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riassunto del libro Plessner Il riso e il pianto
Tipologia: Appunti
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Riso e pianto sono reazioni dell’uomo di fronte a ciò che non gli resta indifferente. Ma sono solo manifestazioni reattive che danno espressione somatica al vissuto di stati fisici? Forse è solo una grossa riduzione che non aiuta a scoprirne l’origine. Lo scopo dello studio di Plessner, trattando in modo SIMMETRICO riso e pianto, (dando lo stesso valore sia al riso che al pianto, non tralasciando il pianto come ha fatto fin da sempre la letteratura), è quello di capire il loro significato in relazione alla natura umana dell’uomo. Anche se in Plessner non viene mai meno il rigore scientifico essendo zoologo. L’uomo è, secondo Plessner, UN TUTTO UNITARIO,dove fisico e psichico sono 2 aspetti diversi di un’unica realtà naturale, non è un INSIEME ,MA UNA TOTALITA’. Plessner si rende conto che l’uomo ha la capacità di “porsi”, ha una posizione nei confronti di sé e dall’altro di sé. Chiama questa posizione ECCENTRICITA’: nello stesso tempo l’uomo è corpo ed ha corpo : vive se stesso come corporeità e la controlla soggetto e oggetto del proprio agire. L’uomo ha a disposizione un mondo interiore e una sfera di relazioni, è libero ma allo stesso tempo prigioniero della necessità, della sua esistenza. La consapevolezza di esistere, di oggettivare la realtà caratterizzano il vincolo dell’uomo. L’uomo si sente sradicato, sperimenta la nullità, la coscienza di non avere una collocazione nel mondo, un posto veramente suo. Però la sua vita mantiene uno stretto vincolo con la natura, è da qui che si alimenta l’essenza umana. Questa apertura al mondo non esclude la possibilità di un rapporto fisico- corporeo. Le manifestazioni espressive sono anzi possibili grazie al corpo, ma esternano qualcosa che di per se non è corporeo, qualcosa che sembra appartenere ad un altro “livello”dell’essere. Ovviamente le diverse manifestazioni espressive hanno funzioni diverse: il linguaggio consente ad esempio una comunicazione fondata sull’astrazione concettuale. Le parole non possono essere confuse con i suoni degli animali, le parole hanno un vero e proprio significato. Occorre fare una differenza tra ESPRESSIONE MIMICA e LINGUAGGIO MIMICO(gesti). Le espressioni sono immediate, involontarie,non sono mediazioni per trasmettere qualche significato, ma specchio di emozioni. Riso e pianto, insieme al sorriso sono per Plessner, forme alternative e superiori di linguaggio specifiche dell’uomo. Non sono semplici manifestazioni espressive, e non sono in grado di trasmetterci un chiaro sentimento. I gesti, per quanto improvvisi palesano lo stato interiore dell’uomo animando il corpo. Il riso e il pianto invece determinano la perdita di dominio dell’uomo sul proprio corpo. Possiamo sintetizzare che RISO E PIANTO SONO SINTOMI DI FRATTURA INTERNA DELL’UOMO. Normalmente l’uomo agisce e reagisce in modo razionale all’interno di un contesto, sapendo che i suoi atti portano a conseguenze, ma generalemente agisce in modo che il suo comportamento offra la riposta più consona alla circostanza in cui si trova. Qualora l’uomo NON è in grado di affrontare una situazione la sua unità superiore abdicain favore della corporeità in questo senso RISO E PIANTO SONO FENOMENI che si presentano ai LIMITI DEL COMPORTAMENTO = suppliscono al comportamento non potendo offrire una risposta controllata. Dunque per Plessner RISO E PIANTO sono l’unica ripsosta possibile di fronte ad una situazione impossibile. Soltanto l’uomo che riesce a prendere distanza dal mondo e non si lascia assorbire dalla situazione è in grado di giocare l’ultima carta del riso e del pianto. L’uomo si trova in questa situazione (riso e pianto) qualora si incrocino momenti di attrazione e momenti di repulsione e non riesce a trovare un punto stabile a cui aggrapparsi. Il riso rappresenta l’apertura al mondo dell’uomo, proiettato verso gli altri, il pianto la chiusura dell’uomo in se stesso, l’isolamento. Il senso di impotenza che sorge in lui non gli lascia spazio di prender distacco dalla cosa e l’uomo si abbandona alle lacrime meccanismo corporeo come unica risposta possibile, unica via d’uscita. Dunque riso e pianto non si spiegano mediante il principio del piacere o del dolore, ma con una mancanza di chiarezza di una situazione= un’improvvisa CADUTA DELL’ESSERE UMANO. INTRODUZIONE ALLA PRIMA EDIZIONE 1941 PLESSNER è convinto che i teorici abbiano scritto molto sul riso e poco sul pianto interessandosi solo alle reazioni. Solo nell’ultimo decennio si è fatta strada l’idea che la conoscenza è solo una delle modalità attraverso cui l’uomo di muove nel mondo. L’insoddisfazione delle teorie scientifiche decide di guardare l’uomo con nuovi occhi. Attraverso il ricorso all’esperimento, all’autonomia della scienza viene sminuita la teoria dell’espressione. Ecco che Plessner cerca di ridare senso a questa teoria chiedendosi: come è
possibile che queste reazioni possano avvenire? Plessner vuole capire se l’espressione rivela qualcosa dell’essenza umana. L’effetto riso/pianto non è pensabile senza la causa, ma la causa non si trova solo nel rispettivo motivo bensì nel rapporto dell’uomo con il suo corpo, il quale determina la sua esistenza nel mondo. Comprendere il significato di riso e pianto significa tener lontana l’usuale separazione mente /corpo per arrivare a comprendere che si tratta di avvenimenti all’interno dell’esperienza di vita dell’uomo. A cosa ci serve tradurre il significato di alcuni gesti se non abbiamo chiaro il significato espressivo del linguaggio, in senso di possibilità e limiti? A cosa ci serve interpretare meglio riso e pianto quando il loro significato espressivo ci resta oscuro? Dinanzi a queste forme espressive primitive si tenda da dare definizioni “arcaiche” quali reazioni , impulsi elementari di difesa o di comunicazione, rimane in questo modo il sospetto che in essi si manifestino strati arcaici dell’esistenza. Concepire riso e pianto come forme espressive significa partire dall’uomo come TOTALITA’, e non dal particolare (anima, corpo, spirito…), TOTALITA’ cioè relazione con se stesso e con l’ambiente. Questa connessione è alla base di ogni esperienza. Le forme espressive sono dunque forme di comportamento verso se, gli altri, l’ambiente, non fanno parte di una coscienza isolata dalla realtà interna od esterna. INTRODUZIONE ALLA SECONDA EDIZIONE 1950 Il concetto di eccentricità per Plessner, nel suo trattato, vuole mostrare anche le modalità dell’esistenza corporea dell’uomo,per cui la possibilità di prenderne distanza e con ciò