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sintesi - sintesi
Tipologia: Sintesi del corso
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Prologo Viggiano (Potenza), 20 febbraio 2012. La piccola comunità lucana di circa 3000 abitanti, nota per la sua singolare tradizione musicale e per la sua Madonna Nera protettrice bizantina della Basilicata, si appresta a discutere gli effetti delle estrazioni petrolifere. Si tratta di un tema che si incunea ormai da alcuni anni nel suo orizzonte culturale, modellandone sempre più i tratti identitari. Viggiano, negli ultimi anni è sempre più riconosciuta in Regione e in Italia come la capitale nazionale del petrolio, il paese che riposa su un fiume enorme di idrocarburi. Secondo alcuni, vale a dire per coloro i quali sono propensi a considerare positivamente il ritrovamento di quello che è stato definito il più imponente giacimento europeo on shore, ciò significa intravedere in quest’area depressa il “Texas d’Italia”, secondo altri, quelli invece inclini a considerare le attività petrolifere una vera maledizione, la “Libia d’Italia”. Funzionari e collaboratori dell’azienda petrolifera, imprenditori, maestranze, tecnici ed operai interessati a titolo vario al processo estrattivo, sono accorsi per sostenere la causa petrolifera, accompagnati da disoccupati che vedono nei pozzi e negli annunciati programmi d’intensificazione delle attività estrattive una concreta possibilità di impiego e di sviluppo. Accanto ad essi, esponenti di associazioni ambientaliste e di comitati civici, nonché abitanti della Valle e soprattutto della contrada rurale “Vigne”, del Comune di Viggiano, in cui sono concentrate le maggiori attività di lavorazione del petrolio, mobilitati invece da alcuni anni per ragioni contrapposte. Non soltanto per denunciare episodi di inquinamento dell’ambiente e di compromissione della salute, ma anche per opporsi all’aumento della produzione, per richiedere opportuni indennizzi per i danni inferti alle colture, alle abitazioni e, più in generale, all’economia e all’identità locale, sempre più sommerse da una macchia lasciata da quella che è stata definita proprio in queste contrade “una terribile peste nera”, piuttosto che una fortuita benedizione. Non è un caso, pertanto, che nella sala dell’Hotel dell’Arpa, tra operai in jeans e manager in cravatta, tra politici affermati e consiglieri alle prime armi, tra disoccupati occupati nella ricerca di lavoro ed occupati preoccupati di perderlo, si aggirino, oltre ad Alliegro, giornalisti appartenenti ai maggiori quotidiani lucani e una troupe televisiva inviata da un noto canale a diffusione nazionale che proprio al Consiglio comunale dedicherà nella settimana successiva uno speciale approfondimento. E non è neppure un caso che il Consiglio venga alla ribalta della politica nazionale mediante un’apposita interrogazione parlamentare presentata al Ministero dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico da uno dei maggiori leader, capogruppo al senato, di un noto partito d’opposizione. Viggiano, il paesino lucano che ha modellato per molti secoli la propria immagine intorno al volto taumaturgico della sua Vergine è ormai altro da sé: il Paese del petrolio. Un’enorme macchia nera sembra inficiare l’immagine del Paese della Madonna e della Musica, oltremodo aggredita da una gigantesca ombra resa ben evidente non soltanto dall’enorme fiamma e dai numerosi camini che svettano nel Centro olio Val d’Agri (COVA) preposto alla prima lavorazione del greggio estratto, ma anche da quel cane mostruoso, il cane deforme a sei zampe ben inciso sulla segnaletica stradale disseminata in lungo ed in largo in un paesaggio in cui vigneti e oliveti ormai convivono con torri di perforazione e oleodotti. È qui, a Viggiano, nel profondo sud dell’Italia Meridionale, che è dato scorgere meglio che altrove il volto che istanze connesse a diritti e a bisogni prodotti dal nuovo millennio, possono assumere: quello feroce ed aggressivo del capitalismo indomito quando si mostra nelle sue sembianze più intime e violente tipiche del neoliberismo a stretto contatto con i luoghi più indifesi; quello fondamentalista dell’ambientalismo più intransigente che si muove da opzioni puritane ed elitarie che ritiene ogni iniziativa nel territorio un attentato irreversibile agli equilibri ecologici. Come si vedrà più avanti, è tra questi due estremi che le azioni delle multinazionali e i bisogni di sicurezza delle popolazioni si sono collocati, secondo oscillazioni fortemente connesse a congiunture economiche, politiche e culturali. Oppositori e propugnatori, “apocalittici ed integrati”, condividono in effetti molti più elementi di quanto la rigida dicotomizzazione proposta dalla semplice lettura superficiale e sbrigativa della realtà faccia supporre. Speranze di sviluppo filo petrolifero e preoccupazione “no triv” non sono come l’acqua e l’olio che messi in un recipiente si collocano uno al di sopra dell’altro. Il campo di studio messo a fuoco non è diviso in due sezioni ben distinte con, da una parte, quanti sostengono interamente ed integralmente le ragioni petrolifere – le ragioni del sì – e quanti invece si collocano dalla parte de no. La riduzione del campo delle contese locali in fronti contrapposti di favorevoli e contrari al petrolio, appare sempre più una comoda scorciatoia per
costringere in una griglia più facilmente pensabile e approcciabile, un quadro complicato fatto da relazioni sociali, orientamenti culturali, assetti di potere assai complessi che spetta invece agli approcci analitici recuperare. I viggianesi nel corso di questi lunghi anni sono sempre più costretti a discutere di petrolio. E non lo fanno soltanto nell’intimità delle loro abitazioni, ma anche pubblicamente, sebbene senza continuità. Il petrolio può indubbiamente essere pensato quale fatto sociale totale, secondo la celebre formula di Marcel Mauss. Esso coinvolge la sfera politica, ma anche quella economica, sociale e culturale. Esso è un acceleratore, prima ancora che economico, certamente politico e sociale. E i viggianesi sembrano averne piena cognizione, sino al punto di percepire il petrolio come risorsa permanente che alimenta conflitti, e di definire Viggiano sintesi formidabile di paradossi. Non è un caso che in tale arena “glocale” nasca un conflitto di lealtà rispetto all’assolvimento di bisogni primari sanciti dalla Costituzione e percepiti come irriducibilmente ineludibili: il diritto di sopravvivenza dei singoli e delle rispettive famiglie, il diritto di sopravvivenza dell’area e delle generazioni successive, il diritto-dovere dello Stato di garantire alla Nazione l’approvvigionamento energetico. Quello che si è venuto sempre più tratteggiando, pertanto è un terreno assai fertile per la disamina di alcuni aspetti che presiedono i processi di identizzazione, da intendersi quali azioni di identificazione e di selezione di elementi ritenuti salienti ai fini della definizione di tratti specifici, fondativi e costitutivi, per connotare l’essenza di un territorio o di una popolazione. Nella misura in cui Viggiano viene definita da qualche anno la capitale del petrolio, che effetto ha tale iscrizione sui viggianesi che hanno sempre fatto sfoggio della musica e della Madonna quali fattori caratterizzanti l’identità locale? Al di là delle etichette poste sulla comunità da parte di commentatori occasionali – in ambito massmediologico e politico-istituzionale – e al di là della stessa apparente, non problematica, accettazione di tale nuova rappresentazione da parte della comunità locale, quest’ultima come si è relazionata ai nuovi simboli che hanno fatto irruzione nel suo panorama identitario? Il petrolio, da elemento ignoto e sconosciuto atterrato in questi luoghi come un meteorite, è andato progressivamente a collocarsi al centro della quotidianità, finendo con il caratterizzare la vita quanto l’immaginario di una parte sempre più consistente della popolazione. Il petrolio no ha cancellato integralmente e violentemente identità pregresse, ma neppure si è pacatamente integrato con esse. Vista da lontano, magari mediante i valori della produzione giornaliera dei suoi pozzi petroliferi che si convertono ogni anno in svariati milioni di euro, la comunità di Viggiano può effettivamente sembrare una sorta di paradiso economico. Vissuta dal di dentro, raccontata dai suoi abitanti, essa appare invece sempre più come una comunità sospesa, smarrita e disorientata. Quello che succede a Viggiano, proprio perché in molti casi è l’esito di ciò che si decide altrove, può essere capito soltanto studiando l’altrove. Non soltanto quello localizzato nello spazio, ma anche quello che non è riconducibile ad un luogo ben preciso e che si può identificare ovunque. Gli altrove in questo caso rimandano a problematiche conoscitive che concernono l’uomo e le sue modalità di costruire le relazioni con il potere, assunto nelle sue diverse sfaccettature e molteplici accezioni. Le vicende raccontate nelle pagine di questo libro a partire dal Consiglio comunale di Viggiano finiranno in effetti per mostrare quanto gli uomini dell’occidente che vivono in una delle nazioni più ricche del mondo siano