In riduzione erotica il passato sancisce l’assenza stessa della vera assenza, l’assenza dell’attesa, l’assenza erotica. Questo passato resterà definitivamente compiuto se l’altrove non può più attendersi, se non può più passare; resterà eventualmente provvisorio fin quando una nuova attesa potrà sperare nel ritorno di un’assenza ancora a venire. La nostalgia apre la possibilità, il ricordo può nutrire l’attesa, il passato può suscitare un nuovo passaggio da ciò che accade. In riduzione erotica la storia dura fino a quando attendo. Il futuro si definisce come il tempo dell’attesa in un altrove dove nulla accade. Il tempo si sviluppa essenzialmente sul modo in un evento. L’altrove non si costituisce mai come un fenomeno comune, soggetto al punto di vista di un ego trascendentale che si presume dominante ma si dona da sé per anamorfosi, imponendo a colui che lo attende il punto particolare dove poter vedere il suo arrivo e ricevere il suo presente; occorre trovarsi qui e ora, ovvero là dove esso decide di arrivare. Non posso quindi mai sottrarmi alla necessaria contingenza dell’accadimento. Quanto attendo, vivo ciò che può accadermi da altrove, senza il quale nessun presente e nessun passato mi interesserebbero.
La riduzione erotica priva il sé di qualsiasi identità del sé che si fonderebbe sul pensiero di sé. “Sono amato?” non sono più quell’ente che è in quanto realizza la propria esistenza; perché questa stessa certezza non mi libera dalla vanità ce chiede una rassicurazione che può giungermi solo da altrove. Dicendo “sono amato?” non so quindi chi sono, ma so almeno dove sono: mi trovo qui ovvero dove mi ritrova la domanda che mi pongo, dove mi giungerà il richiamo venuto da altrove. La dove mi assegna ciò che mi tocca quindi la dove io assegno me stesso. Dove mi sento toccato, modificato e colpito. Ponendo a me stesso la domanda “sono amato?” mi scopro per eccellenza nella situazione di ciò che si espone al tocco e al tatto di un affetto. La domanda “sono amato?” definisce quindi il punto in cui mi scopro colpito in quanto tale, in quanto io insostituibile. Da questo qui che mi giunge da laggiù, non posso allontanarmi: perché mi ci ritroverei sempre. In riduzione erotica non sono l’ente che divento attraverso il pensiero, ma sono là dove mi trovo, dove mi colpisce un altrove possibile, dove mi ritrovo e dove la domanda “sono amato?” viene a stanarmi. Sono un là dove poter essere amato o non amato. Il là che mi riceve e consegna ha a che fare con un possibile amore. Resta da definire con maggior precisione questo là dove l’altrove mi colpisce. Possiamo identificare questo punto bersaglio con un fenomeno privilegiato noto con il nome di carne. La carne si oppone ai corpi estesi del mondo fisico perché tocca e sente i corpi perché essa tocca i corpi solo sentendosi essa stessa toccarli. La carne non può sentire nulla senza risentirne essa stessa. Nella carne l’interiore (che sente) non si distingue dall’esteriore (è sentito); si confondo in un unico sentimento, sentirsi saziente. Non posso prendere mai le distanze della mia carne, distinguermene, allontanarmene, ancor meno assentarmene. Ogni tentativo di distaccarmi da essa equivarrebbe a uccidermi. Così, prendendo carne, io mi invaghisco di me stesso, prendo carne solidificandomi in me stesso e in quanto me stesso. Raggiungo per la prima volta il luogo che sono: il qui dove sarà ormai possibile raggiungermi. Sono là dove mi si può raggiungere e non sono raggiungibile che là dove la mia carne mi espone; il fatto che prenda carne mi assegna la mia ipseità. Mia carne è ancora una modalità del pensiero: mi penso quando prendo carne. Mi penso sentendomi, in un’immediatezza che annulla il distacco proprio della rappresentazione. Il pensiero dell’intelletto procede secondo l’universale ed
elabora l’universalizzabile ed opera universalizzando. Così il pensiero suppone sempre che le sue ragion o le sue argomentazioni possano essere comprese altrettanto bene da chi le recepisce e da chi le formula; in modo che i ruoli possano scambiarsi; lo stesso ragionamento, se vuole meritare la sua pretesa di verità, deve potersi trovare ripetuto da ognuno, non importa da chi. Il privilegio dell’intelletto nella discussione razionale: solo questa forma di razionalità può convincere senza violenza poiché ogni argomentazione appartiene tanto a colui che la comprende quanto a colui che la inventa- il pensiero dell’intelletto non si sviluppa che all’espressa condizione di non fare distinzione di persone e di non singolarizzarsi. Il pensiero dell’intelletto si rivolge a tutti ma si offre all’appropriazione di tutti coloro che ragionano con l’intelletto. Deve la propria perfezione al rifiuto di individualizzarsi. La presa della carne mi assegna a un qui non riducibile e non mi autorizza che una parola che mi individualizza fino all’ultima ipseità. Tale parole né devo pronunziarla. Perché può essere che tutto ciò che dirò lo abbia già detto una altro. In riduzione erotica la parola “sono amato?” non la pronunzio quanto una domanda che potrei sceglier ma come la domanda che mi consegna a me stesso che dice perché mi dona il mio qui, il mio là. Entrando in riduzione erotica ho riconosciuto che il dubbio non riguardasse la certezza degli oggetti o degli enti del mondo e neppure la certezza della ma propria esistenza poiché cadono sotto i colpi della vanità che rinfaccia loro “a quale scopo?”. Il dubbio non richiede nulla di meno che la rassicurazione di me e che tale non poteva che riceversi da altrove rispetto a me. Nessuna domanda mi colpiva più radicalmente da “sono amato da altrove?”. è importante non cercare di rispondere troppo in fretta. Non posso rispondere perché mi mette per l’appunto in discussione. Posso aspettarmi da lei una risposta, si imporrebbe a me come un accadimento imprevedibile ce non mi farebbe il dono della sua presenza se non imponendomi la sua anamorfosi; di considerarla dal punto che essa avrà deciso per me ma senza di me. Devo misurare ciò che mi dono mentre lei non mi dona altro che la sua domanda ancora sena risposta. Da questo momento non è che non mi doni nulla: in primo luogo mi rassicura un qui irriducibile nello spazio poi di un presente dato nel tempo infine della carne dove prendere la mia ipseità. Ma nessuno di questi doni mi appartiene né proviene me. Che cosa posso pensare? Nulla, se non che la rassicurazione che cerco non può giungere che da altrove ma mai da me. Ogni risposta che mi dessi da solo mi perderebbe.