intraprendere la via del controllo degli organi fino al completo possesso di sé. La nostra rappresentazione dell’atteggiamento corporeo, in ciò che accomuna tutti gli uomini e/o li distingue è legata a certe modalità di comportamento passibili di evoluzione e caratterizzano ogni cultura : il parlare, l’agire, il creare … La nostra rappresentazione riguarda anche 2 modalità di espressione, anzi di sfogo: il riso e il pianto non soggette a evoluzione. Per la concezione che l’uomo ne ha, l’interpretazione e il senso che gli da l’uomo durante la sua vita, essi gli appartengono come forza formativa e attiva. Una registrazione non coglie il riso e il pianto,è un metodo apparentemente obiettivo. l’idea che l’uomo ha di se potenzia o indebolisce il suo linguaggio. Nella misura in cui la natura umana è corporea si lascia determinare, anche involontariamente da segni distintivi. Che significato hanno formula dentaria, angolo facciale, distinzioni tra arti e piedi , scarsità di peluria se non si tiene conto che è ciò che caratterizza il comportamento di un essere corporeo nel mondo? Solo il comportamento spiega il corpo, rende comprensibile il corpo. È importante, se non fondamentale, distinguere prestazioni come FUNZIONI legate a uno o più organi dal COMPORTAMENTO dove l’organismo, nella sua totalità entra in relazione con l’ambiente. Nel caso dell’animale, si parla di una catena di funzioni di cui esso si serve per effettuare uno scambio tra l’intero organismo, mentre nell’uomo si va oltre, un’unità di scambio tra l’uomo e se stesso. La capacità di parlare, agire non è solo disporre di determinati organi, ma è avere la possibilità di comprendere di avere questo potere. Parlare ,agire creare,ma anche ridere e piangere non sono facoltà che avvengono anche all’insaputa dell’uomo, a prescindere che egli lo voglia o meno. Sono facoltà solo nella misura in cui egli le conosce e sceglie di usarle. Non solo gli uomini cambiano, ma anche l’oggetto di cui essi parlano, agiscono, creano è soggetto a cambiamento, ma le MODALITA’ del parlare, dell’agire e del creare si conservano in ogni cambiamento. Così avviene anche per il riso e il pianto in quanto (COME SI CERCA DI PROVARE IN QUESTE RICERCHE) forme espressive di una crisi a cui, in determinate situazioni, conduce il rapporto dell’uomo con il suo corpo, un comportamento a cui l’uomo ha bisogno di abbandonarsi. IL RAPPORTO DELL’UOMO CON IL SUO CORPO: le forme espressive del riso e del pianto apprtengono solo all’uomo. Non hanno nulla a che vedere con il linguaggio o gli atteggiamenti mediante i quali l’uomo dimostra la propria superiorità. Chi ride o piange perde il senso del controllo e non riesce ad elaborare in modo oggettivo una situazione. Apparentemente potrebbero sembrare espressioni emotive per il loro carattere eruttivo, ma in realtà si differenziano da esse
È a partire dall’uomo nella concretezza della sua esistenza che riso e pianto devono essere compresi come reazioni corporee. Rispetto al linguaggio, gesti ed espressioni mimiche, il riso e il pianto documentano una forte emancipazione dei processi corporei della persona. In questo squilibrio potrebbe essere la chiave di tali fenomeni. In nessun altra forma di manifestazione come in essi si rivela immediatamente la segreta composizione della natura umana. Il linguaggio e l’azione mostrano l’uomo nel dominio della ragione, se qui l’uomo perde il suo dominio precipita al di sotto del suo livello, si sfalda l’unità della persona, la persona diventa non più immediatamente responsabile. Nel riso e nel pianto, al contrario, la persona resta persona, benché la persona perda il controllo, resta persona perché il corpo s’incarica in sua vece della risposta. In ciò si rivela la possibilità di una cooperazione tra la persona e il suo corpo, che normalmente resta nascosta perché non sollecitata. In situazioni chiare, facili da gestire, l’uomo risponde come persona e nel farlo si serve della sua corporeità: come strumento linguistico, x sorreggersi, spostarsi, segnalare … Egli controlla la sua corporeità, ma questo controllo ha dei limiti nel controllo della corporeità da parte del’uomo stesso (se si da credito a certi notiziari, alcuni uomini sarebbero in grado di avere in loro poterela circolazione, la respirazione e persino la regolazione termica..). Il fine del controllo del corpo, sia esso per migliorare il rendimento o per una fuga del mondo, è dato all’uomo attraverso la sua esistenza fisica; COME corporeità NEL corpo. Ciascuno fin dalla nascita deve accordarsi con questo duplice ruolo. Qeusta situaizone di me nel mio corpo è intrecciata nel modo più ovvio con il mio essere immediatamente inserito nello spazio delle cose. Non sono separato dalle cose esterne, ma sono io stesso un pezzo di mondo esterno. Qui la mia corporeità, come contenuto del mio campo visivo o tattile , parte delle mie sensazioni motorie e viscerali, e si trova nello stesso piano delle altre cose corporee che percepisco. Che mi muova o stia ferma la situazione del mio esistere è duplice: come corpo nel corpo. Queste due disposizioni sono intrecciate. Mi muovo con la mia coscienza e la corporeità è il suo veicolo. In questa situazione la posizione dell’uomo si presenta eccentrica. Occorre mantenere un equilibrio tra interno ed esterno, e alcune volte si può incorrere in alcuni disturbi che riguardano il rapporto dell’uomo con il suo corpo. Del resto, per ritrovarci di fronte al problema, non c’è che da richiedere al corpo una qualche attività inconsueta, come accade quando il bambino impara a camminare. L’animale in questo è superiore all’uomo in quanto non deve superare alcuna frattura tra sé e sé, né fra se e la propria esistenza fisica. Ma c’è da dire che egli non può tentare, con il suo corpo, qualcosa che non gli sia già immediatamente prescritto dalle capacità motorie e dall’istinto. Solo l’uomo è consapevole della situazione oggettiva del proprio corpo come impedimento costante, ma anche un continuo stimolo a superarlo. Egli è costretto a trovare compromessi sempre nuovi tra il corpo che egli è, e la corporeità da lui abitata e controllata. MEDIAZIONE ED ESPRESSIVITA’. IL VOLTO E LA VOCE. Apparentemente posizione e modo di esistenza dell’uomo ci hanno allontanato dal nostro tema, in realtà sono la base per la trattazione. Se riso e pianto sono monopolio dell’uomo devono essere compresi a partire dalla sua essenza. Deve essere possibile spiegare le caratteristiche essenziali umane, cioò gli orizzonti di manifestazione umana. In quanto possibilità necessarie di cui puà disporre un essere si possono raggruppare in diversi modi che Plessner chiama Leggi antropologiche.
