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Riassunto In prima persona, Vendemiati, Prove d'esame di Filosofia

in prima persona, vendemiati. riassunto di 15 paginma non sostitutivo a testo

Tipologia: Prove d'esame

2014/2015

In vendita dal 06/07/2015

federica765
federica765 🇮🇹

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IN PRIMA PERSONA --> RUSSO
CAPITOLO 1 :CHE COS’E’ L’ETICA
L’etica filosofica viene intesa come la scienza che indica ciò che l’uomo deve fare per essere
buono, cioè degno della propria umanità. Da un lato la filosofia scopre alcune verità che facilitano
l’accoglienza del Vangelo e dall’altro lato la filosofia smaschera alcuni errori che impediscono
l’accoglienza del Vangelo. Fare filosofia significa indagare con la ragione sull’uomo, sul mondo e
su Dio, per cercare di conoscere la verità. La verità conosciuta apre la strada ad altre verità ma è
anche vero che l’errore invece sbarra la strada. La fede non sostituisce la ragione ma la completa e
l’eleva. Alcuni pensatori laici negano ai cristiani di proclamarsi filosofi, altri concedono ai cristiani
il diritto di essere filosofi a atto che mettano tra parentesi la propria fede e che facciano una
filosofia neutrale. Il filosofo è colui che cerca di fondare razionalmente i propri giudizi senza fare
appello a miti o a false credenze. I giudizi sono fondati su argomenti razionali per cui il suo
discorso è scientifico. L’etica filosofica è una disciplina autonoma dalla teologia morale; può essere
integrata in quest’ultima ma possiede una propria validità. Dobbiamo considerare in primo luogo
gli atteggiamenti di fondo delle virtù che ci consentono di disporci in modo consono al lavoro
filosofico-morale.
1. Stupore : non essere capaci di spiegarsi il perché e come certi fenomeni avvengono. Alla
lunga porta ad una situazione di grande stress. L’ignoto e il misterioso attrae e spaventa. A
questo livello di tensione a volte si ricorre a scorciatoie mentali, riconducendo la realtà a
qualcosa di già noto.
2. Rispetto : dobbiamo coltivare in noi la virtù del rispetto nei confronti della realtà. Una sorta
di riverenza davanti all’oggetto del nostro pensiero. Il filosofo deve mantenersi in un
atteggiamento di delicato e sensibile rispetto per la realtà in se stessa.
3. Desiderio: collegato alle altre due virtù c’è la virtù del desiderio. I greci parlavano di eros
filosofico. È una sete di verità, un’anelito interiore quasi viscerale.
Il punto di partenza della nostra indagine non è ripercorrere la storia per trovare chi per primo parlò
di filosofia perché in questo modo non si fa filosofia ma storia della filosofia. Si cerca così di
conoscere la storia di qualcosa senza sapere cosa sia questo qualcosa. Questo a causa della riforma
Gentile. Il punto di partenza non può essere che la nostra esperienza di vita. Questo perché sin da
bambini cominciamo a riflettere sulle proprie esperienze e formarsi delle idee di ciò che è giusto o
ciò che è sbagliato. Tutto ciò costituisce un minimo di filosofia che ogni essere umano più o meno
consapevolmente porta con se. Noi non siamo delle isole che intorno hanno un’oceano ma sono
legate a dei contratti sociali e la riflessione filosofica della propria vita si arricchisce con il dialogo
con il prossimo. Nel formarsi quel minimo di filosofia ognuno di noi è condizionato dalla propria
formazione culturale. Tali condizionamenti sono tanto forti quanto meno uno li riconosce. Nessun
prigioniero può essere libero se prima non capisce di essere prigioniero. Bisogna invece trasformare
la negatività del condizionamento in positività dell’orientamento. Questo serve per un discorso
scientifico. Altro passo importante è trasformare le ovvietà in evidenze. Le ovvietà vengono
ammesse in modo acritico, senza ragionarci su, senza pregiudizio. Un ovvietà però non è
necessariamente vera. Il sapere diventa degno di questo nome quando le ovvietà si trasformano in
evidenze. Esistono evidenze immediate o mediate ovvero quelle da dimostrare. L’evidenza
filosofica non coincide con quella empirica o matematica e che è necessario coltivare il nostro tatto,
gusto spirituale per orientarci nelle situazioni concrete ed esser e in grado di cogliere i valori
autentici nella loro varietà. L’esperienza è l’oggetto di tutta la riflessione filosofica e lo specifico è
dato dall’esperienza morale.
L’etica viene dal greco ethos, ethous che significa costume, modo di comportarsi che corrisponde al
latino mos, moris. Quindi il termine etica e morale sono intesi come sinonimi. Il compito della
filosofia pratica è quello di fondare questo dei principi ovvero di cercarne il perché, la causa e la
ragione per valutarli.
Alcune scuole di pensiero ritengono che l’etica sia una scienza descrittiva e non prescrittiva.
Il positivismo è una corrente sorta nel XIX secolo e secondo i positivisti il metodo elle scienze
sperimentali doveva essere esteso a tutte le branche del sapere. Le scienze sperimentali descrivono
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IN PRIMA PERSONA --> RUSSO

CAPITOLO 1 :CHE COS’E’ L’ETICA

L’etica filosofica viene intesa come la scienza che indica ciò che l’uomo deve fare per essere buono, cioè degno della propria umanità. Da un lato la filosofia scopre alcune verità che facilitano l’accoglienza del Vangelo e dall’altro lato la filosofia smaschera alcuni errori che impediscono l’accoglienza del Vangelo. Fare filosofia significa indagare con la ragione sull’uomo, sul mondo e su Dio, per cercare di conoscere la verità. La verità conosciuta apre la strada ad altre verità ma è anche vero che l’errore invece sbarra la strada. La fede non sostituisce la ragione ma la completa e l’eleva. Alcuni pensatori laici negano ai cristiani di proclamarsi filosofi, altri concedono ai cristiani il diritto di essere filosofi a atto che mettano tra parentesi la propria fede e che facciano una filosofia neutrale. Il filosofo è colui che cerca di fondare razionalmente i propri giudizi senza fare appello a miti o a false credenze. I giudizi sono fondati su argomenti razionali per cui il suo discorso è scientifico. L’etica filosofica è una disciplina autonoma dalla teologia morale; può essere integrata in quest’ultima ma possiede una propria validità. Dobbiamo considerare in primo luogo gli atteggiamenti di fondo delle virtù che ci consentono di disporci in modo consono al lavoro filosofico-morale.