“SONO AMATO DA ALTROVE?”, l’interrogativo “SONO AMATO?” può riceve risposta solo giungendo da qualcuno diverso da me. Io necessito di una RASSICURAZIONE che sta al di fuori di me. Questa rassicurazione mi allontana da me stesso e mi apre ad un altrove.
Per resistere e ascoltare la RIDUZIONE EROTICA ho bisogno della rassicurazione che per definizione mi viene data a un’alterità diversa da me.
Quando dico “Sono amato da altrove?” è chiaro che io non sono più l’origine di me stesso. A questa domanda potrei rispondere che, se nessuno mi amasse potrei amarmi e questo potrebbe bastarmi. Però la cura di sé da sé è un dovere morale e, senza il quale, ogni altro dovere verso l’altro non ci sarebbe. La società, però mi mette in contatto costantemente con persone diverse da me. Potrebbero bastare gli idoli (più felici e con più gloria di me) e imitarli.
L’amore per sé si può proclamare, ma non si può performare.
9.L’IMPOSSIBILITA’ DI UN AMORE DI SE’
Come posso io sdoppiarmi in modo tale da farmi amare da un altro (me)? Infatti un me unico non può sdoppiarsi e diventare un ”me” diverso da me stesso, un non-me.
Si è parlato di “io trascendentale” e “me empirico”. L’io trascendentale precede il me empirico e non può identificarsi in lui. Questo non può avvenire nell’amore:
L’aporia ci trattiene dall’andare oltre l’odio di tutti e per tutti e di ognuno per se stesso.
CAP. 3
PARAGRAFO 15 RIDURRE LA CAPACITA’
L’aporia deriva dalla contraddizione fra la domanda e la conclusione: cominciando a chiedermi se sono amato da altrove vengo condotto all’odio di ciascuno per sé e poi all’odio di ciò che è diverso e quindi di tutti per tutti. È possibile evitarlo con un’altra strada? Rinunciando a derivare un concetto dell’amore partendo dalla domanda “sono amato da altrove?”, ad accedervi a partire dall’esigenza di essere amato, perché né io stesso, né nessun altro può rassicurarmi di altro che del suo odio. L’aporia non metterebbe in causa la razionalità dell’amore in generale, ma solo la pertinenza della domanda “sono amato da altrove?” che l’abbiamo ritenuta una strada di accesso perchè isola la rassicurazione di fronte alla vanità, opponendola chiaramente alla certezza di fronte al dubbio; si tratta di superare il discredito istillato al sospetto “a quale scopo?”, di rassicurarsi dell’amore, non più di certificare la propria esistenza. La domanda “sono amato dal altrove?” scatena appunto la riduzione erotica. L’istanza dell’amore si sblocca sotto un’angolazione molto ristretta. Non perché si tratta di me ma perché l’amore e la rassicurazione potrebbero intervenire solo con un punto d’appoggio assegnato e un gioco che li reclami; la fissazione della riduzione erotica sull’ego resta assolutamente indispensabile. La difficoltà viene da ciò che l’ego permette o non permette di intravedere nella riduzione erotica. Riguardo all’ego l’amore interviene solo indirettamente, in senso negativo, seguendo la ricerca di una rassicurazione nei confronti di una minaccia, la vanità. L’amore entra in gioco solo come correlazione ipotetica, quasi irraggiungibile, della mia mancanza di rassicurazione di fronte alla domanda “a quale scopo?”. La riduzione erotica resta ancora parziale, l’amore appare solo per difetto. La rassicurazione rientra nel campo della riduzione erotica ma non la compie a fondo perché essa manca all’ego che manca esso stesso di rassicurazione, non comprende l’amore che come una penuria. L’ego si arrischia in riduzione erotica sotto la minaccia della vanità con il panico di “mancare”. Ma di cosa? Della rassicurazione in amore. Esso si avventura nel campo dell’amore solo per sfuggire al rischio di perdersi solo nella speranza di rassicurazione. Gli manca, ne ha bisogno in fretta, quindi lo chiede e lo esige in modo tanto più frenetico quanto ne ignora la dignità, a potenza e le regole. L’ego si rivolge all’amore come un povero che non immagina mai di aver a che fare che gli usurai ogni volta più impietosi e rapaci; per lui la rassicurazione dovrebbe pagarsi ancor più cara della certezza. Che cosa spera l’ego quando compie il primo passo sul territorio dell’amore che gli apre la riduzione erotica? Spera di non perdervisi, che l’amore gli dia la rassicurazione a un giusto prezzo. L’ego si aspetta dall’amore solo uno scambio quasi onesto, una reciprocità negoziata. In amore la reciprocità non ha spazio, si addice solo allo scambio infatti essendo ingenuo e privo di esperienza delle cose d’amore, ignora tutto della sua logica paradossale, sottovaluta l’amante: legge l’amore come l’attesa e la richiesta di rassicurazione a un prezzo ragionevole. Come calcola questo prezzo? Con diffidenza e