- 1 Artificialità naturale - 2Immediatezza mediata - 3Legge del luogo utopico Esse fungono da mediatrici tra la posizione eccentrica e le modalità tipiche di agire dell’uomo. Essere umano un essere eccentrico, eccede il piano della natura ,dei fenomeni, nel senso che è un essere centrico, ha un centro= ha una matrice da cui si dipartono tutte le decisioni però è capace di spostarsi da esso. Significa che l’uomo non è riducibile al qui e ora ,è sempre altro,e oltre. È un essere capace di progettarsi nel senso che l’uomo è capace di vivere nella realtà ,ma questa esperienza è sempre programmata, intenzionata l’uomo è prima dell’esperienza , CAPACE DI darle un nome, l’uomo non è mai solo l’empirico. Lo dice non in senso religioso, ma antropologico = significa cogliere l’irriducibilità
dell’essere. Infatti uno dei temi fondamentali che l’antropologia filosofica intende combattere è il riduzionismo nel quale è compreso anche la psicologia perché il pericolo maggiore è la riduzione, il pretendere di dare una definizione( questo lo fa anche la psicologia). L’antropologia ci aiuta a non ridurre tutto ad una definizione. Dobbiamo sempre tener aperto lo sguardo alla trascendenza. forma è eccentrica dell’uomo. CHE SIGNIFICA? Ha un centro ,abbiamo un sistema nervoso centrale, ma qst centro è il punto di partenza è anche il punto di arrivo. “L’essere umano è sempre prima e sempre dopo l’esperienza che compie” fa una riflessione e poi torna riflettendoci. C’è una pre-riflessione data dalla progettazione, c’è l’esperienza e c’è il ritornare riflessivamente sull’esperienza. Questo è la cifra distintiva degli esseri umani. L’essere umano è come una feritoia -> esporsi verso il mondo e non essere mai travolto Nella posizione eccentrica si fondano le “proprietà” con cui l’uomo si manifesta, capacità /facoltà o come si vogliano chiamare le modalità secondo le quali si esplica l’esistenza umana. Anche il riso e il pianto si rendono comprensibili nel legame con le altre caratteristiche essenziali, l’importante sarà trovare la loro giusta collocazione: riso e pianto appartengono all’ambito dell’espressività. Questo ambito è in stretto rapporto con la situazione nel nostro corpo. L’uomo esperisce se stesso come cosa e come interno a una cosa, esposto ad attività con e mediante esso. In questa unità, da realizzare continuamente, il suo corpo gli si rivela come mezzo che egli può usare per compiere azioni, un vero e proprio strumento. Questo vale anche per gli animali, con l’unica differenza che essi non lo usano in modo consapevole. Questa situazione nel mondo gli si presenta come una situazione immediatamente mediata. Attraverso il mio corpo mi trovo immediatamente a contatto con le cose. Il fatto che siano necessari processi di mediazione negli organi di senso , nervi e sistema nervoso complica la comprensione di questa verità, al tempo stesso produce un senso di sfiducia nei confronti delle nostre sensazioni/percezioni. L’immediatezza mediata, ovverosia della posizione eccentrica dove si realizza il rapporto dell’io con il corpo, non va “spiegata”, certe modalità dell’essere elementari vanno accettate, una di queste è il carattere eccentrico dell’uomo con monopoli, debolezze e forze che lo caratterizzano. Si è discusso in termini di immediatezza mediata solo dal punto di vista della conoscenza dell’essere nel suo essere nel mondo. Questa non è altro che la strumentalità del corpo che mette in risalto solo il rapporto con l’esistenza fisica. Un aspetto altrettanto importante di questo rapporto è l’espressività del corpo che si manifesta in gesti, mimica, linguaggio, ma anche in forme espressive come riso e pianto. La sua essenza non si esaurisce in nessuna delle sue manifestazioni. Attraverso l’espressività, tratto fondamentale dell’esperienza mediata, si riesce a comprendere il fatto di abitare in un corpo e allo stesso tempo avere un corpo. Anche questo vale anche per gli animali, ma essi non sono consapevoli di realizzare l’espressività. Nella gestualità e nella condotta ciò che è “interiore” diviene visibile all’esterno, è un qualcosa di immediato, ma il fatto che si realizzi testimonia una relazione tra interno ed esterno. La corporeità, anche negli animali, non è un involucro passivo,ma una superficie di limite vissuta di fronte all’ambiente. Indipendentemente da tutto, voce e superfici corporee, rappresentano gli organi di “espressione”, l’espressione si caratterizza come potere più o meno a disposizione del singolo che, circostanze permettendo, permettono di assumere una maschera e una condotta artificiale. L’uomo ha bisogno, in un certo senso, di questo potere perche si rende conto che è difficile restare naturale in ogni situazione. La naturalezza è una rinuncia che si propone all’uomo nelle più diverse modalità, allorchè egli intuisce l’artificialità della sua esistenza. Essere organi di espressione significa che essi sono i mezzi grazie ai quali l’espressione diviene comprensibile all’esterno. Il ruolo di guida e rappresentanza del corpo spetta al volto, soprattutto lo sguardo diviene lo “specchio dell’anima”. Attravrrso il volto l’uomo guarda fuori di sé, capta lo sguardo degli altri e le varie immagini del mondo. Questo essere aperto e nascosto fa del volto la superficie di limitazione e mediazione, dunque l’esterno non è semplice divisorio che circonda l’interno,ma è incluso nell’interno. Come il viso anche la voce è cassa di risonanza dell’espressione, con essa l’uomo si rivolge al mondo. La voce è il mezzo ideale per l’esternazione dello stato emotivo e dei suoi cambiamenti. In essa, come nel volto, appariamo aperti verso interno ed esterno nel graduale passaggio di comunicare e percepire. Anche questo, entro certi limiti, vale anche per gli animali, anche gli animali emettono suoni, ma affinchè essi sfocino nel riso e nel pianto devono esserci dei motivi e possibiilità di cui solo l’uomo, con la sua posizione eccentrica dinanzi al mondo e alla propria esistenza fisica, dispone. Nel quotidiano le modalità espressive si completano a vicenda tanto da non essere comprese separatamente; nonostante questo, tale caratteristica di manifestazione, è l’unica strada per definire la peculiarità di riso e pianto. L’analisi dei modi di
esiste una spontaneità e immediatezza che conferiscono al riso e al pianto il carattere di vera espressione gestuale. Il loro legame s’impone ai nostri occhi e alle nostre orecchie con una forza irresistibile. Per restare spettatori indifferenti occorre un enorme sforzo. Dunque possiamo riassumere dicendo che riso e pianto sembrano avere i tratti dell’espressione mimica con l’impronta più pura e nell’intensità maggiore. L’IMMAGINE DELLA GESTUALITA’ ALLA LUCE DELL’AGIRE. Ogni analisi di espressione può essere solo soggettiva poiché dipendente dall’intenzione di colui che si esprime. Ogni espressione ha due lati: espressione corporea e intenzione interiore, entrambe componenti oggettive necessarie per l’espressione. L’interpretazione dipende dalla situazione in cui è inserita l’espressione. Gli animali, mancando di linguaggio, non hanno a disposizione un’epsressione più amplia, al contrario l’uomo ce l’ha più differenziata. L’espressione a volte si presenta così spontaneamente che spesso a tradimento sconvolge l’agire pianificato. Essa proviene da una dimensione profonda diversa da quella del comportamento. Secondo Darwin l’espressione mimica è solo un residuo, inutile di una funzione che prima serviva. Ora gli appartengono ancora ma senza più uno scopo ben preciso. Grazie a questa concezione delle idee rudimentali ha dato vita alla teoria dell’espressione dei moti dell’animo. Es. nell’espressione mimica della rabbiavengn messi in mostra