  1. Stupore : non essere capaci di spiegarsi il perché e come certi fenomeni avvengono. Alla lunga porta ad una situazione di grande stress. L’ignoto e il misterioso attrae e spaventa. A questo livello di tensione a volte si ricorre a scorciatoie mentali, riconducendo la realtà a qualcosa di già noto.
  2. Rispetto : dobbiamo coltivare in noi la virtù del rispetto nei confronti della realtà. Una sorta di riverenza davanti all’oggetto del nostro pensiero. Il filosofo deve mantenersi in un atteggiamento di delicato e sensibile rispetto per la realtà in se stessa.
  3. Desiderio: collegato alle altre due virtù c’è la virtù del desiderio. I greci parlavano di eros filosofico. È una sete di verità, un’anelito interiore quasi viscerale. Il punto di partenza della nostra indagine non è ripercorrere la storia per trovare chi per primo parlò di filosofia perché in questo modo non si fa filosofia ma storia della filosofia. Si cerca così di conoscere la storia di qualcosa senza sapere cosa sia questo qualcosa. Questo a causa della riforma Gentile. Il punto di partenza non può essere che la nostra esperienza di vita. Questo perché sin da bambini cominciamo a riflettere sulle proprie esperienze e formarsi delle idee di ciò che è giusto o ciò che è sbagliato. Tutto ciò costituisce un minimo di filosofia che ogni essere umano più o meno consapevolmente porta con se. Noi non siamo delle isole che intorno hanno un’oceano ma sono legate a dei contratti sociali e la riflessione filosofica della propria vita si arricchisce con il dialogo con il prossimo. Nel formarsi quel minimo di filosofia ognuno di noi è condizionato dalla propria formazione culturale. Tali condizionamenti sono tanto forti quanto meno uno li riconosce. Nessun prigioniero può essere libero se prima non capisce di essere prigioniero. Bisogna invece trasformare la negatività del condizionamento in positività dell’orientamento. Questo serve per un discorso scientifico. Altro passo importante è trasformare le ovvietà in evidenze. Le ovvietà vengono ammesse in modo acritico, senza ragionarci su, senza pregiudizio. Un ovvietà però non è necessariamente vera. Il sapere diventa degno di questo nome quando le ovvietà si trasformano in evidenze. Esistono evidenze immediate o mediate ovvero quelle da dimostrare. L’evidenza filosofica non coincide con quella empirica o matematica e che è necessario coltivare il nostro tatto, gusto spirituale per orientarci nelle situazioni concrete ed esser e in grado di cogliere i valori autentici nella loro varietà. L’esperienza è l’oggetto di tutta la riflessione filosofica e lo specifico è dato dall’esperienza morale. L’etica viene dal greco ethos, ethous che significa costume, modo di comportarsi che corrisponde al latino mos, moris. Quindi il termine etica e morale sono intesi come sinonimi. Il compito della filosofia pratica è quello di fondare questo dei principi ovvero di cercarne il perché, la causa e la ragione per valutarli. Alcune scuole di pensiero ritengono che l’etica sia una scienza descrittiva e non prescrittiva. Il positivismo è una corrente sorta nel XIX secolo e secondo i positivisti il metodo elle scienze sperimentali doveva essere esteso a tutte le branche del sapere. Le scienze sperimentali descrivono

la realtà e non prescrive nulla. L’etica non dice come ci si deve comportare ma come la gente si comporta. Il pensiero debole invece è un movimento recentissimo e non ha nulla a che fare con il positivismo. Secondo loro il ruolo del filosofo sarebbe quello di descrivere i diversi modelli di comportamento. Vuole facilitare il dialogo tra i diversi modelli. Loro dicono che gli uomini sono tutti uguali e formano una sorta di democrazia che in realtà è solo fittizia. Si sono dichiarati libertari, ossia che la libertà individuale sia il sommo valore. Per loro ogni etica normativa viene definita come liberticida proprio perché impone delle norme alle quali la libertà dei singoli deve sottomettersi. Tutte e due gli stili di pensiero negano la possibilità di costruire un’etica normativa. Critica : i positivisti dicono:

  1. Le scienze sperimentali sono descrittive e non normative.
  2. Ogni scienza deve uniformarsi ad un modello delle scienze sperimentali.
  3. L’etica deve essere descrittiva e non normativa. Così però facendo afferma che la scienza non deve essere normativa ma essi stessi stanno imponendo una norma. Il pensiero debole invece dice:
  4. Tu e io abbiamo lo stesso valore.
  5. Tu e io abbiamo opinioni differenti.
  6. Le tue opinioni e le mie hanno lo stesso valore. La democrazia è messa in dubbio da questi stessi ragionamenti. La democrazia è una forma di vita politica e sociale e implica il riconoscimento di valori oggettivi immutabili. La vera democrazia è condizionata dalla netta distinzione fra libertà ed arbitrio. Tutte e due le linee di pensiero sono fallaci. La filosofia morale non è una scienza soltanto descrittiva ma anzi più normativa: prescrive degli obblighi e pone dei divieti. La morale si occupa del fine dell’agire umano in quanto tale, quel fine che l’uomo non può fare a meno di porsi. Le tecnologie della morale invece esprimono una normativa ipotetica. Se vuoi x devi fare y. La morale invece è una normativa categorica.. tu devi comportarti così non solo per ottenere uno scopo ma per realizzare lo scopo dell’esistenza umana in quanto tale. Prima di formare norme la filosofia morale è chiamata a riflettere sul fondamento della norme che guidano la nostra vita. La filosofia morale è la scienza della vita buona o virtuosa e per questo è l’arte della felicità. Normativa etica: l’etica è una riflessione sull’agire umano che si presenta con un carattere normativo. Normativa tecnica: carattere ipotetico. Indica mezzi idonei al raggiungimento di un fine ma senza nessun criterio interno per indicare quali fini è necessario perseguire e quali evitare. La normativa tecnica giudica i mezzi e non i fini. Se vuoi guarire prendi x e non y. Normativa giuridica: ha come fine la protezione e la promozione del bene comune. Non può pretendere la vita delle persone ma solo quella parte di essa che attiene alla costruzione del bene comune. Guida al bene comune. Capitolo 2 : Fenomenologia della moralità. Il termine fenomenologia è stato introdotto da Husserl e consiste nel lasciar parlare l’oggetto di cui ci si occupa per scoprire che cosa è, qual è il suo nucleo essenziale. L’oggetto di cui ci occuperemo è l’esperienza morale. Ci sono state delle persone che volevano dare una connotazione negativa al termine di morale; Marx, Nietzsche e Freud. Max credeva che la morale non era altro che una sovrastruttura e che l’unica struttura reale è quella tra rapporti di produzione e lavoro. La morale ha scopo di difesa del sistema ma proibire ciò che turba. Nietzsche credeva che la morale che chiama ascetica o da schiavi, sia conseguenza del risentimento dei deboli. Loro non potendo rispondere con la forza rispondono con la morale e trasformano ciò che è giusto in ciò che è male. Freud invece credeva che l’esperienza morale sarebbe il risultato di meccanismi inconsci di rimozione e censura soprattutto riguardo il desiderio sessuale. Rapporti Ed ed Super Io. Il super io fa si che la pulsione venga rimossa e censurata. L’esperienza morale è il prodotto della censura.

razionalità è quella differenza specifica che ci rende uomini e non animali. Ciò significa che abbiamo intelligenza e volontà e quindi siamo capaci di intendere e di volere. Un’azione accompagnata da intelligenze e volontà è un atto umano e quindi un atto morale. Il bene è ciò a cui si aspira e questo aspirare è detto intenzionalità. Un bene è qualcosa giudicato tale dal soggetto. Aspirare è volontà, giudicare è intelligenza. Un atto non può essere voluto se prima non si conosce. La scienza è la conoscenza dell’atto nella sua consistenza fisica e nel suo fine. Si contrappone l’ignoranza. L’avvertenza è la consapevolezza di stare a compiere un determinato atto. Si contrappone l’inavvertenza. L’atto umano è unione di scienza e avvertenza. Si può definire un atto morale e quindi umano solo se esso è VOLONTARIO. La volontà fa si che l’atto scaturisca da me stesso e dal mio intento, sono autore e protagonista del mio atto. Un atto è volontario quando è causato dalla volontà del soggetto. E’ voluto ciò che è approvato dalla volontà anche quando non è causato da essa. E’ involontario quando si compie contro dalla volontà del soggetto. E’ non volontario ciò che si compie senza la volontà del soggetto. A volte si può aderire in pieno ad un’azione o solo limitatamente. Un atto volontario semplice è un atto che costituisce in se stesso l’oggetto di tendenza della volontà del soggetto. Un atto volontario relativo o limitato è un atto a cui la volontà del soggetto tende suo malgrado per far fronte ad una specifica situazione. Un atto volontario diretto ha un’effetto che costituisce il vero scopo della volontà. E’ voluto. Un atto volontario indiretto ha la volontà che tende ad un altro fine e si limita a tollerare gli effetti collaterali dell’azione. Noi non siamo solo unione di intelligenza e volontà ma abbiamo anche dei sentimenti che influiscono di molto nell’azione. Interazione tra vita sensibile, corporea e vita dello spirito è detta psichismo e le sue componenti sono i sentimenti o le emozioni.le emozioni principali sono amore e odio. L’amore si rivolge verso ciò che si presenta come bene. L’odio verso qualcosa che si presenta come male. Con questi sentimenti si articolano diverse forme di passioni che non sempre sono volontarie. A volte lo sono perchè sono comandate dalla volontà o perchè la volontà non vi resiste. Quando le passioni insorgono senza la volontà o contro la volontà sono atti semi- volontario o addirittura involontari. Quando le passioni sono comandate dalla volontà l’atto è volontario al 100%. L’importante distinzione tra volere umano e quello animale è che il primo può essere sottoposto a riflessione. Questa capacità di riflessione è il fondamento della libertà umana. L’atto umano è sempre libero e può essere in modo più o meno libero. Il grado di libertà deriva direttamente dalla lucidità dell’intelligenza e dal dominio della volontà. La libertà implica responsabilità che può essere in atto o in causa. L’agire morale è realizzazione di ciò che possiamo essere, realizzazione del proprio essere umano. L’atto umano lascia in noi una traccia che può modificare la nostra personalità in meglio o in peggio. Gli atti hanno una sorta di retroazione, un feedback che modella l’io. Le modificazioni sono inevitabili e indispensabili per la nostra esistenza. Vengono comunemente chiamate abitudini, atti ripetuti che preparano ad atti successivi simili e facili da compiere. La psicologia contemporanea preferisce chiamarle attitudini. In termini classici parliamo di habitus. L’habitus è un’attitudine o disposizione stabile delle facoltà del soggetto verso degli atti. Gli habitus si acquisiscono mediante la ripetizione di atti di un determinato tipo. Perfezionano la nostra personalità. La virtù è un’abitudine che sviluppa la nostra personalità in modo degno dell’essere umano. Il vizio è il suo opposto. Capitolo 4 : Le virtù in genere Per realizzare pienamente la nostra personalità dobbiamo essere virtuosi. La virtù è come un habitus che sviluppa la nostra personalità in modo degno dell’essere umano. Il comportamento è tanto più degno quando risponde all’intelletto e alla volontà. Gli atti umani non possono essere studiati isolati dal contesto in cui il soggetto agisce. L’agire manifesta l’essere. Noi come dice Aristotele ci comportiamo in un determinato modo perchè crediamo che alcuni valori hanno la precedenza su di altri. L’uomo buono conosce il valore per connaturalità : essendo buono riconosce il bene quando lo vede. Scegliere di comportarsi in un modo non è la stessa cosa di compierlo. Per realizzare il bene conosciuto c’è bisogno di una grande forza interiore, di tenacia. Le nostre migliori o peggiori disposizioni dipendono da come siamo dentro , dagli habitus buoni o cattivi che abbiamo acquistato. Le disposizioni interne abituali le denominiamo virtù. Il termine virtù ha intorno a se delle scorrette visioni. Si dice che una persona virtuosa è colei che “ non..” una sorta di freno. Invece il termine virtù deriva dal latino virtus vis che significa forza e quindi è motore dell’azione