precauzione, anzitutto voglio ricevere quel che mi è dovuto e solo allora pagherò e ricambierò l’amore. Alla fine l’ego ha dovuto rinunciare a questi espedienti, ma resta nella stessa disposizione, calcola con la massima precisione e si attiene a una rigida reciprocità; non amerò che ricambiando e amerò solo se amato prima e solo tanto quanto sarò amato. Ma rischiando il meno possibile e a condizione che l’altro cominci per primo. L’amore si mette certo all’opera per un simile ego, ma sempre nel panico quindi non gioca davvero. L’ostacolo che offusca l’apertura del campo amoroso consiste nella stessa reciprocità: e la reciprocità acquisisce questo potere di innalzare un ostacolo solo perché si presume che lei sola offrirebbe la condizione della possibilità di ciò che l’ego intende come “amore felice”. Potrebbe restare felice? In ogni caso non potrebbe restare un amore, perché dipenderebbe dallo scambio e dal commercio. L’amore non può attenersi alla reciprocità né decidersi secondo un giusto prezzo per un motivo radicale: gli attori amanti no hanno nulla da scambiare e non possono calcolarne il prezzo. La reciprocità fissa la condizione della possibilità dello scambio, ma attesta anche la condizione di impossibilità dell’amore. Tale ricordo al commercio indica ciò che bloccava la riduzione erotica e riduceva l’accesso all’ordine dell’amore: io non partivo tanto dalla rassicurazione quanto dalla rassicurazione dal mio ego in carenza, colto dal panico di fronte alla penuria e di colpo rifugiatosi dietro la reciprocità. La domanda “sono amato da altrove?” non può ottenere risposta perché l’amore che evoca resta prigioniero della legge della reciprocità , cioè amare, a condizione di essere amato per primo. In breve, a questo stadio amare significa anzitutto esserlo, amato. L’amore serve all’essere, serve l’essere, ma non se ne astrae.
Tale diagnosi indica una strada che forse si potrebbe aprire per uscire dall’aporia: radicalizzare la riduzione erotica per arrivare a ridurre l’esigenza della reciprocità. Alla domanda iniziale “sono amato da altrove?” se ne deve aggiungere un’altra, vale a dire la domanda che presuppone solo che ne risulti anzitutto la rassicurazione per me. Come concepire il fatto che amare non debba venire da altrove verso di me, ma possa svilupparsi liberamente e senza essere al mio servizio. In breve, chiede ora “posso amare io per primo?”, comportarmi come un amante che si da piuttosto che come un amato che si avvale del do ut des. Una simile possibilità sempre aperta e nessuna aporia potrà mai bloccarla. Poiché la constatazione di non essere amato non mi vieta mai per principio di poter amare io, per primo. Il fatto che non mi ami non mi impedirà mai di amarlo se così ho deciso. La supremazia incomparabile dell’atto di amare trae la sua forza dal fatto che la reciprocità non la influenza. L’amare ha il privilegio di non perdere nulla, neppure se per caso non si ritrova amato, perché un amore disprezzato resta un amore compiuto. L’amante non potrebbe perdersi neppure se lo volesse perché donare a fondo perduto, l’abbandono e la perdita definiscono il carattere unico, distintivo dell’amare. L’amore si diffonde in perdita oppure si perde come amore. Più amo in perdita, meno perdo di vista l’amore poiché l’amore ama a perdita d’occhio. Compiere l’atto di amare consiste questa libertà di perdere. Più perdo più so che amo. Amare supera l’essere di un eccesso che non ha alcun paragone con lui. Mentre l’essere si smarca dal nulla l’amore non incontra mai nulla che gli resti estraneo. Amare non perde nulla per il fatto di non essere poiché non guadagna nulla per il fatto di essere. Talvolta amare consiste nell’accettare di non poterlo essere. L’antica aporia cade. La riduzione erotica si radicalizza e la domanda si formula ormai cosi: “posso amare io per primo?”. Tale radicalizzazione suscita una seria difficoltà. La logica che mi ha fatto passare dalla domanda “Sono amato da altrove?”, “posso amare io per primo?” giustifica il primato della seconda sulla prima, attraverso la libertà di perdere e di perdersi; ma la perdita non vieta proprio ogni rassicurazione per me? Amare non significa forse ormai perdersi per primo, quindi liberarmi da qualsiasi rassicurazione da altrove? L’altrove stesso non autorizzerebbe più alcuna rassicurazione per me, ma diverrebbe un impegno preso da me. La conclusione si impone: nella misura in cui si radicalizza la riduzione erotica, la domanda di rassicurazione perderebbe la propria legittimità e io dovrei rinunziarvi definitivamente. Tale argomentazione non vale per due motivi; perchè contraddice la logica stessa della perdita e