i canini, perché questa smorfia? Darwin dice: l’uomo proviene dalle scimeme per le quali erano importanti per gli attacchi e la difesa. Questo movimento è sopravvissuto in modo regressivo , mantenendo un carattere dimostrativo. Maggiore difficoltà si è trovato per il riso e il pianto. Il pianto in particolare viene spiegato come reazione difensiva dell’occhio contro disturbi ambientali, le lacrime espellono dall’occhio corpi estranei. Piderit sostiene invece che l’espressione è un’azione con un oggetto fittizio. Ci si chiede perché alcune azioni scompaiono e altre no? Secondo Darwin la colpa è delle emozioni che gettano un ponte tra individuo presente e passato. Le emozioni producono stessi impulsi che ricevono risposte diverse. Secondo Piderit, invece, parte dal mutamento di significato, prende sul serio l’intenzione dell’espressione, ma la interpreta come azione sostituita. nell’espressione l’uomo fa solo come se perseguisse un fine, mentre nell’azione lo realizza. Le nostre azioni hanno come scopo altre sensazioni: le gradevoli portano a rinnovare la loro presenza, le sgradevoli a impedirle in futuro. C’è una predilezione forte a descrivere stati d’animo con concetti presi dalla sfera del gusto: aspro lavoro, amara sofferenza, dolce amore… perché c’è una maggiore risonanza delle sensazioni del gusto rispetto alle altre emozioni poiché la capacità motoria del naso e degli occhi ,per non parlare del padiglione auricolare hanno meno possibilità. Torna a vantaggio della teoria di Piderit che è difficile distinguere espressione originale e gesto mimico. L’espressione diventa comprensibile a partire dall’azione, dalla reazione provocata dallo stimolo. Ma non è possibile, dice Klages che le reazioni vengano suscitate solo dalle sensazioni: egli riconosce l’indipendenza dell’intenzione simbolica e interpreta a partire da essa le immagini della gestualità. Egli considera innanzi tutto decisiva non la sensazione ma la sua piacevolezza o ripugnanza (vale a dire l’accento sentimentale). Rispetto ad esso, la sensazione ha solo valore rappresentativo. È questo valore che indica il linguaggio e il gesto. I sentimenti sono tonalità della nostra esperienza vissuta che non ci lasciano indifferenti. Klages ha riconosciuto nella risonanza della vita sensibile (dunque nel sentimento?)un importante punto d’appoggio per la sua teoria dell’espressione. Con ciò si da la possibilità di riconoscere , accanto alla direzione interiore che porta all’agire, un’autonomia direzionale interiore che si realizza nell’espressione. Resta curiosa l’affinità tra espressione e azione, l’espressione non è più rappresentata come discendente dell’azione, bensì accanto ad essa e con stessi diritti. IL CARATTERE ESPRESSIVO DEL RISO E DEL PIANTO Non è un caso che nelle interpretazioni della gestualità, riso e pianto abbiano un ruolo insignificante. A quale azione infatti potremmo ricondurli? A differenza delle espressioni guidate da emozioni, nel riso e nel pianto manca questo passaggio tra interno ed esterno. L’uomo può ridere e piangere solo se si consegna a loro. Si abbandona al riso ,si lascia andare al pianto…
Spesso dovremmo reprimerli con la forza. Questo finire nel riso e nel pianto indica una perdita di padronanza, una rottura dell’equilibrio tra uomo e esistenza fisica. Un sentimento può portare acnhe a non essere padroni di noi stessi,va a gravare sull’unità della persona. Con il riso e pianto Viene rotto l’equilibrio interiore, va a gravare sull’unità corporeo-spirituale. Se una situazione si presenta difficile da essere affrontata, Il disorientamento ne è la conseguenza, si tratta di trovare una risposta sensata in una situazione difficile. Se l’impossibilità di rispondere è al contempo una situazione pericolosa l’uomo perde la testa, il senno. Se la situazione a cui non è possibile dare una risposta non rappresenta un pericolo per la vita allora causa riso e/o pianto. L’uomo grazie alla sua posizione eccentrica trova comunque una risposta: prendere le distanze da essa e se ne libera(piange o ride). Perdendo il dominio su se stesso l’uomo mostra il suo potere nell’impotenza. Riso e pianto non sono né gesti né atti gestuali ma CARATTERE ESPRESSIVO. Essi esprimono una risposta rumorosa, eruttiva e con funzione segnaletica ( ma solo questo sarebbe restrittivo). Qui cominciano a delinearsi differenze tra riso e pianto: nelle lacrime c’è una funzione di autoaffermazione. Ma cosa hanno in comune motto di spirito e disperazione? eppure si ride in ogni caso. I MOTIVI DEL RISO 1 GIOIA E SOLLETICO – 2 GIOCO – 3 COMICITA’- 4 MOTTO DI SPIRITO- 5 IMBARAZZO E DISPREZZO. 1- GIOIA E SOLLETICO La modalità di manifestazione fisica del riso corrisponde al motivo, può essere messa in dubbio da 2 possibilità di suscitarlo: gioia e solletico. In entrambi i casi il riso sembra un autentico atto di espressione gestuale. Poiché la gioia può derivare da diversi motivi ci si deve chiedere se il riso sia vero e a cosa si riferisce poiché non è certo che ciò per cui si gioisce sia la base del riso. Il SOLLETICO è, al contrario, uno stato ben preciso di stimolazioni che restano nella superficie. Sembra aprire la possibilità dello stimolo- reazione, ci si chiede però se il riso così forzato possa esser considerato espressione gestuale, o addirittura vero riso. Chi è sorpreso, chi ha ricevuto una bella notizia,o un dono inaspettato ride. Questo suo riso è in realtà GIUBILO = irrefrenabile culminare nel suono che fa seguito all’impulso motorio dell’eccitazione gioiosa. Esso si scatena in ogni avvenimento sorprendente che provoca gioia. È un’esplosione per la felicità. Non è sempre facile dire se si tratti di GESTUALITA’ IMMEDIATA o sia già GESTO SIMBOLICO. A volte, acausa della società, l’espressione immediata deve essere frenata e il gesto compare al suo posto. Il GIUBILO si esterna in parte vocalmente con suoni simili alle grida, in parte con il riso. Giubilo e riso sono di specie diversa ma possono congiungersi. L’entusiasmo che essi portano allontanano l’uomo dalla pesantezza, si crea una sorta di distacco dalle cose e in questo riesce a scoprire altre fonti del riso: scherzo- comicità- motto di spirito = forme di leggerezza in cui l’uomo è disposto e aperto allo scherzo. Si ride facilmente ma spesso superficialmente, anche le occasioni più insignificanti sono sufficienti a trovare qualcosa di comico e di divertente. Nell’impossibilità di trovare una risposta si crea il clima migliore per esplodere nel riso. Sono situazioni che si conformano in ogni singolo dunque non possono essere vincolanti come criteri generali, in esse il riso è ESPRESSIONE GESTUALE DI GIUBILO. Da qui sorge la falsa impressione che il riso sia sempre gestualità. L’altro fenomeno al quale può richiamarsi la tesi secondo la quale il riso sia ATTO GESTUALE è il solletico: definibile come forma di stimolazione che resta in superficie. È una stimolazione ambivalente: in esso si alternano momenti piacevoli e non. Ma nei momenti in cui l’irritazione sensibile conosce il suo specifico inasprimento nel solletico prorompe in un riso sommesso caratterizzato da fessura degli occhi, bocca tirata e si esprime attraverso stridii che somigliano al riso. Senza dubbio nel ridacchiare c’è un’ espressione gestuale. Non è ancora riso, ma rivela un tratto significativo di esso. Il ridacchiare può divenire autentico riso se l’uomo trova comica la propria suscettibilità al solletico. La sproporzione che viene a crearsi, nell’essere prigionieri di un futile stimolo al contempo piacevole e fastidioso, ha un effetto comico. Ci si scopre prigionieri del proprio corpo proprio come quando si inciampa e l’atteggiamento del ridacchiare viene sostituito dal vero riso.