morale non freno. E solitamente è identificata come possesso di qualcosa ma in realtà è solo una disposizione , un modo di essere. Le virtù prendono in considerazione il passato e il futuro; possiamo agire in un certo modo perchè siamo diventati così e noi ci disponiamo a diventare in un certo modo e quindi a compiere ancora un certo tipo di azioni. Esistono habitus buoni e cattivi. La virtù è un habitus che perfeziona le nostre facoltà operative orientandole verso il bene, è un’inclinazione. Il vizio le orienta verso il male e lo rende più attraente e facile.il compito della virtù è mettere la ragione e la volontà in grado di governare le passioni e la sfera sensitiva nonostante il comportamento che da questa può derivare. Per governare c’è bisogno di un programma. Il criterio è agire secondo medietà, giusto medio in rapporto a noi poiché la medietà non può essere universale in quanto siamo esseri diversi con scopi e obiettivi diversi nella vita. Medietà non significa essere mediocri ma raggiungere il giusto rapporto tra eccesso e difetto. La medietà va decisa come lo farebbe un saggio. La saggezza è la virtù della ragione. La virtù ci porta ad agire in modo armonico ed equilibrato sotto la guida della ragione. Il vizio è disequilibrio e disarmonia. Le virtù sono sempre in accordo e armonia tra di loro il vizio no. L’armonia costituita dalle virtù costituisce la vita buona ossia la realizzazione della persona. Le virtù intellettuali sono degli habitus della ragione mediante le quali tendiamo verso il nostro oggetto che è la verità. San Tommaso parla di virtù dell’intelletto speculativo orientate alla contemplazione della verità e sono ad esempio scienza ed intelligenze e virtù dell’intelletto pratico come l’arte che orientano alla conoscenza dei principi idonei per guidare l’azione. La saggezza è una virtù dell’intelletto pratico. Esistono vari tipi di virtù. Quelle cardinali corrispondono alla saggezza, giustizia, forza o coraggio e temperanza. Le facoltà che ci fanno agire i modo razionale sono 4 : ragione, volontà, sensibilità o appetito sensitivo. L’appetito sensitivo di distingue in irascibile e concupiscibile. Il primo ci spinge a resistere a ciò che ci contrasta e che potrebbe privarci di cose che ci piacciono, tendenza verso i beni difficili da raggiungere. L’appetito concupiscibile tende verso i beni facilmente accessibili che ci appaiono convenienti ai nostri sensi. L’armonia tra queste quattro funzioni fa realizzare l’agire virtuoso.

  1. Saggezza : la ragione deve essere orientava verso il vero bene ed necessario che abbia la capacità di scegliere sempre i mezzi opportuni. Questa capacità è detta saggezza. Consiste nella retta deliberazione.
  2. Giustizia: la volontà ha un’orientamento abituale verso il proprio bene. Una persona che agisce in modo morale non guarda solo il proprio bene senza pensare ai danni che può procurare agli altri ma anzi tende al bene dell’altro e si comporta con l’altro come farebbe con se stesso. A ciascuno il suo cioè ogni bene che gli spetta. Questa è la giustizia. L’ingiustizia è il vizio per eccellenza.
  3. Fortezza o coraggio: l’aspetto irascibile tende verso il bene da farsi e dall’altro lato si oppone e resiste alle fatiche che nascono per la realizzazione del bene. Il coraggio consiste nel perfezionare questi lati e nel resistere con prontezza alle fatiche e non scoraggiarsi. Il coraggioso ha pazienza e perseveranza. Senza la fortezza e il coraggio non si può essere saggi.
  4. Temperanza : l’appetito concupiscibile ha bisogno di essere disciplinato e questo è il compito della temperanza. Mantiene l’ordine del desiderare nell’insieme dell’unità personale corporeo-spirituale dell’uomo. In questo modo le passioni vengono represse e si gode in modo esatto di ogni piacere. Chi è intemperante ricerca sempre tanti piaceri e alla fine il piacere stesso è diminuito poiché il bisogno aumenta sempre di più. È la custode della saggezza. Esistono anche delle virtù annesse ovvero quelle ricondotte dalle virtù cardinali. Alcune possono essere soggettive, ovvero costituiscono aspetti della virtù stessa. Altre integranti, in quanto costituiscono una struttura essenziale al punto che se mancassero le virtù non potrebbero esistere. Altre potenziali ovvero sono ordinate ad alcuni comportamenti che hanno una qualche attinenza con quella determinata virtù. Ad esempio dare consigli è strettamente legato alla saggezza non un uomo saggio non deve necessariamente consigliare. Con il termine virtù si intendono tutte le virtù nel complesso e l’ordine delle virtù ovvero il principio e la sostanza dalla loro connessione è l’amore. Noi apprendiamo le virtù per via indiretta. Riconosciamo in qualcuno il comportamento virtuoso.