dell’abbandono senza spiegarla. Si ragiona come se l’atto di amare, donando in perdita, si perdesse e si abbandonasse in modo da indebolirsi; ma è possibile trarre una conclusion sollo mantenendo implicitamente il punto di vista delle reciprocità e del commercio dove la perdita di ciò che dono equivarrebbe al mio fallimento di amante e al mio annichilimento. Se ci si attiene al punto di vista dell’amante, il fatto di perdere non comporta affatto la sua sparizione in mancanza di rassicurazione, il compimento dell’amore nella sua stessa definizione. Più perde più guadagna ancora se stesso in quanto amante. L’amore dell’amante vince sempre ma deve rinunziare a qualsiasi rassicurazione. Cosa si intende con rassicurazione quando qui ci si crede di negarla all’amante? La rassicurazione da altrove che garantisce l’ego contro la vanità. Si intende che la vanità non mi impedisce più di amarmi abbastanza perché io voglia essere e preservare nel mio essere. Passo alla domanda “posso amare io per primo?” in quale rassicurazione posso legittimamente sperare in quanto amante? Nella sola rassicurazione appropriata alla riduzione erotica radicalizzata, quella di amare. Rispondendo alla domanda attraverso la perdita del dono fino alla perdita di sé, l’amante conquista una rassicurazione pura del fatto preciso che lui ama e la sperimenta proprio nell’assenza stessa di essa. Serberà quanto vorrà la rassicurazione di amare per primo e per ultimo. Quando un amore si sbarazza di qualsiasi reciprocità chi perde e chi vince? Secondo la riduzione erotica, vince chi continua ad amare perché in tal modo conserva l’amore. All’obiezione si risponderà “amo quindi ho la rassicurazione di amare io per primo come un amante. Poiché l’amore rassicura contro la vanità mi scopro rassicurato attraverso l’amore che faccio e che si fa in me e contro il sospetto dell”a che scopo?”. Io radicalizzo la riduzione erotica per ricevere la rassicurazione nel gesto stesso di perdere ciò che dono, fino a rischiare di perdere me stesso. Ricevo una rassicurazione che non riguarda più l’essere ma solo l’amore. La rassicurazione mi giunge sempre da un altrove più intimo per me di me stesso, giunge nel gesto stesso con cui mi congedo da ciò che ho e da ciò che sono, per rassicurarmi di ciò che faccio in realtà in questo istante, l’amore. Ricevo ciò che gli rendo e la mia rassicurazione della mia dignità di amante. L’amore viene amando. Questo porta a due osservazioni decisive. Primo, io non supero l’odio di me con un sovrappiù, supero l’odio di ognuno per sé vincendo in me l’odio di tutti per tutti, e viceversa. E poiché non posso cominciare con il mio caso che mi è troppo vicino comincio superando il mio odio per l’altro che conosco
diventa finito per me perché entra nel mio campo visivo e si fa immobile in una parte del mondo dove io non posso più farne il giro. L’impotenza al rilancio lascia che l’altro divenga oggetto mio, il finito di cui faccio il giro e poi mi allontano (Don Giovanni non regge la riduzione erotica perché non ama troppo ma troppo poco). Quindi il farsi avanti dell’amante caratterizza la riduzione erotica radicalizzata visto che si compie solo fino a quando il farsi avanti si ripete.
L’amante sopporta tutto , l’altro non gli deve reciprocità e sorge come fenomeno erotico solo in riduzione erotica quindi per iniziativa dell’amante. Quando arriva la dichiarazione d’amore è l’amante che decide tutto e l’altro niente perché prima della riduzione erotica non può entrare in gioco nessuno. L’amante rende possibile l’amato; presuppone ciò che vede che non è altro che un oggetto e quindi ammettendo ciò deve rinunciare ad amare e passare ad un altro oggetto (quello che fa Don Giovanni) ma l’amante non lo fa perché presuppone che davanti a lui sorga un altro. Qui l’amante non chiede nulla (reciprocità o anticipo) ma attesta l’altro presupponendo che anche lui possa entrare in riduzione erotica e quindi l’amante non fa soltanto l’amore ma fa fare l’amore.
L’amante crede tutto, è diverso da tutti quelli che vogliono amare per la reciprocità, dagli oggetti visibili poiché ama facendosi avanti in una distanza dove questi non devono apparire. L’amante sopporta di restare solo in riduzione erotica e la vede come un privilegio raro, qui il meno infelice è colui che amava di più perché non smette di amare anche quando l’altro è scomparso in modo che tiene a galla lui l’amore; non perde niente perché ama ancora. Ama ciò che non si vede e quindi l’assente (persona lasciata, morta, che ancora deve nascere ed è temuta….) e così non va in delirio ma compie la riduzione erotica radicalizzata che non si appoggia su nessun ente.