investiti dalla forza d’urto di oggetti non meglio identificati, i simboli appunto, e facciano uso, talvolta inconsapevolmente, di essi. Molte informazioni e conoscenze sono mediate dai simboli, così come molte emozioni e suggestioni. Il petrolio, simbolo esso stesso di potere e di potenza, in realtà, prima ancora che porsi quale produttore di energia, può essere pensato come un grande generatore simbolico. Se il petrolio per i governanti è energia per i comitati di protesta sarà patologia. Se per i primi è possibilità di lavoro e di occupazione per i secondi sarà causa di tensioni e fonte di angoscia. Nella sala dell’Hotel dell’Arpa a consumarsi sarà una disputa feroce che ha per oggetto il controllo dei simboli, in una platea che talvolta, a testa bassa, resta cieca innanzi alle codificazioni possibili e concretamente esperite da oggetti univoci ma polisemici. Anche lo sviluppo e la crescita sono simboli. È solo il caso di porre in risalto come i capitoli che seguono, concepiti a partire dalla disamina della petrolizzazione di un’area della Basilicata, mettano in risalto che non vi è né mai potrà esservi crescita umana, se questa non sarà trascinata da un sentire e da un volere comune, e seguita da una maggiore consapevolezza culturale. Le culture locali non si lasciano spazzare via come se fossero dei granelli di sabbia. Poiché il potere non è slegato dalle risorse, lo sviluppo non può che generare conflitto. Questo libro, a partire da un oggetto circostanziato di
e costosi sistemi di prospezione, si chiuse con un pronunciamento di sintesi che pur non escludendo del tutto l’esistenza di un giacimento, in effetti finì con il sollevare dei fondati dubbi. Che vi fossero tracce di petrolio nel sottosuolo lucano era fuori discussione. Che la terra nascondesse un giacimento di dimensione tale da potersi prestare ad una coltivazione sembrava invece poco probabile, per quanto l’ultima parola spettasse comunque a successive esplorazioni in profondità. La dotta relazione dello studioso, fortemente invocata dalla municipalità per alimentare una visione di sviluppo endogena, finì in effetti per produrre ulteriori perplessità, avvolgendo l’area dove era localizzata la miniera nerastra in un alone misterico. Appena le condizioni lo consentirono, la pista petrolifera fu prontamente riesumata. Infatti, soltanto qualche anno dopo, quando la Basilicata fu teatro di numerose attività di infrastrutturazione, il Consiglio comunale ritornò con altrettanta determinazione sulla questione, auspicando che il Governo finanziasse direttamente le ricerche indicate nella relazione dell’ing. Crema. Nel piccolo Comune della Valle si ritenne del tutto naturale puntare sia sull’uso dell’acqua, per dare vita ad un’agricoltura moderna, che sull’impiego del petrolio, da cui ci si attendevano risvolti di più ampia portata. Come si evince da una comunicazione fatta dal Ministero dell’Agricoltura mentre l’ipotesi verde venne accolta, la strada nera fu respinta. Ad ogni modo, sebbene il Comune si vide respinta la richiesta di investimenti, non si diede per vinto tentando una nuova procedura amministrativa. Se non era in discussione che il petrolio fosse una ricchezza per le comunità locali, in questa occasione venne introdotta l’idea che le virtù del petrolio si sarebbero diffuse sull’intero territorio nazionale, fecondando l’Italia tutta. Nessun dubbio venne ad insinuarsi nelle certezze del Sindaco, nessuna crepa fece incrinare le sue visioni profetiche. Incurante della buona pratica dell’esercizio del dubbio, ai suoi occhi il giacimento petrolifero sembrava materializzarsi, attendendo di essere tradotto, mediante il concorso dell’intera filiera istituzionale, in realtà economica spendibile per l’area e la Nazione intera. Il Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio ritornò sulla questione frapponendo nuovamente degli ostacoli. Da una parte si riteneva il giacimento assolutamente certo e redditizio in vista di un suo sfruttamento, dall’altra così inconsistente da non meritare alcuna attenzione ed escludere qualsiasi perforazione. Nei primi decenni del Novecento gli amministratori di Tramutola, con il proposito di trasformare quelle labili testimonianze oleose in qualcosa di più di un semplice anelito di speranza, si adoperarono non soltanto lungo la strada dell’intervento pubblico, ma anche secondo l’ipotesi di fare leva sui capitali privati. Se lo Stato si mostrava sordo alle richieste locali, sarebbero stati attivati altri percorsi per intercettare la vena aurea che giaceva ancora inutilizzata. Facendo valere una pregressa legge varata dal Governo borbonico, quasi cento cittadini si recarono negli uffici notarili per sottoscrivere il contratto di Concessione di ricerca e sfruttamento di petrolio con la società che cercò di impiantare sul suolo lucano una delle prime industrie private del settore. Le notizie sulle attività petrolifere avviate da una società milanese non restarono affatto circoscritte nei confini ristretti del Comune di Tramutola. Proprio perché in quegli anni, sulla scia di quanto era accaduto in altri paesi del mondo, il petrolio venne ad assumere le sembianze di motore energetico strategico per il benessere delle nazioni, le cui industrie, comprese quelle militari, erano ancora basate sul carbone, le attività tramuto lesi divennero tema di dibattito pubblico di carattere regionale e nazionale. Precocemente pensato come variabile non secondaria del bilancio dello Stato, il petrolio in quanto fattore strategico per il benessere delle nazioni, venne disaminato da uno studioso della Valle dell’Agri, tale Perrone. Nell’approccio seguito da questo studioso, il petrolio assunse il ruolo di elemento simbolico chiamato ad evocare una inedita dimensione dell’annosa e tutt’altro che risolta questione meridionale. Perrone fece del mancato sfruttamento del petrolio lucano una chiara ed eloquente testimonianza del disinteresse della Nazione nei confronti delle regioni del Sud Italia. Con la larghezza di vedute e con riferimenti documentari circostanziati, a partire da un approccio interdisciplinare e comparativo, lo studioso si rese artefice di una ardita azione di inversione semantica che coinvolse il cuore delle rappresentazioni della Basilicata. L’assunto, fatto proprio da molti parlamentari dell’epoca, che la Basilicata dovesse restare agricole e che la sua vocazione fosse prettamente tradizionale, non era affatto condivisibile. Al pari dell’acqua e del carbone, il petrolio meritava la massima considerazione in quanto la modernità faceva di esso il più importante fattore di sviluppo, destinato a ridisegnare totalmente i principali assetti politici, economici e produttivi del mondo intero. Lo sfruttamento delle risorse lucane diventava assolutamente inderogabile. Da qui l’idea di non lasciare intentata nessuna
strada. Secondo Perrone per l’umanità si veniva sempre più chiaramente disegnando un futuro radioso e prospero. Se indubbi erano gli effetti positivi del petrolio, ancora indefinita risultava la conoscenza dei giacimenti locali, per i quali si rendeva urgente una definitiva ricognizione che andasse a verificare le conclusioni a cui era approdato l’ing. Crema. Se il Mezzogiorno voleva superare il giudizio dominante di area insalvabile, eternamente povera, non poteva che seguire la vena petrolifera, procedendo con accurate verifiche dei giacimenti lucani. Atteso come un redentore, assunti i caratteri di entità reale, ma allo stesso tempo misterica, è evidente quanto i toni messianici adoperati per connotare la coltivazione petrolifera finissero in effetti per cedere ad una visione mitopoietica in cui il liquido prezioso si traduceva in risolutore di tensioni e di timori, in dispositivo capace di porre termine alla diaspora di un popolo errabondo scacciato da una terra apparentemente ingrata, che in realtà nascondeva un autentico tesoro. Gli studi e le ricerche indirizzati a rinvenire nel territorio di Tramutola il tesoro sepolto, dopo una fase di abbandono che coincise con gli anni della grande guerra di inizio Novecento, ripresero nel periodo postbellico per decisa volontà del Regime, sempre più incline ad intravedere nelle estrazioni petrolifere una formidabile leva per sostenere le velleità produttivistiche e militariste fortemente alimentate dalle insorgenze patriottiche. Poter disporre di materia prima così importante in vista di impegni che prevedevano per l’esercito mezzi a propulsione petrolifera, significava non dipendere dal commercio estero ed assicurare al paese l’agognata autonomia. Il legislatore fece prevalere la demanializzazione degli idrocarburi a partire da ragioni sia economiche che giuridiche, le quali trovavano nel principio della podestà sovrana del sottosuolo, il cardine dottrinario più importante. La ricerca e lo sfruttamento di materiale minerario andavano opportunamente regolamentati, ma non impediti: condotti in proprio direttamente dallo Stato oppure affidati in concessione ad esercenti privanti. Il petrolio era ormai, per il Regio Decreto, una risorsa appartenente alla collettività. Pertanto, chi volesse avviare l’attività estrattiva era obbligato a versare allo Stato le specifiche tasse. Il regime