sociali; ceti produttivi dove prevale l’aspetto concupiscibile, i custodi, dove prevale la forza irascibile e devono essere guidati da fortezza e coraggio, governanti che devono operare secondo saggezza. Secondo Platone la società è buona se ognuno opera secondo la virtù che gli è propria. Aristotele dice che la giustizia corrisponde alla conformità della legge. Una legge è buona se proibisce i vizi e vuole proporre le virtù. Nella giustizia è compresa ogni virtù. Tutte le altre virtù sono fini a se stesse ma la giustizia da uno sguardo anche agli altri. Regola la ripartizione dei beni e il loro pacifico scambio tra gli uomini. Nel mondo latino la giustizia per Cicerone è un’attitudine in forza della quale con volontà costante e duratura a ognuno si riconosce il suo diritto. Il diritto è un concetto originario del quale è impossibile dare una definizione. Esprime un rapporto particolare tra una persona e una cosa che costituisce l’oggetto del diritto. Solo le persone possono essere titolari di diritto. Il bene comune è una rete di condizioni in forza delle quali ognuno se vuole può raggiungere il suo fine. Il singolo può rinunciare al suo bene ma non può ridurre i diritti degli altri. Se un soggetto ha diritto di una cosa corrisponde un altro soggetto un dovere. L’uomo giusto è chi ha un dovere e lo adempie. Costituisce l’apertura all’alterità. A volte la giustizia consiste semplicemente nel dare a ciascuno ciò che si merita altre volte il bene da dare a qualcun altro è lo stesso che anche io posso ricevere in quanto membro di una comunità. La giustizia può essere generale che assume tutte le virtù morali e le dirige al bene comune. Le giustizia particolare da all’altro ciò che gli spetta tenendo in considerazione il bene comune. Ogni giustizia ha un dovere morale ma quella particolare quel dovere assume un’altra specificità; debito giuridico. Si può rivendicare qualcosa. La materia della giustizia sono le cose o le azioni stesse. La forma della giustizia è il rispetto per la persona altrui. Le parti che costituiscono la giustizia particolare sono 3 :

  1. Due soggetti coinvolti dove uno è titolare di un diritto l’altro di un dovere.
  2. L’oggetto deve essere un diritto autentico che crea un diritto giuridico
  3. Deve esserci la possibilità di dare il dovuto. Qui si verificano sia la giustizia commutativa e quella distributiva. La giustizia commutativa si verifica quando si verifica una situazione uno a uno e i soggetti si incontrano per scambiarsi qualcosa. La misura del debito decide esattamente quanto si riceve e quanto si deve dare. Per san Tommaso la restituzione sarebbe per eccellenza l’atto di questa giustizia perchè in un mondo di lotte per interesse contrastanti l’ingiustizia sembra la condizione più diffusa e la giustizia prende senso di ripartizione. Giustizia distributiva regola il rapporto tra comunità e i suoi membri. Quella proporzione di bene comune che tocca al singolo. Questi beni vanno ripartiti in modo eguale. Trattare gli uguali in modo identico e i disuguali no ma vanno decisi chi sono gli uguali e chi gli ineguali. L’ingiustizia è l’opposto ed è il vizio per eccellenza. Considerare buono ciò che è ingiusto. Socrate affermò che il più grande male non è ricevere ingiustizia ma farla. È egoistica ricerca del proprio bene senza contare i danni che si fanno ad altre persone. Oggi c’è un tipo molto diffuso di ingiustizia; generata dalla mancanza di saggezza. La saggezza serve per vedere la verità delle cose, quando manca non ci si pone proprio il problema se qualcuno ha diritto a fare qualcosa o doveri. Questa giustizia è disumana. Capitolo 7 : fortezza o coraggio Il termine fortezza ha un forte rimando alla forza fisica e al vigore. Letteralmente il termine significa virilità , la virtù con la quale si agisce da uomo. Colui che non fugge davanti al pericolo. Ciò delinea vari limiti dovuti ad una visione puramente maschilista del coraggio. Platone definisce il coraggio come la scienza di ciò che si deve temere e ciò che non si deve temere. E’ sbagliato perchè non è una scienza in quanto appartiene alle virtù morali e non intellettuali. Il pregio di questa definizione è che stabilisce un confine tra ciò che si deve temere e ciò che non si deve. Sottostà alla saggezza di ciò che è giusto sopportare evitando la fuga. Implica fermezza e perseveranza e anche tenacia. Perseverare in un azione per una giusta causa. La tenacia imprudente invece è sinonimo di stoltezza ovvero colui che rimane fisso sulle proprie idee pi del dovuto. Il contrario è mollezza, fragilità e fiacchezza. Chi è coraggioso è anche paziente ma il paziente non è sempre coraggioso. La fortezza ha la capacità di pensare in grande. Magnanimità, tendenza verso le grandi cose, verso il bene difficile contro il male facile. Guidata dalla saggezza sennò cadrebbe in presunzione e pusillanimità ovvero piccineria d’animo. Essa è spiegata dalla metafora dell’aquila che si sente pollo. Sottolineare le inerzie e perdere di vista le cose importanti. La letteratura prima si