L’amante spera e vede la speranza come un modo di accesso privilegiato a ciò che può dispiegarsi nella fenomenalità aperta della riduzione erotica; non ha e non può avere un oggetto perché gli oggetti richiedono possesso. Speranza e possesso sono inversamente proporzionali, l’amante ha delle speranze che non si convertono mai in possessi. Non si spera mai negli oggetti ma in ciò che supera l’oggettività o lo stato di ente; l’amore che va all’infinito può giungermi soltanto se rinuncio a possederlo attenendomi alla riduzione erotica. Non diviene pensabile che nella speranza e come tale resterà incondizionato e così può darsi all’infinito, la speranza spera tutto ciò che può possedere e ha cura della possibilità.
PARAGRAFO 20 IL SIGNIFICATO COME VOLTO
In quanto amante tento di accedere all’altro come un fenomeno che scatenerebbe la riduzione erotica. Non posso semplicemente affermare qui che il fenomeno si mostra quando uno dei miei significati intenzionali si trova convalidato da un’intuizione che lo soddisferebbe in modo adeguato. Per due motivi. Primo, nella riduzione erotica radicalizzata io mi decido solo ad amare per primo e dato che amo amare, provoco da me e per me solo l’intuizione. I miei vissuti amorosi confermano solo il mio status di amante e che io faccio l’amore, ma non mi rendono accessibile l’altro che amo. Qui la difficoltà consiste nel fissare un significato preciso all’intuizione sovrabbondante e vaga che provoca la decisione di amare per primo; si tratta di un’intuizione immanente e disponibile con un significato estraneo e autonomo. Il secondo, questo significato dovrebbe convalidare la mia intuizione a titolo di altro; il significato deve rendermi manifesto l’altro come un fenomeno a pieno titolo. Questo significato che dovrà farmi provare l’alterità radicale dell’altro mentre la vaga intuizione me lo vieta e mi lascia amare senza un punto fisso. Il significato che qui manca dovrà concedermi di riceverne l’alterità e dato che non la sperimento esattamente nel farmi avanti ad amare, dovrò provarla nel sopraggiungere su di me del significato. Un significato come potrà mai farmi provare l’alterità dell’altro o più esattamente di quell’altro insostituibile? Solo giungendomi a partire da quella stessa alterità, sorgendo come ciò che mi colpisce da altrove a partire da sé. Perché l’altro si manifesti a me come un fenomeno intero, devo aspettare l’arrivo di un significato che venga a contraddire la mia intenzione tramite la sua. Devo aspettare che un significato nuovo ostacoli i miei e mi imponga per la prima volta un’alterità. In regime di riduzione erotica la mia intuizione deve ancora attendere l’avvenimento imprevedibile di un significato che la fissi. Quindi il significato dell’altro non mi apparterrà; mi giungerà da un altrove attraverso un avvenimento la cui sola esperienza porterà la prova dell’alterità. Il volto dell’altro: è una tautologia, perché sono l’altro mi impone un volto e nessun volto apre un’esperienza diversa da quella dell’alterità. Che cosa mostra un volto? Non lascia vedere nulla di più di qualsiasi altra superficie del mondo e non gode di alcun privilegio rispetto ad altre parti del corpo umano. Anch’esse offrono una superficie sensibile,
accessibile a tutti i miei sensi. Mi oppone perciò la sua parola? Non sempre. Tuttavia trattiene il mio sguardo e la mia attenzione come nient’altro. Mi blocca proprio perché mi oppone l’origine dello sguardo che l’altro posa sul mondo e su di me. Se io sono i significati che gli impongo, posso ignorarlo, utilizzarlo o ucciderlo perché non devo neppure concepirlo, perché si rivolta contro di me e mi impone un divieto quindi un’alterità. Ucciderlo: non posso imporglielo senza che si rivolti contro di me e che il suo volto si imponga a me come ciò che non saprei né produrre né contraddire. Nient’altro che un simile volto. Perché? Qui si tratta di un omicidio? Perché solo il volto mi manifesta con le parole o con il silenzio “tu non ucciderai”. Con quale diritto e con quale autorità il volto mi impone un simile significato? Non ammette risposta e non la richiede perché importa solo il fatto che mi rende manifesto questo significato. Si tratta di un fatto più formale di un semplice diritto. Perché un diritto vale soltanto se,nei fatti, viene ratificato dalla forza. Il significato “tu non ucciderai” sopravvive alla violazione del diritto in esso: posso uccidere ma divengo un omicida e tale resterò per sempre. Nessuno potrà mai uccidere in me il fatto dell’omicidio che ho commesso. Il volto mi impone un significato che si oppone all’impero del mio ego fino ad ora senza resistenza: non lo devo sottomettere a me e non devo andare là dove sorge. Non si dovrebbe parlare del volto dell’altro poiché l’alterità dell’altro si impone a me solo là dove un volto si oppone a me: si dovrebbe parla del tal’altro, designato attraverso il tal volto inteso che io non considero mai un volto universale o comune ma sempre il tal volto, che mi oppone la tale alterità dicendomi di non ucciderlo, di non andare là dove lui sorge. Il volto si oppone a me; mi impone in tal modo un significato che non consiste nella prova della sua esteriorità, resistenza e trascendenza.