fascista, consapevole della rilevanza strategica del settore petrolifero, non si limitò a rivedere gli assetti giuridici del comparto emanando la legge vista, ma avvertì il bisogno di conoscere le reali potenzialità del settore, assegnando il compito di svolgere una ricognizione capillare del sottosuolo sull’intero territorio nazionale. Nel panorama nazionale era tale l’interesse suscitato dal sito di Tramutola, che il Ministero non si limitò a commissionare l’approfondimento all’ing. Crema, ma ritenne necessario procedere con un’indagine ulteriore affidata ad un altro studioso (Porro). Come si evince dalla lettura dello studio svolto, questi nel confermare le conclusioni del collega, compreso il luogo della trivellazione, non mancò di manifestare diffusi dubbi. A Tramutola, a seguito dei tentativi fallimentari, era ancora presente una trivella. Gli alti costi di trasporto, da una parte, il programma di proseguire comunque le attività, dall’altra, dovettero evidentemente determinare la decisione di non rimuovere i macchinari che stavano lì a sollecitare nuovi aneliti di coltivazione. Nel 1933, infatti, l’AGIP diede avvio ad una programma intenso di perforazione. Le attività di perforazione proseguirono con la creazione di diversi pozzi. Sul volgere degli anni Trenta, dunque, dopo i continuativi appelli fatti dalle autorità locali, il sogno petrolifero sembrava avverarsi con l’arrivo a Tramutola di imprese e maestranze. Mentre in passato il giacimento petrolifero aveva assunto i contorni di un’entità ambigua, ben visibile unicamente in superficie, adesso invece il sapere tecnico-scientifico di cui l’AGIP disponeva, era riuscito non soltanto a snidare e ad intercettare il liquido prezioso, ma ad avviare il suo razionale ed intensivo sfruttamento. In quegli anni vennero scavati 46 pozzi. La comunità tramutolese, fortemente coinvolta dalla presenza di tecnici e di maestranze provenienti da altre località italiane, ritenne che il settore petrolifero fosse utile non soltanto in quanto motore di sviluppo di più lungo termine, ma anche quale sbocco lavorativo per affrontare le emergenze occupazionali contingenti. Proprio per far sì che il comparto potesse assorbire, oltre ai tecnici di altre regioni. Anche i giovani disoccupati del posto, il Comune approvò una delibera per la istituzione di una scuola di avviamento professionale a tipo industriale. I giovani opportunamente formati avrebbero potuto lasciare il lavoro dei campi e le altre alternative all’epoca realmente praticabili, per trovare un degno e moderno impiego nel campo industriale, pienamente compatibile con il progresso e l’evoluzione dei tempi. Seguì però negli anni 40 un’altra lunga sospensione delle attività che ripresero solo nel dopoguerra. Ma nel 1949 si apprese da una comunicazione che il sito tramutolese fosse stato declassato, poiché era prioritario per la pubblica amministrazione procedere con lo sfruttamento dei giacimenti rinvenuti
del silenzio. Come risulta dal programma di ricerca, le contrade lucane anche meno accessibili furono raggiunte da topografi e geologi che ricoprirono dirupi e vallate di materiale esplosivo, non arrestandosi neppure innanzi al filo spinato posto a difesa dei campi privati. In effetti, le indagini geofisiche condotte senza alcuna azione di preventiva illustrazione svolta né a beneficio delle autorità locali e meno che mai dei proprietari dei beni, costituiscono il ponte gettato dalle multinazionali verso un territorio che a fronte di alcune esili ricadute economiche assicurate alla manovalanza generica e alle strutture ricettive, iniziò a sperimentare sulla propria pelle una serie di disagi, appena mitigati da speranze soltanto sussurrate di sviluppo. Se lo sconfinamento nei campi recintati suscitò la protesta di quanti videro in ciò un’offesa inaccettabile alla proprietà privata, lo scoppio degli esplosivi in prossimità di sorgenti e corsi d’acqua, di fabbricati e di case rurali, venne vissuto in molti casi come un’offesa perpetuata ai luoghi e agli equilibri territoriali, se non come una ferita al legame profondo che univa gli uomini alla terra. È evidente quanto l’attività di prospezione e sismica svolta in queste comunità senza alcuna apparente mediazione istituzionale, andasse ad incidere fortemente sull’orizzonte emotivo ed identitario, gettando le basi per l’incubazione di una cultura rinunciataria, persuasa che nulla fosse attivabile per contrastare l’agire delle compagnie petrolifere tratteggiate sin d’allora quali realtà dal potere illimitato. È in quegli anni che fu messo in coltura un germe che andò ad annidarsi nel tessuto simbolico locale in cui prolifererà l’immagine di un comparto petrolifero pensato come una forza quasi oscura, inarrestabile ed incontrastabile che operava a prescindere dalla volontà locale, relativizzando la sovranità comunitaria, calpestando le prerogative inviolabili dettate dal diritto in materia di proprietà privata. Le squadre di addetti alla prospezione erano seguite attentamente da un responsabile sempre pronto ad esibire agli eventuali contestatori i decreti prefettizi e pronunciare con fare deciso la frase quasi sacra “operiamo per nome e per conto dello Stato”, avente la funzione di certificare l’assoluta legalità, ulteriormente avvalorata dalla presenza in alcuni casi delle forze dell’ordine, seguita dalla minaccia dell’esproprio forzato. Viggiano e gli altri paesi della Valle dell’Agri tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta del secolo scorso, iniziarono ad avvertire l’alito di un’industria petrolifera percepita come sempre più prossima, violenta e tracotante, capace di farsi spazio a colpi di dinamite. Un’opinione diffusa pressoché ovunque, oggi, in Val d’Agri, rimanda all’idea che le attività petrolifere in essere si siano basate su approfonditi studi sull’indole e il carattere delle popolazioni. Capito l’animo rassegnato e remissivo, lo spirito poco combattivo e piuttosto apatico, lo stato di malessere e di bisogno economico, si sarebbe deciso di intervenire proprio qui e non altrove poiché la messa in luce del sottosuolo era accompagnata dalla comprensione delle variabili antropiche del suolo. Secondo molti cittadini della Valle, ad anticipare l’arrivo delle macchine furono chiamati “esperti”, non meglio quindi, le possibilità di penetrazione da parte di agenti esogeni. In Valle dell’Agri le attività di prospezione sismica proseguirono negli anni Novanta, quando ancora il settore non risultava provvisto di un regolamento organico che disciplinasse l’impiego degli esplosivi e fissasse le distanze di sicurezza rispetto alle abitazioni. Proprio tale stato assai indefinito sul piano legislativo diede vita ad azioni di protesta che testimoniano l’insorgere di punti di vista che iniziarono a considerare le indagini petrolifere come fortemente lesive, non soltanto di interessi economici, ma anche di assetti ecologici più ampi. Mentre la bassa manovalanza percepì l’indagine sismica come un’occasione da non perdere, altri ritennero che tutto ciò dovesse essere scongiurato. In effetti si tratta di deboli ma anticipate avvisaglie di uno scontro sociale ancora latente, ispirato ad una diversa considerazione delle attività petrolifere. Piuttosto che sollevare oppure avallare dubbi, in realtà privi di fondamento, era il caso che tutti capissero, come già ricordato dai tecnici sul campo, che l’attività petrolifera fosse d’interesse statale e che pertanto non fosse possibile rinunciare all’estrazione del sottosuolo di idrocarburi indispensabili, al pari di altri fluidi, per l’interesse stesso della collettività. Saranno proprio da queste fasi vissute non soltanto in termini di danno economico ai beni materiali, ma come attentato al senso di dignità dei luoghi ritenuti calpestati e profanati, che si origineranno negli anni seguenti alcune azioni di protesta più strutturate. La campagna di rilevazione sismica svolta tra gli anni Settanta ed Ottanta in Basilicata ebbe esiti controversi. Il 25 Marzo 1981 l’AGIP inviò al Ministero un rapporto dettagliato sull’attività svolta nel Permesso Lagonegro: gli alti costi dell’indagine, unitamente alla scarsa qualità dei rilievi sismici ersi difficili da ambienti accidentali e di difficile accesso, indussero la compagnia a desistere, in quanto l’elaborazione e l’interpretazione dei dati non