forma iniziale di ambivalenza, che però non ha più a che fare con la qualità del solletico né scaturisce dallo stato di sospensione del gioco tra vincolo e volontà. La COMICITA’ sta interamente dal lato dell’oggetto, della situazione che ci sta di fronte. NON si rivolge solo ai nostri sensi, ma al nostro modo di vedere le cose. Il comico si manifesta solo attraverso il rapporto con una regola, dinanzi alla quale conduce e contrasta. Ciò che è decisivo non è l’entità dello svantaggio( es un naso grosso) ma l’adeguatezza della replica (risposta) ad una provocazione in se inadeguata. Lo spettatore non è solo un semplice occhio che accetta immagini pronte, ma è la misura e la regola. L’umorismo, come capacità di non perdere il senso del comico, non deve essere vincolato al sentimento e alla comprensione, si tratta di contraddizioni e ambiguità che si risolvono nel fenomeno stesso, non hanno bisogno della sfera razionale dove, in caso, vengono solo chiariti. Per il suo trovarsi nel mondo, cioè la sua posizione eccentrica,permette all’uomo di vedersi limitato e al contempo aperto, estraneo e familiare. Qualora le cose ci sorprendono, prendono una piega imprevista e siamo liberi di difenderci prendendo distanza, le troviamo comiche. IL MOTTO DI SPIRITO L’arguzia in quanto forma espressiva, viene considerata una sottospecie di comicità. Kuno Fischer la definisce un tipo di manifestazione in cui è insita la forza produttiva e comunicativa della comicità. È evidente il raaport cn il riso che risponde alle scherzo, l’effetto rallegrante che ne deriva e a cui esso serve e un acerta somiglianza con la struttura della comicità del doppio senso e del controsenso. È comico quando qualcuno cade nelle “trappole” di linguaggio, in un certo senso inciampa con le proprie gambe. La comicità di sviluppa nell’articolazioni di frasi e nelle parole. I motti di spirito obbediscono ad un altro principio, si basano sul suono, sono giochi di assonanze, deformazioni delle parole. Tale spiritosaggine nelle costruzioni terminologiche deriva dalla combinazione di espressioni fonetiche prive di significati. In esso non predomina la comicità ma l’effetto finale che essa non ha. Questo per dire che, per quanto sia comico nel contenuto, se il motto di spirito non raggiunge l’effetto finale dello “spostamento di significato”rispetto al senso reale, non è spiritoso. Il motto di spirito, sulla base del doppio senso di una parola, esprime contemporaneamente due giudizi aventi in comune solo la parola pronunciata; essi si presentano però in modo tale che mentre uno è manifesto,l’altro resta nascosto. L’effetto di ogni arguzia si presenta sulla scoperta del senso nascosto. Il motto in se non lo spiega, lo da solo ad intendere. L’arte del motto di spirito è proprio quella del dare ad intendere. Se il motto di spirito si trasforma in una sorta di giudizio, l’effetto scompare. Da qui l’idea che il motto di spirito si caratterizzi per BREVITA’, IDEA LAMPO, ILLUMINAZIONE FULMINEA. Alludere a qualcosa, dare ad intendere, lasciar intravedere significa la possibilità di essere portati con una stessa espressione su due cose diverse. Il motto di spirito dunque coincide con la sovrapposizione di più sensi: portare all’estremo un’immagine che però nel legame tra la prima e l’ ultima parte della frase crea un effetto a sorpresa. Ma perché la spiritosaggine ha un effetto divertente e provoca il riso? Poiché il motto di spirito crea una sovrapposizione tra più significati è importante che essi non si sopprimano a vicenda. A differenza della comicità ciò non avviene sul piano del linguaggio (es: balbettare), ma sul piano del discorso. Il motto di spirito non è legato alle parole né ai giudizi. Il motto di spirito porta al riso perché permetta il collegamento tra concetti ed elementi che per loro essenza non hanno nulla a che fare tra loro. Il motto di spirito come tecnica del nascondere e dare ad intendere e allo stesso tempo della sorpresa. L’umorismo stimola il piacere perché risparmia all’uomo un dispendio psichico, risparmia uno spreco di sentimenti. Il divertimento, tuttavia, nel motto di spirito non è legato solo alla tecnica ma anche alla tendenziosità. Il motto OSTILE E LUBRICO(OFFENSIVO) possono provocare esplosioni di riso libero e liberatorio. Il motto di spirito permette di rendere risibile l’oggetto del nostro odio o di mostrare velatamente l’indecenza a cui non si può giungere. Il procedimento abbreviato del motto di spirito è ciò che ci diverte maggiormente perché ci risparmia un complicato lavoro intellettuale, ci permette di giocare e di avere consapevolezza del non senso e del senso serio. Il piacere prodotto da motto di spirito si può ricollegare al sollievo, ma tale sollievo compare solo quando l’energia liberata sfocia nel riso. L’artefice e l’uditore hanno allora la certezza che il dardo ha colpito il bersaglio. Il motto di spirito dunque ha un effetto liberatorio,ma a patto che per demolire inibizioni inconsce non deve trarre origine da riflessioni coscienti. Deve essere il prodotto del subconscio, nato dall’idea lampo ad avere un effetto convincente. C’è una sorta di affinità con il sogno,
poiché entrambi ci permettono di trovare fonti di piacere sepolti, ma mentre nel sogno ci può essere non comprensione, il motto per ottenere il suo effetto deve rispettare le condizioni di comprensibilità. A volte, il motto, può essere utilizzato come mezzo per liberarsi dei propri sentimenti, nasconderli o per comportarsi come se se ne fosse padroni. Attraverso il motto di spirito, infatti, la tensione accumulata si rompe con l’effetto finale che defluisce nel riso. Ma perché sia proprio il riso a procurare questa distensione è da chiarire. IMBARAZZO E DISPERAZIONE Come ultimo gruppo di motivi del riso si considerano imbarazzo e disperazione. Qui il riso appare forzato, non liberatorio e alleviante. All’uomo imbarazzato, il proprio stato, resta nascosto. Questo è evidente in quelle situazioni in cui l’uomo non sa più cosa fare con se e cn il mondo. Vede una discrepanza tra se e l’ambiente che può essere la sorgente del suo affanno e allo stesso tempo del suo sollievo allorchè si lascia prendere dalla comicità. Questa fuga nel riso spiega il riso nell’imbarazzo e nella disperazione. Ci si può sentire imbarazzati dinanzi a coloro dai quali ci sentiamo osservati. Ci si mette cosi in uno stato di involontario isolamento. Sapere di essere osservati confonde, rende insicuri, giudicati. Questa insicurezza cresce sino all’imbarazzo, ostacola un corretto rapporto con il proprio corpo nella realizzazione del comportamento. L’imbarazzo non ha nulla a che vedere con la vergogna. La vergogna si prova per qualcosa di negativo. L’imbarazzo invece è l’incapacità di venire a capo di una situazione in presenza di altre persone. IL MOMENTO SCATENANTE Nel tentativo di raccogliere i risultati e di definire con poche parole cosa provochi riso e pianto e in cosa consista l’elemento comune dei suoi motivi dovremo dire che suscino riso e pianto tutte quelle situazioni limite che, pur senza essere minacciose, per l’impossibilità di una risposta impediscono all’uomo di essere padrone di fare qualcosa. In caso contrario o la situazione è tale che attraverso l’intelletto è possibile riallacciarsi a essa con parole o azioni, gesti, oppure non è più possibile riallacciar visi, la situazione è insopportabile e costringe l’uomo alla fuga. L’impossibilità di ottenere una risposta in assenza di una immediata minaccia esistenziale è la condizione