Per quanto legittimo resti l’intento etico dell’ingiunzione “tu non ucciderai” non ne attenua il significato. Sentirlo come un’ingiunzione implica di riportarlo a colui che deve risponderle e risponderne; attraverso un rovesciamento imprevisto, “tu non ucciderai” segnerebbe me piuttosto che l’altro, al quale tuttavia attribuisce il significato più proprio. Non si dovrebbe forse lasciare che questo significato si sviluppi come pure esteriorità dell’altro e chiedere ciò che significa non per me ma anzitutto per l’altro che vincola me in questo? “tu non ucciderai” significa (per me) che là dove sorge, io non posso fare a meno di uccidere tale esteriorità. Signfica l’esteriorità pura, che come amante ricercavo nel farmi avanti amando (amare) per primo; in quanto pura, non contraddice la riduzione erotica radicalizzata ma ne fissa l’intuizione amorosa rimasta vaga fino a quel momento. Sentendo “tu non ucciderai” a titolo di amante devo capire “non mi toccare” non venire avanti là dove sorgo, perché calpesteresti un suolo che deve restare intatto affinchè io vi appaia; il luogo dove mi trovo deve restare intoccabile. Il fenomeno, che unisce la tua intuizione al mio significato distante, nasce dal tuo ritrarti di fronte al mio farmi avanti. Il fenomeno erotico che vuoi vedere ti apparirà solo se m fissi su questo significato intatto il sovrappiù della tua intuizione di amare amare. Lo riceverai soltanto non impadronendotene quindi non toccandolo subito. Mi scopro in una novità fenomenologica. La riduzione erotica giunge a porre una sola domanda, quella di sapere se talaltro può manifestarsi a me a pieno titolo, vale a dire a partire da lui stesso. Si distingue da ogni altro, perché i suoi due aspetti – l’intuizione e il significato – non appartengono anche alla sfera mia propria. Mi colpisce un’esteriorità originaria che si distingue per dei caratteri assolutamente nuovi. In primo luogo, l’esteriorità non si compie più con l’intuizione, poiché l’amante la suscita a discrezione attraverso la sua decisione di amare amare. La tonalità affettiva amorosa da me prodotta resta vaga senza un punto sul quale fissarsi; implica e scatena in me un’alterità ma la lascia indeterminata puramente negativa sempre anonima. In secondo luogo, l’esteriorità proviene qui dal significato che solo un altro donato, preciso e unico, può impormi opponendomi la distanza dove non devo cercare di toccarlo. In terzo luogo, l’esteriorità di questo significato non mi consente l’evidenza di alcun oggetto. La trascendenza si dona a partire da se stessa, seguendo una contro intenzionalità. In quarto luogo, l’esteriorità segna la propria iniziativa prendendo la parola: il sorgere della parola dispiega un’autorità senza paragone con il linguaggio che mette in opera. Il linguaggio può tornare ad essere un oggetto. Il significato mostra di imporsi a me come venuto dall’altro nel fatto di donarsi come se non potesse non donarsi. Lo ricevo soltanto perché vuole donarsi e perchè sorge dal fondo di un altrove che io non posso neppure pensare di produrre. Il significato non mi giunge, come per tutti gli altri fenomeno, dal fondo del non visto, mii proviene quando acconsente a mettersi in opera, da un altro mondo, neppure da un mondo, ma da un altro più esteriore a me di qualsiasi mondo, perché anche lui ne
L’ “Eccomi“ di per sé non ha alcun significato, lo acquisisce solo grazie a colui che lo pronuncia. Grazie all’amante effettivo.
Ciò che muove l’amante e lo individualizza è il DESIDERIO. Infatti, l’amante non desidera altri se non chi ha deciso di desiderare. Questo desiderio influenza l’amante senza che lui ne sappia il motivo e la causa. Il mio desiderio parla a me stesso e mi mostra cosa mi eccita.
Quando mi si mostra il volto e capisco che fa per me, mi rendo conto di star diventando l’altro e di essere già amante. L’altro diventa per me una questione personale ed è diverso da tutti gli altri. Riconosco questo istante quando mi dico di non essere ancora innamorato e di dominare ancora il mio desiderio. Ma in questo momento, che è già troppo tardi, non sono più me stesso. Sono il vero me.
L’amante poi si individualizza nell’eternità: DESIDERIO DI ETERNITA’. Sia all’amato che all’amante serve la convinzione di poter amare, per questa volta, per sempre. Infatti il “Ti amo per un momento provvisoriamente” vuol dire “Non ti amo affatto”. Senza la possibilità di amare per sempre non posso psicologicamente fare l’amore e mi condanno a mentire. Grazie all’eternità il giuramento si compie sia nel successo che nel fallimento.
Ciò che è stato detto non potrà mai non essere stato detto, da questo ne consegue l’individuazione dell’amante. Ho deciso di rischiare ad amare e ,anche se fosse solo per un solo istante, ho deciso di fare l’amore. Ho separato il tempo che passa da quello che non passa. Ho segnato nel tempo un ATTIMO DI ETERNITA’ che appartiene solo a me e che mi individualizza una volta per sempre.
L’amante si individualizza attraverso la PASSIVITA’: nell’ impatto che l’altro ha su di me ricevo non solo ciò che mi dona, ma anche me stesso. Io amante mi individualizzo attraverso una TRIPLICE PASSIVITA’: tre impatti che si sommano.
La passività è quello che mi fa diventare amante. Questa passività non è intesa come inerzia, investe tutto ciò che sono in quanto io sono l’unico a poter amare.