avevano messo in evidenza trappole strutturali e/o stratigrafiche favorevoli per l’ubicazione di un sondaggio esplorativo. Il 27 Marzo 1980 l’AGIP avanzò invece istanza per convertire il Permesso di Prospezione Viggiano in Permesso di Ricerca, poiché dagli studi svolti risultava assolutamente strategico procedere con la perforazione di un pozzo esplorativo. A seguito di apposita procedura autorizzativa il Ministero dell’Industria, del Commercio e dell’Artigianato, di concerto con il Ministero delle Partecipazioni Statali, conferì per quattro anni all’AGIP il Permesso di Ricerca Viggiano. Intanto, mentre i lavori di ricerca si susseguivano nei paesi appenninici dell’entroterra lucano, in modo tale che la popolazione e le compagnie petrolifere potessero sempre meglio, reciprocamente, imparare a conoscersi, nel maggiore mercato finanziario italiano, sulla piazza di Milano, ebbero luogo una serie di compravendite che fecero mutare volto al profilo intestatario del Permesso Viggiano. Dopo le esigue manifestazioni ad olio di alcuni pozzi si ebbe in Valle dell’Agri con il permesso Monte Alpi la svolta tanto attesa, che permise alle compagnie di gettare in profondità le proprie radici. La conferma che il sottosuolo lucano nascondesse un giacimento molto promettente sotto il profilo industriale, si ebbe con la perforazione del pozzo esplorativo Monte Alpi 1, ubicato nel comune di Viggiano. Mentre la prospezione aveva fortemente coinvolto il territorio interessando ogni luogo e contrada, senza alcuna mediazione della pubblica amministrazione e alcun coinvolgimento dei proprietari terrieri, la perforazione del pozzo Monte Alpi 1 presuppose una serie di autorizzazioni e di relazioni sociali che evidenziano lo strutturarsi di un rapporto non più fugace ed estemporaneo, sia con gli enti locali per l’ottenimento delle autorizzazioni, sia con i legittimi proprietari dei terreni per l’acquisizione dei permessi di uso del suolo. Non soltanto simbolicamente, il pozzo che si conficca nel sottosuolo per succhiare il nettare della terra, rievoca un processo di inseminazione di radici profonde ai fini del consolidamento di una presenza. Quando i tentacoli delle trivelle si allungano nel sottosuolo e i fari accecanti delle torri illuminano l’orizzonte, ha termine un lungo processo di conoscenza preliminare ed ha avvio un nuovo ci ciclo di scambi più profondi ed intensi tra compagnie petrolifere e territorio. Mentre oggi il paesaggio della Valle dell’Agri è fortemente contrassegnato in ogni suo aspetto dai numerosi piazzali di perforazione ben visibili anche la sera, posti a ridosso di centri rurali, urbani e produttivi, per l’ubicazione dei primi pozzi vennero scelte località particolari, in aree decentrate sottratte a facili approcci visivi. Frutto di un evidente compromesso tra elementi molteplici connessi alla perimetrazione fissata dal permesso di ricerca e all’esito dei sondaggi geofisici, la scelta dei luoghi s’ispirava ad un modus operandi molto chiaro improntato ad una strategia su cui sarà dato ritornare in seguito, la strategia della dissimulazione. Questa, come una sorta di decalogo operativo, permeava l’operato delle compagnie connotandone intrinsecamente l’agire. Se, come risulta da un’ampia documentazione pubblicistica coeva, su scala nazionale ed internazionale le aziende per affermarsi necessitavano di campagne promozionali attestanti immagini sane e robuste basate proprio sui risultati operativi, su scala locale il contenimento dell’impatto risultava diretta emanazione di un evidente tentativo di occultamento anzitutto pensato come riduttore di rumore sociale. Esserci senza dare nell’occhio, esserci senza fare rumore, esserci con discrezione per evitare che dai territori si levassero voci di disturbo dei mercati finanziari internazionali oppure campanelli di allarme per gli organi governativi di controllo. I pozzi Monte Alpi 1 e 2 sul volgere degli anni ottanta mostrarono sempre più da vicino alla comunità locale il volto delle compagnie petrolifere che andarono a collocarsi in un’area geografica defilata e scarsamente visibile dal paese, posta su una strada secondaria di scarsissima frequentazione. Ad avere sempre maggiore percezione della presenza del petrolio, oltre ai rappresentati istituzionali del Comune, ai tecnici facenti parte della Commissione Edilizia, alle autorità sanitarie ed agli operai contrattualizzati, furono i proprietari dei terreni, sia di quelli in cui la sonda venne posizionata e sia di quelli confinanti. La costruzione del pozzo Monte Alpi 1 fece indubbiamente nella comunità locale scuola, mostrando il doppio volto del petrolio: da una parte redentore di aziende in disuso, ovvero dispensatore salvifico rispetto ad economie depresse, dall’altra quale presenza minacciosa che incombe. Alla luce di tali aspetti, non sorprende che l’avanzare delle trivelle producesse in taluni la speranza che spettasse ai propri terreni non sufficientemente produttivi il privilegio di dare ospitalità alla torre nerastra, in altri il timore di essere (soltanto) sfiorati dal mostro. Negli anni Ottanta, quando la comunità locale fu violentemente scossa dal sisma del 23 novembre del 1980, parte della forza lavoro ritenne l’industria petrolifera sbocco naturale
il trattamento degli idrocarburi, da farsi tuttavia in un’area meglio attrezzata, e per tempi prolungati, da qui la denominazione di L.P.T (Long Production Test. Le norme di salvaguardia territoriale e di contenimento delle emissioni atmosferiche, introdotte dalle direttive dell’Unione europea, si ribaltavano sugli enti locali, regionali e comunali, chiamati in causa dalla legislazione nazionale che avocava a sé il conferimento dei titoli minerari mentre scaricava su terzi il controllo ambientale. L’impianto L.P.T. era nato con lo scopo di separare il gas naturale dal greggio. Ciò su cui invece i progettisti sorvolarono, furono le modalità con cui questa separazione sarebbe stata svolta, basata, appunto, sulla combustione delle componenti gassose. Questo modo di fare piuttosto ambiguo, tra detto e non detto, indusse probabilmente le autorità locali a sorvolare sulla questione degli scarichi aeriformi, e a concentrarsi invece sugli eventuali rischi di dispersione liquida correlati alla tenuta dei serbatoi. Questi passaggi di natura tecnica ed amministrativa introducono una modalità ulteriore mediante la quale la strategia interrelazionale adottata dalle società petrolifere, definita della dissimulazione, operasse in quegli anni. In questo caso infatti di scena troviamo un linguaggio criptico basato su un’ambiguità terminologica e tecnico-impiantistica, che non chiariva del tutto i caratteri delle operazioni previste. Contestualmente alla costruzione dell’impianto L.P.T., le compagnie petrolifere proseguirono con le attività di perforazione di nuovi pozzi. Gli eventi sommariamente tratteggiati confermano la strategia dissimulatrice adottata dalle compagnie che si fecero spazio con zioni elusive basate sulla mimetizzazione della presenza, la mistificazione dell’identità, l’occultamento dei programmi di sviluppo, l’ambiguità tecnica, operativa ed impiantistica e, quando necessario, la forzatura dei sistemi normativi. Il clima generale di favorevole accettazione delle attività petrolifere che si venne a creare a tutti i livelli istituzionali e il sostegno prestato dai diversi enti regionali e locali, può anche essere ricondotto a tale quadro generale, in cui le multinazionali intesero procedere a tamburo battente al riparo dal coinvolgimento attivo delle popolazioni e di confronti pubblici sul disegno complessivo soggiacente. Mentre nei primi anni di attività la popolazione era stata interessata unicamente nell’ambito del mercato della manovalanza generica, già a metà degli anni Novanta, l’azienda riuscì a contrattualizzare imprese e persino studi tecnici di progettazione del posto. Proprio a questi ultimi furono appaltate attività di rilevo e pratiche patrimoniali che in alcuni casi finirono con il contrapporre le famiglie locali a geometri ed ingegneri, chiamati a far valere da una parte gli interessi dell’azienda petrolifera, dall’altra quelli di conoscenti e compaesani, ad esempio nei casi di stima dei danni relativi al passaggio degli oleodotti della rete di raccolta. Nel momento in cui, dunque, l’attività petrolifera sembrava innescare un certo indotto, l’intera comunità risultò sempre più collocata in una relazione di potere che diventava difficile scardinare, e che finì con l’inficiare, secondo il parere di molti la sua autonomia decisionale. A partire dal dispiegamento di un ampio quadro di strategie tese al conseguimento dei propri risultati, le società petrolifere effettivamente riuscirono a ben posizionarsi, superando le difficoltà ambientali in senso lato, vale a dire sia quelle di natura tecnica, di gestione del sottosuolo, e sia quelle di natura umana, di coltivazione sociale e politica del suolo. Nel giro di alcuni anni, dunque, l’area lucana si avviò velocemente ad assumere i caratteri di terra eletta dell’industria petrolifera internazionale. Ed è proprio per meglio ottimizzare le azioni, nel quadro di un giacimento risultato sempre più promettente, che le aziende avvieranno la spartizione del territorio che porterà all’assetto attuale confluito nella concessione Val d’Agri nelle mani esclusivamente di Eni e Shell. Capitolo III: TESORI TELLURICI E PATRIMONI IDENTITARI Per meglio capire come, contestualmente al rilascio dei permessi di ricerca, delle concessioni ministeriali di coltivazione e dei primi lavori di infrastrutturazione petrolifera, si andasse evolvendo il rapporto instauratosi tra multinazionali e territorio, è utile porsi nuovamente sulla scia degli iter autorizzativi. Il programma di sviluppo Val d’Agri prevedeva che nell’ambito della concessione Grumento Nova venisse costruito un centro olio che sostituisse l’impianto L.P.T. per il trattamento del greggio estratto. Seguivano dettagli progettuali sul processo produttivo in cui si specificava che L’H2S contenuto nel gas acido estratto sarebbe stato convertito cataliticamente in zolfo elementare e che il gas in uscita contenesse meno di 10 ppm di H2S. quali reazioni avesse realmente prodotto sugli amministratori l’espressione “meno di 10 ppm di H2s (meno di 10 parti per milione) in termini di impatto sulla salute, non è dato sapere, eppure, come si vedrà più avanti, sarà proprio