pensava fosse stata inventata per descrivere le grandi gesta. Il benessere realizzato dalle grandi società ci ha portato ad essere una società molle, debole fatta di piaceri con il tabù della sofferenza anche se vengono sponsorizzati tatuaggi e piercing. Si ricerca il piacere immediato. Dovremmo essere più coraggiosi e cambiare i nostri comportamenti guardando alla natura e all’aspetto ecologico. Avere il coraggio di affrontare le responsabilità future. Forte è colui che sopporta la ferita sia morale sia fisica. il forte non disprezza la vita ma anzi la ama profondamente. Accettare le ferite per la realizzazione del bene. Consapevole della sua vulnerabilità il forte è prudente e decide e riflette saggiamente. l’uomo forte sopporta la tristezza aggredendo con la giusta misura di colera. Ricerca la giusta misura di tristezza. Sopportazione è l’atto principale. Non si limita a sopportare il male ma egli lo aggredisce con tutta l’energia possibile nella speranza di riuscire. Capitolo 8 : la temperanza Temperanza ormai è un termine fuori moda inteso come regolatezza, misura e moderazione. Appare come un freno un’inibizione , repressione dei desideri. A volte può prendere il significato di tiepido, colui che non è in grado di grandi passioni e quindi non può godervi. Un’altra radice è quella di temprare, che si dice ad un materiale che è stato reso indeformabile. Nell’ambito semantico temperamento indica le disposizioni connaturate non modificabili che formano le basi del carattere e indicano una particolare energia personale. La temperanza non esclude l’inclinazione con la natura anzi si accorda con essa. È detta virtù solo nella misura in cui procede dalla regola della saggezza. È moderazione razionale della azioni e passioni umane. Si può capire bene se confrontata con la fortezza e i meccanismi di repulsione e attrazione. La repulsione sorge davanti a qualcosa che è visto come spregevole. Il coraggio fa si che non si scappi davanti alla paura per arrivare al vero bene. L’attrazione ha per oggetto tutto ciò che è percepito come gradevole e la temperanza consente di gestire razionalmente le dimensioni e di respingere ciò che attrae i sensi in direzione contraria. San Tommaso afferma che il corpo arriva al proprio fine anche servendosi dei beni sensibili e corporali giustamente guidati. La temperanza avrà il suo campo principale nella continenza nel mangiare, la sobrietà nel bere e la castità sessuale. La temperanza è richiesta in tutte le azioni virtuose. Il fine della temperanza è la tranquillitas animi come dice sant’Ambrogio. Consente di conservare se stessi per potersi donare in modo libero e altruistico. Il vizio è l’intemperanza ed è un’atteggiamento egoistico che sfocia nell’autodistruzione del soggetto. Le inclinazioni naturali hanno il compito di conservare l’esistenza e sono le stesse che in modo disorientato causano la distruzione. Excursus: monismo materialista e dualismo spiritualista. La tesi monista materialista afferma che esiste solo un corpo materiale. Nell’esistenzialismo di Sartre si afferma che il corpo e l’uomo sono la stessa medesima cosa. Ogni cosa è puramente corporea. Il dualismo spiritualista invece afferma che nell’uomo ci sono attività di ordine materiale ma anche di ordine superiore come la conoscenza delle idee universali. Per via banale si concepisce la componente materiale e quella spirituale dell’uomo come due sostanze accanto concepite in modo dualistico. L’unione tra anima e corpo è vista in modo accidentale come una caduta accidentale e il corpo è prigione dell’anima. Descartes sostiene che l’uomo è res cogitans ovvero spirito pensante e res extensa ovvero corpo e quindi l’uomo è una macchina dove vive un angelo. Il contatto tra le due è difficile e avviene nella ghiandola pineale ma non si capisce come avvenga. Malebranche afferma che è Dio che interviene ogni volta per comunicare all’anima l’idea corrispondente alla sensazione corporea. Leibniz crede in un’armonia prestabilita da Dio. Per san Tommaso l’uomo è una sostanza unitaria e l’anima è forma del corpo. Nell’azione corporea si coinvolge l’anima dell’uomo e quindi tutto l’uomo in quanto tale.

Quando viene scisso il legame tra corpo e persona tra fisico e spirito si cade in diversi errori. Quello gnostico e puritano che tollera il sesso solo in vista della procreazione. E la visione tipica di Freud che trova delle analogie tra le manifestazioni fisiche della sessualità ed altre sfere della persona. Questa visione è tipicamente monista materiale e l’altra dualistica spirituale. Nella visione della totalità unificata l’anima è necessaria al corpo quanto quest’ultimo ad essa. Il linguaggio del corpo consente la comunicazione tra le persone ma la corporeità non può essere ricondotta a pura funzione di segno e strumento linguistico.