sufficiente affinché scaturisca il riso. Se la situazione non esercita alcun vincolo sull’uomo esso ne prenderà distanza senza alcun dispendio di energie. Quando si è consapevoli dell’estraneità alla cosa dello spettatore e dell’uditore ci si sente al sicuro. Il piacere di trovarsi in qualcosa che non ci riguarda, di divertirsi alle spalle altrui tolgono ogni inibizione al riso. Nel gioco al contrario, o anche nell’imbarazzo, predominano la partecipazione dell’uomo, perciò egli non può ridere di cuore. Qui il riso suona forzato. Dunque il riso è passionale ma non allegro: passionale in quanto scarica una tensione che nella esuberanza della gioia scaturisce dall’impulso al movimento; nel prurito dall’eccitazione ambivalente dei sensi; nel gioco dalla condizione intermedia tra libertà e vincolo, nella comicità e motto di spirito dall’equivoca trasparenza del fenomeno, nell’imbarazzo e disperazione dall’incrocio di visione complessiva e impotenza. Oltre che passionale è SALUTARE in quanto reazione di abbandono, automatismo corporeo, rinuncia all’unità controllata di uomo- corpo. Tali studi si limitano a constatare che il riso, con l’aumentare della distanza dell’uomo dal motivo, diviene libero, allegro e profondo. Mentre quando l’uomo è coinvolto perde tali caratteristiche. La partecipazione affettiva mette in discussione l’ univocità del riso. Una forte gioia e la disperazione conducono altrettanto facilmente al riso come al pianto. Con esse il sistema vitale dell’uomo viene scosso. L’uomo perde il suo controllo del corpo. Con il riso l’uomo risponde direttamente senza coinvolgersi nella risposta. Chi ride è aperto al mondo. È per questo che non è casuale che l’esplosione nel riso avvenga più immediatamente, mentre la reazione del pianto si sviluppi in modi più graduale. Piangere è espressione di un allontanamento del mondo, come una sorta di isolamento. IL CARATTERE MEDIATO DEL PIANTO Nel riso l’uomo analizza una situazione e con il riso le risponde. Non è lui stesso che ride,ma qualcosa dentro di lui. Egli è solo teatro e contenitore di questo processo. Il pianto è un’altra cosa: anche il pianto è una risposta che si inesca più o meno lentamente. Questa risposta implica l’uomo stesso. L’uomo è coinvolto, toccato, commosso. Gli si serra la gola, compaiono le lacrime, si lascia andare e si abbandona al pianto. Per questa strana modalità di comportamento verso se stessi il pianto si differenza molto dal riso e cosi anche il significato della reazione. Naturalmente questo atto di abbandono avviene più facilmente in
B. Schwartz sostiene che fino a quando non si interrompe il meccanismo del pianto come riflesso ( es. del pianto dei bambini) non si può parlare di vero pianto. Nel crescendo delle lacrime ha luogo una distensione che agisce come risposta. Ecco che pian piano la tristezza ottiene il posto più basso tra i motivi del pianto in quanto predomina ancora troppo l’elemento fisiologico ( naturali funzioni organiche dell’organismo). Ormai l’automatismo fisiologico, nel quadro del pianto, passa in secondo piano, mentre in primo piano domina l’espressione. Le lacrime non scorrono più perché l’uomo si sente avvinto, oppresso e/o imprigionato nel proprio corpo, ma perché ne tra sollievo. L’uomo passa da un atteggiamento teso ad uno disteso, dalla disperazione alla speranza. L’atto di ingresso nel mutamento dissolve la tensione psichica. Il pianto di devozione viene paragonato a quello spirituale. Non c’è un’esplosione della tensione affettiva. Si tratta di risposte di valore, legate alla qualità di ciò che ci tocca. La verità dei valori comunque non decide dall’autenticità dell’espressione, ma solo della sincerità e profondità della relazione al valore verso cui l’uomo si è indirizzato. LA RISONANZA DEL SENTIMENTO Va ricordato che l’intera indagine sui motivi del pianto dipende dalla condizione limitativa che essi soli non bastino a scatenare il pianto, e perché esso si verifichi occorre uno specifico atto di resistenza interiore. Dolore, sofferenza, tristezza, gioia e amore contengono le componenti che sono il presupposto per la comparsa del pianto, ma non sono ancora sufficienti. Nessuno di essi ha la necessità di sfociare nel pianto. Possono prendersi possesso dell’uomo senza tuttavia condurlo alle lacrime. Gli elementi decisivi per il pianto non si trovano nel dolore o nella gioia, ma in qualcosa di aggiuntivo che modifica tali sentimenti. In questo “qualcosa” si trova la sostanza del pianto. Sinora la conosciamo come l’atto del lasciarsi andare interiore e del darsi per vinto. Poiché un sentimento conduca al pianto, vi è alla base una aderenza alle cose in cui viene interrotta la “normale”distanza dalle cose e si giunge alla commozione, l’uomo è consegnato ad una forza di fronte alla quale egli deve “contenersi”se non vuole lasciarsi sopraffare. Il fatto che dinanzi all’emozione l’uomo si arrenda dipende dalla grande forza di quest’ultima. Sino ad ora poteva sembrare che l’emozione e l’atto di capitolazione potessero bastare a scatenare il pianto. Ma non si deve tralasciare che il sentimento è fondato su una aderenza alle cose che cancella ogni distanza. Il sentimento è un legame tra me e qualcosa, un legame che di fronte alle cose/uomini, avvenimenti, lascia un’autonomia inferiore rispetto a intuizione e percezione. I sentimenti non sono prese di posizione delle persone rispetto agli oggetti ma richiami sintonici a cui ogni persona, a seconda del proprio temperamento, può più o meno facilmente resistere. In quanto richiami sintonici, possono variare di intensità, essere autentiche o inautentiche. I sentimenti inautentici non hanno nulla a che fare con me, mentre quelli autentici si. Ne sono partecipe interamente come uomo, ma se il sentimento è inautentico manca questa centralità/partecipazione dell’uomo. Un sentimento può essere infondato e ingiusto, ma mai privo di contenuto. In quanto richiamo sintonico il contenuto si colloca a metà tra la “reazione” e la risposta. Per essere una reazione, è troppo legato debolmente al motivo. Non viene semplicemente provocato, ma si rivolge all’uomo e risveglia in lui una risonanza. E per una risposta, il sentimento, è troppo legato intimamente al motivo. Reazione e risposta sono rispettivamente comportamento incosciente e cosciente. Nel mondo animale sono presenti entrambi, anche se prima si riservava la coscienza all’uomo e si lasciava l’incoscienza agli animali. Tuttavia solo l’uomo mostra un comportamento cosciente, nel senso di un agire motivato, dove ad una domanda corrisponde una risposta appropriata. Un aumento della consapevolezza può fuorviarci nell’interpretazione dei sentimenti. Cuore ed intelletto vivono in lotta l’uno con l’altro. Se decidiamo secondo l’intelletto seguiamo la coscienza, ci riduciamo alla pianificazione, al calcolo. Gli irrazionalismi non hanno potuto imporsi a lungo. Per una concezione della conoscenza che ha per ideale la dimostrabilità, il sentimento rimane limitato all’interiorità del singolo. IL MOMENTO SCATENANTE Non tutti i sentimenti possono provocare il pianto, ma solo quelli in cui l’uomo si accorge di una forza superiore contro la quale egli non può nulla. Questa constatazione del piano sentimentale deve avvenire sul piano sentimentale, deve colpirci per provocare l’atto di abbandono interiore che condiziona il pianto. I sentimenti spingono alle lacrime non in quanto sentimenti, ma in quanto modalità di constatazione di una forza che mi assedia. Nel dolore si è inermi. La zona dolente sembra sostituire tutte le altre. La propria