l’analisi puntuale dei livelli di questa sostanza, che a determinate concentrazioni è assolutamente letale per l’uomo, a costituire nei decenni successivi il fulcro argomentativo di una serie assai incisiva di azioni di contestazione. Se le multinazionali avevano sino ad allora cercato di assumere un profilo piuttosto discreto mediante l’adozione di una strategia mistificatoria tesa a dissimulare il profilo identitario quanto programmatico, la richiesta di concessione edile per la costruzione del nuovo impianto, permise alla comunità locale di riconoscere quale disegno si celasse dietro alle attività sinora svolte. Il sospetto già avanzato in precedenza che si stesse interagendo con un’ entità sempre più percepita e rappresentata come colossale, trovò conferma in questa fase, nel corso della quale si rinvigorì l’immagine di un’azienda che non smetteva lucidamente di alimentare una doppia identità, incarnatasi in una Società per Azioni a servizio dello Stato. La commissione edile sospese l’iter, richiedendo integrazioni sulle specifiche delle quantità e qualità degli scarichi liquidi, solidi e aeriformi, mentre le autorità sanitarie sottoscrissero un verbale nel quale furono appuntati rilievi che riguardavano non soltanto aspetti formali, ma anche di merito, rispetto al ciclo produttivo, tra cui la mancata chiarezza dei sistemi di captazione ed abbattimento degli inquinanti aerodispersi. Queste richieste di chiarimento furono indirizzate all’AGIP quando la stessa, in realtà, era già riuscita ad acquisire due autorizzazioni di estrema rilevanza: il nulla osta rilasciato dal Consorzio Industriale che aveva ceduto all’azienda i suoi lotte e, soprattutto, il parere favorevole della Regione Basilicata in materia ambientale. Alla Regione Basilicata la richiesta per la costruzione del Centro olio giunse il 16 giugno 1992, quasi un anno prima rispetto alla presentazione inoltrata presso gli uffici di Viggiano, finanche antecedentemente alla domanda indirizzata sempre al Comune per la costruzione dell’impianto L.P.T., datata 25 giugno dello stesso anno. Queste precisazioni cronologiche confermano una strategia aziendale ben precisa, quella dell’ubiquità procedurale, vale a dire la propensione a lavorare contemporaneamente su più tavoli, resi vicendevolmente opachi. Piuttosto chiaramente, dunque, si evince che, mentre al Comune di Viggiano si presentava la pratica per la costruzione dell’impianto L.P.T., definito temporaneo, in Regione si avviava la procedura per la costruzione del Centro olio. Se il sapere era un’arma di potere, a volte poteva diventarlo anche il non sapere, o il sapere parzialmente. Proprio quando era in itinere la procedura autorizzativa che riguardava la costruzione di un impianto vitale per l’intera catena petrolifera, vale a dire nel momento in cui le compagnie petrolifere erano ancora prive del tassello più prezioso per la composizione dell’intero puzzle produttivo, nella comunità locale prese corpo un dibattito a porte aperte, voluto dalle segreterie regionali e locali di un grande partito nazionale, orientato tuttavia più che a concertare, a veicolare la bontà di una decisione in effetti già assunta. Il 18 aprile 1994, dopo il via libera assicurato dalla commissione edilizia e dalle autorità sanitarie, il Comune di Viggiano rilasciò la concessione edile all’AGIP S.p.A. per la costruzione del Centro olio. Le profonde aspettative prodotte nella comunità locale circa la negoziazione con l’AGIP traspaiono fortemente dalla costituzione in tempi molto celeri di un comitato cittadino, a cui venne dato il nome di comitato Pro-Viggiano. Questo, riunitosi più volte con il fattivo contributo di tecnici e rappresentanti dei diversi schieramenti politici locali, elaborò un documento rivendicativo adottato dall’Amministrazione comunale quale base per il confronto. Proprio il petrolio, che si sarebbe posto di lì a poco in seno alla comunità locale quale elemento produttore di tensione e di micro conflittualità, svolse in quell’occasione una funzione aggregante, facendo in modo che schieramenti politici solitamente contrapposti nelle contese elettorali, si unissero sotto la bandiera del bene comune. Ci si persuade che la comunità intese rappresentare se stessa e il suo territorio non quale realtà marginale che messianicamente attendeva l’arrivo del redentore, piuttosto come comunità in odore di sviluppo, in cui si rendeva necessario adoperarsi affinché l’approdo di un corpo definito estraneo e percepito come portatore d’interessi contrastanti, si trasformasse in motore economico. Questi i temi trattati dal comitato: Ambiente, Sviluppo Economico ed Occupazione, Valorizzazione delle risorse umane ed ambientali. Mentre era del tutto chiaro che cosa il Comune fosse disposto a cedere, non era altrettanto evidente cosa le compagnie petrolifere e la Regione offrissero e mettessero sul tavolo. Trivellazioni ed estrazioni, lavorazione trattamenti chimici, sarebbero stati svolti nel massimo della sicurezza, senza alcun genere di rischio, dando finalmente vita alla valorizzazione di un prodotto rimasto ingiustificatamente, e troppo a lungo, costipato nel sottosuolo. Queste ed altre argomentazioni furono dispiegate con convinzione per accreditare uno sviluppo assolutamente certo,
ramificazioni, per esercitare la dovuta sorveglianza territoriale. Tra il 1979, anno in cui ebbero avvio le attività di prospezione e il 1194, quando si avviarono i lavori per il Centro olio, le multinazionali, senza rinunciare agli obiettivi prefissati, non furono mai costrette ad affrontare azioni di protesta. Invece, proprio a cavallo tra il 1994 e il 1995, nonostante gli ottimi risultati raggiunti sul piano delle relazioni politiche, evidentemente alla luce di una scarsa conoscenza, oppure di una sottovalutazione, degli elementi affettivi ed identitari che connotavano gli insediamenti autoctoni, il rapporto tra big players e popolazione fece registrare delle involuzioni assai significative. Pressoché a ridosso del costruendo Centro olio, l’AGIP decise di perforare un nuovo pozzo, Monte Alpi 5. Del punto esatto prescelto, in contrada Vigne, un luogo, come si vedrà, di difficile definizione, apparentemente rurale ma in realtà destinato all’assolvimento di più funzioni, quindi denso di implicazioni economiche ed affettiva, fu edotta la popolazione, che fece scattare una reazione immediata e decisa. Il 20 ottobre 1994 venne indirizzata al Sindaco di Viggiano e per conoscenza ai capigruppo di maggioranza e di minoranza del Consiglio comunale, una lettera sottoscritta da molti cittadini, i quali “avendo saputo che la Società AGIP intende ubicare e realizzare un pozzo per l’estrazione del petrolio in contrada Figliola e preoccupati per le dannose conseguenze che l’attività performativa ed estrattiva potrà avere sui numerosi abitanti di quell’area e sulla produzione agricola, fanno appello alla S.V. affinché voglia al più presto intervenire presso i responsabili dell’AGIP per chiedere che il pozzo venga dislocato ed allontanato il più possibile dall’area Vigne, una delle zone più ridenti del nostro territorio”. Con modi risoluti, senza sotterfugi di sorta, il pozzo tanto atteso, simbolo di sviluppo e modernità, produttore di energia ritenuta utile non soltanto alla Nazione ma ormai anche alla comunità locale, assunse in contrada Vigne sembianze mostruose, da cui bisognava assolutamente difendersi. Il giudizio dei sottoscrittori della lettera, pur non investendo il progetto petrolifero in generale e l’attività estrattiva in quanto tale, non lasciava alcuna possibilità di discussione in quanto si prevedeva che la presenza del pozzo avrebbe determinato inestimabili datti alle colture e alle persone. Senza alcuna mediazione tecnica, senza nessuna consulenza scientifica, affidandosi unicamente alla percezione di un imminente squilibrio vissuto come evidente alterazione del rapporto uomo-ambiente, rapporto non ancora mediato dai linguaggi dei saperi specialistici, i cittadini ritennero di doversi provocatoriamente ed ironicamente opporre all’avanzare della civiltà del progresso, come essi stessi ebbero a dire. Sollecitato dalla richiesta dei cittadini, il Sindaco di Viggiano prontamente si rivolse all’AGIP. Questa, dopo aver inizialmente accolto le osservazioni ipotizzando la dislocazione del pozzo, comunicò che non fosse disposta a recedere. Le logiche tecnico-scientifiche dell’azienda si contrapposero alle ragioni avanzate dalla popolazione. Inviata al Prefetto perché comprendesse l’infondatezza delle rivendicazioni della popolazione presentate come del tutto irrazionali, la lettera dell’AGIP venne trasmessa al Sindaco, e da questi diffusa tra la popolazione che anche innanzi a tale documento non indietreggiò. Alcuni cittadini, infatti, ritennero di rivolgersi oltre che al Sindaco e al Prefetto, ai Ministeri dell’Ambiente e dei Beni Culturali, nonché