La passività dipende dal fenomeno della MIA CARNE (non ho una carne, ma sono la mia carne). Io non divento una cosa del mondo, ma lascio alle cose del mondo il diritto di influenzarmi e ridurmi alla mia passività. Le cose, non possono colpirmi perché per definizione sono inerti e insensibili e quindi non mi fanno sentire nulla di loro. Solo il mio corpo (carne), in quanto è in grado di sentire ciò che è diverso da se , sente le cose. Le cose possono agire le une sulle altre senza mai toccarsi, distruggersi, generarsi e influenzarsi. Ciò che fa interagire me con le cose è la mia passività.
E’ la mia carne che sente e circonda il mondo, non il contrario. L’interiorità della carne influenza l’esteriorità del mondo. Io sento il mondo secondo ciò che provo.
Questa passività, però non è sufficiente a definirmi come amante. La passività ricopre un ruolo importante solo con le cose inerti e con la mia carne. Infatti la difficoltà si incontra quando la mia carne deve entrare in relazione con un’altra carne.
La carne dell’altro si mostra nuda alla mia poiché non ha nessun intermediario. Però vedendo la carne nuda vedo comunque un corpo fisico (oggetto del desiderio). Per questo per rimanere l’oggetto del desiderio deve sforzarsi di non denudarsi troppo e troppo velocemente. Il desiderio è ciò che uccide l’altro che si lascia prendere dall’oggetto: quando l’oggetto appare la carne sprofonda.
Per relazionarsi con la carne dell’altro, perciò, occorre lasciarsi sentire in modo che io risenta di sentirla e che risenta che lei mi senta.
Quando il mio corpo si relazione nel mondo fa esperienza di se e si accorge che è differente dagli oggetti perché gli resistono e perciò mi concentro in me. Per questo già posso distinguere un corpo da un’altra carne.
Inizialmente io non sono al mondo, ma nel mondo. Poi vedo che il mondo non mi accoglie in modo aperto, ma mi ferma di continuo.
L’essere mi trattiene e tiene. Per poter uscire da questo devo far interagire la mia carne con quella di un altro nella quale mi esplorerò per la prima volta. Entrando nella carne dell’altro esco dal mondo.
Il piacere: mia accoglienza da parte della carne dell’altro che mi dona la mia carne. La mia carne si accresce grazie alla non resistenza nella quale io ricevo la mia stessa carne dall’altro e viceversa (doppia passività).
La passività si accresce in quanto, con tutta se stessa, la carne non vuole resistere.
Il dolore: resistenza della carne dell’altro alla mia perché mi nega e rifiuta la mia stessa carne.
La mia carne si dilegua quando scompare la carne dell’altro.
L’amante come a-donato è colui che riceve se stesso da ciò che riceve e che dona ciò che non ha.
Io aderisco alla carne dell’altro per lui, perché la riceva e quindi godo di lui, io godo del suo godimento e se così non fosse mi servirei dell’altro.
La rassicurazione la trovo solo nella carne dell’altro che mi è donata e che dono a me stesso.
Io, così, non mi sento più un corpo fisico. Non c’è spazio omogeneo che si serve del collocamento di corpi fisici. Le tre dimensioni dello spazio restano valide solo perché appartengono alla natura (mondo come oggetto). In quanto carne, mi oriento a partire da me stesso. E in quanto amante mi colloco in base a dove sto ricevendo: AMBIENTE EROTICO.
Il futuro: tempo dell’attesa di un altrove dove nulla accade. Nell’INCROCIO DELLE CARNI attendo che la carne dell’altro mi doni la mia. L’attesa dura fino a quando una delle due carni non cessa alla resistenza. Le due carni devono eccitarsi, scambiare il ritirarsi-avanzare in modo reciproco.
Il presente: tempo dove l’altrove accade
Il passato: tempo in cui l’altrove ha superato il momento del proprio presente
Il colloquio erotico ha una fine e finisce quando arriva la resistenza: orgasmo.
L’amante si scopre finito perché la sua carne lo aliena da se. La carne dimostra di essere finita nel momento in cui si eccita. Se l’erotizzazione fosse infinita sospenderebbe il mondo, il tempo e lo spazio strappandomi al mondo.
La finitezza mi insegna a rinascere come amante, farmi avanti, essere fedele al giuramento e donare ed ricevere la carne.
Io godo di nulla, perché godo dell’altro che non appartiene al mondo. Per questo non ho nulla da dirgli, noi ci doniamo reciprocamente la possibilità di estrarci dal mondo diventando carne.
Siamo INTERLOCUTORI INEVITABILI.
Non posso parlare di nulla, ma posso parlargliene. Posso parlare solo con lui del nulla perché solo lui la conosce come la conosco io.
Quando godo io parlo, mi rivolgo disperatamente all’altro.
Futuro: io dico “Eccomi” chiedendo “Vieni”
Passato: io dico “Ecomi” supplicando “Ancora”
Ci parliamo perché non abbiamo bisogno di nessun intermediario. Più il rapporto cresce e meno servono le parole. Quando sentiamo il bisogno di parlarci finisce l’amore.
Dobbiamo parlare per noi stessi, parlare per eccitarci, farci uscire da noi stessi in quanto carne erotizzata dalle parole.
Qualsiasi enunciato a sé è vano, solo l’amante può capire il significato profondo. Il linguaggio erotico mette in scena il giuramento e permette alla carne di eccitarsi.
E’ necessario usare un linguaggio che descriva il meno possibile gli enti (meno mi parli di oggetti e più mi doni la mia carne). Il linguaggio è trasgressivo perché porta fuori dal mondo.