impotenza si mostra ancora più nell’ira. Qui il dolore viene sostituito da irrigidimento e aggressività e nella sconfitta si scorge l’assenza di via d’uscita. Spesso è la sensazione di debolezza a portare le lacrime agli occhi. Al contrario, nel passare da un atteggiamento teso ad uno rilassato, nella gioia imprevista è più difficile ritrovare la propria impotenza. Il mondo non esercita più pressione su noi. Una pressione che diminuisce e provoca intenerimento e indebolimento. Raggiungiamo un limite del comportamento. Anche se non si determina a causa di una forza del mondo che provoca ferite e dolore,ma per una impotenza essenziale, perché si è inermi, ci imbattiamo comunque in un limite ultimo. Essenziale per la comparsa del pianto è qui l’improvviso passaggio da un comportamento teso ad uno rilassato, un mutamento così imprevisto che confonde l’uomo. Decisivo per il pianto è dunque il rendersi conto di una situazione irrecuperabile. Le emozioni mettono l’uomo tra due momenti definitivi nel flusso del tempo: di fronte all’irripetibilità della vita, egli sperimenta la propria finitezza. La finitezza come impotenza ci si presenta con tanta maggiore insistenza quanto più strettamente ci appare connessa alla nostra esistenza: un bambino piange perché deve ubbidire e così sperimenta la sua finitezza. Nell’uomo maturo cresce (dovrebbe!) la consapevolezza che la sua reale libertà è al tempo stesso il suo limite. Non sempre il pianto corrisponde ad una CATARSI (liberazione), né sempre ad un rilassamento. La sensazione di impotenza può comparire al termine di un’unitile battaglia e attraverso una dolorosa ferita, può essere espressione di una benefica rinuncia a sé dinanzi a qualcosa di sconvolgente. Sofferenza e compassione non sono allora condizioni necessarie per il pianto. È decisivo soltanto l’essere sopraffatti, considerato come una commozione totale a cui l’uomo si consegna senza riserve così da non poter più dare risposte mantenendo una certa distanza. Perdere l’autocontrollo significa perciò qui abbandonare il comportamento verso il mondo e verso se stessi in modo che questo abbandono sia ancora visibile nell’espressione. L’ORIGINE DEL RISO E DEL PIANTO DUE LIMITI DEL COMPORTAMENTO Riso e pianto costituiscono un particolare GENUS di espressione. A differenza della gestualità mimica, essi rappresentano manifestazioni nelle quali la perdita dell’autocontrollo raggiunge un grado particolare. Il comportamento dell’uomo rispetto al suo corpo risulta disorganizzato. Si ride e si piange solo in situazioni per le quali non si danno altre risposte, cioè c’è un’effettiva impossibilità di trovare una soluzione adeguata. L’uomo si lascia andare, ma non è questo l’elemento determinante. Non si parla di non avere pazienza, bensì essere giunti ad un limite. Normalmente nella sua esistenza l’uomo si orienta. Essa deve essergli familiare,ma non è sempre così. A volte ciò che gli è familiare può anche divenire estraneo e viceversa. Ma tra i due ambiti devono poter esistere relazioni. In quanto essere che attribuisce nomi e principalmente come essere che si occupa e si preoccupa, capace di pianificare e porre domande, ciò a cui l’uomo non può rinunciare è ad avere un certo stato di cose, potersi cioè attenere a qualcosa. Che debba esserci un certo stato di cose non significa rivendicare la causalità, ma aspettarsi connessioni e rapporti in cui l’uomo si inserisce con qualcosa. Ma quali motivi o situazioni suscitano il riso?in genere quelli che non sono seri o non sono presi sul serio.seri in due sensi: nel senso della possibilità quotidiana di dare risposte in base a qualche stato di cose, quanto nel senso della minaccia non quotidiana di un potente pericolo. Le situazioni alle quali non si può rispondere, nelle quali l’uomo non si orienta, che egli non può comprendere, cercherà di cambiarle a ogni costo, di trasformarle o fuggirle. Se non ci riesce, la cosa si fa seria. L’uomo perderà la testa e la conseguenza sarà una crisi. Se invece la situazione a cui non può rispondere non lo trattiene, l’uomo senza alcun dispendio di energie, prenderà distanza da essa. Perché una situazione non seria e con carattere non minaccioso suscitano il riso?? Se esse non trattenessero l’uomo , egli potrebbe liberarsene. Egli invece non può liberarsi di alcune situazioni perché si trova tenuto in tensione dall’intreccio di momenti di attrazione e altri di repulsione. L’impossibilità di rispondere poiché molteplici possibilità di risposta si escludono a vicenda, è il fondamento della resistenza al contraccolpo della situazione, cioè della tensione che si libera nel riso. Così l’uomo risponde a ciò che nella sua pluralità di sensi non può avere risposta. Ridendo l’uomo si abbandona al proprio corpo, rinuncia alla sua unità e al controllo su sé. Il corpo si assume per lui il compito di rispondere. Con le perdita del controllo sul corpo, l’uomo mostra ancora una sovranità in una situazione impossibile.
Ricevono la loro impronta da un automatismo sottratto al dominio della persona, al quale questo si abbandona in modo adeguato. Ma come è possibile che l’uomo perda il suo controllo in modo così caratteristico( cioè in relazione a due automatismi che si confondono in rari casi riso e painto?)? L’esistenza fisica impone all’uomo un duplice ruolo. Egli è corpo e contemporaneamente è nel corpo, vvero è con un corpo “avere un corpo”. Il rapporto tra lui persona come “responsabilità” e lui “corporeità” deve giocarsi tra avere ed essere. Senza la certezza del mio essere all’interno di un corpo, non avrei la certezza del mio essere come corpo immediatamente consegnato all’azione. Non avrei certezza, vale a dire non avrei alcun controllo del mio corpo. Ogni individuo si attiene alla relazione assoluta dell’ambiente con la propria corporeità, o con il centro della percezione, del pensiero,del volere. Questa posizione, l’essere contemporaneamente al centro e periferia , prende il nome di eccentricità. L’uomo deve continuamente trovare un rapporto con tale posizione, non deve propendere né verso l’una ne verso l’altra. Nella necessità di un accordo tra la corporeità che egli è e quella che egli abita e controlla si realizza il carattere mediato e strumentale della sua esistenza. È per lui:
- Mezzo / strumento di tutti i movimenti, ma contemporaneamente anche il loro ostacolo. - Materiale superficie di riflessione per le diverse modalità di espressione, del linguaggio, atteggiamento. Perché l’uomo possa usare il proprio corpo in maniera strumentale o espressiva ,deve essergli rivolta una richiesta in qualche senso, e questa richiesta può essere soddisfatta o meno. Dinanzi a richieste che possono essere soddisfatte, azione linguaggio e atteggiamenti sono sufficienti, dinanzi a richieste che non possono essere soddisfatte questi falliscono. Ma cosa succede quando una situazione viola questo quadro? In situazioni simili l’uomo NON SA PIU’ cosa fare. Manca la direzione in cui egli deve organizzare con e nella sua esistenza corporea per mantenere l’unità della persona. Si ha una DISORGANIZZAZIONE. Fino a qui è possibile chiarire l’origine di riso e pianto, l’indagine sul mezzo con cui si effettua il brusco passaggio all’automatismo è invece oggetto della fisiologia. E non si sa ancora nulla di sicuro. Ma poi è sufficiente l’eguaglianza per trarre conclusioni circa l’eguaglianza dell’origine? È possibile, anche in base all’esperienza di ognuno, che le cause corporee dello