L’uso del linguaggio morale è di fatto emotivistico. Uno dei risvolti sociali più pericolosi è l’estrema tendenza a manipolare le persone. Dialogare sulla base di argomentazioni razionali significa accattare la bilateralità del discorso cosa che nella manipolazione è assente. Condizionare è un processo unilaterale. Lo storicismo è la più classica teoria relativistica. Ogni tesi e scelta morale si giustifica solo grazie all’espressione di una determinata epoca storica. La forma sociale più diffusa dello storicismo è il sociologismo, inquadrare ogni scelta e giudizio morale in dipendenza dalla struttura sociologica in cui si sviluppa. Non cosa venga scelto ma come venga giustificata nel motivo storico sociale. Questo lo ritroviamo nella mente psicologista contemporanea preoccupa la connessione tra scelte e vissuti psicologici del soggetto, ma disinteressandosi alla verità e bontà. Distaccarsi non dalla storia ma non trovare in lei delle risposte i grandi uomini hanno dimostrato la loro grandezza proprio nel rendersi liberi dall’atmosfera della moralità media. Il relativismo etico contemporaneo va inquadrato nel passaggio tra modernità e post modernità. Fino al XIX secolo vi era un centro attorno cui la vita gravitava. Ciò portava con se un quadro di diritti e doveri. La modernità invece si è sviluppata secondo un movimento di differenziazione e di individualizzazione. Si sono venuti a dimostrare tanti sistemi parziali. La nostra società è acentrica caratterizzata da legami deboli. Vi è una dissoluzione della totalità etica e non vi sono più sistemi di riferimento comuni. Lo stesso individuo ha differenti comportamenti in base a dove va. Politeismo dei valori. Si vive in forma ipotetica. Oggi si vive così domani non lo so. Kierkegaard l’infinita possibilità genera angoscia, crisi di identità e spaesamento. Questo senso di angoscia sta trovando riscontri nell’etica della responsabilità verso l’ambiente; la svolta ecologica. Ci si sta accorgendo che la natura è oggetto di sfruttamento e si sta ribellando alle azioni dell’uomo con gravi conseguenze. Le nostre azioni hanno effetti irreversibili. non si può più andare avanti con la leggerezza delle ipotesi. La fonte dei valori è fuori di me, trascendente. Il valore non lo creo ma lo trovo e sono nella verità quando penso così come esso è nella realtà.

Qual è il vero bene a cui le nostre azioni tendono? Una persona agisce in modo degno della propria umanità quando le sue passioni sono controllate dalla volontà e la volontà è retta quando aderisce al bene indicato dall’intelligenza. Questo bene è scoperto dalla ragione. Il bene è radicato nell’umanità dell’uomo. L’uomo si scopre imperfetto e questo gli serve per cercare la direzione per la perfezione. Legge di Hume: impossibilità di derivare giudizi morali dai giudizi di fatto. L’uomo è un essere , un animale razionale. Nell’uomo si riconoscono tre gruppi i tendenze : alcune comuni a tutti gli esseri, altri solo agli animali e altre solo specificamente umane. Negli esseri inanimati l0inclinazione è statica ovvero una tendenza passiva. Nell’animale vive un’istinto di sopravvivenza. L’uomo invece partecipa alle inclinazioni ed è perfettamente umano in quanto razionale. Il compito insito nella nostra umanità è dunque di perseguire i beni ai quali la nostra umanità stessa ci inclina. Lo stato in cui non si desidera più nulla ma si fruisce appieno del bene conseguito è la piena felicità. Noi non fondiamo il bene sulla felicità ma il contrario, fondiamo la felicità autentica sul bene. Se non ci fosse in noi la felicità non ci sarebbero neanche le azioni e non potremmo dire se sono buone o cattive. La felicità è la motivazione formale ultima delle scelte e per questo non può essere essa stessa criterio di scelta. È lo scopo formale della condotta. La ragione coglie come beni umani gli oggetti delle inclinazioni iscritte nella natura umana. Vivere bene significa vivere secondo ragione. Un rapporto di consonanza tra un bene e la persona si chiama giusto. È giusto che alla persona venga consentito di ottenere un determinato bene, la persona ha diritto a quel bene. Esso si chiama diritto naturale. Per descrivere l’azione a livello minimale abbiamo bisogno di tre elementi: la struttura oggettiva, la motivazione e le circostanze. Sono chiamati fonti della moralità perchè consentono di individuare l’atto morale nella sua essenza. La struttura oggettiva per cosa vien fatto. L’atto umano è guidato dalla ragione ed è sempre intenzionale. La struttura oggettiva dell’atto la intendiamo come intenzionalità di base che è denominata FINIS OPERIS: le azioni così descritte possono essere dette azioni base intenzionali. Mezzi per raggiungere un fine. Il movente è detto FINIS OPERANTIS che indica gli atteggiamenti interiori o finalità personali che portano il soggetto a compiere una determinata azioni piuttosto che un’altra e determinano quella finalità ulteriore che consente di qualificare l’azione base intenzionale come un mezzo per ottenere