alla Presidenza della Giunta regionale di Basilicata, a cui venne inviata una replica redatta certamente da un tecnico, intrisa anche di argomentazioni di ordine etico-valoriale. Questa prima azione corale e coordinata da parte della popolazione locale scattò quando una località dalle forti valenze simboliche, economiche ed affettive venne ritenuta in pericolo. Tutto ciò accadeva mentre a poche centinaia di metri, nell’adiacente area industriale, si svolgevano regolarmente, nell’indifferenza generale, le operazioni di carico delle autobotti nell’area L.P.T. e i lavori di costruzione del Centro olio. Questi impianti, molto più invasivi ed impattanti rispetto al pozzo, non produssero alcuna protesta, in quanto erano stati realizzati in un sito ritenuto non offensivo dei presidi antropizzati, in un’area priva di insediamenti civili, ma neppure completamente selvaggia, una terza area che in effetti veniva ad assumere la funzione di zona franca all’interno della quale era possibile svolgere iniziative vietate tanto nei centri abitati quanto in quelli rurali. La mobilitazione nei confronti del settore petrolifero scattò quando la multinazionale, ignara della natura polisemica del legame che univa la comunità ai luoghi, andò ad insidiare molto da vicino un’area investita da un solido e profondo processo di radicamento economico e di capitalizzazione culturale, affettiva e simbolica. Era questo “contrada Vigne” di Viggiano, oltre che uno spazio produttivo, residenziale e di dimora, un epicentro identitario dalle valenze plurime. L’AGIP dichiarò che le sue decisioni non fossero sindacabili in quanto frutto di esperienza e di professionalità tecnico-
scientifiche che non potevano essere messe in discussione da semplici enunciazioni ispirate da persone incompetenti che osavano discutere un’attività ad alta concentrazione di capitale tecnologico e finanziario. Il pozzo Monte Alpi 5 venne costruito regolarmente ed è tuttora in funzione. Se l’AGIP, per la prima volta, saggiò la reattività della popolazione che si mostrò capace di rivolgersi al Ministero, ma riluttante nel dare forma a strumenti più solidi che trasformassero lo spontaneismo contestativo – basato esclusivamente sulla sottoscrizione di una lettera – in movimento più strutturato, la popolazione sperimentò l’ostinata fermezza dell’azienda, che dall’alto del proprio virtuosismo tecnico-scientifico si mostrò sempre più determinata, sino al punto di impiantare un pozzo in una contrada densamente popolata a pochi metri da caseggiati in cui vivevano abitualmente famiglie con anziani e bambini. La contestazione del pozzo nell’area Vigne non fu l’unica negli anni in cui erano in corso le trattative per la definizione di un accordo filo petrolifero. Essa, infatti, fu seguita da altri episodi conflittuali che coinvolsero nuovamente l’attività performativa, risparmiando invece finanche l’ipotesi di raddoppio del Centro olio formalizzata ufficialmente quando non erano ancora ultimati i lavori relativi al primo impianto. Nel luglio del 1995 l’AGIP inoltrò al Comune di Viggiano una richiesta per la perforazione di un altro pozzo da allocare in alta montagna. Il sito prescelto, in terreni privati, era piuttosto vicino ad un’area cara alla comunità, un’area sensibile, ad alta concentrazione affettiva ed economica. Nonostante si parlasse di opere provvisorie, il piazzale costruito per ospitare il pozzo, negli successi darà asilo anche ad altri pozzi che ininterrottamente, da oltre dieci anni, troneggiano maestosi come una spina conficcata nel fianco della montagna. La richiesta AGIP, respinta dalla commissione edile perché priva del nulla osta regionale e del giudizio di valutazione di impatto ambientale, suscitò una serie di azioni di natura politico-istituzionale. Mentre per il pozzo Monte Alpi 5 di contrada Vigne la protesta si svolse al di fuori dei canali istituzionali per iniziativa diretta dei cittadini, in questo caso i protagonisti furono alcuni consiglieri comunali che riuscirono a coinvolgere l’ente che sino ad allora aveva finito con l’assecondare ogni tipo di richiesta. Ad ogni buon conto, in questo quadro legislativo, l’AGIP inviò alla Regione Basilicata la documentazione per l’ottenimento della deroga relativa all’autorizzazione paesaggistica regionale e, contestualmente, all’ufficio comunale, prima ancora che la Regione si fosse pronunciata, una lettera accompagnata da una serie di studi idrogeologici, naturalistici ed agronomici affidati rigorosamente a tecnici e professionisti del posto, con la quale intese dimostrare che la perforazione del pozzo fosse totalmente priva di rischi e di impatti sull’ambiente. In uno stile a tratti stentato se non maccheronico, la comunicazione terminava con richiami al fermo impianto che avrebbe causato ingenti danni economico con il mancato rispetto dei programmi di esplorazione. L’ombra dell’incidente finanziario prodotto dal rallentamento delle procedure autorizzative evidenziato in questa occasione, rappresenta in effetti un’esemplificazione ulteriore di quel vasto armamentario argomentativo su cui l’azienda intese fare affidamento. La strategia della ritorsione economica insita nel ricorso amministrativo, sarà impiegata sistematicamente sbloccare gli iter in evidente condizione di stasi, strategia ulteriormente rafforzata dalla consuetudine di coinvolgere nelle fasi di progettazione e nei lavori di realizzazione tecnici e aziende del posto, a cui veniva ascritta la funzione di sfondamento, di testa d’ariete, in quei delicati meccanismi di costruzione del consenso sociale e politico. L’amministrazione organizzò un nuovo incontro con i tecnici dell’AGIP, a cui furono invitati i componenti della commissione edilizia e il resto dei consiglieri comunali, nel corso del quale venne data lettura di una relazione giuridica sottoscritta da un consulente di parte che in nome e per conto dell’AGIP relativizzò le tesi contrarie al pozzo. In un momento di evidente difficoltà e di aperto scontro tra tesi contrapposte di ordine tecnico-giuridico, l’azienda petrolifera mobilitò consulenze che fecero spostare il piatto della bilancia verso una ben precisa direzione. La commissione edilizia, dopo aver acquisito e messo ufficialmente a verbale la relazione aziendale di parte, rilasciò parere favorevole, in modo tale, sebbene a fronte dell’astensione del consigliere di minoranza, la concessione venisse conferita in giorno successivo. Ogni parte del territorio, pianeggiante o montuoso che fosse, al di sotto o al di spora della linea invalicabile tracciata dalla legge Galasso, al riparo di sguardi indiscreti o in prossimità di insediamenti abitativi e produttivi, era stata raggiunta dall’avanzare trionfale dell’ombra delle trivelle. Anche i luoghi dello Spirito erano stati raggiunti, in un processo di mercificazione dello spazio fisico esito di una dinamica di evidente secolarizzazione a cui apparentemente neppure la popolazione locale si era sottratta. In effetti,
l’efficacia economica e la tenuta ambientale delle estrazioni. A questo indubbio successo, si contrappose un comitato di natura imprenditoriale, artefice di una petizione che si concluse con numero pressoché analogo a quello del comitato per il lavoro e l’ambiente. Il dibattito era dunque assestato intorno a posizioni dicotomiche che resero sempre più arduo un confronto sereno e costruttivo. Risorse fossili e patrimoni verdi: fumata nera tra Parco Nazionale e Petrolio La Regione Basilicata proseguì la sua attività di concertazione con i poteri centrali e aziendali, giungendo nel 1999 e nel 1999 alla sottoscrizione di due accordi: un “Protocollo d’Intenti” con l’ENI e un’ “Intesa Istituzionale” con il Governo. Questi due atti, che permisero l’intensificazione delle attività petrolifere. La Basilicata, agli di Roma, appariva sempre più come un ricco tesoriere in grado di trasferire nelle casse dello Stato qualcosa come novemila miliardi di lire in gettito fiscale e di trasferimenti sotto forma di royalties. Gli accordi RegioneStatoENI: Confermate le necessità in merito agli impegni dell’ENI che fossero tradotti in contratti ben precisi con tanto di sanzioni, che si indicassero meglio le ricadute occupazionali, che si definissero più puntualmente gli impegni per la tutela ambientale, che si introducessero aree franche e sistemi di incentivazione fiscale, pochi furono i consiglieri che respinsero lo Schema d’intesa, assunto nel suo complesso. Nel 1999 furono sottoscritti i primi contratti relativi alla compensazione ambientale, lo sviluppo sostenibile, il monitoraggio ambientale, la gestione del monitoraggio e la metanizzazione. Nel 2001 fu invece la volta dell’osservatorio ambientale, delle borse di studio e della Fondazione Mattei. È evidente che molti impegni, faticosamente strappati all’ENI ed inseriti nel Protocollo d’Intenti, non furono affatto contrattualizzati. Si ha la netta sensazione che il protocollo risultò pienamente a favore dell’AGIP, che poté spingere la produzione fino al massimo consentito. CAPITOLO 5 LE TORCE DEI VELENI E LA FIACCOLA DELLO SVILUPPO Gli interventi più impattanti non solo sull’ambiente e sulla salute delle persone, ma anche sulle strutture sociali e