scatenamento e i meccanismi di riso e pianto possano variare. La presenza nel cervello di “centri”, la cui stimolazione darebbe corso ai meccanismi in questione rimane in ogni caso incerta. Potrebbe essere che le due reazioni appartengano a differenti sistemi funzionali: animale e vegetale. È stimolante mettere in relazione le due reazioni ai limiti del comportamento tanto con i due sistemi animale e vegetale, tra loro polari, quanto con l’antagonismo di coscienza e sentimento. Anche la disorganizzazione si dimostrerebbe allora organizzata. Il fatto di sbagliare nell’espressione, il brusco passaggio dal riso al pianto o viceversa e persino la comunanza di certi tratti nello sviluppo delle sue reazioni non contrastano con l’idea di antagonismo. Troppo bello per essere vero? Una sola cosa è certa : per la conoscenza dei rapporti dell’uomo con il suo corpo e con il mondo, le connessioni fisiche non sono prive di significato. Che riso e pianto siano fenomeni contrastanti è evidente, ma l’interpretazione popolare del loro contrasto sarebbe troppo grossolana e superficiale per la ricchezza della vita. L’equazione riso-piacere in una certa misura può andare può ancora andare,quella pianto –dolore è sicuramente falsa. Se dunque viene meno il principio del piacere e del dispiacere, cosa assicura l’antitesi riso pianto? La risposta è IL LORO CARATTERE DI REAZIONE A UNA CRISI DEL COMPORTAMENTO UMANO IN GENERALE. Il contrasto è possibile solo tra cose che abbiano qualcosa in comune. Al riso e al pianto è comune il fatto di essere risposte a una situazione limite. Il contrasto si fonda sull’opposizione delle direzioni in cui l’uomo viene a trovarsi in queste situazioni limite. Il riso risponde all’inibizione del comportamento per una inconciliabile molteplicità di punti a cui agganciarsi; il pianto all’inibizione del comportamento per la soppressione della relatività dell’esistestenza. Il comportamento vitale si gioca tra l’essere vivente e qualcosa che gli sta di fronte. L’inibizione del comportamento può dunque essere attribuita o al vivente o a ciò che gli sta di fronte. Ogni inibizione limita e minaccia la vita. Il vivente vi è esposto per la sua debolezza. Essa porta a disturbi funzionali, alla malattia e si conclude con la morte. Ma il comportamento umano ha però inoltre anche una dimensione di gioco in cui può raggiungere dei limiti. L’uomo è sempre situato tra se SOGGETTO e i suoi OGGETTI. L’uomo quindi può disporre di sé e degli oggetti oppure inciampare. L’animale si comporta conformemente alla situazione: si
adatta o per lui è la rovina. L’uomo si muove nella consapevolezza della loro struttura, li articola. Perciò, quando le condizioni per la formazione d rapporti vengono in qualche modo disturbate, può venirgli a mancare anche lo spazio di gioco del comportamento. Egli viene disorientato. Con INIBIZIONE DEI RAPPORTI s’intende impedire ogni possibilità di comprensione di senso. Può essere dovuta al fatto che nessi di senso tra loro contrastanti portano alla soppressione di ogni chiarezza, oppure al fatto che l’oltrepassare ogni relazione mediata rende impossibile avviare un’interpretazione. In un caso il comportamento viene impedito a causa di un inconciliabile molteplicità dei sensi dei punti di aggancio(gioco, fenomeno comico, motto di spirito, imbarazzo..), nel’altro caso a causa della soppressione della relatività dell’esistenza (essere toccato e scosso). Naturalmente l’inibizione del comportamento non va intesa come se si giudicasse passivo l’uomo. Anche la passività è un comportamento. Se sia giusto o sbagliato dipende dalla situazione. Ciò che viene inibito è la possibilità di chiarezza nella quale si orienta ogni comportamento serio. Ogni comportamento ha le sue forme di chiarezza: politico, artistico, religioso… la chiarezza può diventare una maschera. Un comportamento che diventa non serio può costituire una fonte divertente. La chiarezza, l’univocità del significato non viene limitata solo dall’ambiguità e dala molteplicità dei sensi, ma anche dalla libertà del senso e del significato. Ora occorre distinguere ciò che rende impossibile una connessione sensata (es: infrazioni di regole del piano grammaticale) da ciò che in generale non entra in connessione con i riferimenti, esso ci tocca nel sentimento. Dipende esclusivamente dell’uomo e non da ciò che gli accade. La chiarezza del rimando non è la convinzione unanime o certa del senso cui si tratta. Sarebbe sbagliato pensare la chiarezza come limitata da criteri razionali. Essa ha valore in ogni ambito teorico, pratico … Anche nell’ambito estetico, con la sua apertura, guida un comportamento adeguato. Apertura vale a dire la non dichiarabilità, impronunciabilità è un tipo di chiarezza. La bellezza , l’equivocità dell’impressione estetica nella natura, nell’arte sono la chiarezza della regione estetica. Anch’essa, come tutte le altre regioni del comportamento umano, viene limitata in due modi: attraverso la molteplicità e la inconciliabilità del senso dei riferimenti e attraverso la sospensione della relatività complessiva. Cioè : il comportamento umano si gioca tra l’essere vivente e ciò che gli sta di fronte in maniera tale che i due ,soggetto e oggetto, si compongano in una unione. Qualunque sia il fine del comportamento, esso realizza l’unione tra il vivente e ciò che gli sta di fronte. Egli agisce. Il comportamento appare mediato. Essere consapevole di sé significa potersi inserire nell’unione tra se stesso e ciò che gli sta di fronte. Un comportamento simile non è semplicemente immediato, bensì MEDIATO in tutta la sua immediatezza. Esso si realizza nell’ambito dei rapporti , vale a dire dei riferimenti,delle possibilità a cui agganciarsi, delle relazioni di senso. Tutta l’immediatezza umana, nella misura in cui è specificatamente umana si afferma di fronte a impulsi e istinti con relazioni proprie verso il prossimo e il mondo, è mediata. L’IMMEDIATEZZA MEDIATA si muove dunque sul limite tra senso e non senso ,un limite come abbiamo detto, spesso differibile che separa l’ambito del comprensibile da quello del non ancora comprensibile. Ma il comportamento umano ha perciò anche la CHANCE di urtare contro i limiti non differibili del non senso, contro limiti di principio. Allora finisce al di là di ciò che gli è possibile, e il gestore del comportamento, l’uomo,risponde con il riso e con il pianto. Con il riso a una limitazione dettata dai molteplici sensi dei riferimenti; con il pianto a una limitazione per la perdita di riferimenti, per la soppressione della relatività del complesso dell’esistenza. Se l’un tipo di limitazione deve presentarsi come una forma di distanza da contesti vincolanti,come distacco l’altro colpisce immediatamente provocando l’isolamento. Entrambe le forme di limitazione stanno al di fuori dell’ambito di competenza della ragione e si effettuano come interruzione di quelle connessione che per la ragione e la volontà sono vincolanti. Perciò si capisce che tradizionalmente i motivi del riso e del pianto vengano trattati dall’estetica e che il riso e il pianto vengano visti come modalità di carattere estetico. La natura umana per realizzarsi ha bisogno di una definizione, ma non si esaurisce in essa la sua essenza totale. Per riprendere le parole di HERDER : l’uomo è sempre in misura maggiore o minore un invalido delle sue più alte forze. Anche manifestazioni come riso e pianto, così collegate alla corporeità, si possono comprendere solo a partire da questo suo nobile contrasto.