qualcosa. Buone sono le intenzioni che tendono al conseguimento del fine dell’uomo. Se agisco per costrizione imposta da altri faccio un’azione oggettivamente buona. Se invece è la mia intenzione l’azione è soggettivamente buona. Il fine non giustifica i mezzi. Le circostanze sono gli elementi che stanno intorno all’atto. identità dei soggetti in gioco, il luogo dell’azione, l’aiuto di un terzo, il perchè, la modalità dell’azione, il tempo. Il bene procede da cause interne. Il male da qualsiasi difetto. L’atto umano è buono se tutti e tre gli elementi che lo caratterizzano tendono al bene e che l’intenzionalità sia buona. Capitolo 10 : la legge morale Esiste un criterio per distinguere il bene dal male ma dobbiamo capire come questo criterio divenga legge. Prima si trovavano dello contestazioni nell’associazioni legge e legalità. L’etica della situazioni era un piano di teoria morale che toglie valore alle norme universali per fare del soggetto e della situazione gli unici criterio del retto agire. Il rapporto tra legge e libertà non è stato visto nel modo giusto. Il volontarismo ha portato a ragionare secondo la volontà del principe, quel che pare e piace a lui. E questo è anche il pensiero del positivismo giuridico. In realtà la vera libertà è la capacità di tendere al bene senza costrizioni. La legge deve essere un servizio alla vera libertà e quindi alla virtù delle persone. Si deve recuperare il concetto di legalità ma non deve essere ricercato nel volontarismo e nel pensiero del positivismo giuridico. La morale si occupa di atti umani e quindi anche la legge riguarda gli atti umani. Si intende per legge morale la regola e misura degli atti umani la legge morale deve trattarsi di un ordine della ragione, deve essere un ordine finalizzato al bene comune, deve essere stata promulgata e procedere dalla legittima autorità che guida la comunità. Gli atti morali portano con se la specifica dell’umanità quindi la razionalità. La regola degli atti umani è la razionalità. San Tommaso è un qualcosa che appartiene alla ragione, una proposizione universale della ragione pratica atta a dirigere l’azione. La ragione riesce a stimolare l’azione per mezzo della volontà. La ragione senza volontà è paralitica e la volontà senza ragione cieca. Il compito della ragione è quello di formulare una proposizione universale che serva da regola per l’azione. Il compito della legge è quello di indicare il retto rapporto tra le azioni umani e i fini della vita virtuosa. Il soggetto però è inserito in un contesto dinamico e plurale quindi il proprio bene è unito anche al bene della comunità e impegnandosi per esso e per il proprio. Il bene comune non è solo unione di beni individuali ma ciò a cui tutti i beni individuali ordinatamente tendono. La legge deve essere sempre data dalla comunità o da qualcuno predisposto ad esercitare la funzione di guida. La legge deve essere promulgata perché non si può obbligare prima che sia stato fatto conoscere. L’obbligazione giuridica scatta in seguito ad un atto formale di promulgazione. L’obbligazione morale è legata alla complessa dinamica della coscienza. La legge deve essere interiorizzata tra le conoscenze morali del soggetto. L’effetto della legge morale è quello di rendere gli uomini buoni e quindi virtuosi. L’individuo è virtuoso quando le sue facoltà tendono armonicamente al bene guidato dalla ragione legislatrice. La società è virtuosa quando le sue componenti tendono armonicamente al bene guidate da un legislatore. La ragione non crea a suo piacimento la legge morale. La nostra ragione scopre il bene come fine delle inclinazioni della natura stessa e formula la legge in base a questo fine. La legge è formulazione razionale del diritto. Questo diritto è posto dalla natura ( legge naturale ) se invece è posto dagli uomini sulla base di una convenzione ( legge umana). L’ordine dei precetti della legge naturale segue l’ordine delle inclinazioni naturali. L’uomo non è un corpo in cui abita uno spirito ma è unità sostanziale di un principio spirituale e principio materiale ed è spirituale che da unità al composto e fa di esso un essere umano. L’anima razionale spirituale è portatrice delle inclinazioni della natura specifica dell’uomo. L’ordine dei precetti della legge naturale segue l’ordine delle inclinazioni naturali. Il bene dell’uomo sta nell’essere secondo ragione. La ragione ha un senso gnoseologico in base al quale l’uomo deduce in modo razionale i precetti della legge naturale e ontologico ciò che differenzia l’uomo da altro. Esiste una natura umana in forza della quale possiamo chiamare essere umano chiunque manifesta determinate caratteristiche proprietà. La natura umana stessa sia mutevole e non esiste nulla di stabile e fisso. Quindi anche la legge morale. Questo è assurdo perché l’uomo è capace di storia proprio perchè ha la capacità di cambiare. Alcune capacità dell’uomo sono immutabili attraverso tutti i cambiamenti. L’uomo è cambiato dal paleolitico a oggi

La coscienza può giudicare un atto a priori quindi in modo antecedente all’azione, concomitante all’azione o conseguente. È meglio antecedente. Il giudizio di coscienza può essere:

  1. Certo : quando non si hanno motivi validi per dubitare della conclusione.
  2. Sufficiente : giudizio se non certo per lo meno probabile
  3. Dubbia: non è un giudizio è una sospensione. La coscienza vera chiama bene ciò che è oggettivamente tale. La coscienza erronea chiama bene ciò che è male. Un errore è invincibile quando colui che sbaglia non ha avuto la possibilità di riconoscere la verità ed è costretto a sbagliare; ignoranza o condizionamenti socio-culturali. L’errore vincibile è quando chi sbaglia avrebbe o ha la possibilità di riconoscere la verità; sbagliare per pigrizia, presunzione.. la coscienza retta e certa va seguita. La coscienza erronea può essere retta se l’errore è invincibile. Il giudizio deve essere sia vero che certo e in caso di dubbio non si può agire. Virtù legge e coscienza sono legate reciprocamente. Come dobbiamo essere per realizzare a pieno la nostra personalità è una domanda alla quale troviamo risposta nella nostra coscienza, sapendo di avere un progetto di cui siamo responsabili. Nella riuscita del progetto sta la nostra felicità, piena riuscita della nostra vita quindi vita buona con atti buoni costituiti da intelligenza e volontà. Noi dobbiamo riconoscere il bene e il male e le virtù sono facoltà umane orientate verso il bene. Anche la legge va considerata come un’istruzione che induce alla virtù e quindi al bene. La legge mostra all’uomo il suo vero fine prescrivendo ciò che conviene. La legge crea un obbligo morale quando è fatta propria dalla coscienza. Il soggetto più virtuoso meglio accoglierà la legge. ma paradossalmente chi è più virtuoso poco avrà bisogno di servirsi della legge. È un circolo vizioso. La libertà dell’uomo è comunque colei che farà in modo che se un individuo vorrà essere virtuoso lo sarà.