dell’immaginario, furono quelli correlati alla messa in funzione del Centro olio Monte Alpi (COVA). Appena entrò in funzione provocò la reazione della popolazione e delle istituzioni locali per l’intenso rumore che accompagnava le fasi di lavorazione e per il cattivo odore prodotto dai gas di scarico. A destare maggiore sconforto, tuttavia, furono i continui sfioccolamenti della torcia di combustione (“la fiamma”), divenuta nel giro di pochi anni una sorta di termometro ecologico impiegato per valutare localmente il funzionamento degli impianti, nonché il simbolo dell’intero comparto produttivo. È stato l’occhio ad essere sollecitato a svolgere un’attenta analisi visuale della torcia di combustione. Il Centro olio fu considerato un vero e proprio focolaio di veleni che a cielo aperto scaricava fumi estranei all’ecosistema, specie delle componenti gassose che non trovavano collocazione commerciale. Gas di composizione ignota erano quelli prodotti dal COVA, a cui fece seguito una strategia aziendale della rassicurazione, tesa a minimizzare i rischi, ma diventava palese che si trattasse di qualcosa di più compromettente che attendeva di essere opportunamente smascherato.. Al cospetto della fiamma albergavano due culture diverse: quella “avanzata”, scientifica e industrializzata, che era in grado di comprendere la sostanza della fiamma, e quella retrograda che si fermava alla sua forma. La posizione dei tecno burocrati endogeni era in bilico tra una serie di spinte contrapposte.La V.I.A. ministeriale al petrolio: il peccato originale L’iter procedurale per l’acquisizione del V.I.A. (Valutazione d’Impatto Ambientale) avviato dall’AGIP conferma l’evidente estromissione dai tavoli decisionali proprio delle autorità regionali. Nel documento V.I.A. vennero accuratamente richiamati i rifiuti solidi e liquidi, ordinari e speciali; con particolare attenzione furono inoltre riportati i diversi tipi di emissioni gassose. Tutti problemi che sarebbero stati tenuti sotto controllo anche grazie alla progettazione di piani di emergenza. Nessun cenno ai rischi di contaminazione delle falde acquifere derivanti dalle perforazioni basate sull’impiego di additivi chimici, e meno che mai alla problematica connessa allo smaltimento dei rifiuti speciali.“L’alba di un nuovo giorno”: palingenesi petrolifera Le intese Regione Stato e lo sblocco delle royalties dal primo gennaio 1997 segnarono per le compagnie petrolifere il lasciapassare definitivo per il pieno accesso alle risorse minerarie. Per accelerare i lavori, le società appaltatrici non mancarono di forzare alcuni presupposti elementari del diritto, decidendo di varcare senza autorizzazione i campi, e spingendosi anche oltre, abbattendo querce secolari, a cui fece seguito la risoluzione bonaria con il riconoscimento di danni ed elargizioni economiche molto pià cospicue rispetto al prezzo di mercato. Si preferiva demolire e poi risarcire. La piccola comunità locale, se da una
parte vedeva sempre più intensamente il proprio territorio piegato alle esigenze delle multinazionali, dall’altra iniziò ad assaporare l’odore dei petrodollari. Fiumi di “oro nero” :La Regione Basilicata si occupò dell’approvazione di appositi piani di investimento.Il sindaco di Viggiano propose un sistema di monitoraggio con un Osservatorio Ambientale, un piano di sicurezza rispetto al rischio, l’utilizzo delle royalties dello Stato e della Regione, creare opportunità di lavoro, istituire la Fondazione Mattei per un perfezionamento degli studi per i giovani. Il 13 maggio 2003 la Regione e le comunità montane e i comuni interessati sottoscrissero l’accordo “Programma Operativo Val d’Agri, Melandro, Sauro, Camastra. Per uno sviluppo territoriale di qualità”, dove vennero stabiliti alcuni obiettivi da perseguire: miglioramento del contesto di vivibilità ambientale, realizzazione di infrastrutture essenziali, elevazione della qualità della vita, sostegno delle attività produttive, assistenza tecnica. Dopo ormai circa 10 anni (considerando il 2012) dall’avvio soltanto una parte di quella dotazione finanziaria è stata concretamente utilizzata. CAPITOLO 6 L’ ESPLOSIONE DEL CONFLITTO Apocalissi culturali tra crisi economica e perdita identitaria Il 30 marzo del 2000 giunse al Comune di Viggiano una petizione popolare che denunciava gli impatti e i malesseri causati dal COVA: la Regione Basilicata non aveva messo in pratica quanto disposto dagli accordi con Stato ed ENI in materia di tutela dell’ambiente e della salute pubblica. Dagli enti regionali, sollecitati dal Comune, non giunsero cenni di sorta. Si passò quindi alla fondazione di un comitato civico. Lo statuto apriva ad una comunità allargata, costituita da persone accomunate da legami di varia natura che potevano essere patrimoniali, residenziali o domiciliari. Le finalità erano: tutela della salute pubblica, richiesta di indennizzo danni economici presenti e futuri dei proprietari dei beni immobili dell’area, quantificazione del deprezzamento delle produzioni tipiche dell’area: vino, olio, ortaggi, ecc.. Fu in contrada Vigne che iniziarono le proteste. La protesta mise insieme contadini e commercianti, tecnici ed artigiani, professionisti e militanti di partiti politici anche opposti, che iniziarono a percepire la presenza del COVA come un inaccettabile insulto alla dignità di una comunità non più del tutto contadina e tradizionale. Dalle parole ai fatti: l’azione giudiziaria: I primi mesi di vita del comitato furono molto intensi. Il 6 e 7 maggio 2001 venne inoltrata all’ENI e alla Regione Basilicata una lettera in cui furono richieste, senza alcun esito positivo, una serie di documenti: gli studi sull’impatto ambientale, i piani di sicurezza, i piani di protezione civile, i dati di monitoraggio ambientale. La richiesta si concludeva con una precisa richiesta, ovvero la quantificazione dei danni subiti per la perdita di benessere nell’area di Viggiano e l’affidamento di incarico per la redazione di una perizia tecnica con rilevamento in situ dei parametri di inquinamento necessaria a una corretta valutazione dei danni. Il faraonico progetto di sviluppo industriale fortemente voluto dall’azienda e apertamente sostenuto dallo Stato, dalla Regione e dal Comune, aveva trasformato l’area Vigne in un campo di battaglia in cui, secondo gli attivisti, si stavano compiendo dei crimini contro l’umanità. Fu così che il comitato decise di intraprendere un’altra strada, consistente in una doppia denuncia penale contro l’ENI. La prima per inquinamento acustico e la seconda per inquinamento atmosferico. Dopo aver buttato all’aria molte parole, si passava ai fatti. Dopo 6 mesi di vita intensa, il comitato decise di rivolgersi alla magistratura indirizzando a nome proprio gli esposti visti, i quali furono firmati da 65 cittadini. Un numero elevato di attivisti (tra cui medici, professionisti e gente comune talvolta priva di interessi diretti nell’area Vigne) non si tirarono indietro innanzi all’ipotesi di passare dalla protesta delegata all’azione penale. Fu nella riunione del 17 marzo che tensioni latenti sorte nel comitato per la selezione della società a cui affidare lo studio sfociò in un duro scontro tra i membri del direttivo terminato. Rappresentatasi come abbandonata a se stessa, la comunità locale per “conoscere la verità” si affidò ad uno studio proprio. La testimonianza diretta del danno ambientale non era più sufficiente: serviva la prova. Un nuovo modello culturale fece breccia nella comunità concorrendo al silenzio del comitato.Venne poi fondata S.O.S. Lucania. Animata da professionisti e soprattutto da una coppia di avvocati, il comitato predilesse la comunicazione digitale, approntando sin da subito un sito web dedicato in cui confluirono pressoché in temporeale tutte le azioni intraprese. S.O.S. Lucania intese sollecitare il senso di radicamento culturale del popolo lucano, un popolo definito fiero, recentemente ferito nella sua dignità, al cospetto invece di un passato glorioso in cui aveva saputo lottare contro ogni genere di usurpatori e ogni forma di ingiustizia. La forza e il coraggio, assunti come una sorta di DNA culturale del popolo lucano, andavano ripresi in un
