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approfondimento sull'interlingua, basandomi principalmente sul capitolo 2 del libro di Rastelli, ossia didattica acquisizionale, sul libro della Chini di linguistica acquisizionale e su appunti del prof.
Tipologia: Appunti
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Non è frutto dell’imitazione di l2 ma della conoscenza di l2 che gli apprendenti hanno in un determinato momento, ossia la conoscenza delle regole della l2. La conoscenza delle regole non dipende dal fatto che gli studenti studino di più, ossia dall’incremento dell’esposizione alla grammatica in classe. I motivi sono 1 le regole astratte dell’interlingua possono essere qualitativamente diverse dalle regole di grammatica che lo studente studia nei libri e che l’insegnante insegna; 2 la diversità nella qualità dipende dal fatto che queste regole lo studente le impara un po’ alla volta per via intuitiva, le mette in pratica in maniera automatica e non riuscirebbe a spiegarle. Alcune di queste regole non valgono solo per la l2 che sta imparando ma anche per altre lingue. Quindi ad esempio chi impara l’italiano come lingua seconda deve tener conto che è sempre qualitativamente diversa dall’italiano dei nativi, sia nei primi stadi dell’apprendimento sia negli stadi finali, in quanto l’interlingua obbedisce a regole che sono sempre un po’ diverse rispetto a quelle che governano la lingua target ( e posto che l’interlingua tende sempre verso al lingua d’arrivo senza mai raggiungerla effettivamente è incauto considerarla come una varietà della lingua d’arrivo, tant’è che gli apprendenti dicono cose che nessun parlante di qualsiasi varietà d’italiano direbbe mai e al contempo dicono e scrivono cose che sono comuni ad altre lingue seconde); si è detto che è una competenza provvisoria (vedi aggettivo inter) e soggetta a adattamenti strutturali; non è una competenza sbagliata (vedi error analysis). In generale gli insegnanti cercano di stabilire se gli studenti hanno imparato ciò che è stato loro insegnato verificando con dei test fino a che punto la loro lingua si avvicina a quella target. Quindi l’obiettivo è far produrre delle frasi corrette. Ma in realtà il progresso nell’interlingua si riflette non nella diminuzione di errori quanto nell’aumento. E infatti proprio perché lo studente è in grado di produrre frasi che non sono presenti né nella sua lingua madre né in quella di arrivo bisogna concludere che non è imitatore ma elaboratore della l2. Le produzioni sia corrette che scorrette in l2 sono frutto di fattori innati legati alla grammatica universale e la facoltà del linguaggio; fattori cognitivi e funzionali, fattori interazionali (che modellano l’interlingua sulla base del contesto e interlocutori) e fattori individuali legati alle caratteristiche e attitudini del soggetto.
Nell’interlingua si possono trovare frasi che gli insegnanti non hanno insegnato e che è improbabile che gli studenti abbiano sentito da parlanti nativi oppure frasi bizzarre che sembrerebbero frutto di creatività o influsso di l1 che in realtà sono comuni ad altre lingue come le regole di lessicalizzazione che non sono tipiche solo dell’italiano l2 ma che si trovano in molti apprendenti di seconde lingue con diverse caratteristiche di età, madrelingua ecc. l’approccio generativo e quello cognitivo funzionale si occupano di individuare gli aspetti comuni nell’interlingua.
Nell’approccio generativo la definizione che si dà della conoscenza della grammatica che un parlante nativo ha della sua lingua viene trasferita nell’interlingua definita quindi come la conoscenza inconscia della grammatica della l2 costruita grazia alla facoltà del linguaggio e all’input. Si era infatti già detto che l’interlingua è la conoscenza di regole e principi innati che si rifanno alla grammatica universale. Così un parlante adulto che impara una l2 rifà l’intero percorso di acquisizione della l1 e quindi impara non tanto imitando i nativi o partecipando a conversazione con i nativi nelle quali viene poi corretto di tanto in tanto; imparano grazie alla loro facoltà di linguaggio, sanno fin da subito come è fatta la lingua che stanno imparando e come non può essere fatta. E quindi la conoscenza della grammatica universale permette di restringere il campo delle possibilità e poi ascoltando la l2 potranno riposizionare i parametri rispetto a quelli iniziali posti sul valore della loro l1 (vedi descrizione approccio innatista). Se quindi tutte le interlingue sono soggette alla restrizione della grammatica universale avranno
delle caratteristiche in comune, caratteristiche comuni che vanno cercate non solo in quello che gli apprendente dicono ma anche in quello che non dicono perché bloccate dalla grammatica universale. Ad esempio, se un apprendente di lingua ha imparato ascoltando i nativi che per fare le domande in italiano bisogna spostare l’elemento interrogativo dalla sua posizione argomentale all’inizio della frase per interrogare l’intera frase, data una frase affermativa del tipo “elena ha detto che vuole andare via”, l’apprendente saprà intuitivamente che: “che vuole andare via” è un costituente; il pronome che cosa sostituisce tutto il costituente; nessun pezzo del costituente può rimanere in situ se tutto si muove. I principi della grammatica universale si è detto che guidano sia le frasi dei parlanti nativi, quando imparano la l1, sia degli apprendenti di l2. Ma questo non significa che non si formeranno mai frasi sbagliate, ma che non si formeranno frasi che violano i principi, nel caso della frase interrogativa, non si viola il principio di costituenza ( che cosa ha detto elena che vuole andare).