Ci sono tre lessici che formano la PAROLA EROTICA:
Cap 5
DELLA MENZOGNA E DELLA VERACITA’
Il fenomeno dell’altro appare nella luce bianca dell’erotizzazione. Ma si dovrebbe proprio riprendere tutto dal principio, da zero, senza presupporre nulla. L’erotizzazione implica una finitezza radicale, quella di un processo che è nel contempo potente (più di me) e che si scatena automaticamente (senza di me) o, involontariamente (malgrado me), ma che dura men a lungo di me. Ignorando o sottovalutando tale paradosso si perde la distanza che resta fra l’amante e la sua erotizzazione, ma si affonda soprattutto in
un’interpretazione psicologica e morale. L’amante il cui farsi avanti si compie nel giuramento vuole l’infinito, mentre l’erotizzazione delle carni incrociate resta principio finito.
Il sospetto che mi fa chiedere se, l’erotizzazione della carne è davvero avvenuta, dato che questa è scomparsa senza lasciare traccia, supponendo che sia avvenuta, abbia mutato qualcosa fra l’altro e me, poiché tutto sembra come prima. Il sospetto deriva direttamente dalla finitezza temporale dell’erotizzazione, quindi non posso sfuggirgli.
Il sospetto nasce in principio dalla finitezza stessa dell’erotizzazione della mia carne, più esattamente dalla temporalità di questa finitezza. L’erotizzazione non ha, nulla di obbligatorio, né di permanente, né di necessitante, e l’esperienza prova che se ne può fare a meno per lungo tempo. La sospensione non interrompe l’erotizzazione più di quanto ne attesti l’esistenza.
Fermandosi di colpo l’erotizzazione si rivela facoltativa e superficiale. Terminando l’erotizzazione traccia un confine fra un prima e un dopo, fra i due, scompare la manifestazione, la carne dell’altro sparisce come ciò che mi donava la mia. Non solo la carne dell’altro si ritira, ma io sospetto che in realtà non vi sia mai stata un’altra carne.
L’orgasmo non mostra nulla, non lascia alcun ricordo e non lascia niente da dire, come potrebbe darmi accesso all’altro come persona? Indescrivibile e istantaneo, il godimento resta astratto. L’altro gode contemporaneamente a me e del mio stesso piacere? Per giudicare il godimento dell’altro, vengo, riportato a superare l’erotizzazione.
Supponendo che si sia condiviso lo stesso orgasmo, questo ci basta per aprire un accesso l’uno all’altro? Se la sua parola non lo conferma, se ka mia non glielo confessa, la sola erotizzazione nulla potrà: le nostre due parole incrociate nulla potranno.
Dono perverso, peggiore di uno stupro, perché gli strapperò persino il consenso alla mia presa di controllo su di lui, quindi l’erotizzazione della carne non sempre, raggiunge l’altro come persona. Se tuttavia la carne può erotizzarsi contro la volontà si deve concludere che l’erotizzazione non raggiunge mai la persona. La finitezza dell’erotizzazione fa sì che si debba fermare, non raggiunge mai nessuno come persona, ma si ferma al puro anonimato di un altro in generale. Dunque non abbiamo alcun motivo per escludere che la ripetibilità giunga infine alla SOSTITUZIONE di un altro con un altro ancora. Se l’erotizzazione non raggiunge mai nessuno in prima persona, non importa chi può concludere l’affare, o almeno, non si può escludere nessuno da questo affare.
Così clonati, questi altri si riducono ormai all’umiliante funzione di semplici partner, respinti al di fuori della riduzione erotica, strumenti che uso per eccitare la mia carne. Dal momento che l’erotizzazione non raggiunge mai la persona. La finitezza fa arenare l’erotizzazione lontano dalla persona, ricevo dall’altro la mia carne e gli dono la sua, ma il lampo bianco dell’orgasmo ci offusca l’uno nell’altro, ci confonde uno con l’altro, e infine non appare nessuno.
L’erotizzazione neutralizza la persona, la sostituisce sotto il giogo del mondo e la degrada all’anonimato dell’orgasmo, la naturalizza. Naturalizzare significa imbalsamare un cadavere perché si conservi come un oggetto e dia l’illusione di restare come persona. Naturalizzare, scavare una distanza fra l’apparenza di una persona e quella stessa persona, e questo permette di aprire lo spazio della menzogna erotica.
La carne si fa intermediaria fra me e l’altro, poi diviene uno schermo fra noi in mancanza di una persona. Da qui un sospetto propriamente erotico, che accresce le distanze fra l’altro e la sua carne, fra la mia carne e la mia persona e infine fra gli amanti. Non si tratta di un dubbio, ma di un sospetto. Ormai l’erotizzazione, anziché rafforzare il giuramento, vi si sostituisce e lo discredita, perché compromette la possibilità di ciascuno degli amanti di dire “eccomi”. L’aporia dipende dalla stessa finitezza della riduzione erotica: l’erotizzazione finisce per finire. Non si muore d’amore. Si rifà l’amore come ci si “rifà una vita”
Un’aporia di principio che ci ostacola: se restiamo distanti l’uno dall’altro, se non riesco più a manifestarmi all’altro come persona, né lui a me, questo non deriva da una cattiva o debole volontà, ma da una distanza