realtà oggettiva i ricercatori screditavano letture del territorio che non fossero prodotte da amministrazioni pubbliche. Per la pubblica amministrazione esiste un valore convenzionale che decreta per legge lo stato di salute del luogo oltrepassato il quale si entra in una condizione di allarme. Il linguaggio scientifico mostra l'immagine dell' agenzia (ARPAB) che ne fa strumento di pervasione tendente ad affermare efficacia e professionalità. Le popolazioni locali si affidano alla scienza nella speranza che questa documenti il malessere quotidiano che essi stessi, attraverso il loro corpo avvertono. A questa fiducia nella scienza corrisponde la sfiducia nelle istituzioni pubbliche e una radicale presa di distanza dall' ARPAB, produttrice di una "scienza di stato" poco credibile. Nella valle persiste una sorta di conflitto di fiducia tra una scienza davvero scientifica e una scienza invece istituzionalizzata in apparati amministrativi altamente burocratizzati e quindi ritroviamo un uso politico della scienza capace di stroncare dubbi a livello locale. Scienza aziendale e accademica: Alla scienza aziendale dell' ARPAB si contrappone quella accademica di un ricercatore universitario di chimica. Il chimico di Bari fa appello a tabelle e grafici, mette in evidenzia la bontà delle procedure di controllo messe in campo dall' ARPAB, soffermandosi sui valori delle polveri sottili. La scienza dei senza scienza: Il professore di chimica chiamato a Viaggiano assume il ruolo di figura neutra capace di contrastare la falsa l scienza (quella aziendale)con la vera scienza (quella accademica). Ma anche lo scienziato produsse dei dubbio di varia natura., negli stessi suoi sostenitori. Lo studioso riconosce l'importanza degli enti pubblici preposti al controllo, relativizza quello degli enti privati conferendo così valore all' ARPAB , ma la popolazione locale da ormai molti anni critica l'azienda sospettando dell' ARPAB. le persone del posto sono convinte che il COVA produca inquinamento e chiunque riesce a dimostrarlo scientificamente è ben accetto. Il docente non mostra i suoi saperi per creare o sostenere posizioni ma solo per mostrare una verità oggettiva. Ad un tratto una voce lanciò una sfida sostanziale agli apparati moderni e all'ideologia positivista che ne orienta l'agire. L'approccio dei "senza scienza" utilizza l'uso del proprio corpo concepito quale macchina plurisensoriale capace di registrare l'alterazione di specifici equilibri. La scienza di prossimità: Ai lavori consiliari prese parte anche il comitato Onda Rosa (donne e mamme residenti in prossimità del centro olio)Onda Rosa richiede un serio monitoraggio ambientale e sanitario. Con segnali di protesta Onda Rosa cerca di conoscere sempre più la verità che invade il paese. La prima performance pubblica di Onda Rosa si ebbe il 5 marzo 2011 in occasione della Copam, la "conferenza petrolio e Ambiente". Ma il primo incontro con l azienda petrolifera ci fu il 15 aprile 2011. Ai problemi esposti da Onda Rosa ENI risponde impegnandosi a diminuire i danni creati riconoscendo così la propria responsabilità nella mandata risoluzione di alcune problematiche tecniche del COVA. dopodiché il 25 luglio 2011 viene depositata una denuncia fatta dai residenti dell' area Vigne, i quali hanno riportato sul mandato un incidente avvenuto il 19 luglio che ha provocato non pochi problemi ai cittadini. A seguito di tale denuncia il Pubblico Ministero concluse le indagini preliminari indagando per reato degli art 110, 81 , 659 c.p. i responsabili del Distretto di produzione Val d'Agri (quelli in carica dal 25.7.2001 al 27.12.2004) per le emissioni di gas, vapori, fumo, le quali provocano gravi danni agli abitanti del centro abitato del comune di Viaggiano.Dopo diversi segnali di protesta Onda Rosa si ritrova senza le persone che aveva inteso mobilitare, umiliate dalle autorità pubbliche dichiaratesi impossibilitate ad indennizzare danni cagionati da aziende private quindi si ritrova ad assecondare sempre più le procedure di compravendita proposte dal cane a sei zampe.Dopodiché a farsi avanti per la tutela della salute pubblica è il comitato Pro vita sana di Spinoso il quale interviene al consiglio criticando l'ARPAB, richiedendo un terzo monitoraggio affidato ad un organismo scientifico di livello nazionale inoltre Val D'Agri viene soprannominato dallo stesso valle dell' Agip. 7.5 operai intossicati imprenditori: I lavori del consiglio ebbero un eco nazionale ma il tema del monitoraggio ambientale e della salute pubblica venne eclissato, oscurato dai media anche se la troupe aveva filmato tutti i momenti significativi. Ad andare in onda fu la problematica connessa al lavoro.Il bisogno di occupazione in un area che ha sempre dovuto affrontare delicate problematiche di disoccupazione, si era infilata nella discussione, interagendo così con gli argomenti relativi alla difesa ambientale.Le attività petrolifere, motivo di oppressione per la salute e l'ambiente, si erano tradotte per il mondo imprenditoriale in una grande occasione di business, i quali pensavano al COVA come dispensatori di lavoro e diffusore di sviluppo.
Il Memorandum, il documento sottoscritto da Stato e Regione consegnava alle aziende petrolifere la possibilità di implementare estrazioni.Il petrolio da una parte si pose nel tessuto sociale e politico come leva di disordine e dall' altra assunse la funzione di stabilizzatore di relazioni politiche.Attraverso il petrolio i piccoli gruppi emergenti si assicurano una certa attenzione mediatica.Il Memorandum venne sottoscritto il 29 aprile 1011 alla presenza dell'intero consiglio regionale, anche se aveva valenza propedeutica quest'ultimo assunse valenza emotiva.L'intesa avrebbe prodotto una serie di investimenti strategici volti a creare sviluppo e occupazione promuovendo la Basilicata come regione strategia d'Italia. Dal 3 al 5 marzo 2011 il dipartimento ambiente, territorio e politiche della sostenibilità della regione Basilicata organizzò la prima ed ultima "conferenza petrolio e ambiente" il cui principale obiettivo é la sensibilizzazione e l'informazione dell' opinione pubblica in merito al tema dello sfruttamento delle risorse naturali per il conseguimento del benessere della Regione e del Paese.Pensata per trasmettere fiducia, conoscenze e informazioni, la Copam divenne invece lo strumento di cui il territorio seppe servirsi per porre alla luce diversi argomenti di disapprovazione. La Basilicata disposta a sottoscrivere il Memorandum in modo tale da non essere più "una regione problema" ma una "regione risorsa".Sebbene si fosse acquisita maggiore consapevolezza dei rischi e di problematiche di ordine ambientale, il consiglio intravede nel petrolio un'importante opportunità., la quale garantisce un nuovo futuro quello che porta alla crescita e al benessere.Il Memorandum andò a scuotere profondamente l'opinione pubblica favorendo elevato dissenso e generando dinamiche contestatarie in parte inedite.Tra i principali gruppi a farsi sentire ritroviamo Onda Rosa. Tale gruppo avrebbe organizzato una manifestazione il 9 luglio 2011 con a seguire l'apertura di un sito web.In Valle dell' Agri , nei paesi a più alta concentrazione di petrolizzazione nasce "la locomotiva". Per la rima volta gli attivisti ritennero di dover farsi ascoltare scendendo in piazza, canti musiche, slogan e inni cartelloni striscioni proclami e analisi, fece della manifestazione uno straordinario contenitore multimediale, facendo della piazza un luogo di scambio e apprendimento. Di particolare interesse fu lo Smemorandum in Camper, l'attività creata da Ola e Movimento No Scorie Trisaria.Lo Smemorandum seppe dosare il linguaggio colto dei relatori con quello informale adottato dalla popolazione locale, e con l'intento di coinvolgere le popolazioni a partire da una vera e propria missione pedagogica e politica, il camper, quasi a simboleggiare una carovana mobile della speranza. Il manifesto dello Smemorandum insiste su 10 problematiche connesse all'estrazione:Democrazia, tutela delle economie locali, tutela delle acque, tutela dell' ambiente e limiti di emissione, royalities, regole per le ricerche e le trivellazioni, limiti al consumo di acqua, epidemiologia, trasparenza danni e rischi.Il COVA non faceva più paura ai soliti allarmisti ed intellettuali verdi, l'industria oltre a produrre disuguaglianze alimentava terrore anche alla comunità locale che tanto aveva atteso le ricadute occupazionali la quale aveva anche invocato sviluppo e allo stesso tempo temuto per la salute. CAP IX :LA BASILICATA “ SALVA ITALIA”, CHI Salverà LA BASILICATA? "La locomotiva" e altre associazioni denunciano all'opinione pubblica i rischi che potrebbero portare un aumento di produzione mentre il Governo regionale intravide nel proponimento nazionale, un primo passo verso la concretizzazione del Memorandum, sempre più assunto come la soluzione per un futuro migliore. Il Memorandum rispecchiava un sostanziale mutamento concettuale e di mentalità che richiedeva in cambio di petrolio non più soldi ma investimenti diretti e certi, incassata la piena approvazione del mondo del lavoro e più in generale di quello imprenditoriale, era dunque pronto per riproporsi sulla scena politica.Lo sviluppo prima di essere pianificato andava immaginato.Fu questa la funzione ascritta al memorandum: immettere nello scenario politico lucano, flussi di energia visionaria che convertissero l'immagine di pozzi e trivelle in immaginario di lavoro, progressi e sviluppo.L'articolo disoccupati anche con il petrolio seppe fare del petrolio un'importante risorsa giornalistica. La storia di una risorsa che non era riuscita a dare lavoro a tutti, si mostrava sulle pagine del giornale nei suoi tratti più crudi.Si formo così il "comitato disoccupati Over 45".Over 45 attirò l attenzione dei mass media e dell'opinione pubblica. il movimento diedi vita ad una serie di azioni pubbliche di protesta.Il gruppo di disoccupati in modo schietto e diretto con le loro testimonianze riuscirono nel loro intento.Ad alcuni furono offerti contratti, ma soltanto di pochi mesi, ad altri alcune dei quali poco idonei per lavori di un certo impegno fisico, la possibilità di collaborazione temporanea nei