Anche l’approccio cognitivo funzionalista ha sottolineato la presenza di aspetti comuni in tutte le interlingue. L’interlingua dipende da 1 principi che regolano la comunicazione verbale tra esseri umani 2 principi cognitivi universali 3 dalla frequenza e regolarità con cui un significato è associato alla forma nell’input. Per questi studiosi l’apprendimento della seconda lingua è molto diverso da quello della prima lingua perché gli adulti a differenza dei bambini, sanno cosa vogliono dire e sanno che stanno imparando una lingua. E nelle prime fasi, l’adulto, avendo in mente il concetto che vuole esprimere ma non riuscendo a dirlo, fa ricorso a strategie espressive, risorse linguistiche ed extralinguistiche come appoggiarsi al contesto, ripetere alcune parole dell’interlocutore, spezza la frase in due parti. E quindi l’interlingua è il prodotto di strategie messe in atto per risolvere problemi comunicativi e sono strategie comuni a tutti gli apprendenti di una lingua e per questo le interlingue hanno caratteristiche comuni. Le limitazioni in questa prospettiva non sono determinate dalla grammatica universale ma dalla limitazione della memoria, alla frequenza dell’input (le parole più frequenti si apprendono per prime), ai significati (si apprendono le parole che hanno un solo significato). Le regole alla base dell’interlingua, governate da questi processi, si modificano in base all’esposizione massiccia dell’apprendente all’ambiente nel quale quella lingua è parlata e dal confronto con le forme ipotizzate e le forme effettivamente prodotte dai parlanti nativi, hyphotesis testing.
Tre criteri per analizzare l’interlingua.
1 non applicare il parametro giusto sbagliato. Ciò non significa che gli studenti hanno il diritto di sbagliare, ma che possono sbagliare quello che si trova nel livello 1 più l2, e che si devono giudicare gli studenti con parametri propri dell’interlingua e non quelli dei parlanti nativi. Error analysis, capire la forma e il funzionamento dell’errore.
2 mente sgombra da aspettative. È complicato osservare dall’esterno, da parlanti nativi, l’interlingua che nasce e si modifica continuamente. Si corre il rischio che le aspettative inducano a guardare i dati solo per quello che dovrebbero essere e non per quello che sono. Si parla di comparative fallacy ossia inganno dovuto al confronto o anche di closeness fallacy inganno dovuto alla somiglianza. In questo ultimo caso si incappa in casi in cui una frase dell’apprendente somiglia a una struttura della lingua target ma la frase è organizzata su principi diversi da quelli della lingua target. Pensare troppo allo stadio finale da raggiungere impedisce di leggere l’interlingua del presente.
3 non considerare l’interlingua come una questione privata dei soli apprendenti, frutto di creatività o immaginazione.
esempio: le parti finali di una parola i suffissi sono notate e imparate prima delle parti iniziali ossia prefissi, si apprendono prima i significati grammaticali veicolati da una sola forma che quelli veicolati da più forme. Andersen infine sottolinea anche l’importanza della frequenza nell’input e la rilevanza. La rilevanza si misura a partire dalla posizione che i tratti linguistici hanno rispetto alla forma. Ad esempio di un verbo si impara prima il significato lessicale perché è contenuto nella forma stessa mentre gli altri tratti di tempo e accordo si imparano dopo perché uno è alla fine della forma e l’altro è estraneo alla forma stessa.
L’idea comune è che emerge prima quello che è più facile dove con facile si intende più frequente, più saliente, più semplice nella forma, più regolare, più simile alla l1 e meno marcato. Controesempi nell’interlingua: collegati alla teoria della processabilità di pienemann ossia gli apprendenti sono portati ad imparare solo quegli elementi che riescono a processare nell’input e quindi si imparano prima le cose che costano meno dal punto di vista cognitivo. Un apprendente che processa l’input è in grado di estrarre intuitivamente una regola se ha sviluppato la capacità di fare attenzione alla forma e se usa questa regola per produrre la seconda lingua in tempo reale. Aumentata la capacità di processare l’input corrisponde la capacità di notare che elementi tra loro distanti sono collegati perché condividono una informazione e dalla forma di uno può dipendere la forma di un altro. Le sequenze di acquisizione sono il prodotto di fattori psicolinguistici che permettono di processare l’input.
4 critica al valore didattico delle sequenze di acquisizione. Limiti interni ed esterni. Limiti interi riguardano il fatto che le sequenze studiate, rispetto al materiale linguistico insegnato in classe, non sono tante, riguardano pochi fenomeni e sono state studiate su pochi soggetti. Limiti esterni riguardano la trasferibilità nella classe conflitto tra ciò che un apprendente può imparare e quello che l’insegnante deve insegnare.