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L'insegnante competente.. Cos'è e chi è
Tipologia: Appunti
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Spesso mi sono chiesto: “Come deve essere un insegnante competente?”, “In che modo la comunità nella quale è inserito e agisce lo riconosce come tale?”, “Quali aspettative si hanno su di lui e sul suo operato?”. Credo ci sia un'idea che, nella sua genericità, mette tutti (insegnanti, genitori, studenti) d'accordo: un professore, se vuole essere efficace , deve essere comunicativo. Sulla figura e sulla funzione docente pesano ancora forti pregiudizi e stereotipi dei quali è necessario liberarsi se si vuole ridare all’insegnante dignità e ruolo professionali. Nell’immaginario collettivo, viene definito “ buon insegnante” colui che possiede alcune doti ( non competenze, purtroppo! ) comunicative del tutto naturali; colui che al di là delle reali conoscenze e delle competenze tecnico-disciplinari è capace di suscitare nei propri alunni entusiasmo, curiosità, spirito investigativo, voglia di sapere e conoscere. Comunemente il modello a cui si fa riferimento è quello dell’insegnante che:
Insomma, il “buon insegnante” deve essere un “missionario” entusiasta del sapere, animato dalla passione, dal “sacro fuoco” per la propria disciplina e deve saperlo trasmettere ai propri alunni suscitando interessi, coinvolgendo, persuadendo, seducendo. Deve riuscire a rendere bello, semplice, appassionante ciò che per sua natura non lo è. Adotterà mille sistemi, vari “effetti speciali” per catturare l’attenzione di alunni recalcitranti, per loro natura inclini alla distrazione e al disinteresse. Le sue doti di comunicatore, di "animatore", di psicologo e uomo di spettacolo gli permetteranno di tenere sempre alta l’attenzione su di sé, perché si sa, egli è il vero, l’unico “media” attraverso cui passa il sapere, attraverso cui viaggiano i contenuti. Nel suo lavoro il “buon insegnante” non trascura mai di stabilire con i suoi allievi un “rapporto umano personale” autentico, sincero e profondo. Egli deve prima di tutto guardare alla persona, poi all’alunno; deve conoscerne la personalità, le debolezze, le fragilità, le attitudini, le qualità. Deve “volergli bene” ed essergli “umanamente” sempre vicino. Ma non basta che il “buon insegnante” possieda e comunichi astrattamente tutti questi valori, egli deve in qualche modo impersonarli, rappresentarli quotidianamente con il proprio esempio e la propria condotta. Egli deve essere “modello etico” di equità, imparzialità, giustizia, equilibrio e saggezza. Un solo errore e il rapporto faticosamente costruito con l’allievo o con l’intera classe è irrimediabilmente compromesso. Quante volte è capitato di sentire i genitori giustificare l’insuccesso scolastico del proprio figlio con la ben nota espressione: “ Il professore l’ha preso in antipatia! ”. Infine, ma non ultima nel corredo delle doti del “buon insegnante”, la chiarezza. Un docente è ritenuto bravo, dagli studenti e dalle famiglie, se "spiega bene", se rende semplici anche i concetti più ostici, se è un buon “facilitatore”, se riduce al minimo la fatica dell’alunno ad apprendere.
Al di là dell’immediata riflessione che progressive operazioni di “semplificazione” e “facilitazione” potrebbero “facilmente” (scusate il voluto bisticcio di parole) sfociare nella “banalizzazione” del sapere, mi chiedo: PUÒ UN DOCENTE, SOLO PERCHÉ HA STUDIATO E SI È LAUREATO, POSSEDERE IN MANIERA NATURALE QUESTO PESANTE BAGAGLIO DI BUONE DOTI E BUONE PRATICHE? È necessario al più presto uscire dai luoghi comuni: docenti non si nasce né ci si può improvvisare! Il rischio reale, quando si corre dietro a stereotipi e modelli dettati solo dal buon senso, è quello di
fare della professione docente una professione insostenibile ed impraticabile , dove insuccessi e delusioni finiscono col degenerare in un senso di inadeguatezza. È quanto mai urgente che il rapporto tra insegnamento, apprendimento e comunicazione diventi centrale nella formazione dei docenti. È urgente e necessario prendere coscienza di ciò che veramente entra in gioco nel rapporto didattico, riflettere, per esempio, sulle dinamiche di gruppo o sulla psicologia dello sviluppo, sui principi della relazione interpersonale, sull’apporto che le tecnologie possono dare alla comunicazione. Non è trascurabile infine la comunicazione con i colleghi e gli altri adulti che dà vita ad una cultura della comunità. Bisogna possedere e padroneggiare i meccanismi della comunicazione formale a diversi livelli se si vuole che la collegialità, le comunità di pratica siano organismi che funzionano, non ci si può e non ci si deve basare solo ed esclusivamente sulle "capacità" dei singoli docenti di entrare in empatia, bensì sulla capacità del sistema e dell'organizzazione scolastica di realizzare una buona relazionalità interna ed esterna_._ Solo lavorando in questa direzione, rinunciando ad immagini idealizzate da “libro cuore”, si potrà rendere il lavoro dei “docenti professionisti” un po' meno impossibile, e sicuramente più soddisfacente.
Prof. Domenico Vacca